EQUILIBRIO e interferenze
ØKSFJORDJØKELEN. Ghiaccio dominante, silenzio veemente
NORVEGIA 2022
Era proprio quel saluto, dal balcone sopra l’albero di fichi. Era proprio lo stesso, l’ho riconosciuto, ma questa volta da una stanza asettica, impersonale, vuota; la solita stanza di un ospedale. Il mio io giovane e il mio io adulto si incontrano attraverso quel saluto, un saluto che racconta due partenze diverse, una verso casa, dal sapore e dal calore familiare, da un luogo in cui il sorriso non mancava mai. L’altra, questa, una partenza verso un nuovo viaggio, ma da un luogo che apre ferite.
Di nuovo questi piccoli gesti, una semplice mano che saluta, eppure quanta profondità si cela in quei movimenti, quante immagini evocano, quante emozioni riescono a raccontare. Ma questo semplice gesto in questo contesto è stonato, eppure è così che comincia il mio nuovo viaggio.
Come è avvenuto nelle mie più recenti escursioni sulle Dolomiti, anche quest’anno si incrociano esperienze di vita. Evidentemente è la mia vita che acquisisce sempre più profondità ed è quindi inevitabile un sommarsi di pensieri correlati a emozioni che giungono da epoche lontane tra loro.
Substrata di Biosphere emerge imponente in questi giorni, è quel disco che unisce molti pezzi della mia esistenza. Anche da lì ha origine il mio amore verso un certo immaginario, già innato, già presente in me, ma esploso nei due viaggi in Norvegia che feci all’inizio degli anni Duemila.
Sulle Dolomiti c’è stato il primo assaggio concreto di quel senso di smarrimento di fronte a una natura solenne, maestosa; ero bambino. Ci fu poi l’esperienza in Siberia, nel lontano 1988, quando ancora esisteva l’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche. Lì vidi gli spazi senza confini, l’immensità osservata voracemente dal finestrino di un treno; i miei giovanissimi occhi assorbirono quelle vastità, elaborate poi negli anni e fatte mie per sempre.
Scrivo queste prime frasi nella casa abbarbicata sull’Altopiano Carsico, luogo dove tante idee e tanti progetti musicali sono nati; dove conservo i miei ricordi più belli, anche se forse, oggi, più lontani.
Scrivo sul grande tavolo di legno e osservo la stanza e il camino. In questo momento scorgo un leggero senso di vuoto in questo ambiente, che tuttavia continua a scaldarmi il cuore.
Ciò che scrivo sono essenzialmente stati d’animo, riflessioni su ciò che vedo. Mi fermo a riflettere su temi importanti ma scelgo volutamente di non appesantire i miei diari. Cerco di rimanere leggero, il mio desiderio è raccontare dei luoghi, di bloccare dei momenti della mia esistenza.
Quest’anno però c’è un libro, “Risveglio della terra” di Knut Hamsun, che mi porta a fare delle riflessioni che volutamente lascio in superficie, e che accenno solamente. Il tema è talmente scivoloso che non mi arrischio a fare nessuna considerazione. Ma prima o poi sarei dovuto arrivarci, e colgo l’occasione di questo viaggio in Norvegia, e questo particolare periodo, per uscire un po’ dalla mia strada maestra per riflettere su un’interpretazione del rapporto con la natura che avevo sempre volutamente messo da parte. L’essere umano, anche di fronte ad un tema così innocuo e semplice, ha fatto emergere la propria natura. Siamo una specie tra le altre specie animali; ciò che ci rende uomini dovrebbe essere la capacità di discernere il bene dal male e di indirizzarci verso il bene. Siamo parte di un meccanismo, ma in quanto parte ‘pensante’, crediamo di governarlo a nostro piacimento, immuni dalle conseguenze delle nostre azioni sull’ecosistema. Dominio nei confronti del pianeta, e dominio su ciò che viene ritenuto ‘diverso’, per colore, razza; per qualsivoglia caratteristica in funzione del punto di vista di partenza.
Nel corso della sua esistenza l’uomo si è sempre trovato in bilico, e si è sempre impegnato nella ricerca di un equilibrio. Noi siamo contemporaneamente dentro e fuori dal nostro contesto, lo viviamo e lo guardiamo; è la nostra coscienza che rende singolare ed eccezionale la nostra condizione.
Più volte, perso in sogni di onnipotenza, l’uomo è precipitato in abissi di follia che malauguratamente si ripetono ciclicamente. Nel caso specifico, una certa sensibilità ambientalistica, come quella maturata nell’ecologismo germanico dei primi decenni del ‘900, nella sua estrema ramificazione animalista, finì per sposare una atroce insensibilità umanistica.
È il contesto storico nel quale visse Hamsun che mi ha sempre impedito di avvicinarmi ai suoi libri.
Ciò che professa è assolutamente condivisibile: il ritorno ad una civiltà contadina preindustriale, incontaminata. Hamsun racconta l’utopia del ritorno ad un passato immaginario, come risposta alla non vivibilità della società moderna.
Nel diluvio mass-mediatico dei nostri giorni penso sia naturale cercare un riparo, conservare e custodire un po’ della propria umanità.
Hamsun non vagheggia solo un ritorno alla natura, ma ad un mondo legato alla natura, ad un sistema economico e di rapporti sociali fondati sull’esistenza di una nobiltà terriera con caratteristiche medioevali. “Nessun uomo su questa terra vive di banche e industrie. Nessuno. Gli uomini vivono di tre cose e di nient’altro: del grano che spunta nei campi, del pesce che vive nel mare e degli animali ed uccelli che crescono nella foresta. Di queste tre cose”.
Hamsun nel “Risveglio della terra” approda all’idea di una società tradizionale legata alla natura non da un rapporto di sfruttamento ma da una simbiosi.
A cavallo tra ‘800 e ‘900 c’è un intero movimento letterario scandinavo che punta al recupero delle tradizioni popolari, del rispetto reverente per la natura, dei valori di solidarietà e laboriosa onestà tipici del mondo provinciale. Questo tema è scivolosissimo, nei suoi principi innocui e apparentemente condivisibili, nasconde risvolti ambigui e insidiosi, sia allora, sia nuovamente oggi. La storia è un continuo ripetersi di eventi, di equivoci, di circostanze che si ripropongono.
Personaggio complesso, Hamsun visse di contraddizioni, ed è forse questo che mi incuriosisce. Bramava un mondo legato ai valori semplici di una vita passata a lavorare nei campi, ma lui stesso era figlio della nevrastenia borghese, lui stesso provava a staccarsi dal mondo materialistico che lo circondava trasferendosi, cinquantenne, ad Harmarøy, sua città natale, per vivere di agricoltura. Ma il suo equilibrio era instabile, viveva di insoddisfazioni e di ansia, di desiderio di affermarsi come scrittore. Si sentiva incompreso, vittima, a suo avviso, di una società ottusa. Hamsun era un po’ come i personaggi dei suoi romanzi, alla ricerca di un equilibrio interiore, turbato dalla civilizzazione moderna e dall’allontanamento dalla natura. Hamsun voleva confondersi nel contesto, nella natura; allo stesso tempo sentiva forte il desiderio di emergere, di essere visibile, di esprimere la propria unicità. Tutto ciò è comprensibile, ed è assolutamente irreprensibile. Quasi tutti ci troviamo di fronte a questo bivio, ed è questo aspetto che mi interessa.
