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Nepal, Mustang

  • di

STRATIFICAZIONI – attraverso l’Upper Mustang
Ghiaccio sospeso, terra instabile, silenzio inquieto
NEPAL, MUSTANG 2026

dedico questa esperienza a mia mamma
dedico queste riflessioni a mio papà, compagno di viaggio

Questo testo è stato scritto nei giorni immediatamente precedenti all’alluvione che il 26 agosto ha colpito il Nepal. Lo pubblico così com’era nato. Oggi alcuni luoghi, alcuni volti e alcune riflessioni che contiene hanno per me un significato diverso.
Per chi volesse aiutare: https://www.ifrc.org/emergency/nepal-flash-floods-2026

 

PROLOGO — IL TEMPO SOSPESO

Ci sono dei momenti nell’anno che hanno una particolare atmosfera, distanti tra loro, ma c’è qualcosa che li accomuna. Un paesaggio sotto la neve è un paesaggio del silenzio, della stasi, dell’immobilità, dove tutto si ferma. Provo lo stesso tipo di sensazione in piena estate, quando fa caldo, quel caldo che ti prende e che non ti lascia. Se lo si vive nel giusto modo, racconta quello stesso tipo di silenzio, di immobilità. Ti siedi, ti prepari un caffè, guardi gli alberi, le foglie che si muovono al vento, ascolti le cicale. E non c’è nessuno. In città ci sono pochissime persone. Chi è in città è chiuso in casa. Gli altri sono tutti via, sono in vacanza. Intorno alle due, tre di pomeriggio, c’è una sensazione di silenzio, di immobilità, la stessa sensazione che mi dà un paesaggio sotto la neve, due condizioni opposte; abbandonarsi al semplice osservare. Non ti chiedi di fare qualcosa, di agire, di organizzare, di costruire. No. Sono momenti nei quali ti viene chiesto solo di osservare e di rimanere fermo, piacevolmente fermo, a osservare.

È la lentezza che cerco. Il tempo sospeso. Le estati sonnolente. Quest’anno è più difficile del solito partire per un viaggio. So che forzando le mie abitudini felicemente trovate, la passeggiata nel parco, lungo il canale, il bicchiere di birra sotto gli alberi, troverò me stesso, la mia parte più curiosa, più desiderosa di osservare angoli remoti di questo pianeta. Ma c’è una parte di me che oggi ama sempre di più osservare le piccole cose, il bello che c’è nel luogo dove vivo, un lembo di terra a metà tra la città e la campagna. Ne osservo l’oggettiva bellezza e vorrei goderne di più, vorrei imparare ad apprezzare maggiormente ciò che ho senza rincorrere suggestioni lontane. Forse la mia natura mi porta ad essere così, osservatore di spazi lontani e vicini; ci vuole tempo ed energia per quelli lontani. Mi porterò dietro questo nel viaggio di quest’anno, vorrei vedere anche quei paesaggi remoti con lo stesso sguardo con il quale oggi ho guardato il canale vicino casa; senza cercare nulla di spettacolare, ma sentendone l’odore, osservandone la luce, la lentezza, le piccole cose.

Una foto della strada verso Jomsom mi ha riacceso qualcosa. Non tanto per il paesaggio spettacolare, ma per la presenza umana dentro quel paesaggio che osservo nel monitor del mio pc. C’è un disordine vitale, jeep e autobus colorati messi in fila sulla strada sterrata, persone che aspettano, parlano, stanno sedute sui sassi. Non c’è separazione fra strada, luogo d’attesa e luogo di vita. Tutto è provvisorio e insieme perfettamente normale. È ciò che ho osservato tante volte in viaggi passati. C’è poi una montagna enorme che incombe, ma è semplicemente il mondo dentro il quale quella gente si muove ogni giorno. Per le persone che osservo in questa foto è semplicemente il tragitto, il lavoro, l’autobus, qualcuno da aspettare, qualcosa da trasportare. È una quotidianità nella quale polvere, mezzi, montagne, attese e incontri si mescolano in modo molto genuino. Ci sono stato in posti simili, e so che ci si può entrare per qualche settimana, attraversarli, osservarli senza sentirsi osservati o estranei. Mi è tornato così, quel desiderio molto più profondo di trovarsi non solo semplicemente altrove, ma in mezzo a persone, ritmi diversi, strade e gesti che non sono affatto la prosecuzione della mia vita quotidiana, ma un assaggio di una vita fuori dalla mia quotidianità; e in questo nuovo contesto so che non dovrò applicare categorie di pensiero occidentali (o semplicemente le mie categorie di pensiero). Osserverò e ascolterò senza pregiudizi né giudizi affrettati.

Nepal. La sua origine non è del tutto certa e come spesso accade con i nomi molto antichi le spiegazioni si sovrappongono alle leggende. Potrebbe derivare dal sanscrito nipalaya, «ai piedi delle montagne», una definizione geografica perfetta per un paese che si distende lungo il versante meridionale dell’Himalaya; oppure dal tibetano niyampal, «terra sacra». Un’altra ipotesi lo lega ai Newar, il popolo che da secoli abita la valle di Kathmandu e che ne ha segnato la cultura. Probabilmente non è importante sapere quale di queste origini sia quella giusta. Mi piace piuttosto pensare che tutte dicano qualcosa del Nepal, una terra ai piedi delle montagne, una terra sacra, una terra abitata da popoli e tradizioni antichissime.

È questo che mi incuriosisce. Prima ancora dell’Himalaya, delle strade impossibili e degli altipiani del Mustang, il Nepal mi appare come un luogo nel quale mondi differenti si incontrano continuamente; hinduismo e buddhismo soprattutto, ma anche islam, cristianesimo e antiche tradizioni kirat e animiste. Templi hindu accanto a stupa buddhisti, rituali e simboli che si contaminano reciprocamente.

Non voglio naturalmente trasformare tutto questo nell’immagine ingenua di un paese senza conflitti. Ma ciò che avevo già percepito, e che ora desidero ritrovare, è un’abitudine alla pluralità, alla diversità. La sensazione che appartenenze religiose e culturali diverse possano occupare lo stesso spazio e confondersi.

Forse il viaggio comincia da qui. Non dalle montagne. Ma dalla curiosità verso un’umanità che ha costruito il suo modo di vivere all’incrocio fra India e Tibet, fra pianura e Himalaya, fra mondi che altrove siamo abituati a pensare separati.

1. RITORNARE

L’aereo lascia Istanbul e nella notte attraversa lentamente un pezzo d’Asia. Passo sopra Baku, Kabul, Lahore, Islamabad. Dall’alto distinguo una grande moschea completamente illuminata, isolata nel buio. Le città appaiono e scompaiono sotto di me come costellazioni sparse sulla terra; grappoli di luci, strade, piccoli nuclei luminosi separati da immense zone nere.

A questa altezza tutto perde consistenza. Kabul, Lahore, Islamabad sono nomi che conosco, luoghi reali, abitati da milioni di persone, ma visti dal finestrino sembrano appartenere a un sogno. Le luci sospese nell’oscurità, così lontane e silenziose, paiono irreali.

Kathmandu. Uscito dall’aeroporto, il primo impatto è quello di una città che sembra essere stata costruita per accumulazione. Edifici di mattoni e cemento, strutture incompiute, insegne, piccoli negozi aperti sulla strada e soprattutto incredibili grovigli di fili elettrici che attraversano le vie, si annodano sui pali, scendono ad altezza d’uomo. Una specie di ragnatela tecnologica stesa sopra la città.

Non ho trovato, almeno oggi, il traffico apocalittico, le vacche in mezzo alla strada e il concerto ininterrotto di clacson che appartengono ai ricordi che avevo di Kathmandu. Forse la città è cambiata, forse semplicemente la sto vedendo in un altro momento. La cosa che mi interessa di più ora è l’umanità che occupa le strade. Persone sedute davanti alle botteghe, piccoli commerci, motorini, bambini, uomini e donne che vanno e vengono, odori e rumori che cambiano a ogni angolo.

Rivedo Kathmandu dopo tredici anni. Nel 2013 transitai da qui diretto in Tibet, in un momento nel quale il mio sguardo sulle cose era inevitabilmente diverso. La città mi passò davanti attraverso una specie di velo, presente e lontana nello stesso tempo. Non ero ancora riuscito a lasciare ciò che avevo appena vissuto. Ricordo che faticai a vedere il rito della cremazione dei defunti.

Oggi cerco di capire con sguardo più vigile e soprattutto più completo, dopo tanti viaggi fatti in questa parte di mondo. La Valle di Kathmandu è storicamente il mondo dei Newar, con la propria lingua, il Nepal Bhasa; il nepalese è invece la lingua comune e ufficiale del Paese. Sulle colline e sulle montagne che circondano la valle è forte la presenza dei Tamang, popolazione di lingua tibeto-birmana, già proiettata culturalmente verso il mondo himalayano e tibetano. Realtà che vedrò in modo più completo quest’anno. Il Mustang, per quanto sia definito il ‘vero Tibet’, è pur sempre in Nepal.

Oggi comincio da Swayambhunath, sulla collina a ovest della città. Lo chiamano anche Tempio delle Scimmie, ma è soprattutto uno dei luoghi buddhisti più antichi della Valle. Gli enormi occhi sopra lo stupa guardano in tutte le direzioni. Non tanto occhi che “osservano”, quanto l’immagine di una conoscenza che vede oltre le apparenze. Odore di incensi bruciati, ceri di burro di yak, fiori.

È il primo vero incontro del viaggio con ciò che mi incuriosisce maggiormente del Nepal; religioni differenti che non sembrano semplicemente convivere una accanto all’altra, ma continuamente toccarsi, sovrapporsi e condividere luoghi, divinità, gesti. E io che volevo restare a Padova quest’anno… bisogna davvero costringersi a uscire dai propri gusci.

Poi scendo nella vecchia Kathmandu, nella Durbar Square, il cuore storico della città. Qui si concentrano palazzi, cortili e templi della città dei Malla, in uno strano intreccio tra hinduismo e buddhismo che è una delle caratteristiche principali della Valle.

Rivedo la casa della Kumari, la Dea Vivente, una bambina scelta secondo una complessa tradizione religiosa e considerata manifestazione della dea Taleju. L’attuale Kumari avrà tre anni, forse quattro. Si affaccia alla finestra davanti al piccolo gruppo di persone in attesa. Sta masticando qualcosa, e solo per miracolo qualcuno riesce a impedirle di sputarlo giù. È una scena che mi lascia spiazzato. Da una parte c’è la devozione di chi la guarda e la venera; dall’altra c’è una bambina piccolissima che si comporta esattamente come una bambina piccolissima. È evidente che tutto questo appartiene a un’idea del sacro molto lontana dalla mia e che faccio fatica a comprendere fino in fondo.

Mi viene spontaneo chiedermi che cosa possa capire lei stessa del ruolo che le è stato assegnato, di quegli sguardi, di quell’attesa, di quella venerazione.

Poco distante si trova Hanuman Dhoka, l’antico palazzo reale dei Malla, che prende il nome dalla statua di Hanuman posta presso l’ingresso, il dio-scimmia del Ramayana, simbolo di forza, fedeltà e devozione.