Forse la sfortuna di Hamsun è stata quella di essere nato in un’epoca nella quale l’essere umano aveva completamente perso l’equilibrio, e pure lui, perso in utopie col tempo sempre più discutibili, finì per essere risucchiato in quell’ingranaggio folle.
Nei paesi scandinavi, all’alba della seconda guerra mondiale, crebbero dei movimenti populisti le cui matrici ideologiche, il culto romantico delle origini, il mito del volks e del vikingo, il nazionalismo, il rifiuto della civiltà industriale e della cultura liberal-democratica, la xenofobia, erano le stesse del nazismo. Il leader fascista e populista Vidqun Quisling vagheggiava una Norvegia inclusa in una grande confederazione germanica, in funzione anti-americana, anti-comunista e anti-capitalista. Ciò che corrispondeva in qualche modo alle aspettative dell’ottantenne Hamsun. Nel corso della guerra Hamsun si recò personalmente da Hitler. Perso nelle sue fantasie, nelle sue utopie, non vide davanti a sé un alienato, un uomo in preda alle sue ossessioni; alla morte di Hitler ne scrisse pure un necrologio commosso.
È questo epilogo che mi ha sempre tenuto lontano dalle opere di Hamsun. L’ho evitato per anni.
Decido di leggere “Risveglio della terra” senza preconcetti. Decido di leggere una storia, un racconto.
Lo leggo anche per un altro motivo. Cerco spunti per osservare con lucidità ciò che vedo, anche in questo viaggio. Mai come oggi l’uomo si trova in un mondo iperconnesso, dove le società e le culture coesistono fianco a fianco. Ma com’è questa coesistenza?
I nazionalismi sono destinati a crescere, insieme all’idea di supremazia nei confronti di un indefinito altro?
Gaia Vince nel suo libro “Nomad Century: How Climate Migration Will Reshape Our World” immagina un mondo senza confini. Il cambiamento climatico genererà migrazioni di massa verso i poli, verso le zone oggi più inospitali del pianeta, verso la Groenlandia, la Siberia, l’Alaska, anche solo verso la Scandinavia. Immagina un’organizzazione internazionale nella quale tutti siano rappresentati. Ipotizza una cooperazione mondiale in favore della sopravvivenza del genere umano.
Vorrei poterci credere in questo ipotetico brillante futuro.
Non avrò risposte nel corso del viaggio, forse non le ho cercate; come sempre mi limito a osservare dei luoghi, raccolgo dati e suggestioni. Un giorno, forse, quando avrò accumulato tanto materiale, oggi sparso e disordinato, metterò tutto insieme e avrò un quadro chiaro di ciò che ho visto, di ciò che ho vissuto, di ciò che sono/stato. Certe riflessioni poi preferisco per il momento tenerle celate e solo per me, essendo lontane dal motivo che mi ha indotto a scrivere queste pagine dedicate alle mie esperienze di viaggio.
OSLO
La lettura del “Risveglio della terra” mi ha accompagnato in questi ultimi giorni verso l’idea di viaggio, ma è questa stereotipata e incolore periferia nelle vicinanze dell’aeroporto a condurmi nella dimensione esplorativa.
Dormo in un albergo insignificante ma che riesce a colorare i miei pensieri. Poche ore di sonno e alle quattro di mattina mi trovo in un aeroporto già affollato, gremito di gente come se fossi al mercato in pieno giorno. Mi inserisco in questo fiume di esseri umani agitati e rumorosi e l’immaginazione mi fa pensare di essere all’ingresso di un condotto, di un tubo nel quale vengo spinto dentro a forza per poi essere balzato fuori e lanciato da solo in una landa deserta, spoglia e silenziosa. Gli affollamenti scomposti sono consuetudine a queste latitudini del pianeta, ma non mi piacciono.
Quest’anno mi sento mentalmente intorpidito. Lo spostamento su lunghe distanze appartiene ad un passato non così lontano, ma l’intervallo pandemico ha sbiadito i ricordi e mi ha forse impigrito. Sento però il bisogno di tornare a esplorare il mondo, ricominciando da un luogo che mi aveva lascito attonito, che mi aveva acceso e illuminato in un mio ormai lontano passato, precedente alle esperienze vissute in Groenlandia. Dei due viaggi in Norvegia vissuti tra la fine degli anni novanta e i primi anni duemila, tornai carico di idee e fu allora che iniziò concretamente il mio progetto musicale.
L’aereo prende quota, le masse si acquietano e io riesco a lasciarmi andare e a pensare a questo nuovo viaggio. Sorvolo le Alpi e osservo le Dolomiti con i suoi morenti ghiacciai. Osservo il mondo dall’alto e le riflessioni sono un po’ meste. Mi dirigo verso il Circolo Polare Artico dove si registra un altrettanto rapido processo di scioglimento delle grandi masse di ghiaccio.
Sulle Alpi si riducono le lingue glaciali e interi settori crollano per effetto dell’assottigliamento del ghiaccio e dell’azione delle acque di fusione; il triste caso della Marmolada è solo l’ultimo esempio. Come avevo già scritto in occasione delle escursioni fatte sul Monte Bianco, il regresso glaciale si accompagna a profonde modificazioni ambientali. Le aree glaciali vengono ricolonizzate, la vegetazione arborea occupa zone prima interessate solo da vegetazione erbacea e da prateria alpina. Questa non è solo una lotta titanica tra le forze della natura per la conquista dei propri spazi, la conseguenza è l’aumento di emissione di gas serra da parte di questi terreni che contribuisce a sua volta all’aumento della temperatura globale. Capisco che la mia mente non è ancora libera, è ancorata a immagini e riflessioni che giungono dall’esterno, dai giornali, dai mass-media, dalla realtà. Le mie riflessioni oscure sul mondo sono condizionate da questi continui stimoli, più o meno voluti. La mia mente va oltre le Dolomiti, si spinge a nord, verso quell’ideale massa bianca che immagino senza confini. Eppure verso i poli la situazione è altrettanto drammatica: le estese fusioni dei ghiacci mettono a repentaglio la possibilità per le nevi perenni di superare le estati e di conservarsi trasformandosi lentamente in ghiaccio di ghiacciaio. Le fusioni estese di neve e ghiaccio provocano l’innalzamento del livello dei nostri mari.
Guardare il nostro pianeta dall’alto mi provoca emozioni contrastanti. È semplicemente bello visto da quassù, e mi perderò sicuramente in considerazioni romantiche sulla sua bellezza, è impossibile non farlo. Lo farò sicuramente fra pochi minuti, così come durante l’intero viaggio. Allo stesso tempo una visione dall’alto rende tutto più collegato, unito, e banalmente più piccolo. È un osservare oggettivamente fuori dai propri confini, più distaccato, più obiettivo, meno romantico. È un prendere coscienza con i propri occhi dei grandi cambiamenti che stanno avvenendo, o semplicemente del livello di antropizzazione di aree più o meno estese. Quando vedi per mezz’ora, e anche più, intere aree perfettamente disegnate, organizzate, dove nulla è lasciato al caso, e la velocità di un aereo è ben diversa da quella di un’automobile, hai la netta percezione di quanto invasiva sia la presenza di noi esseri umani. Quando osservi le Alpi e con lo sguardo vai alla ricerca di un ghiacciaio, e fatichi a trovarne uno, nonostante la giornata limpida, allora realizzi e prendi atto che effettivamente qualcosa è accaduto. Io accetto e mi rassegno, ma allo stesso tempo continuare a sognare.