Asan. Una piazza-cortile nel cuore della città vecchia, ancora oggi piena di bancarelle e negozi di spezie. Un tempo qui arrivavano dalle valli circostanti per vendere e comprare. E ritiro quanto detto questa mattina sul traffico. Adesso ci sto camminando dentro. È davvero caotico. Quasi nessun marciapiede, moto e macchine ovunque, clacson, persone che si infilano negli spazi lasciati liberi per pochi secondi. Un dedalo di strade e stradine nel quale è impossibile capire chi abbia la precedenza. Però mi piace, probabilmente perché finalmente non sto più guardando Kathmandu dall’esterno, ci sono finalmente dentro. La città comincia a mostrarsi nella sua misura reale, confusa, rumorosa, viva. Finalmente la vedo. E poco alla volta comincio a conoscerla. Più di quanto avessi visto e capito nel 2013.

Guardando Kathmandu penso anche a quanto questo paese sia stato costretto, negli ultimi anni, a ricominciare più volte da zero. Il terremoto del 2015, poi il Covid, ora le conseguenze di una crisi lontana, nello stretto di Hormuz. Per un paese fragile e così dipendente dal turismo, ogni crisi che avviene altrove sembra trovare un modo per arrivare fin qui.

La crisi dello Stretto di Hormuz, apparentemente così lontana, ha assunto in Nepal un volto molto concreto. Quello delle moltissime persone emigrate nei Paesi del Golfo per lavorare e mantenere le famiglie rimaste a casa. Ora alcuni devono o vogliono rientrare, ma i voli sono diventati pochi e costosissimi. E soprattutto rimane la domanda più difficile, ossia tornare, per fare cosa? Il lavoro che li aveva portati lontano non è facile trovarlo qui.

2. LA STRADA VERSO NORD

Questa mattina parto per Pokhara sotto una leggera pioggia. È lunedì e in città si vede subito più traffico rispetto a ieri. Uscito lentamente dal caos di Kathmandu, comincio a salire sulle colline. Il verde è lussureggiante, eccessivo; sono circondato da foreste e solo di tanto in tanto la vegetazione lascia spazio a qualche coltivazione. Ogni altura ha il suo passo, si sale, si scollina, si scende, per poi ricominciare. Si passa così da una valle all’altra, da una collina all’altra, oggi in parte nascoste dalle nuvole basse. Tra le infinite forme di vegetazione riconosco anche le piante sensitive, quelle che chiudono le foglie appena le si sfiora con un dito. E poi ci sono gli insetti. Alcuni emettono un suono continuo, acutissimo, simile a un allarme. Pensavo che le cicale potessero essere insistenti, ma questo rumore è talmente costante da diventare davvero fastidioso. Lungo la strada passano file di bambine e bambini con la divisa della scuola, school bus gialli, Tata coloratissimi, piccoli chioschi più o meno fatiscenti, officine improvvisate. Nonostante tutto, una generale sensazione di rilassatezza. Penso a noi occidentali, figli dell’Illuminismo.

Abbiamo acquisito conoscenza, imparato a osservare, classificare, dominare molte delle forze che ci circondano; forse nel farlo abbiamo anche perso qualcosa della percezione di essere parte della natura e non qualcosa che le sta sopra o al di fuori. Il buddhismo, almeno quando lo considero come pensiero e come modo di guardare all’esistenza, mi pare offrire strumenti diversi. Forse più vicini all’idea di interdipendenza, alla consapevolezza che ciò che siamo non può essere separato da ciò che ci circonda.

Lungo la strada che costeggia il Trishuli incontro gruppi di pellegrini. L’umanità qui è colore e movimento.

Dietro (ma in realtà dire “dietro” è sbagliato) c’è una vegetazione imponente, continua, che non è affatto uno sfondo. Mi viene da immaginare che dica a questa umanità colorata e in movimento “siamo in simbiosi; vi do uno spazio nel quale abitare, vi nutro, ma rispettatemi”. Per lunghi tratti gli spazi sono ancora poco antropizzati, qualche casa sparsa, una strada sospesa sopra il fiume e poco altro. La Prithvi Highway è asfaltata e, eccetto qualche tratto dissestato, abbastanza scorrevole. In direzione di Damauli inizia persino un lungo tratto a doppia corsia per senso di marcia fino a Pokhara.

Nei pressi di Bimalgadar attraverso il Marsyangdi, grande fiume montano che nasce molto più a nord, nella regione di Manang, ai piedi dell’Annapurna, e che poco più avanti confluisce nel Trishuli.

Superata Damauli, nei pressi del ponte sul Madi, la strada si restringe per poco, poi torna nuovamente ampia e comoda. E senza accorgermene entro nel traffico di Pokhara. Qui ritrovo immediatamente una delle caratteristiche della guida nepalese. Nell’induismo è abbastanza comune affidare il proprio mezzo anche alla protezione divina; immagini sacre, simboli e piccoli altari accompagnano automobili, autobus e camion. Il ricorso alla prudenza umana pare invece considerato un optional. Ogni spazio disponibile deve essere occupato. Macchine, autobus e moto moltiplicano le file; se tra due mezzi rimangono cinquanta centimetri, evidentemente quello spazio può contenere almeno un motorino. Se ne rimangono settanta, forse due. Einstein aveva ragione, lo spazio-tempo è relativo. Qui però sembra esserlo soprattutto lo spazio. Si dilata misteriosamente e permette a questi mezzi manovre che dove vivo io sarebbero fisicamente impossibili. Evidentemente da noi lo spazio è un po’ più stretto.

In albergo penso ai colori. Gli abiti delle donne, intensi, accostati senza alcuna timidezza, aumentano di luminosità in mezzo alla polvere e al grigio della strada. È una cosa che continuo a notare, qui l’umanità oppone colore a tutto ciò che tende a scolorire il paesaggio.

In riva al lago Phewa assisto all’Aarati, il rituale hindu dell’offerta della luce. Tre brahmani officiano contemporaneamente davanti al lago. Sollevano grandi lampade a più fiamme e le fanno ruotare secondo una sequenza precisa di gesti, mentre viene recitato un mantra in sanscrito. Il fuoco diventa esso stesso offerta, luce rivolta alla divinità e alla fine restituita alle persone raccolte intorno.

Non comprendo né le parole, né il significato dei gesti, ma questa distanza non mi disturba. Rimango a guardare il movimento delle fiamme sullo sfondo scuro del lago, il fumo, le mani, i suoni, la gente che danza. È un linguaggio antichissimo che non capisco e che non ha bisogno di essere tradotto.

In momenti come questo penso inevitabilmente al nostro bisogno di spiegare, distinguere, razionalizzare, e a questo diverso modo di stare dentro le cose, di stare al mondo. Non credo che uno debba escludere l’altro. Viaggio anche per questo, per capire, osservare, gustare le piccole cose, come mi ero ripromesso camminando nel parco sotto casa. Sulla riva del lago guardo queste persone raccolte attorno al fuoco e penso a quanto sia importante ogni tanto uscire dalla sola dimensione del pensiero. Si può leggere, studiare, diventare grandi filosofi, ma il contatto con la natura resta fondamentale. Camminare in montagna, sentire il freddo, la fatica, il vento, il terreno sotto i piedi, ascoltare l’acqua o il silenzio. Sono esperienze elementari, ma per questo ci riportano a una parte di noi che il pensiero da solo non riesce a raggiungere. È anche questo che cerco nei viaggi. Vedere luoghi nuovi, e sentire di nuovo il mondo.

Questa mattina lascio Pokhara e comincia il lungo percorso in jeep verso nord, lungo la Pokhara Baglung Highway, in direzione del Mustang. Le due cime, Annapurna II (7937 m.) e IV (7525 m.), si stagliano davanti a me.

Letteralmente un muro bianco. Da rimanere senza fiato tanta è la bellezza di queste montagne, enormi, imperiali. Pokhara sembra un grande formicaio, io avanzo come una piccola formica. Supero una dorsale e poco alla volta la città scompare. Restano le coltivazioni, i piccoli insediamenti. E le immense pareti. Non ho mai visto nulla di simile, non per altezza ma per estensione.

Scendo verso la valle del Modi Khola da dove partono alcuni dei sentieri che salgono verso il campo base dell’Annapurna, poi proseguo per Maldhunga. Da qui il viaggio cambia progressivamente carattere. Entro nella valle del Kali Gandaki, il fiume che sarà il mio riferimento per molto tempo e che mi condurrà verso il Mustang.

Lungo il viaggio ci sono corsi d’acqua, piccole cascatelle, tutto scende a fianco della strada, lungo i canali ai lati; quando la jeep si ferma, il suono dell’acqua è sempre presente.

La strada, Maldhunga – Beni Road, che poi diventa Beni – Jomsom Road, segue il corso del Kali Gandaki, tra pareti sempre più alte, torrenti, cascate, piccoli villaggi. Le cascate sono tante, l’acqua scende copiosa dalle alte cime e rende rigogliosa la valle tagliata dal fiume.

Poco prima di Pokharebagar la strada si fa più accidentata. Per alcuni tratti torna sterrata e sono in corso lavori di manutenzione e ampliamento. Le pareti della valle sono instabili; ho spesso  l’impressione che qualche frana abbia già cancellato parte del lavoro fatto.

Mi viene in mente Sisifo. Qui costruire una strada significa accettare un lavoro che non finisce mai. Si scava, si consolida, si allarga, si ricostruisce. Poi arriva la pioggia, la montagna cede, il fiume erode e si ricomincia. È paradossale il tentativo di rendere stabile un percorso dentro un paesaggio che stabile (purtroppo) non è. Chissà se questa strada troverà mai pace.

Continuo a risalire la valle. Oggi voglio osservare le montagne, e anche ciò che accade ai loro piedi. Le case, le persone, le coltivazioni, il modo in cui la vita riesce a trovare spazio dentro una geografia così imponente. Le abitazioni trasmettono spesso un senso di precarietà, come fossero costruite per adattarsi al luogo più che per imporsi su di esso. Anche i ponti sospesi che compaiono di tanto in tanto appartengono alla stessa logica. Uniscono i due lati della valle con leggerezza, senza modificarla più del necessario.

La cascata di Rupse scende con forza e irrompe nel paesaggio. Poco più in basso avevo incrociato un uomo anziano, un po’ curvo, con il berretto nepalese, un bastone e i piedi scalzi. Saliva lungo la strada con passo lento ma deciso e sicuro. Ho pensato che forse sarebbe andato a prendere un tè o un caffè in uno dei tanti piccoli chioschi che ci sono lungo il percorso. Mi fermo una decina di minuti ad osservare la cascata, poi riprendo la strada. Poco dopo lo incontro di nuovo. Ha continuato a salire. Tenace, penso.

Poi mi accorgo che sto ancora guardando le cose con le mie abitudini. Da queste parti si cammina perché è così che si va da un luogo all’altro. E quell’uomo non stava andando a passare il tempo in un chiosco. Stava andando da qualche parte; o magari è un pellegrino.

La mia meta è Kalopani, ai piedi del Dhaulagiri, che al momento è coperto dalle nuvole. Ma ho la sensazione che oggi sia importante soprattutto la strada, questo lento ingresso tra le montagne, lungo il Kali Gandaki.

Comincia un altro Nepal.

3. DOVE IL NEPAL SFUMA NEL TIBET

Kalopani ha già qualcosa del Tibet. Rivedo le costruzioni basse, più raccolte, una diversa disposizione degli spazi, e insieme rimane ancora forte il mondo nepalese. È come se il paesaggio e le persone cominciassero lentamente a cambiare lingua senza che ci sia un vero confine.

Anche i volti lo raccontano. Tratti nepalesi e tibetani si mescolano, così come gli abiti, le case, i gesti. Non c’è un momento preciso nel quale si possa dire che un mondo finisca e ne inizi un altro. Tutto sfuma lentamente verso il Tibet. È questo che rende interessante la risalita verso il Mustang. Non si entra in un altro mondo attraversando una porta. Ci si accorge, chilometro dopo chilometro, che qualcosa sta cambiando.

Il mondo tibetano e buddhista lo incontrai per la prima volta nel 2013, durante il viaggio in Tibet. Allora ne sapevo poco. Sapevo poco dell’Asia in generale e soprattutto non sapevo ancora bene che cosa stessi cercando.

Quel viaggio arrivò in un momento particolare della mia vita, dopo una perdita importante. I luoghi che attraversavo e ciò che portavo dentro finirono per sovrapporsi. Il Tibet fu scoperta, ma anche un’esperienza molto personale. Guardavo monasteri, montagne, altipiani e persone attraverso uno sguardo occupato da emozioni che appartenevano soltanto a me. Per questo, ripensandoci oggi, faccio fatica a separare ciò che vidi da ciò che provavo. Però fu un inizio. Da quel viaggio nacque una curiosità che negli anni mi avrebbe riportato molte volte verso est, in Asia e in Asia Centrale. Paesaggi, religioni, popoli, lingue, confini. Ogni viaggio aggiunse qualcosa.

Questo viaggio in Nepal per me è speciale esattamente per questo. Comincia dove quello del 2013 era terminato. Non lo ripete. Lo continua.

Sono passati tredici anni e ora arrivo qui con più esperienze, più conoscenze e anche con uno sguardo meno occupato da me stesso.

Riconosco cose che allora avevo soltanto intravisto. Comprendo meglio alcuni gesti, alcune immagini, il rapporto con il sacro, la vicinanza tra le persone e la natura. Questo viaggio non corregge quello del 2013 e non gli toglie nulla. Gli dà continuità, lo mette a fuoco.

Mi sveglio presto e con grande stupore vedo che oggi il cielo è limpido. Sulla mia sinistra osservo il Dhaulagiri e il Tukuche; più a sud, le cime dell’Annapurna.

Riparto da Kalopani e continuo a seguire il Kali Gandaki verso nord. Il fiume è diventato più di un riferimento geografico. È il filo del viaggio, la strada che conduce verso il Mustang. La valle corre tra due masse enormi, il Dhaulagiri e l’Annapurna. È difficile rendersi conto delle dimensioni. Due montagne di oltre ottomila metri ai lati di una valle che per secoli è stata una via di passaggio tra l’India e il Tibet. Oggi la percorro in jeep, ma provo a immaginare carovane, merci, uomini e animali che per generazioni hanno seguito lo stesso corridoio.

Visito Tukuche, un piccolo gioiello. Un villaggio di impronta tibetana con case in pietra e parti in legno finemente intagliate. La vita scorre tranquilla e io cammino incredulo davanti a tanta bellezza. Qui il rapporto tra uomo e natura sembra trovare un equilibrio perfetto. Il villaggio è raccolto tra montagne altissime, alcune bianche di neve, con gli ottomila che emergono enormi sopra tutto il resto. Le porte di legno, quando sono aperte, lasciano intravedere piccoli mondi domestici. Cortili interni, stanze, oggetti della vita quotidiana. Oggi la luce del sole entra fin dentro questi spazi e li rende ancora più belli. Tukuche è anche terra di mele. Gli alberi da frutto compaiono nel villaggio e nei dintorni e con le mele si produce persino un distillato locale. Quelle essiccate, invece, oggi sono un toccasana. Le mangio lentamente e con grande soddisfazione. Poco dopo raggiungo Marpha, villaggio abitato in grande maggioranza da Thakali.

È più conosciuto e un po’ più abituato alla presenza dei viaggiatori, nei limiti di quanto possa esserlo un luogo come questo. Qualche piccolo albergo, qualche negozio, nulla di più. Rimane un vero villaggio himalayano, fatto di pietra, vicoli stretti e vita quotidiana. Da qui parte anche uno dei percorsi verso il campo base del Dhaulagiri. Intanto il paesaggio cambia. La vegetazione è meno fitta, il terreno più asciutto, i colori più ‘rocciosi’. Tutto comincia ad assomigliare sempre di più al Tibet. Poco dopo raggiungo Jomsom. Il verde non scompare improvvisamente. Si ritira poco alla volta, diventa più rado, lascia sempre più spazio alla pietra, alla polvere, alle montagne.

Ma è Syāng la vera sorpresa della giornata. Un villaggio vissuto, poco frequentato, autentico. Ed è qui che ho improvvisamente una sensazione molto netta.

Qui inizia il viaggio. Qui mi sento finalmente completamente dentro ciò che ero venuto a cercare. Sono felice di essere qui.

Pietre bianche, bandiere tibetane, montagne bianche. Vento, sole, silenzio. Sono quasi a tremila metri, ma intorno le montagne di sei, sette, ottomila metri sono talmente grandi da modificare completamente la percezione dello spazio. Non fanno da sfondo. Sovrastano il villaggio e lo contengono. Syāng è quasi vuoto. Molti sono fuori a lavorare, nei campi o con gli animali. Qualche anziano rimane seduto davanti alla propria casa.

Non accade quasi nulla. Cammino lentamente. Non ho fretta di arrivare da nessuna parte. Assaporo ogni minuto di questo pomeriggio, ogni angolo, ogni muro, ogni sguardo. Poi mi allontano dal villaggio. La strada sale sopra il corso del fiume e poco alla volta anche le ultime case rimangono indietro. Dall’alto, il silenzio.

Leggo che nel letto del Kali Gandaki si possono trovare fossili provenienti dall’antica Tetide. Mi piace pensare che dove ora si innalzano alcune delle montagne più alte del mondo ci sia stato un mare. La geologia possiede tempi davanti ai quali la nostra vita diventa minuscola.

Poi Kagbeni. Il rosso del monastero, i campi verdi, le montagne intorno. Kagbeni è un villaggio un po’ storto. Alcune case paiono inclinate, altre appoggiate l’una all’altra, tenute in piedi da un equilibrio che appare precario e invece, evidentemente, resiste da molto tempo. Muri irregolari, pietre, legno, vicoli che non seguono alcuna geometria precisa.

È questa imperfezione a renderlo affascinante. Le case si sono adattate al vento, alla terra, alle necessità di chi le abita. Un equilibrio certamente un po’ storto, ma perfettamente suo. Un villaggio costruito sotto una parete verticale pronta a sgretolarsi in ogni momento; costruito sulle sponde del fiume, che tre anni fa ha esondato.

Sono alle Porte del Mustang. Anche il nome pare già introdurre un altro mondo. Mon Thang, la piana dei Mon, gli abitanti della frontiera. È esattamente una frontiera quella che sto attraversando. Non una linea sulla carta. Una lenta trasformazione di paesaggi, case, volti, colori.

Da Kagbeni salgo verso Jarkot e poi verso Muktinath. L’altitudine aumenta rapidamente e la valle si apre sotto di me. Il Dhaulagiri rimane una presenza enorme, mentre compare il Nilgiri.

Il paesaggio è impressionante. Alte montagne, pareti che assomigliano a  canne d’organo, striature rosse, cime bianche, vento, vegetazione sempre più rada. Ma è soprattutto il movimento della terra a impressionarmi. Ho visto altri paesaggi immensi, raramente così mossi, piegati, contorti. Da quassù è possibile immaginare la collisione tra la placca indiana e quella eurasiatica, le forze titaniche che hanno sollevato l’Himalaya. La terra si incrina, si ripiega, si spezza, si corruga e sale. Milioni di anni di movimenti diventano ciò che vedo davanti a me.

Jarkot, a circa 3500 metri, è aggrappato alla roccia, con il monastero affacciato sulla valle del Kali Gandaki. Ancora un villaggio tibetano, vero, vissuto. Tutto attorno alberi di mele. Entro nel monastero e torno in questi luoghi del silenzio. Profumo d’incenso, porpora, arancione, giallo, verde. Affreschi e Buddha, legno e stoffe, conchiglie e piccole campane per le cerimonie.

Osservo le persone. Negli occhi delle bambine vedo la gioia, la curiosità, in quelli delle donne anziane mi sembra di leggere tutta la vita passata.

E se fossi nato qui? Una considerazione banale, ma che nei viaggi torna spesso. Bastava nascere qualche migliaio di chilometri più a est e tutto ciò che considero normale sarebbe stato diverso. Gli sguardi mi sembrano sereni. Noi abbiamo infinitamente di più ma spesso non basta. Vogliamo altro, poi ancora altro, senza sapere bene verso dove stiamo andando. Non voglio costruire facili idealizzazioni della povertà o di una vita che conosco appena. Posso soltanto osservare ciò che vedo.

Nell’aria c’è profumo di erbe, di artemisia.

Ma oggi mi interessa soprattutto Muktinath, uno dei grandi luoghi sacri dell’Himalaya sia per gli hindu sia per i buddhisti.

Ritorna qualcosa che avevo cominciato a osservare a Kathmandu. Noi siamo abituati a delimitare, definire, distinguere. Qui due tradizioni religiose differenti possono riconoscere la sacralità dello stesso luogo senza che l’una debba necessariamente cancellare l’altra. Incenso, preghiere, acqua, fuoco. I pellegrini passano sotto le 108 bocche dalle quali scende l’acqua gelida per le abluzioni rituali; poco distante brucia la fiamma di Jwala Mai (che oggi però è spenta). Terra, acqua, fuoco, aria e spazio. Elementi che qui acquistano un significato religioso prima ancora che simbolico. Io osservo con rispetto. La salita si sente. Sono quasi a 3800 metri. C’è chi arriva a piedi, chi a cavallo, chi si fa aiutare. Anche questo mi fa pensare al rapporto tra fatica, pellegrinaggio e sofferenza, ma appartengo troppo poco a questo mondo per stabilire quale sia il modo giusto di raggiungere un luogo sacro.

Prendo con me un piccolo rametto delle erbe aromatiche che vengono bruciate insieme all’incenso.

Più sotto, Ranipauwa accoglie pellegrini, abitanti e viaggiatori. È inevitabilmente più attrezzata e frequentata dei piccoli villaggi attraversati nei giorni precedenti. Muktinath non ha la dimensione appartata che ho trovato altrove. È un luogo verso il quale si viene appositamente.

Torno verso Kagbeni e poi continuo verso nord. È qui che entro davvero nell’Upper Mustang.

Tangbe compare sopra il Kali Gandaki come un intreccio di vicoli e case bianche bordate di rosso. Chorten, campane e mulini di preghiera segnano l’ingresso nei villaggi. I mantra sono scolpiti nella pietra. Qui il sacro è distribuito nello spazio, lungo i percorsi, sulle soglie dei villaggi. Non si trova solo dentro un monastero.

Mi spiegano che questi segni rossi attorno alle porte hanno anche il compito di proteggere il villaggio e tenere lontane le presenze negative. È un modo di organizzare simbolicamente lo spazio. Sarebbe riduttivo vederli come semplici decorazioni.

Tangbe è pietra nella pietra. Ghiaia, calanchi, alberi di mele. Il villaggio occupa un promontorio sopra il fiume e i resti di un’antica fortificazione raccontano un’epoca nella quale da qui passavano le vie commerciali tra Tibet e India. Tutto intorno lo spazio torna enorme. Primordiale. Le case sono piccolissime dentro una geografia che non concede nulla alla misura umana. In uno spazio comune alcuni abitanti tirano con l’arco. Li osservo per un po’. Chissà, forse anche questa è una pratica antica del Mustang, ancora capace di raccogliere le persone attorno a un gesto condiviso. Il senso di comunità.

A Chhusang la vita si raccoglie tra il fiume e i campi coltivati. Alloggio al Bhrikuti guest house. Sull’altra riva incombe una parete arancione.