Osservare il paesaggio dall’alto in prossimità di Oslo permette di intuire la passata presenza degli enormi ghiacciai, ed è evidente la loro possente attività di erosione. Fiumi e laghi testimoniano la loro antica presenza. Quanto sono evocative le grandi distese non antropizzate. Passo da una Germania marcatamente antropizzata a un paesaggio dolce e accogliente, un immenso manto verde, semplice, non alterato, che esprime tutta la sua potenza e maestosità; ed è su questa distesa verde che l’aereo atterra e il mio sguardo torna sognante.
Non riesco tuttavia ancora ad essere leggero, scruto, analizzo, e in fondo, è un po’ anche questo il senso di un viaggio.
Alla ricerca di austerità e di sobrietà, Oslo un po’ mi disorienta. Mi godo una splendida giornata di sole in riva al mare e rifletto sulla sensazione che questa città mi aveva trasmesso vent’anni fa. Mi ricordavo una città più fredda e meno ‘solare’.
Questo viaggio ha un’importanza diversa da quelli passati. È una ripartenza, è una rinascita dopo un lungo periodo di stasi. Non ero sicuro di ritrovare il piacere di viaggiare, ma emerge, lentamente si fa strada nella nebbia, che si dirada, si dirada… Cammino per le strade della città, assorbo e contemplo.
Oslo sembra una grande piscina a cielo aperto, vive di una luce nuova. Quartieri appena sorti nella zona del porto si affacciano sul mare, squadrati, regolari, moderni. Presente, passato e futuro si intersecano. Bar e ristoranti accolgono le numerose persone riversate in riva al mare, complice sicuramente la giornata di sole. La festa arriva fino all’edifico che accoglie il nuovo museo di Munch. Lascio alle mie spalle un mondo colorato ed entro in un mondo fosco, dove emerge un’altra faccia di questo popolo. Qui regna l’espressionismo di Munch, l’ansia interna dell’uomo; il decadentismo di Knut Hamsun e il culto della natura, raccontati in un’opera di Eric Harry Johannessen del 1935, dal titolo Growth of the soil, esattamente come il libro di Hamsun.
L’edificio è in vetro e non pone confini con l’esterno; dalle ampie vetrate assisto all’incontenibile voglia di vivere e di futuro. Sono un po’ stordito e allo stesso tempo incuriosito.
L’argano è il simbolo della crescita, della costruzione, della terra che viene lavorata, della Norvegia che viene ricostruita dopo la Seconda Guerra Mondiale. È dipinto nel grande salone del municipio.
Costruire, migliorare, crescere.
La crescita della città è motivo di riflessione. È una crescita sana? È una crescita dettata e viziata dal profitto? Gli edifici così estremamente razionali, squadrati, in alcuni casi senza balconi, non permettono una relazione con il contesto circostante. Chiudono le vite dentro quegli ambienti. Cosa racconta questa crescita della città? Oslo rappresenta la Norvegia?
Le statue di Vigeland, il progetto dietro alla ridefinizione del parco centrale della città, è figlio dello stesso desiderio di crescita? Quelle statue rappresentano un desiderio virtuoso di crescita.
Oslo era conosciuta per non avere la maestosità di Stoccolma, né il respiro cosmopolita di Copenaghen. Era una città che viveva con modestia il suo ruolo di capitale. Era questo che avevo colto anni fa. Una parte della Norvegia crede nell’isolamento, nelle tradizioni; il senso della patria rinacque con la scoperta del petrolio, oltre che dall’indipendenza dalla Danimarca.
Un’altra parte crede nella spinta verso l’esterno, è cosmopolita, ed è rappresentata da chi crede nello sviluppo urbano. Oslo è un’arena dove si affrontano queste due anime che si mescolano a fatica. È una città che vive di contraddizioni.
Progetto politico contrapposto ad un progetto individuale, ecco la differenza. Vigeland, quasi un utopista, ha voluto ed è riuscito a realizzare il suo progetto di un parco che oggi è definito come uno dei più belli della Scandinavia. I nuovi quartieri che oggi stanno emergendo, nei quali ha trovato spazio anche il museo di Munch, sono (anche) un progetto politico. C’è molta meno poesia in tutto ciò, ma questo è quello che osservo. La città mi piace, queste riflessioni non la sminuiscono affatto.
ISOLE LOFOTEN
Saluto una Oslo ricca di incongruenze e dissonanze, lascio il cuore pulsante del paese, e mi dirigo a nord, nella piccola città di Bodø dove forse comincerò a vedere la vera anima della Norvegia, quella che avevo il desiderio di rivedere e di riscoprire. E dove i miei pensieri diventeranno più ‘miei’, dove riflessioni indotte si spegneranno per dare spazio al mio vero mondo interiore.
Questo è un viaggio itinerante, ogni giorno cambierò luogo. Andrò a nord per poi entrare in Lapponia. Passerò dai boschi del sud alla tundra del nord, per riscendere infine nelle foreste finlandesi. I viaggi itineranti hanno bisogno di una lunga riflessione ritornati a casa. I costanti e continui cambiamenti di paesaggio comportano un accumulo di immagini e sensazioni che non si possono fermare nel momento stesso del viaggio, si possono solo raccogliere e immagazzinare. Ci si fa un po’ travolgere, minuto dopo minuto.
In volo verso Bodø, ammirando i paesaggi sotto di me, ho un pensiero costante. Islanda e Norvegia sono due paesi profondamente diversi, ma in entrambi i casi i termini ‘vasto’, ‘sconfinato’, ‘wilderness’ sono calzanti.
In prossimità dell’aeroporto noto un continuo avvicendamento di isole e isolotti; le coste sono frastagliate, irregolari, grinzose, nulla a che vedere con le coste regolari e lineari che ho visto nel nord della Germania. Queste sono increspate, ruvide, rugose e selvagge, eppure, al contempo, comunicano l’esatto opposto, sono in ugual modo morbide, ospitali e accoglienti. Questo è un luogo che vive di contrasti, ma differenti rispetto a quelli di Oslo, questi sono contrasti del paesaggio, sono naturali, ne contraddistinguono l’identità di questo ambiente.
La pista di atterraggio giace praticamente sul mare, le montagne affiorano dall’acqua del mare, e sono spruzzate di neve e di ghiaccio. E come potrebbe essere altrimenti quassù? Era esattamente questo ciò che volevo rivedere.
Scendo dal piccolo aereo e respiro l’aria fresca e pulita; sto vivendo quel particolare momento del viaggio nel quale ti senti euforico e semplicemente vivo. Sei lontano dal tuo modo abituale di agire e di pensare, sei ormai calato in una dimensione inedita tutta da scoprire; non ci sono punti di riferimento, abitudini da ripetere, sei unicamente bersagliato dalle emozioni, unico elemento guida.