Comincio ad avere la sensazione di essermi allontanato davvero. Da Kathmandu e da Pokhara. Ma anche da molte delle forme attraverso le quali sono abituato a leggere il paesaggio. Sono stordito da tanta immensità.

A pranzo o a cena finisco quasi sempre per scegliere gli stessi piatti. Thukpa (più su, verso Lo Manthang, una versione più tradizionale si chiama Thenthuk), una zuppa calda e sostanziosa con pasta, carne, verdure e uova. Momo, piccoli ravioli che ormai fanno parte della quotidianità del viaggio. E poi il Thakali khana, con riso, lenticchie, verdure, e piccole preparazioni servite tutte insieme. È un cibo semplice, senza troppe elaborazioni, ma decisamente gustoso.

E poi una birra. Una Gorkha, oppure una Barahsinghe, entrambe nepalesi. Mi piace anche questo del viaggio. Dopo qualche giorno alcuni sapori hanno smesso di essere una curiosità e sono diventati familiari. Il thukpa fumante, i momo, il riso del Thakali khana, una birra fredda alla fine della giornata. Piccole nuove abitudini.

Oggi a colazione mangio di gusto un porridge di tsampa e mele. Mi adeguo anche alle colazioni del luogo.

Da Chhusang ricomincia la salita.

In poco tempo raggiungo Tsaile, che sulle mappe trovo scritto anche Chele o Tsele. Il villaggio è circondato da pareti rossastre e grandi rocce attraversate da profonde fenditure.

Anche Tsaile mi dà subito un’impressione di autenticità. Pietra, cortili, qualche animale, piccole costruzioni addossate le une alle altre. Sono appena le otto del mattino ma quasi tutti sono già usciti per lavorare. C’è anche una piccola scuola inserita tra le case e i cortili, con un terrazzo che si apre sulla valle. Tutto è essenziale, rurale, primordiale. Cammino piano e ritorna una sensazione che provo spesso in questi villaggi. Mi sembra di entrare in casa d’altri. Non c’è una separazione netta tra ciò che appartiene alla strada e ciò che appartiene alla vita privata. Passo vicino agli animali, alle porte aperte, agli oggetti della quotidianità. Io attraverso questi spazi e in alcuni casi saluto con un Namaste le persone che incontro.

Da qui lascio il Kali Gandaki e il paesaggio cambia ancora. La valle si fa più secca, le pareti più nude, la pietra prende sempre più spazio. È come se ogni villaggio segnasse un piccolo passaggio verso un mondo sempre più tibetano. O semplicemente sempre più ai confini del mondo.

Il paesaggio continua a sorprendermi più di quanto sia accaduto in molti altri viaggi. Forse sono i contrasti. Pareti aride, rocce rosse, terra erosa dal vento, spazi enormi e quasi completamente privi della presenza dell’uomo.

Poi improvvisamente appare il villaggio di Samar. Il verde dei campi coltivati interrompe la pietra. Nell’aria sento profumo d’incenso.

Mi fermo. Assaporo un buon caffè caldo e riempio gli occhi di questi spazi.

La strada sterrata è ben tenuta. Ha piovuto questa notte, quindi non si alza molta polvere. Ogni tanto ci sono pozzanghere, più o meno grandi. La strada è tagliata sui fianchi delle montagne e sale curva dopo curva, come un lungo serpente appoggiato a pareti scoscese. Visto dall’alto pare un enorme canyon. Anzi, una successione di canyon, uno dietro l’altro, costone dopo costone.

Raggiungo lo Yamda La, a circa 3.860 metri. L’altitudine entra ormai definitivamente nel viaggio. Ci sono arrivato lentamente, giorno dopo giorno, e per ora il mio corpo la accetta senza particolari problemi.

Qui le montagne non vengono attraversate. Non ci sono tunnel. Bisogna assecondarle. Per raggiungere un passo si sale, poi si perde quota, si costeggia una parete e si ricomincia a salire verso il passo successivo.

La strada prosegue a lungo dentro la pietra. Poi compaiono nuovamente dei campi, qualche albero e infine Ghiling.

Sembra un’oasi.

Un piccolo mondo rurale incastonato tra le rocce. L’isolamento è tale che per qualche momento il resto del mondo sembra davvero essere altrove. Guardo campi e animali e immagino una vita ancora fondata in larga misura sulla coltivazione e sulla pastorizia. Forse il mio sguardo semplifica una realtà certamente più complessa, ma la sensazione immediata è quella di un mondo capace, almeno in parte, di bastare a se stesso. Poi arriva il Nyi La. Questa volta sì, supero i quattromila metri. Il passo è intorno ai 4.010. Verso nord il Tibet; all’orizzonte compare un’altra vastità.

Per qualche minuto ho davvero l’impressione di osservare il mondo dall’alto.

In primo piano, pareti che assomigliano a canne d’organo, pinnacoli modellati dall’erosione, forme che nessuna architettura potrebbe inventare. Sotto di me, Ghiling.

E mi viene spontaneo pensare che una parte della natura umana debba essere volta al desiderio di muoversi, andare oltre, cercare. Altrimenti come sarebbero potuti nascere villaggi e monasteri in un angolo di mondo tanto remoto? Proseguo e arrivo a Ghami, probabilmente il villaggio più rurale che abbia incontrato fino a oggi. Le case tradizionali conservano ancora una divisione funzionale molto antica, con gli spazi per gli animali e le attività agricole nella parte inferiore e quelli destinati alla vita delle persone sopra. È una soluzione che appartiene a molte architetture rurali di montagna, adattata qui a un clima particolarmente duro.

Mi raccontano anche dello jhator, il funerale celeste, la pratica nella quale il corpo del defunto viene restituito agli avvoltoi.

Una tradizione tibetana documentata anche nell’Upper Mustang e oggi molto meno comune. Qualcosa che appartiene a un modo di pensare il corpo, la morte e la natura molto lontano dal mio. In mezzo alle case c’è l’antico monastero di Ghami. Non è separato dal villaggio, ne costituisce semplicemente un’altra parte. La presenza religiosa e quella quotidiana coincidono.

Entro.

Profumo d’incenso. Colori, legno, stoffe, ombra.

Una quindicina di persone lavorano insieme. Sistemano centinaia di fogli con preghiere e mantra. Alcuni vengono trattati con una soluzione gialla che, mi spiegano, contiene zafferano. Il giallo ha un valore sacro e il trattamento aiuta anche a conservare la carta. I fogli vengono lasciati asciugare all’aperto, poi raccolti e arrotolati all’interno del monastero uno per uno.

Rimango a guardarli. Nessuno pare avere fretta e tuttavia tutti lavorano. Poco fuori dal villaggio entro nella scuola. È uno dei momenti più belli della giornata.

Ci sono bambini piccolissimi, tre o quattro anni, e ragazzi di dodici o tredici. Disegni colorati sulle pareti, immagini di maglie dei grandi calciatori del mondo. Sorrisi, saluti, curiosità reciproca.

Sui muri leggo frasi da imparare a memoria.

Hard work today means success tomorrow.
Smile because it’s contagious.
Fall seven times, stand up eight.
Nothing is impossible. The word itself says “I’m possible”.

In una bacheca sono appesi gli elenchi degli alunni con il villaggio di provenienza. A occhio saranno una quarantina.

Penso a quanto sia strano ritrovare qui, in mezzo a uno dei paesaggi più remoti che abbia mai attraversato, le stesse aspirazioni che potrebbero essere appese alle pareti di una scuola dall’altra parte del mondo.

Poi Dhakmar.

Una grande parete rossa, quasi una scogliera innalzata in mezzo alla terra. Sotto pascolano pecore, cavalli e bovini. Rosso, verde, azzurro.

Le grotte di queste montagne hanno avuto nei secoli funzioni diverse. Alcune sono state utilizzate anche come luoghi di meditazione e questa tradizione continua a far parte dell’immaginario religioso del Mustang. Guardo quelle aperture nella roccia e penso agli eremiti che scelsero di ritirarsi qui. Secondo la mia misura delle cose, letteralmente fuori dal mondo.

Proseguo lungo una strada che corre in direzione del Mui La, su un percorso alternativo. Definirla panoramica mi sembra ridicolo.

Davanti a me si sovrappongono strati su strati di montagne. Creste, pinnacoli, pareti, catene di colori diversi. Molto più lontano, sopra le nuvole, emergono le grandi cime di sette e ottomila metri.

La vastità è assoluta.

Non c’è praticamente presenza umana. Ogni curva modifica completamente ciò che ho davanti. Appena penso di avere compreso la forma del paesaggio, il paesaggio cambia.

Non ho mai visto nulla di simile.

Più avanti raggiungo Lo Gekar, o Ghar Gompa, a poco meno di quattromila metri, in una valle isolata sopra Marang. La tradizione lo considera il più antico monastero buddhista del Mustang e ne fa risalire la fondazione all’VIII secolo; lo lega a Padmasambhava, Guru Rinpoche, la grande figura alla quale viene attribuita una parte decisiva della diffusione del buddhismo tantrico in Tibet.

Padmasambhava continua a tenere insieme luoghi che oggi appartengono a paesi diversi. La tradizione lo fa provenire da Oḍḍiyāna, identificata con la valle dello Swat nell’attuale Pakistan, e lo vuole poi in Tibet alla corte del re Trisong Detsen nell’VIII secolo.

Tradizioni, figure e racconti attraversano confini che sono molto più recenti di loro.

Mi spiegano che al monastero fa riferimento una comunità di circa sessanta monaci e che la loro presenza qui è organizzata secondo avvicendamenti periodici.

L’uomo qui non domina il paesaggio. Ha trovato un punto nel quale inserirsi.

Entro e ritrovo immediatamente la magia dei monasteri tibetani. Le piccole fiamme, il profumo, i Buddha, gli affreschi, il legno consumato. Fuori, il silenzio e l’immensità.

Un pensiero per Lucia.

Rimango qualche minuto a osservare le luci.

Ripenso anche ad alcune parole che sto incontrando in questi giorni. Lama, Rinpoche, bodhisattva, Buddha. All’inizio tendevo a disporle in ordine, come fossero gradi successivi di una stessa gerarchia. Non è così. Lama indica un maestro spirituale; Rinpoche è un titolo onorifico, spesso riservato a maestri particolarmente venerati o a reincarnazioni riconosciute. Il bodhisattva è invece colui che percorre la via verso la piena illuminazione per il bene degli esseri senzienti; Buddha indica il pieno risveglio.

Oggi penso molto alla differenza nel nostro modo di lasciare un segno nello spazio. Noi spesso costruiamo per affermare una presenza. Qui molti segni sembrano piuttosto ricordare all’uomo che è lui ad attraversare qualcosa di decisamente più grande.

Riprendo la strada.

Arrivo infine a Tsarang, circondata dai campi. Sopra il villaggio emergono il vecchio palazzo-fortezza e il grande monastero. Tsarang fu uno dei centri importanti dell’antico Regno di Lo e le sue architetture religiose e politiche conservano ancora la memoria di quel passato.

Mi colpisce la sproporzione tra la piccola dimensione del villaggio e la monumentalità degli edifici che lo dominano.

Continuo però a guardare soprattutto il resto. Le case, gli animali, le persone. Gli alberi di mele. I piccoli appezzamenti coltivati dentro una terra che pare voler tornare continuamente pietra.

Più salgo e più mi appare evidente quanto sia poco lo spazio che l’uomo riesce a ritagliarsi dentro questo paesaggio.

Penso al viaggio fatto da Kathmandu fino a qui. Sulla carta è una linea, una successione di nomi, chilometri e altitudini. Ma ciò che separa quei luoghi è impossibile da immaginare senza averlo attraversato. Colline coperte di foreste, fiumi, vallate, strade scavate nella montagna, frane, villaggi, passi sempre più alti. Poi il verde che lentamente si ritira, la terra che diventa pietra, le pareti rosse, i grandi spazi del Mustang. È la trasformazione a impressionarmi. Non c’è un punto preciso nel quale un mondo finisce e ne comincia un altro. Tutto cambia poco alla volta, curva dopo curva, valle dopo valle, passo dopo passo. E proprio perché l’ho percorso lentamente riesco a percepire la distanza reale tra Kathmandu e questo luogo.

Guardando una carta non avrei potuto capirlo. Neppure una fotografia sarebbe bastata. Ci sono distanze che esistono davvero soltanto dopo averle percorse.

Nel 2013 arrivai in questo mondo per la prima volta e cercai soprattutto qualcosa dentro di me. Tredici anni dopo ci ritorno dall’altro versante dell’Himalaya. Allora il Tibet terminò scendendo verso il Nepal; oggi il Nepal, poco alla volta, si trasforma nuovamente in Tibet. Percorro al contrario il percorso di quel viaggio, ma non sono tornato nello stesso luogo. Allora mescolavo inevitabilmente ciò che vedevo con ciò che stavo vivendo. Montagne, monasteri, silenzio e lutto appartengono allo stesso ricordo e ormai non saprei più separarli. Fu l’inizio. Molte cose che allora potevo soltanto intuire hanno continuato ad accompagnarmi nei viaggi degli anni successivi.

Oggi guardo diversamente. Non cerco più tanto una risposta nei luoghi. Cerco di lasciarli parlare, di capire qualcosa della vita che contengono, delle persone, della natura, di questo modo diverso di abitare il mondo. E alcune domande sono rimaste esattamente le stesse.

È vero, questo viaggio non riprende semplicemente quello del 2013. Gli dà una seconda metà. Allora stavo imparando a partire.

4. IL REGNO DI LO

A Tsarang visito il grande monastero antico, rosso, che domina il villaggio insieme al vecchio palazzo-fortezza. Continua a colpirmi questa sproporzione tra la piccola dimensione del paese e la monumentalità degli edifici religiosi. Il monastero tuttavia non è separato. Campi, case, animali e preghiere appartengono allo stesso spazio.

All’interno del monastero ci sono immagini e pitture che appartengono al mondo della tradizione Sakya, quella che domina buona parte della storia religiosa dell’antico Regno di Lo.

Cerco anche di mettere un po’ di ordine nelle molte cose che mi vengono raccontate sul buddhismo. Non è semplice e mi accorgo di quanto sia facile sovrapporre categorie diverse. Il buddhismo tibetano appartiene al grande universo Mahayana e Vajrayana e si articola principalmente nelle tradizioni Nyingma, Kagyu, Sakya e Gelug. Quest’ultima è la scuola del Dalai Lama. Milarepa, nome che ritorna spesso, è uno dei grandi maestri e poeti della tradizione Kagyu.

Anche la vita religiosa è meno semplice di quanto appaia a uno sguardo esterno. Monaco, lama, maestro non sono necessariamente la stessa cosa. Chi prende pienamente i voti monastici sceglie il celibato, anche nel buddhismo tibetano; esistono però maestri e lama che non sono monaci e possono avere una famiglia.

Dentro il monastero ritrovo ormai un’atmosfera familiare. Poca luce, profumo d’incenso, legno, stoffe, colori intensi, pitture antiche. Tra le più importanti ci sono quelle del Buddha della Medicina e del suo mandala.

Poi esco e tutto si apre.

Il panorama attorno a Tsarang è immenso. Oggi il sole attraversa le nuvole e illumina soltanto alcune montagne, pinnacoli, spuntoni di arenaria chiarissima, il torrente sul fondo. Continuo a notare come molti monasteri sorgano in luoghi nei quali il paesaggio già predispone al silenzio.

Poco distante raggiungo a piedi la Lekshey Choeling Nunnery. Attraverso il villaggio e i campi di grano saraceno in fiore. Macchie rosa dentro una terra quasi completamente rocciosa.

Parlo con un ragazzo che mi racconta di essere nato e cresciuto qui. Quando arriva l’inverno, dice, per circa tre mesi bisogna scendere. Lui è stato anche in India per studiare; altri vanno a Kathmandu o Pokhara. La difficoltà non è soltanto lasciare il Mustang. Bisogna pagare un affitto, mangiare, vivere per mesi in città e tutte queste spese rimangono a loro carico. Gli chiedo dove preferisca stare. Non ha dubbi. Mustang. Kathmandu, dice, è troppo inquinata. Lo ascolto e penso a quanto siano differenti le nostre vite. Due esseri così diversi, ci incontriamo ai confini del mondo, per qualche minuto.

Il nuovo monastero delle monache è stato inaugurato nel 2023, ma la presenza monastica femminile a Tsarang è molto più antica. Il monastero vecchio, consumato dal tempo, e quello nuovo stanno a poca distanza. Non mi sembrano due mondi diversi. Sono due momenti dello stesso mondo che continua.

Lascio Tsarang e continuo verso nord.

Il paesaggio diventa ancora più desertico, vasto, essenziale. Non completamente privo di vita. In questo periodo dell’anno rimangono chiazze verdi, piccoli cespugli, macchie di vegetazione che sono ancora più evidenti proprio perché circondate dalla pietra.

Oggi ci sono nuvole, ma il sole riesce spesso ad attraversarle.

Salgo verso il Lo La, poco sotto i quattromila metri. La presenza umana diminuisce nuovamente. Vedo soltanto qualche edificio dell’esercito nepalese, anch’esso mimetizzato nei colori della terra. Il passo è intorno ai 3.950 metri. Poi supero la dorsale. E appare Lo Manthang. Dopo ore trascorse dentro un territorio quasi vuoto, improvvisamente vedo una città raccolta nella pianura. Edifici bianchi, monasteri rossi, mura. Dietro ancora colline e montagne che continuano fino al Tibet.

Sono contento di essere arrivato fin qui lentamente. Arrivare a Lo Manthang in pochi minuti avrebbe cancellato qualcosa. Sono stati i fiumi, le frane, le strade dissestate, le ore di jeep, gli uomini incontrati lungo il cammino, i villaggi diventati poco alla volta sempre più tibetani, la vegetazione che si ritira e l’altitudine che sale ad avere costruito questo arrivo.

Ora sono nel luogo che per giorni è stato soltanto un nome sulle mappe. Oltre quelle montagne c’è il Tibet. Sono in estasi. Lo Manthang resterà per me il luogo della pietra bianca. Mi torna alla mente Sarhad-e-Broghil nel Corridoio del Wakhan. La sensazione è simile. Anche lì ero arrivato in fondo a una valle, vicino a un confine, dentro una geografia che dava l’impressione di terminare. Luoghi di frontiera. Luoghi lontani dal mondo. Luoghi nei quali, almeno idealmente, sarebbe bello perdersi.

Passeggio per le strade di Lo Manthang e mi sento contemporaneamente estraneo e parte di ciò che osservo. Metto nelle cuffie i miei nuovi brani. Cammino.

Guardo. E mi sento vivo. Le strade sono tranquille, quasi vuote. L’atmosfera è sospesa e pacifica. Poi nella piazza qualcosa cambia. Si respira già l’aria dello Yartung, il festival dei cavalli che in questi giorni riunisce la comunità e che culminerà con corse, incontri e celebrazioni.

La gente è seduta attorno ai tavoli, qualcuno gioca a carte. Assomiglia quasi a una nostra sagra di paese, trasportata a quattromila metri e alla fine del Mustang. Musica tibetana, sorrisi, conversazioni. Ormai anche i volti sono quelli del mondo tibetano che cercavo da giorni.

Entro anch’io nella festa. Assaggio dolci di pasta fritta, piccoli rotoli, salsicce e tè al latte. Il viaggio smette per qualche ora di essere qualcosa che osservo. Ne faccio un poco parte anch’io.

La festa è accanto al Choyode Gonpa, uno dei principali monasteri attivi di Lo Manthang e legato alla tradizione Sakya. Al monastero è collegata anche una scuola monastica. Il Monastic Museum di Choyode, sempre nella piazza, è particolarmente interessante. È stato creato nel 2008 per raccogliere e preservare oggetti provenienti dal monastero e da altri luoghi dell’Upper Mustang. Tra le altre cose conserva le maschere utilizzate dai monaci nelle danze rituali, testi buddhisti e Bon, oggetti della vita tradizionale e altri manufatti religiosi. A Lo Manthang non sto vedendo soltanto un mondo antico conservato. È un mondo che continua a vivere. Il festival, i monasteri ancora attivi, la scuola, le monache, i bambini, il museo nato per preservare ciò che rischia di scomparire. Non una reliquia del Tibet, ma una cultura ancora viva, per quanto fragile.

Oggi mi dirigo verso Chosar, ormai a poca distanza dal confine con il Tibet. C’è un po’ di foschia e qualche nuvola bassa. La strada attraversa un ampio altopiano. Un sottilissimo strato di vegetazione semplicemente appoggiato sopra una base di pietra. Più in alto ci sono dei ghiacciai. Attraverso un fiume il cui letto racconta la violenza dell’acqua. In qualche momento deve essere scesa dall’alto con forza. Ora rimane soltanto un grande greto asciutto, coperto di pietre chiarissime. Un letto bianco. Gli insediamenti diventano sempre più sporadici. Piccoli villaggi, qualche tenda, poi nulla, mentre ci si avvicina alla zona del Korala, il passo di frontiera con il Tibet. Qui vedo il piccolo monastero di Lo Garphu, o Lo Garphuk.

Una monaca ne è la custode. Anche questo è un monastero fuori dal mondo, isolato in mezzo alla pietra. Poco più lontano c’è Lo Nyphu, costruito contro la parete rocciosa, quasi dentro di essa. Guardo queste costruzioni e penso semplicemente «che lavoro». Oggi arrivarci è relativamente facile (relativamente). Ma penso al tempo necessario per scavare nella pietra, creare grotte, stanze, luoghi nei quali abitare e pregare. In questa zona si trovano anche le grotte-abitazioni di Ritseling e più avanti quelle di Jhong. Per secoli questa valle fu attraversata da una delle grandi vie commerciali verso Lhasa, quella che Giuseppe Tucci descrisse come percorsa «da pellegrini e apostoli, banditi e invasori». Le rovine delle fortezze sparse lungo il percorso lo ricordano ancora. Due capre nere si arrampicano sulle rocce vicino al monastero. Nell’aria sento profumo di mentuccia. Sono dettagli minuscoli, ma bastano a riportare tutto a una dimensione montana e rurale. La sala del monastero è piccola e bassa, una semplice stanza. Pavimento di legno, pareti affrescate, poca luce. È un luogo raccolto, semplice, modesto. Sono questi i monasteri che preferisco. Luoghi a misura d’uomo, che non sembrano costruiti per celebrare la propria grandezza. Mi fermo un po’ in questo luogo accogliente.

Poco più in là ci sono le grotte di Jhong scavate su più livelli nella parete. Guardo ciò che mi circonda e penso che qui la sensazione di essere entrato in un mondo ancora integro sia più forte che nei villaggi attraversati nei giorni precedenti. Fuori dalle grotte si apre un corollario di pinnacoli, rocce rosse, canyon. Poco distante alcuni bambini giocano nel cortile del monastero. La presenza umana è soltanto accennata. Una parte piccolissima del tutto. Che pace. Pulizia della mente. Mi fermo in una guest house pittoresca. Una tisana calda allo zenzero, miele e limone è un piccolo toccasana a questa altitudine. Poi cammino tra Ghom e Dhuk.