C’è una splendida luce nel cielo di questo luogo, posto ai margini del mondo. Cammino e cerco di trovare delle similitudini, apro idealmente i cassetti che danno forma alla mia memoria e rievoco ricordi di luoghi visti. Associare, accostare e collegare immagini è un processo libero, indipendente dalla volontà, dalla mia perlomeno. È un viaggio nel viaggio, un peregrinare nella memoria che ora mi riconduce in Islanda. L’accostamento è assolutamente soggettivo e dipende solo ed esclusivamente dai miei ricordi. Sarà per i gabbiani, che io associo ai villaggi del nord (ma che vedo sempre anche a Trieste – la mente spesso non è obiettiva), sarà per l’urbanizzazione appena accennata, modesta, semplice, spartana. Eppure continuo a chiedermi: «Cosa c’è che caratterizza questo luogo?». Cerco di andare oltre alle rievocazioni.
È il silenzio! Ecco cos’è che contraddistingue questo piccolo centro, è proprio il silenzio, la pace, la semplice tranquillità.
Due ragazze si tuffano dalla piattaforma di una sauna galleggiante; non c’è altro suono oltre a quello dell’acqua alzata dai loro tuffi. L’aria profuma di mare, ne accosto la sensazione a quella che a me evoca la lieve fragranza di un mazzo di fiori di campo appena colto. Il porto è calato in una dimensione di quieta sospensione. Io sto vivendo una tregua dalla mia vita abituale, ma questo luogo è esso stesso una sosta, è una pausa dal mondo. Io percepisco questo, adesso, osservando i fari colorati che si stagliano sugli immancabili cieli grigi. Un accenno di colore che si mescola alle tinte rosse delle piccole case rosse che sembrano galleggiare sull’acqua.
In tutto questo c’è però una nota stonata, il razionalismo di Oslo sta arrivando anche qui. Alti edifici abbozzano uno skyline che non dialoga con il contesto, con i rilievi in lontananza, con le case dei pescatori, con la genuina sobrietà del luogo, con il suo imponente silenzio.
Le riflessioni e i pensieri si accumulano ma è proprio questo che succede quando si viaggia. Gli ingranaggi riprendono a girare, la curiosità viene gradualmente alimentata e ci si sente senza età, un po’ bambini, desiderosi di vedere, di conoscere, di scoprire. I sensi si riattivano, continuamente sollecitati senza mai una sosta, se non quando si deve andare a dormire. La fase del sogno non è più solo notturna, ma anche diurna; è un continuo. Questo succede quando ci si riesce a calare completamente nella dimensione del viaggio. Quest’anno, contrariamente a quanto mi ero immaginato, la transizione verso l’io viaggiatore è avvenuta subito, complici i paesaggi fiabeschi della Norvegia. Cado in un sonno profondo, stanco e appagato.
Come ogni anno i miei compagni di viaggio sono i miei libri. Come si può viaggiare senza percorrere simultaneamente due percorsi, quello interiore e quello reale, fisico? È stupefacente quando i due cammini collimano, quando si uniscono e corrono all’unisono; permettono di intensificare il momento stesso dell’esplorazione, acuiscono i sensi e non danno tregua; il viaggio non smette mai. Giorno e notte il corpo e la mente sono in continuo movimento e io non voglio che nulla si arresti, desidero un coinvolgimento completo e totale. Abbino le riflessioni pesanti e gravi suscitate dalla lettura del libro di Knut Hamsun, di per sé semplice e innocente, con osservazioni leggere e piacevoli evocate da “Il libro del Mare – o come andare a pesca di uno squalo gigante con un piccolo gommone sul vasto mare” di Morten Strøksnes. Questo fantasioso giornalista, nonché scrittore, storico e fotografo, descrive il tratto di mare che separa Bodø dalle Isole Lofoten, breve tragitto che mi accingo a fare proprio ora. Il luogo sembra essere molto ventoso e la traversata spesso animata da mari agitati. Strøksnes scrive «Ho smesso di pensare ai pigri ritmi estivi di Oslo e alle sue calde e luminose giornate». «Ogni volta che lascio Oslo per andare a nord ho sempre la stessa sensazione di fuga, di evasione dall’entroterra e dai suoi formicai».
Difficile dargli torto seppure io faccia fatica ad associare il termine formicaio ad una città di seicento mila abitanti, capitale di una nazione di cinque milioni e mezzo di abitanti.
Ciò che è palese qui dove mi trovo ora è la sensazione di vivere una tregua, di essere sganciati dalla frenesia che corrode gli animi.
Amo viaggiare per mare, osservare le coste allontanarsi all’orizzonte; qui, verso le Isole Lofoten, in lontananza si scorgono i rilievi rocciosi che emergono dal mare; sfumature di azzurro più acceso rispetto all’azzurro del cielo.
Si distinguono nettamente così come le pennellate di bianco sulle sommità. Il mare è calmo e io mi sento in pace con me stesso, appagato, sereno, leggero.
Viaggio per mari e monti. «Ma com’è possibile?» mi chiedo. Ebbene, qui è così. Come avevo notato ieri appena atterrato a Bodø, anche oggi il cielo brilla di una luce che si può vedere solo qui, oltre il Circolo Polare Artico. Quanto il cielo è luminoso, tanto l’acqua del mare è scura, quasi nera. Lo sguardo non può andare oltre la sua superficie, posso solo provare a immaginare gli abissi e le profondità che nasconde. È in questa immensità buia e sinistra che vive il grande squalo della Groenlandia, predatore ancestrale nonché il vertebrato più longevo del pianeta; protagonista dell’avventura narrata da Strøksnes. L’uomo, riflette Strøksnes, è arrivato a mappare l’intero globo e a navigare tra le stelle, eppure sembra conservare un’ossessione per il mito del mostro, forse per un lontano istinto predatorio, o per la paura dell’ignoto che ancora oggi il mare ci risveglia. La traversata è breve, eppure, lontano da precondizionamenti, da pensieri indotti dai giornali, dalla realtà che mi circonda, il mio io viaggiatore ora si sente più vicino che mai alle avventure fantastiche di Melville e Jules Verne, alle esplorazioni di Amundsen, Nansen, Nobile. Viaggio sempre consapevole, ma anche, più che mai, sognatore. Mollo gli ormeggi e, più che su una nave, mi immagino a bordo di un dirigibile sopra i ghiacci del Polo Nord, che ora vedo e immagino eterni, non voglio pensare alle fusioni estese di neve e ghiaccio…
Atterro con la mente, ma è la realtà a sorprendermi, perché qui è più bella dei sogni che vivono nella mia testa. Qui tutto è più azzurro, più bianco, più fresco, più sorprendente, più ricco della mia stessa immaginazione. L’impatto è così forte da commuovermi.
Il villaggio di Å è un’oasi tra mare e montagna, minuziosamente decorata con tante piccole case rosse, i rourber, le abitazioni dei pescatori. I rilievi sono in roccia cristallina con versanti a strapiombo sul mare, con cime coperte di ghiaccio e nevi perenni. Le cime, forse più che immergersi, sembrano alzarsi verticalmente dall’acqua, come palazzi principeschi. Alcune montagne dell’arcipelago sono tra le più antiche al mondo. Solitarie, immerse nelle trasparenze tenebrose di queste acque, sono il riflesso di sé stesse nel tempo; vivono istanti eterni, precise età indistinte. Afferro i ricordi di tanti anni fa che stavano sbiadendo. Come è già successo in altre occasioni, ciò che osservo è davvero troppo; il paesaggio è di una bellezza disarmante. Sono a Tahiti? Queste sono isole esotiche? Mi trovo forse in un atollo dell’Oceano Pacifico? È un paesaggio che non ci si aspetterebbe a queste latitudini.
Ripensando ad alcuni passaggi di miei vecchi diari mi accorgo che nei luoghi più belli le descrizioni sono veloci e sommarie. Sono troppo concentrato ad assorbire la moltitudine di immagini che si susseguono senza soluzione di continuità, per lungo tempo. Oggi per un’intera giornata. Forse la moltiplicazione di paesaggi, oltre che la loro oggettiva bellezza, mi sta spiazzando, mi sta togliendo le parole.
Mi fermo, mi siedo e mi concentro sul panorama che ho di fronte a me. Credo sia l’unico modo per cominciare ad afferrare ciò che mi circonda. Ora mi trovo sull’isola Vestvågøy vicino a Borg.
Non c’è il mare, ma delle ampie vallate verdi impreziosite da laghi e rilievi ammorbiditi dalla ricca vegetazione. Sento profumo di prati e di campi e avverto una grande quiete. È un paesaggio bucolico illuminato dalla ormai consueta luce brillante e cristallina. Il clima qui è mite ed è molto diverso rispetto ad altri paesi situati alla stessa latitudine, come l’Alaska o la mia amata Groenlandia. La vegetazione è rigogliosa, ovviamente commisurata alla parte di mondo nel quale mi trovo. Ci sono poche abitazioni, vedo solo una interminabile manifestazione di ciò che la natura sa fare utilizzando una infinita quantità di elementi. Il suo insieme mi cattura, il continuo susseguirsi di altezze, l’incontenibile esplosione delle tante varietà di verde, e il costante avvicendarsi di fiordi e insenature.
Mi rimetto in movimento e osservo la cattedrale delle Isole Lofoten affiorare tra gli alberi per poi, in prossimità di Svolvӕr, lasciare spazio ad un succedersi di baie, di cocuzzoli e picchi che si riflettono nell’acqua del mare.
Il paesaggio si rinnova in ogni momento, brilla alla luce del sole che ora si fa spazio tra un sottile strato di nuvole e una pioggia appena accennata. L’acqua del Laupstadosen Fjord è ferma e calma, è uno specchio che riflette e moltiplica case, montagne, alberi, colori.
La marea è bassa e l’acqua, ritirandosi, fa emergere una lunga sequenza di alghe di colore ocra. Il mio sguardo si muove in ogni dove, sulle vicine cime, sempre spruzzate di neve, sulla strada bagnata, fresca, sui prati, sui boschi, sull’acqua del fiordo, sulle tonalità di verde, sulle ombreggiature, sulle case isolate in legno. Minima è la presenza dell’uomo; fuori dai centri abitati la natura è protagonista assoluta.
Cerco di fuggire dalle riflessioni meste e infelici che mi accompagnano nella mia quotidianità, ma ogni tanto fanno capolino anche qui nei miei pensieri, e condizionano la mia visione del mondo; di questa meravigliosa porzione di mondo. Vorrei coglierne il lato più romantico, vorrei lasciarmi suggestionare da tanta meraviglia, ma non posso farci nulla, leggo un articolo pubblicato pochi giorni fa sul New York Times:
“Negli ultimi quarant’anni l’Artico si è riscaldato quasi quattro volte più velocemente rispetto al resto del mondo mentre il mare di Barents, a nord della Norvegia e della Russia, si sta riscaldando fino a sette volte più velocemente. Un nuovo studio finlandese afferma che i modelli climatici per i poli siano stati finora sottostimati. Gli impatti si estendono ben oltre l’Artico, arrivando a influenzare le condizioni meteorologiche nel resto del mondo, con precipitazioni estreme e ondate di calore” 1.
Non sono sconnesso dal mondo, vago con la fantasia e con la mente in modo disincantato e concreto.
ARCIPELAGO DELLE VESTERÅLEN
A Strønstad mi imbarco per raggiungere Melbu nell’arcipelago delle Vesterålen, distretto della contea di Nordland. Lascio le alte cime delle Isole Lofoten, una dietro e a fianco all’altra. Immobili da milioni di anni, sembrano una barriera; le onde dell’oceano si scagliano con forza senza scalfirle, sono una fortezza di pietra inespugnabile.
Sbarcato a Melbu, proseguo lungo la costa della piccola isola di Hadseløya e arrivo a Stokmarknes per poi dirigermi ancora più a nord, a Sortland, piccolo centro nevralgico con una ordinata serie di edifici di colore blu marino.
I cieli grigi si sono appesantiti, non sono più lievemente coperti da nubi sottili, ora sono carichi di pioggia. Il clima sembra impaziente, quasi desideroso di mutare, di vestirsi dei colori dell’autunno, una metamorfosi che dura un solo giorno, ma che modifica l’aspetto del paesaggio e adombra il piccolo centro abitato, le sue poche strade, i suoi bassi edifici. Eppure questo aspetto un po’ mesto e fosco gli dona; anzi, quasi accentua e valorizza la sua apparente genuinità, la semplicità sottolineata dalle forme contenute e sobrie della sua struttura urbana. Qui non ci sono i grattacieli che sono invece giunti fino a Svolvӕr. Quegli invadenti edifici che crescono in altezza sui porti delle città e dei villaggi, perlopiù alberghi e uffici; skyline che oscurano la vista e modificano l’aspetto di luoghi nati per essere discreti e armoniosi. A Sortland non c’è nulla di speciale, ma c’è armonia, le proporzioni sono coerenti con l’ambiente circostante, c’è un equilibrio che altrove, in parte, non è più rispettato.
Esco dal paese e proseguo il mio viaggio nell’arcipelago delle Vesterålen. In prossimità di Gullesfjord le montagne di Hinnøya si ergono maestose e proprio qui osservo che la vegetazione è più selvaggia rispetto a quella delle Isole Lofoten. Non vedo più la dolcezza propria di quelle fortezze di pietra, di quelle roccaforti che racchiudono terre immaginarie, sognate.
Qui, forse anche per la giornata uggiosa, vedo un ambiente che tuttavia è ancora più vicino ai miei gusti. È un luogo più scuro, più ombroso; le cime sembrano più alte, sono incombenti, sinistre. Ci sono più ghiacciai e più neve. La sensazione è di passare dal sogno alla realtà. Questo è un luogo che mi fa pensare allo smarrimento, che mi suscita quel senso di inquietudine che è tipico, per me, delle zone di alta montagna, dove il vento infuria e i colori diventano scuri.
In prossimità di Gausvik un lungo ponte attraversa l’ampio fiordo e la strada prosegue verso Bogen e poi verso Narvik. Scatto una foto e osservandola richiamo alla memoria i paesaggi che vidi anni fa a queste latitudini. Attraverso questa immagine si manifesta un mio passato che era riposto in qualche angolo del cervello; ancora una volta ricordi remoti si riflettono nel presente. Ricordo i colori, il mare fermo e freddo sul quale si specchiano le montagne e i ghiacciai; ricordo le foreste che cadono in mare. Orme e segni di momenti avvenuti e custoditi in uno spazio e in un tempo disgiunti da quello attuale, in realtà si legano a questo istante e, paradossalmente, lo raccontano.