È una delle passeggiate più belle di questi giorni. I due piccoli insediamenti appartengono a questa parte estrema del Mustang, nel territorio di Chosar (C.A.M.C.). Aquile nel cielo. Sullo sfondo, grotte-abitazioni. Case bianche, come bianco è il letto del fiume. Tetti tibetani sotto le rocce, piccoli orti, resti di fortezze. Poi ancora grotte, una delle quali oggi è diventata una guest house. Sotto le rovine di una fortificazione rimane un antico stupa. E il silenzio. Cammino e continuo a chiedermi come farò a portarmi dentro tutto questo. Qui antico e presente convivono senza che io riesca a capire dove finisca l’uno e cominci l’altro. Secoli diversi occupano contemporaneamente lo stesso spazio. E anche ciò che appartiene al presente, ai miei occhi, conserva un aspetto ancestrale. Era questo che volevo vedere. Un mondo non uniformato. Non necessariamente immobile e certamente non fuori dalla storia, ma ancora capace di parlare una lingua propria. È questa commistione a sembrarmi irreale. Più che un paesaggio, il prodotto di un sogno. Sulla strada del ritorno verso Lo Manthang le nuvole finalmente si aprono. E allora compaiono le montagne. Bianche, come grandi scogliere. Poi rosse, striate, piegate. Ai loro piedi il verde dei campi e il rosa dei fiori del grano saraceno. Guardo ancora. Sì, forse sto sognando.

Però quello che oggi mi appare come uno spazio remoto è stato in realtà per molto tempo un corridoio. Guardo il Mustang e vedo una periferia estrema, quasi la fine del mondo. Ma dipende solo da dove si guarda. Se il centro era il Tibet, o se si viaggiava tra l’altopiano tibetano e l’India, queste vallate erano una strada. Le grotte nella roccia rendono ancora più evidente la profondità del tempo. Generazioni diverse hanno abitato, pregato, attraversato questi luoghi lasciando tracce spesso minime. Mi accorgo che anche la mia carta geografica sta cambiando centro.

Mi fermo quattro notti a Lo Manthang e, dopo tanti giorni nei quali ogni mattina fino a ieri significava ripartire, comincio a sentirmi a casa nell’albergo dove alloggio.

È una costruzione in stile tibetano, semplice e raccolta attorno a uno spazio interno che per certi versi mi ricorda le vecchie case a ringhiera. Al piano terra ci sono l’ingresso, alcuni divani, lo spazio dove preparano il caffè. Le stanze si distribuiscono al primo e al secondo piano, affacciate verso l’interno, e al primo piano c’è anche la sala da pranzo.

La famiglia dei proprietari vive qui. Ci sono bambini piccoli che compaiono e scompaiono tra le stanze, le scale, i divani. Dalla camera sento le loro voci, quelle degli adulti, qualche porta che si apre e si chiude. Anche la gestione del posto racconta bene quanto siamo lontani da tutto. Se si rompe un lavandino o una tubatura, bisogna trovare il modo di sistemarlo da soli. Gli artigiani specializzati dovrebbero arrivare da Pokhara, troppo lontana perché ogni piccolo problema possa essere risolto con una telefonata. Qui sapersela cavare è semplicemente necessario. Mi piace molto questo albergo esattamente per ciò che non ha. È essenziale, certamente con i suoi limiti, ma non mi manca nulla di importante. Anzi, si sta bene. E in un luogo così lontano da casa, per qualche giorno, anche questo è diventato un po’ casa.

Nel pomeriggio torno nella città, racchiusa dalle sue mura. La sua struttura conserva ancora qualcosa del suo passato medievale.

Più della storia mi interessa vedere come oggi questo spazio sia abitato. Porte, cortili, animali, persone che entrano ed escono dalle case, monaci, bambini. Non voglio idealizzare questo luogo come un mondo rimasto immobile.

Sarebbe probabilmente il modo più facile per non capirlo. Anche qui arrivano telefoni, mezzi, merci, turismo, desideri di una vita diversa. Però le trasformazioni sembrano sovrapporsi a strutture molto antiche invece di cancellarle completamente.

Entro nel Jampa Lhakhang, il tempio dedicato a Maitreya, il Buddha del futuro.

Dopo tanti piccoli monasteri incontrati nei villaggi, qui tutto acquista una dimensione diversa, più monumentale, da capitale. Il tempio appartiene al periodo di massimo splendore dell’antico Regno di Lo, con una grande statua di Maitreya in argilla dipinta. È come se l’intero tempio fosse stato costruito attorno alla sua presenza. Mi colpiscono ancora di più le pitture murali, dei mandala, antichi e complessi. Sono stati oggetto di un lungo lavoro di conservazione al quale ha partecipato per molti anni l’italiano Luigi Fieni, insieme a restauratori e artigiani locali. Un patrimonio che testimonia come questo mondo, pur così remoto, fosse inserito in una rete culturale vasta, legata al Tibet e alle grandi tradizioni artistiche dell’area himalayana.

Ma è soprattutto il significato di Maitreya a fermarmi. È il Buddha che deve ancora venire, colui che apparirà in futuro quando l’insegnamento di Shakyamuni sarà ormai scomparso.

Poco distante entro nel Thubchen Gonpa, altro grande tempio del XV secolo, con una vasta sala assembleare sopra e il monastero sotto con imponenti pitture murali. Anche qui il lavoro di restauro è impressionante. Per secoli il fumo delle lampade a burro, la polvere, l’umidità e il tempo avevano oscurato i colori. Oggi le pitture sono tornate in molti punti a una luminosità vicina a quella originaria.

Abituato agli affreschi scuriti dal fumo che ho visto in tanti monasteri, rimango attonito davanti a tanta bellezza.

Lo Manthang conserva davvero il carattere di una capitale religiosa e politica. Dopo giorni trascorsi in piccoli monasteri raccolti tra poche case, qui percepisco un’altra scala, un altro desiderio di rappresentazione.

Continuo a pensare a questa strana sovrapposizione tra tempo antico e futuro. Pietra, affreschi, legno, preghiere che si ripetono da secoli e, al centro, il Buddha che deve ancora arrivare.

Un mondo antichissimo che continua ad aspettare il futuro.

È un’intera giornata che vivo nella bellezza. Prima quella della natura, poi quella costruita dall’uomo.

E tutto questo accade in uno dei luoghi più remoti nei quali sia mai arrivato.

5. SONO STATI I CONFINI A PASSARGLI ATTORNO

Penso a ciò che il Mustang è stato per secoli. Come ho scritto, erano luoghi di passaggio, non erano luoghi fuori dal mondo. Le montagne erano difficili, ma si sapeva come attraversarle. Si conoscevano i passi, le stagioni, le distanze. Da qui passavano uomini, animali, merci, pellegrini. La difficoltà apparteneva semplicemente al viaggio. Oggi tutto sta cambiando molto rapidamente. Le strade arrivano quasi ovunque e il confine di Korala torna ad avere una funzione commerciale. In un certo senso il Mustang potrebbe tornare a essere ciò che era stato per secoli, un corridoio tra nord e sud. Solo che alle carovane si sostituiscono camion, jeep e automobili. E intanto si costruiscono alberghi, guest house, strutture per accogliere un turismo che qui rimane ancora relativamente contenuto. Mi chiedo per chi si costruisca e quale futuro si immagini. Si investe evidentemente su qualcosa che deve ancora arrivare. Ma quale Mustang arriverà insieme a quel futuro? Non credo sia giusto desiderare che tutto rimanga immobile soltanto perché io possa continuare a trovarlo autentico. Le persone che vivono qui hanno diritto alle strade, agli ospedali, al lavoro, alle comodità che desiderano. Un villaggio conservato perfettamente ma senza abitanti sarebbe soltanto un museo. Allo stesso tempo sento quanto sia fragile ciò che sto vedendo. Bastano una strada, molti alberghi, qualche migliaio di persone in più e un’economia costruita interamente attorno al turista perché poco alla volta cambi proprio ciò che il turista era venuto a cercare. Forse il Mustang corre due rischi opposti. Essere consumato da troppe persone oppure svuotarsi perché non ce ne sono abbastanza. La questione è capire come possa cambiare senza diventare uguale a tutto il resto, a ciò che conosco. Non si può impedire che cambi, questo no.

C’è un’altra riflessione che mi porto avanti da giorni. Più avanzo nell’Upper Mustang e più ho la sensazione di essere tornato in Tibet. Non solo per i monasteri, i chorten, le bandiere di preghiera o i volti delle persone. È qualcosa di più profondo. Il modo di costruire le case, il rapporto con il paesaggio, la lingua, il buddhismo, i colori, persino il modo nel quale i villaggi occupano questi spazi sembrano appartenere allo stesso mondo che avevo visto nel 2013. Mi chiedo quando il Mustang si sia separato dal Tibet. In realtà la domanda forse è sbagliata. Per secoli questa regione appartenne allo stesso grande spazio culturale tibetano. Dopo la dissoluzione dell’antico Impero tibetano nacquero regni e principati diversi con confini molto meno netti di quelli che oggi si tracciano sulle carte. Nel XIV secolo nacque il Regno di Lo, con Lo Manthang come capitale. Un regno autonomo ma profondamente tibetano per lingua, religione, arte e cultura. Solo alla fine del Settecento Lo entrò nell’orbita del Nepal dei Gorkha. Politicamente cominciò a guardare verso Kathmandu, ma culturalmente continuò a guardare verso nord. È questo che percepisco oggi. Il Mustang non è diventato improvvisamente nepalese e non ha smesso di essere tibetano. I confini politici sono cambiati molto più velocemente delle persone, delle lingue, delle preghiere, dei monasteri. Per secoli da queste vallate sono passate carovane dirette verso il Tibet. Merci, monaci, pellegrini, idee. Il confine che oggi separa Nepal e Cina è molto più recente del mondo che attraversa. Forse il Mustang non si è davvero staccato dal Tibet.

Sono stati i confini a passargli lentamente attorno. E questo spiega la strana sensazione che provo da giorni. Sono ancora in Nepal, eppure qualsiasi cosa mi dice continuamente che sono tornato in Tibet.

Profumo di incenso in albergo.

Oggi mi sposto verso la nuova Samjung a poca distanza da Lo Manthang, e poi provo a raggiungere il vecchio insediamento ormai abbandonato. Il nuovo villaggio è stato costruito più vicino a Lo Manthang, all’acqua e alle strade. Quello antico si trovava più in alto, in una valle dove progressivamente le sorgenti si sono prosciugate. Negli anni sono diminuite le nevicate e quando arriva la pioggia può arrivare tutta insieme con violenza. Alla fine vivere lassù è diventato troppo difficile e gli abitanti hanno dovuto trasferire il villaggio.

Oggi riesco a vedere con i miei occhi quanto sia fragile questo equilibrio. La strada sale in direzione del vecchio Samjung, ma durante la notte ha piovuto a lungo e il fondo è troppo scivoloso. Non posso proseguire. Qui è così. Non decide l’uomo. Decide la Natura. Torno verso Lo Manthang e raggiungo il Namgyal Gompa, isolato sopra la valle. In alto entro nel vecchio tempio dei protettori. Mi spiegano che l’accesso a questa piccola sala è riservato agli uomini.

È dedicata a Mahākāla, una delle grandi figure protettrici del buddhismo tibetano. L’ambiente è minuscolo, raccolto, buio. Profumo d’incenso, pareti scure, teschi bianchi dipinti, maschere appese ai pali. Dietro una tenda intravedo due piccole figure nere di Mahākāla.

È un luogo completamente diverso dai grandi templi di Lo Manthang. Non c’è monumentalità. C’è qualcosa di segreto, antico, inquietante. Poco distante visito la parte più nuova del monastero, più ampia e luminosa. Mi indicano centinaia di piccole immagini del Buddha, quasi a riempire le pareti, e al centro la figura di Śākyamuni. Namgyal appartiene storicamente alla tradizione Ngor della scuola Sakya, legata profondamente alla storia religiosa del Mustang. Poi entro nel museo. Ci sono oggetti che fino a qualche giorno fa non avrei saputo neppure nominare. I gyaling, lunghi strumenti a fiato simili a oboi, con l’estremità molto svasata. Piatti rituali, tamburi, oggetti utilizzati durante le cerimonie. E il gaṇḍī, uno strumento di legno che viene percosso e il cui suono scandisce alcuni momenti della vita del monastero.

Il museo conserva anche una parte dell’enorme patrimonio accumulato nei secoli. Statue, manoscritti, dipinti e oggetti rituali raccontano rapporti con Tibet, Kashmir, Valle di Kathmandu, Mongolia. Mi colpisce pensare che questo piccolo monastero sperduto tra le montagne sia stato per secoli inserito in una rete culturale tanto vasta. L’apertura dell’Upper Mustang agli stranieri nel 1992 ha portato anche nuovi problemi. Il valore commerciale delle opere buddhiste e il traffico di antichità hanno reso necessario proteggere meglio ciò che per secoli era semplicemente rimasto nei monasteri. Anche il museo nasce da questa necessità di conservare, mettere al sicuro e continuare a mostrare.

Tornando verso Lo Manthang mi fermo ancora a guardare. Le mura rosse. I campi rosa di grano saraceno. Le montagne tutt’attorno. Penso a che luogo meraviglioso sto attraversando e provo il desiderio di assorbire tutto quello che posso. Guardare meglio. Ricordare.

Ho già la certezza che questo viaggio occuperà uno spazio importante nella mia memoria.

Sono in Asia.

Sono a Oriente.

Sono in mezzo ad alcune delle montagne più alte del mondo.

Incredibilmente per qualche giorno questo luogo lontanissimo è diventato il luogo nel quale mi trovo semplicemente a vivere.

6. UNA COMUNITÀ CHE CELEBRA SÉ STESSA

Nel pomeriggio assisto alla partenza dei cavalieri dalla piazza di Lo Manthang.

È lo Yartung, una delle feste più importanti del Mustang, legata ai cavalli e alla fine dell’estate. Per qualche ora la città tranquilla dei giorni precedenti cambia volto.

I cavalieri si raccolgono nella piazza, poi lasciano insieme la città e salgono verso le colline. Li seguo fino a un grande pianoro dove sono state montate diverse tende. Qui la festa continua per gran parte della giornata.

In una delle tende c’è un membro della famiglia dell’ultimo re di Lo, circondato, credo, da parenti e conoscenti. Nelle altre sono raccolte intere famiglie. Si mangia, si beve, si parla.
In una tenda un uomo suona uno strumento tradizionale a corde, probabilmente un dranyen, il liuto del mondo tibetano. Gli altri cantano insieme. Poi qualcuno si alza e comincia a ballare.
La musica è semplice. Poche note, una melodia dolce che ritorna, le voci che si uniscono senza alcuna pretesa di esibizione.
Mi piace soprattutto questo.
Non ci sono musicisti da una parte e pubblico dall’altra. Non c’è qualcuno che intrattiene gli altri. La musica appartiene semplicemente alle persone che sono lì. Uno suona, gli altri cantano, qualcuno balla. Una canzone diventa un modo per stare insieme.

Penso alle feste di paese delle nostre montagne. Le distanze culturali sono enormi però ciò che vedo in qualche modo è sorprendentemente familiare.

Famiglie raccolte sotto una tenda, cibo, tè, carte, cavalli, musica, risate.

Sono quasi a quattromila metri, nel cuore dell’Upper Mustang, a poca distanza dal Tibet, eppure riconosco perfettamente quel gesto umano così elementare. Riunirsi. Mangiare. Cantare insieme.

Questa mattina mi sveglio davanti a un meraviglioso corollario di montagne completamente bianche. Nei giorni scorsi le nuvole le avevano quasi sempre nascoste. Ora i seimila e i settemila emergono nitidi tutt’attorno a Lo Manthang. Che panorama.

Oggi visito il Lo Kunphen Herbal Museum, all’interno del Lo-Kunphen Sorig Clinic, un centro dedicato alla medicina tradizionale tibetana. Il Lo Kunphen è nato a Lo Manthang per conservare e trasmettere la tradizione degli amchi, i medici tibetani che per secoli hanno rappresentato una parte fondamentale dell’assistenza sanitaria nelle regioni più remote dell’Himalaya.

Nel piccolo museo osservo i thangka medici, vere e proprie mappe del corpo, delle malattie, delle piante e dei rimedi. Poi entro nell’ambulatorio e finisco anch’io per sottopormi a una visita. Mi offrono tè al burro di yak nell’attesa. L’amchi prende i miei polsi tra le dita e rimane a lungo in ascolto. Nessuna macchina, nessun monitor. Il mio corpo viene interrogato attraverso il ritmo, la forza e le caratteristiche del mio battito. La lettura del polso è una delle forme diagnostiche fondamentali della medicina tibetana. Mi interessa soprattutto la distanza tra questo modo di interpretare il corpo e quello al quale sono abituato. Due sistemi diversi per cercare di comprendere la stessa cosa, l’uomo.
Entro poi nella scuola collegata al centro. Ci sono bambini piccoli e ragazzi che arrivano fino ai quindici anni circa. Il maestro di matematica è giovanissimo, ha ventidue anni. Gli studenti provengono da diversi villaggi e distretti della zona e vivono qui in collegio, con camere separate per ragazze e ragazzi, le lezioni, la quotidianità condivisa. D’inverno tutto cambia. Il freddo rende difficile continuare le attività quassù e la scuola si trasferisce a Pokhara dove gli studenti proseguono le lezioni durante i mesi più rigidi. Li osservo. Negli occhi c’è curiosità, forse anche stupore per la mia presenza. Il turismo da queste parti rimane limitato; nessuno sembra essersi completamente abituato al visitatore. Questo mondo mi pare ancora genuino.

Più tardi torno nel Thubchen Lhakhang, o Thubchen Gompa. Volevo rivederlo. Le sue pareti dipinte sono forse le più belle viste durante tutto il viaggio. Rimango a lungo in silenzio davanti alle grandi figure che occupano i muri. Osservo incantato. Non so se sia il luogo, la luce o semplicemente ciò che porto con me dopo questi giorni, ma queste pareti trasmettono una profonda sensazione di pace. Rientro anche nel Jampa Lhakhang. Voglio vedere ancora una volta i mandala dipinti sulle pareti. Cerco di riempirmi gli occhi. Ma a un certo punto ho la sensazione che sia troppo. Troppa bellezza, troppi colori, paesaggi, volti, monasteri, montagne, silenzi. Non si può trattenere tutto. Assorbo quello che posso di questo mondo. Il resto forse (spero) rimarrà da qualche parte dentro di me senza che io debba necessariamente ricordarlo.

Provo già nostalgia per ciò che sto vedendo e vivendo adesso. Torno al festival, sul grande pianoro, e da lì salgo ancora, verso i pascoli d’alta quota dove vivono gli yak, animali fatti per queste altezze, quasi gli unici abitanti di luoghi così immacolati (qui vivono pure i piccioni, e un po’ di magia si spegne…). Dall’alto rivedo il solito paesaggio del Mustang, montagne argillose e ferrose, una quantità sorprendente di colori e di forme, una scenografia naturale immensa dentro la quale si muovono soltanto pochi animali.

Poi ridiscendo verso il pianoro dove continua la festa. C’è un’atmosfera serena, raccolta, festosa. Si canta, si mangiano ancora i soliti dolci e tante altre prelibatezze; le famiglie stanno sotto le tende, indossano abiti tradizionali e consumano il loro cibo. Il sole illumina tutto e la festa si svolge su questo grande prato chiarissimo. I pochi occidentali si riconoscono subito, soprattutto per i vestiti tecnici, funzionali ma molto meno evocativi di quelli locali. I suoni sono pochi e bellissimi. Il canto, il nitrire dei cavalli, il vento. Nient’altro.

Mi chiedo come farò a lasciare questo posto. Mi torna in mente la festa che vidi a Sarhad-e-Broghil. Anche lì avevo provato la sensazione di essere osservatore di un mondo che non mi apparteneva e che per questo mi attirava ancora di più. Anche qui osservo un mondo antico che pare arrivare da molto lontano. E non posso fare a meno di domandarmi per quanto tempo ancora durerà. Cosa rimarrà di questo mondo. Cosa rimarrà di Lo Manthang. È anche questo a rendere tutto così intenso. La bellezza di ciò che vedo, e la sensazione che nulla di tutto questo sia garantito per sempre.

Vedo volti felici, partecipazione, persone che sentono ancora profondamente proprie queste tradizioni.

Non ho l’impressione di assistere a un evento preparato per chi arriva da fuori. È la loro festa, la loro musica, il loro modo di stare insieme. Ma non riesco a liberarmi da una sensazione di fragilità. Tutto mi sembra antico e vivo, ma appeso a un filo. Quanto durerà ancora così? Quanto riuscirà a trasformarsi senza perdere ciò che oggi lo rende così particolare? È un viaggio che rifarei. Lo penso già adesso, prima ancora di essere tornato a casa. Per questo mi domando che cosa ritroverei tornando tra dieci o vent’anni. Le stesse tende, i cavalli, le famiglie raccolte sul pianoro, i canti? Oppure qualcosa di simile nella forma ma diverso nella sostanza? Non so se il cambiamento sarà necessariamente peggiore. Sarebbe troppo facile, e anche ingiusto, pretendere che questo mondo rimanga immobile perché io possa ritrovarlo identico. Ma percepisco la sua fragilità. Le strade, il turismo, l’emigrazione dei giovani, nuove necessità e nuovi desideri entreranno inevitabilmente anche qui.
È perché mi piace così tanto questo luogo che la questione mi sta così a cuore. Non vorrei conservarlo sotto una campana di vetro. Vorrei soltanto che riuscisse a cambiare continuando a riconoscersi.

E la domanda che mi porto dietro è esattamente questa. Quanto può cambiare un luogo prima di smettere di essere sé stesso?

Penso anche al clima.
Il Mustang è sempre stato una terra arida, protetta dalle grandi montagne che trattengono gran parte delle piogge monsoniche. Si è costruito per secoli pensando soprattutto al freddo, alla neve, al vento e alla scarsità d’acqua.
Ora qualcosa sta cambiando. Piove in modo diverso. Meno neve durante l’inverno e in alcuni periodi piogge più intense e imprevedibili. Acqua che arriva tutta insieme, scende lungo le pareti, riempie torrenti normalmente quasi asciutti e può trasformarli in poche ore.
Anche le case raccontano questo cambiamento. I muri di terra cruda e i tetti piatti di fango sono perfettamente inseriti nel clima che li ha fatti nascere. Trattengono il calore, utilizzano materiali locali, appartengono completamente al paesaggio. Ma non sono stati pensati per sopportare giorni di pioggia insistente. L’acqua entra nei tetti, impregna i muri, scioglie lentamente ciò che il sole e il vento hanno mantenuto in piedi per generazioni. E allora compaiono lamiere, plastica, cemento, tetti diversi.
Non cambia soltanto il clima. Quando cambia il clima, poco alla volta cambia anche il modo di abitare. E insieme alle case rischia di cambiare l’aspetto stesso del Mustang.