La strada per Narvik regala una sequenza interminabile di cime innevate. Narvik stessa è al centro di un insieme di rilievi ghiacciati, intonsi. Questa piccola città industriale ha il fascino di un luogo remoto, non facile. Non accoglie a braccia aperte, direi più a braccia conserte. È un fascino inconsueto, non affatto imparentato con quello delle Isole Lofoten. In questo centro portuale e commerciale, dove gli inverni sono lunghi, freddi e ventosi, arriva il ferro estratto nelle miniere della Svezia. Durante la seconda guerra mondiale molte furono le città della Norvegia che subirono devastanti bombardamenti. Una di queste fu Narvik che fu pesantemente colpita e quasi rasa al suolo. Completamente ricostruita, mantiene, ai miei occhi, l’aspetto di un luogo dimenticato e solitario. La presenza della Corrente del Golfo rende il suo porto agibile per tutto l’anno; questo nome, Narvik, sgelato e infiammato dall’acqua calda dell’emisfero boreale, lo immagino forgiato nel ferro. O forse, meglio, inciso nel ghiaccio, impresso e fissato in un blocco di neve.
TROMSØ
Ogni notte dormo in un luogo diverso, tutte le mattine vivo una nuova partenza, sperimento un incessante susseguirsi di immagini, un costante avvicendarsi di eventi. A poco a poco, dalla vivacità di Oslo e dalle atmosfere dilatate e sognanti delle Isole Lofoten, mi avvicino alle regioni più settentrionali della Norvegia, dove gli scenari sono più aspri e austeri, dove il territorio è spoglio e desolato.
Mi rimetto in marcia in direzione di Tromsø sotto una pioggia insistente. Il cielo è coperto e c’è poca luce, il che non mi disturba affatto. È il mio clima ideale, come potrebbe essere altrimenti quassù? mi calo, dopo mesi di caldo, in un contesto ormai, per me, quasi dimenticato. Cielo e mare non si distinguono più, la foschia riduce la visibilità e rende il paesaggio più scuro e opaco, non più limpido e trasparente.
Mi sembra di vivere all’interno di un quadro nel quale risalta un colore che non saprei descrivere altrimenti se non grigio invernale, sopra il quale pare siano state stese grandi pennellate di verde spento, autunnale. Rivoli bianchi scendono delle cime imbiancate e si mescolano nell’acqua del mare. Lo definirei un paesaggio montano, ma qualificarlo semplicemente così sarebbe riduttivo; è la latitudine a donargli un incanto, un fascino raro, un po’ scuro. Anche il rosso delle case, ieri così vivace, oggi sembra pallido e sbiadito.
Le foglie e i rami degli alberi, mossi dal vento e dalla pioggia, si muovono in modo irrequieto. Avrebbe tutte le caratteristiche di un paesaggio malinconico, ma non è solo così. Quanta forza, quanto vigore, che potenza esprimono questi boschi completamente intrisi d’acqua! Non percepisco solo una sensazione di mestizia, tutt’altro, questo luogo sprigiona vigore nel suo fiammante grigiore. Come sarà fra un po’ di mesi questa strada? La immagino immersa in un candore ribelle e inospitale.
Il piccolo centro di Setermoen anima un po’ l’ambiente ma è davvero così minuscolo che termina in un batter di ciglia e mi reimmergo quasi subito nella foresta. Come un’illusione, è apparso e poi è subito svanito, come se fosse stato inghiottito dalla foschia, o si fosse perso tra le nuvole. Mi calo nei freddi suoni di Biosphere.
La strada tange Bardufoss e poi prosegue inesorabile in questa landa plumbea fino a giungere a Sorkjosleira Fjord in prossimità di Markenes. Le uniche due parole che userei per descrivere questo fiordo sono ‘freddo’ e ‘febbraio’.
I rilievi non sono ancora innevati ma è naturale e istintivo immaginarseli bianchi e immacolati. Mi fermo pochi minuti sotto una tettoia e guardo gli alberi danzare incalzati dal vento e dalla pioggia. Da quanto tempo non vedo scendere tanta acqua…
Anche il mare è mosso. Leggere increspature sulla superficie lo rendono vivo per quanto ci sia bassa marea. Alzo gli occhi e in alto vedo un ghiacciaio e un’infinità di acque di scolo, una grondante rete di drenaggio glaciale che scende copiosa nel fiordo.
Dopo tanta desolazione, in prossimità di Fagernes e di Nordbotn compaiono un po’ di abitazioni ma i loro colori oggi rimangono sempre opachi e spenti.
E poi… eccola, Tromsø!
Tromsø per me è una chimera. Questa città la rappresenterei come un veliero approdato su un fiordo incontaminato e argenteo; se fosse un suono sarebbe morbido, ma non del tutto liscio, lo immaginerei anche un po’ pungente e affilato.
Per quanto non sia distante da Narvik, Tromsø non la immagino affatto imparentata con quella città forgiata nel ferro. Sono due realtà opposte, sono il giorno e la notte. Tromsø è la neve soffice, ma forse è anche tempesta di neve. Narvik è assenza di acqua, di precipitazioni; è una realtà frenata, soffocata, non si rivela. Al contrario, Tromsø erompe, si mostra con veemenza ai miei occhi. Questa è ovviamente un’impressione del tutto soggettiva.
Vivo spesso di suggestioni, e amo sprofondare in esse. Amo sognare, nella assoluta consapevolezza che da qualsiasi sogno prima o poi ci si deve svegliare. Mi definirei un realistico idealista. Gli eventi della vita ti portano ad avere uno sguardo un po’ disincantato verso il mondo, ma la musica, in particolare, non smetterà mai di ammaliarmi; sa farmi tornare l’incanto che ogni bambino prova nei confronti della vita e del semplice scoprire.
Scendo al porto, mi siedo su una panchina e torno ad ascoltare Substrata di Biosphere e vecchi brani dei Bel Canto. Mi chiedo «Sono forse naif?» Forse si, ma per me oggi è una giornata importante. Sono nella città di Anneli, di Nielsen e di Geir. Osservo con i miei occhi i paesaggi e i luoghi che hanno ispirato i Bel Canto e Biosphere. Nel Polarmuseet mi sono lasciato affascinare dalle vite straordinarie di esploratori come Amundsen e Nansen, personaggi che appartengono ad altre epoche; uomini coraggiosi, pionieri, scopritori creativi e curiosi, semplicemente rari. Nella mia mente li accosto alla mitologia, non alla realtà. Ma qui, da solo, di fronte al loro mare e alle loro cime innevate, mi lascio sedurre dai suoni di questi tre esploratori musicali. Vivo un momento di introspezione, osservo dentro me stesso attraverso le suggestive partiture dei tre viaggiatori silenziosi. Cerco e afferro il senso della mia identità senza filtri, attraverso questo scenario artico, intermediario ideale per arrivare al cuore della mia natura. Non succede spesso di fermarsi e guardarsi senza filtri, di cogliere l’essenza di ciò che realmente si è. Di fronte a me, il gelido mare circondato da rilievi verniciati di color cenere e di bianco.
ALTA
Durante le ore notturne le nuvole si sono diradate e la mattina dopo saluto Tromsø con il sole. Il paesaggio è indubbiamente piacevole, ma io prediligo climi più scuri e uggiosi.
Mi dirigo a Breidvik dove prendo il battello per Svensby. La strada che percorro sembra quasi essere sorvegliata e difesa da alte increspature della terra, da un lungo muro di montagne agghindato con innumerevoli rivoli che scolano dalle sommità. Nei pressi di Lyngseidet osservo una interminabile sequenza di ghiacciai e di nevai; in alcuni punti si vede la lingua compatta di colore azzurro. Che immagini solenni! sono così fieri e gravi, lassù, solitari. Esprimono un’imponenza e una solennità tali da ispirare riverenza. Li respiro tanto sono vicini, irrompono nei pensieri e li impregnano con i loro mille rigagnoli.
Attracco a Olderdalen e il paesaggio straripa, erompe, esplode. L’accostamento di alghe e ghiacciai è del tutto atipico, l’avevo già visto in Islanda, ma qui è un incanto; il paesaggio è onirico.
Una continua sequenza di rorbuer sembrano disposti intenzionalmente lungo la costa per studiare il territorio, per contemplarlo e per ammirarlo.
Proseguo verso Sørstraumen tra prati e foreste di betulle simili a quelle che vidi in Siberia.
Dopo un instancabile alternarsi di montagne, fiordi e baie, l’ambiente lentamente muta e diventa più brullo, fino a lasciare spazio a un meraviglioso manto verde, una vasta pianura priva di alberi. Questa è la tipica vegetazione delle zone polari artiche; è il bioma della tundra, uno dei più freddi e aspri della terra, ma, mi chiedo, il clima qui sarà ancora davvero così rigido?
In prossimità di Kvaenagen, ad un centinaio di metri sul livello del mare, si apre una vista sul fiordo senza confini.
Mi siedo su un grande masso e resto a osservare attonito questo spettacolo. Di solito i pensieri si rincorrono e si sovrappongono. Qui, in questo istante, sono leggero, appagato, sono in semplice contemplazione, non chiedo e non ho bisogno di altro di fronte a tanta bellezza. Ogni tanto è necessario fermare nella memoria delle immagini, sedersi e osservare, per riposare la mente, per smussare i pensieri e le tensioni, per riflettere, per ricordare. Per essere anche solo per un attimo quell’isola, quelle piramidi che emergono dall’acqua, quella piccola casa rossa sul mare e il profumo fresco dell’aria, quelle bianche distese sulle cime delle montagne. E se non è possibile essere loro, vivere almeno un istante insieme a loro. Portarle con me nel mio bagaglio di immagini.
“Come le stelle marine che vanno alla deriva con la marea. Finché il tuo sangue corre a incontrare la prossima luna piena, la tua follia si accorda perfettamente alla mia … Noi non siamo soli”, recitano i versi finali di Sea Song di Robert Wyatt, perla assoluta, brano inarrivabile nato contemplando il mare, la laguna di Venezia. Con il suo piccolo organo Riviera Wyatt rese concrete le sue visioni. E che visioni.
Accetto questo suggerimento che viene dal mio subconscio. Che stranezza le associazioni musicali, vivo quel curioso momento nel quale affiorano delle immagini musicali, ma in questo caso non è un motivo a irrompere nella mente, è il canto libero di Wyatt a venire a galla, quel finale pacato e straniante, quella lenta discesa negli abissi, quel flusso di coscienza, quel modo di canticchiare intriso di mistero e di malinconia.
Dopo questa lunga pausa contemplativa, proseguo verso Langfjordbotn in direzione di Alta, dove sosto per la notte.
Prati di camenèrio colorano il paesaggio di rosa e di rosso e scendono fino al mare, immersi tra le montagne. Tanta poesia poco si addice al piccolo centro di Alta, squadrato, iper-razionale, privo di calore. È un centro meramente funzionale inserito in un contesto naturalistico fuori dall’ordinario. La bellezza contrapposta al pragmatismo.
La natura è sovrana in questa parte del mondo. È plausibile che gli abitanti di Alta abbiano e vogliano mantenere uno stretto legame con essa, che non siano in cerca di altro. Questa piccola città, non così significativa, offre poco, pochissimo, se la si vuole vedere come centro urbano. Offre in abbondanza se si osserva invece ciò che la circonda. Rispetto alla città forgiata nel ferro, o al veliero approdato sul fiordo argenteo, Alta è una scatola grigia senza contenuto, scordata in un coloratissimo prato punteggiato di camenèrio rosa.
CAPO NORD
Proseguo verso nord, verso Capo Nord, l’affaccio sul mare di Norvegia e di Barents, con lo sguardo idealmente proiettato verso le Svalbard. La vegetazione da Rafsbotn in poi si fa sempre più rada; il terreno si ricopre di alberi di betulle dal tronco bianco, elegante, spesso curvo. Sono abitanti affusolati, piegati dal gelido vento che viene dal polo nord. Sembra di assistere ad una danza di scheletri che presto però cedono lo spazio ad una sconfinata landa senza alberi. La meravigliosa desolazione della tundra abitata da renne solitarie e macchiata da rivoli di acqua e piccoli laghi: wide open spaces, wilderness, libertà. Commozione, immensità, che distese, che spazi!
Un torrente taglia irrequieto e increspato una sterminata landa che lentamente si ripopola di betulle, prima simili a un grande cimitero pieno di croci bianche, e poi nuovamente danzatrici vigorose, cariche di fogliame. Skaidi è un minuscolo agglomerato di case con una pompa di benzina e poche abitazioni. Ma è proprio solo un attimo; in direzione di Olderfjord ci si ricala in ampi spazi aperti di una desolante e spoglia bellezza. Giunto in prossimità del mare ricompaiono case e esseri umani. Come ormai spesso faccio in questo viaggio, mi siedo su un masso, questa volta in riva al mare, e faccio una breve sosta contemplativa prima di procedere in direzione di Honningsvåg. La strada prosegue in un paesaggio mesto, fatto di rocce sedimentarie e un accenno di vegetazione. Sono ambienti dove si può assistere alla danza delle renne, animali agili che saltellano rapidi, caricati dal vento gelido, polare.
Il promontorio è esposto, è privo di barriere naturali, ed è composto da sempre meno elementi: un sottile strato di vegetazione che incontra l’azzurro del mare; le forme dei rilievi sono delicate, appena accennate.
Scompaio per pochi chilometri sotto il livello del mare per raggiungere l’isola di Magerøya. L’ingresso nell’isola è segnato da un’immagine che sa di fiaba. Un piccolo lago fronte mare è popolato da un gran numero di gabbiani, tutti intenti a volare con moto circolare sopra la superficie dell’acqua. Su una sponda una casa rossa e due tende custodiscono questo angolo incantato. Predominanti sono i colori verde e azzurro. Questo luogo di pace è proprio alle porte di Honningsvåg, un piccolo porto costruito attorno ad una baia attorno alla quale sono disposte ordinatamente piccole case colorate.
Come di consueto mi fermo mi siedo su una panchina a osservare la vita di questo porto che ha il sapore della lentezza, della calma, un po’ sgraziato e sgangherato, ma piacevole anche per questo. Stormi di gabbiani volano sopra i tetti della città, abitanti chiassosi ma imprescindibili.
Mi sposto della parte opposta dell’isola, a Gjesvӕr, altro piccolo centro che mi ricorda molto un villaggio della Groenlandia. Ci arrivo percorrendo un tratto di strada che passa attraverso una lunga serie di colline rocciose, brulle, scure.
Mi imbarco su un battello per vedere la Riserva Naturale Gjesvӕrstappan, un arcipelago che è dimora di una grande quantità di animali, cormorani, aquile marine, urie nere, sule, pulcinelle di mare, gabbiani, nonché di foche che di tanto in tanto emergono dall’acqua spinte della loro caratteristica curiosità.
In serata mi spingo più su, più a nord, raggiungo Capo Nord.
La strada è costellata di piccoli laghi, torrenti, insenature; in ogni dove l’acqua luccica, brilla alla luce del sole che non vuole tramontare. Questi enormi spazi sono abitati dalle renne, testimoni di un luogo senza tempo. Nuvole rosa si elevano sopra la tundra, ampio manto verde illuminato dal sole. Il cielo arde e brucia.
And the sun kissed the horizon.
LAPPONIA
Granito, ardesia e gneiss sono le varietà delle rocce sedimentarie dei promontori che cadono a picco in mare. Quando si viaggia si vorrebbe conoscere e sapere tutto; si vorrebbe essere un po’ geologi, glaciologi, storici, antropologi, geografi, biologi… Sarebbe bello essere onniscienti, avere uno sguardo accurato e puntuale su tutti gli aspetti di un luogo. Io vivo principalmente di suggestioni e di curiosità e assorbo con la vista la bellezza dei paesaggi.
La strada verso la Lapponia tange il parco nazionale Strabbursdalen; fino a Lakselv costeggia il mare, poi si addentra in una foresta ricca di betulle percorsa dal fiume Anarjohka, confine naturale che separa la Norvegia dalla Finlandia. Questa è la terra dei Sámi, antica popolazione nordica della quale mi chiedo cosa possa essere rimasto. Il loro modo di vivere, la loro identità, le loro tradizioni, cosa sono riusciti a preservare? Nel 2022, il padiglione nordico della Biennale di Venezia è per la prima volta nella storia Padiglione Sámi: anziché rappresentare Svezia, Finlandia e Norvegia, il territorio che rappresenta il padiglione è quello Sapmi. Con Sapmi si fa riferimento alla terra ancestrale dove vivono i Sámi, l’unico gruppo etnico ufficialmente riconosciuto come indigeno in Europa. Questa enorme landa non esiste ufficialmente sulle cartine, non è riconosciuta da nessuno se non da chi la abita. Transito per Karasjok, descritto come un importante centro Sámi, ma mi rimane un grande, enorme punto interrogativo: quanto è preservato per trarne profitto e quanto è vero?
Può ancora esistere un gruppo etnico in Europa?
I Sámi ‘vendono’ l’idea di una società tradizionale legata alla natura non da un rapporto di sfruttamento ma da una simbiosi? Dove sono i confini? Fin dove arrivano i compromessi?
Non mi do una risposta, forse non voglio neppure trovarla; voglio lasciarmi il dubbio perché non amo spegnere i sogni. Attraverso boschi di conifere e ampi laghi ascoltando, forse un po’ ingenuamente, lo joik, la forma di canto tradizionale Sámi le cui le melodie sono spesso composte solo da suoni e fungono da intermediari tra messaggio e emozioni. Le renne sono un tema ricorrente, come la natura e le emozioni. Anche Elizabeth Frazer usava trame di suoni, emozioni verbalizzate.
Tutto il verde degli alberi che sto assorbendo e le tranquille acque dei laghi mi hanno portato in uno stato di quiete assoluta e in modo semplice e puro vivo questo momento forse un po’ naїf. in prossimità di Saariselkä riprendo (quasi) contatto con la realtà.
La mia mente viaggia a nord, oltre Capo Nord, verso e oltre le Isole Svalbard. Col cuore attraverso laghi e foreste, muto aspetto mi immagino renna in cerca di cortecce di betulla e di salici, di muschi ed erbe. Corro e sento il battito del mio cuore; non è più solo mio, è/sono il cuore pulsante di questa terra. Sono il rombo delle moto che corrono libere lungo questi estesi tratti di strada.
CIMA DEL VENTO
Nella Valle di Riomolino, su, verso la Cima del Vento, mi commuovo. È qui che quest’anno tutto torna, ogni singolo momento vissuto oltre il circolo polare artico, vissuto in Val Casies, e ora in questa valle chiusa tra alte cime che osservano scure e minacciose, immerso in un silenzio che è quasi innaturale. È qui che emerge ogni singola emozione vissuta, e fuoriesce senza controllo; è qui, nel silenzio della montagna, in perfetta solitudine, osservando la valle dall’alto, che riaffiorano ricordi di chi non c’è più, di questo mese trascorso in più luoghi, lontani e vicini. È questo ritrovare sé stessi, trovarsi in sintonia nel proprio contesto; e soprattutto trovare il contesto nel quale sentirsi pienamente sé stessi. Credo siano lacrime di felicità quelle che sto lasciando su queste rocce bianche. Sono carico di emozioni che non riesco a contenere. Passato e presente si scontrano ed esplodono in questo luogo immenso, oggi tutto per me.
Mi fermo qui a leggere le ultime pagine del “Risveglio della terra”.
La lettura del libro mi accompagna nelle mie peregrinazioni, dai luoghi disabitati del nord della Norvegia, dove si svolge la vicenda di Isak e Ingrid, alle valli immacolate dell’Alto Adige, terra di malghe, pascoli e monti. Mi calo in una dimensione bucolica e un po’ onirica. Leggo le vicende di una comunità che vive senza agi e che conosce solo il termine ‘fatica’. Come sempre io sono un osservatore di passaggio, non ho idea di cosa significhi vivere la propria esistenza in luoghi così solitari e difficili: oltre il circolo polare artico, dove il sole d’inverno è un miraggio, dove la qualità della vita dipende anche dalle tue stesse forze, oltre che da un sistema di welfare che effettivamente esiste, ma che non ti toglie l’inclemenza del clima e la presenza di una natura indomabile.
O nelle malghe di alta montagna, dove la convivenza con ciò che ti circonda è un lavoro costante, continuo, che inizia subito, quando nasci. La fatica non muta nel tempo, è sempre la stessa, finisci per riconoscerla e puoi solo gestirla, ma ci vuole una grande forza d’animo e una tempra che non ti viene regalata.
“La sua vita di città ha provocato in lui uno scisma, l’ha reso più raffinato degli altri, più debole” scrive Hamsun quando descrive Eleseus, il primogenito di Isak e Ingrid.
Io leggo e rifletto, e sento di essere irreparabilmente uomo di città. So osservare e ascoltare, ma sono imbrigliato in un mondo che mi dà qualsiasi comfort, e che allo stesso tempo mi incasella, mi inquadra. La mia via di fuga è la musica, attraverso di lei rivivo e racconto i luoghi dove ritrovo me stesso, dove capisco chi realmente sono.
Chiudo il libro e mi immergo in una lunga meditazione con il paesaggio solenne che mi trovo di fronte, meditazione pervasa di quiete e di un lontano ronzio che è presente, sottovoce, ma che si annulla in questa quiete, come alla ricerca di un sonno eterno, con lo sguardo perso fra le cime che si susseguono, che vanno e vengono senza fine. Nostalgia, tristezza, tensione, si consumano nella pallida bellezza dell’infinito, e rimane soltanto l’estasi muta di tanto splendore.
Ringrazio Tina
1. https://www.nytimes.com/2022/08/11/climate/arctic-global-warming.html