Nel pomeriggio torno alla festa per assistere alla corsa dei cavalli dello Yartung. La gara si svolge lungo una delle strade sterrate di Lo Manthang. Poche persone della polizia locale cercano di tenerla libera e il loro problema principale è impedire a mucche e cani di entrare mentre arrivano i cavalli. Anche l’organizzazione della corsa ha un che di semplice, quasi domestico. Poco prima avevo passeggiato per il paese. Era quasi vuoto perché tutti sono alla festa. Il paesaggio continua a essere fuori da ogni immaginazione, ma in questo viaggio è soprattutto l’aspetto umano a colpirmi. Non capisco fino in fondo le regole della gara. Ma a parte questo mi incuriosisce questa umanità così diversa dai codici che conosco, e il modo nel quale una comunità intera si riconosce ancora in ciò che sta facendo. La corsa passa lungo la strada dove si trova l’ambulatorio dell’amchi. Vedo una madre entrare con il suo bambino. Di fronte c’è la scuola che ho visitato questa mattina. E improvvisamente provo uno strano senso di familiarità. Riconosco tra la folla anche il giovane maestro di matematica. Sono qui da pochi giorni e già comincio a riconoscere le persone e a sapere un po’ loro. La signora dell’albergo ieri era sul grande prato, in abito tradizionale, insieme ad altre donne. Il proprietario, parente della famiglia reale, ci aveva accompagnato il primo giorno a visitare il paese, e oggi partecipa alla corsa. Questa mattina nella sala d’ingresso dell’albergo dove preparano i caffè erano appoggiati il suo vestito tradizionale e quelli degli altri partecipanti. Piccole cose che improvvisamente collegano i luoghi alle persone. Non voglio idealizzare ciò che vedo. Non conosco abbastanza le loro vite per sapere quanto siano semplici o difficili, felici o infelici. Posso soltanto osservare. E oggi vedo partecipazione, sorrisi, famiglie riunite, persone che sentono profondamente propria questa festa. È una comunità che celebra sé stessa. Non ha nulla a che fare con un evento per turisti. È questo che mi colpisce. Per qualche giorno non sto soltanto attraversando Lo Manthang. Comincio a riconoscere le sue voci, le sue persone, le sue strade. E tra poco dovrò andarmene.

7. GUARDARE INDIETRO

Oggi comincia il viaggio di ritorno. Lascio lentamente il nord del Mustang e torno verso sud. La strada ripercorre luoghi che soltanto pochi giorni fa rappresentavano tappe di avvicinamento a Lo Manthang. Ora li riconosco.

In direzione di Ghami si apre un paesaggio che sembra dipinto con una tavolozza piena di colori, aperto, ampio, regale. Si vede la strada scendere come una serpentina. Tutti i colori della terra, ocra, giallo, marrone, porpora, e poi macchie di verde a rendere tutto più prezioso.

La strada prosegue e raggiungo Ghami.

Qui mi fermo davanti al grande muro Mani. È lungo circa trecento metri e formato da pietre sulle quali sono incisi mantra e preghiere buddhiste. È considerato uno dei grandi monumenti religiosi dell’Upper Mustang. Lo osservo nella sua semplicità. Pietra dopo pietra, parola dopo parola. Lascio qui una sciarpa bianca in ricordo di Lucia. In questo mondo, così legato alla terra.

Mi torna il pensiero avuto qualche giorno fa. Noi spesso lasciamo segni nel paesaggio per affermare che siamo passati di lì. Un muro Mani pare fare il contrario. Le pietre ripetono una preghiera e ricordano a chi passa che quel percorso appartiene a qualcosa di più grande di lui.

Poi ancora strada, passi, pareti erose, canyon. Il passo Nyi La, e poi Zaite, due case due, dove compro un berretto di pelliccia, per l’inverno.

A Ghiling torno nel monastero che non avevo visitato durante il viaggio verso nord. Poi riprendo la strada. Syangboche, lo Yamda La, il Bhena La e infine Samar. Ritrovo luoghi attraversati soltanto pochi giorni fa, ma la strada non è più esattamente la stessa. Le piogge degli ultimi giorni hanno lasciato il segno. Alcuni torrenti sono usciti dal loro letto, in diversi punti l’acqua ha trascinato pietre e terra sulla carreggiata. Piccoli cedimenti delle pareti rocciose hanno disseminato la strada di sassi.

Penso a quanto tutta questa bellezza possa presentare un conto molto salato. Le montagne, i canyon, le pareti scolpite dall’erosione che per giorni ho guardato incantato sono anche materia instabile. Quello stesso paesaggio che rende il Mustang così straordinario può cambiare in poche ore dopo una notte di pioggia. La strada mostra tutta la sua fragilità. È una sottile linea tracciata dall’uomo dentro un territorio che continua a muoversi, erodersi, cedere. La si costruisce, la si sistema, poi l’acqua scende e ricorda immediatamente quale delle due forze abbia davvero il controllo. Nel pomeriggio arrivo a Samar. Il verde del piccolo villaggio ricompare in mezzo alla pietra.

Quando ero passato per andare verso nord mi era apparso all’improvviso come una piccola oasi, con i campi verdi incastonati nella pietra e il profumo d’incenso nell’aria. Ora mi fermo qui per la notte.

Samar è uno di quei villaggi che acquistano senso per contrasto con ciò che li circonda. Dopo ore di terra asciutta, vento e pareti nude, poche case, e un appezzamento coltivato sono il segno della presenza dell’uomo dentro un paesaggio che concede pochissimo. Mi piace pernottare qui. Il viaggio verso nord aveva il senso dell’attesa. Ogni passo mi portava verso qualcosa che ancora non conoscevo. Ora percorro la stessa terra nella direzione opposta e succede una cosa diversa. I luoghi cominciano a contenere ricordi. Ghami ora è la scuola con i bambini, il monastero; ed è il muro Mani. Samar è il caffè caldo bevuto qualche giorno fa davanti a uno spazio immenso. Pernotto in un albergo con una finestra che si apre su quello spazio immenso, dove le mucche pascolano e il torrente scorre.

Oggi continuo a scendere verso sud. Il viaggio ripercorre luoghi già attraversati, ma il movimento contrario cambia completamente lo sguardo. All’andata tutto portava verso nord, verso Lo Manthang e il Tibet. Ora riconosco paesaggi, curve, villaggi e passi.

Campi di orzo, senape, grano saraceno. Pinnacoli su pinnacoli, montagne che si susseguono, strati su strati di roccia. Canyon, pareti verticali, precipizi, polvere. Roccia. Pietra. Ponti tibetani sospesi su altezze improbabili.

Aquile. Imponenza, grandiosità, vastità.

E poi, di nuovo, il Kali Gandaki.

Passo ancora da Chele e torno a Chhusang. Poco distante raggiungo Tangbe e Tetang, due piccoli villaggi inseriti dentro questo mondo di pietra, calanchi e campi coltivati. Dopo tanti giorni nel Mustang comincio a riconoscere il linguaggio di questi luoghi. Le case bianche, le porte in legno, gli alberi di mele, i chorten, piccoli appezzamenti verdi ricavati dentro una terra che vista da lontano sembrerebbe incapace di produrre qualcosa, eppure ogni villaggio ha una sua forma.

Tetang è appartata, nascosta nel paesaggio. Pare un presepe. Mi dicono che ormai ci abitano pochissime persone, soprattutto anziani, e la prima impressione è quella di un presepe abbandonato. Le nuove generazioni vivono altrove. Terrazzamenti costruiti sulla pietra, un’oasi tra i pinnacoli. Qui anche l’acqua è diventata un problema sempre più serio e capisco meglio quanto possa essere fragile la sopravvivenza di questi piccoli insediamenti.

Ritransito da Tangbe. Mi era rimasto impresso già all’andata, appoggiato sopra il Kali Gandaki, pietra nella pietra.

A Kagbeni mi fermo soltanto per un caffè, davanti a luoghi nei quali pochi giorni fa avevo ancora tutto l’Upper Mustang davanti a me. Poi proseguo verso Jomsom.

Lascio definitivamente l’Upper Mustang.

Mi accorgo che avviene il contrario di ciò che avevo percepito durante la salita. Giorni fa il Nepal pareva sfumare lentamente verso il Tibet. Ora è il Tibet a sfumare lentamente di nuovo nel Nepal.

Non esiste una linea precisa. Cambiano poco alla volta le case, i colori, la vegetazione, i volti. Ricompare qualcosa che avevo dimenticato. Più verde, più acqua, una diversa densità della presenza umana. Jomsom lo ricorderò come il paese del vento. E non è solo una mia impressione. Le correnti che risalgono la gola del Kali Gandaki diventano spesso tanto forti da rendere difficili i voli, che infatti vengono concentrati soprattutto nelle prime ore del mattino.

Per una mezz’ora mi fermo semplicemente a osservare la vita che scorre lungo la strada principale. Moto, automobili, cavalli, persone a piedi. Dopo i piccoli villaggi dell’Upper Mustang pare esserci moltissimo movimento.
Ma è un movimento tranquillo.

E ormai c’è davvero un po’ di nostalgia all’idea di lasciare tutto questo. Poco fuori Jomsom raggiungo il Dhumba Pokhari, il piccolo lago Dhumba che si trova sotto il massiccio del Nilgiri ed è alimentato dalle sue acque di fusione. Oggi però le nuvole coprono le montagne. Il Nilgiri è lassù, ma rimane nascosto.
Mi fermo comunque a guardare.
Poco distante c’è Thini, un antico villaggio della zona di Jomsom. Anche qui ritrovo quella dimensione genuina e rurale che continua ad attirarmi più delle città e dei luoghi costruiti per il turista. Case, animali, campi, persone che attraversano gli stessi spazi nei quali si svolge la vita quotidiana.

Thini appare decisamente più abitata e curata rispetto a Tetang. C’è la scuola e alcuni bambini sono all’ingresso. Sorridono.

Mi colpisce sempre quello sguardo curioso, immediato. Più tardi torno a Marpha. Mi fa piacere rivederla. Passeggio senza una meta precisa e osservo le bambine e i bambini che tornano a casa da scuola.
Mi fermo a guardare in particolare un fratello e una sorella. Sono vicino al negozio nel quale, circa una settimana fa, avevo comprato un sacchetto di mele secche. Poco più in alto c’è una casa, con qualche animale davanti.
Arriva prima lui. Poi lei, che percorre gli ultimi metri accennando un passo di danza.
Chissà come sarà la loro casa. Chissà come sarà la loro vita.

Lungo la strada incontro altri piccoli gruppi che tornano da scuola. A gruppi di due, di tre, amici che parlano mentre camminano. Succede esattamente come in qualsiasi altra parte del mondo. Cambia lo scenario. Cambiano le montagne, le case, la lingua. Non cambia l’importanza di avere qualcuno accanto mentre si torna da scuola.
Poco fuori Marpha raggiungo il Namgyaling Tibetan Settlement, o Tserok, nato per accogliere i rifugiati tibetani. Oggi abitano alcune decine di famiglie e il piccolo insediamento ha una propria scuola, una clinica e luoghi religiosi.
Camminandoci dentro provo però una sensazione diversa da quella avuta nei villaggi. Mi appare come un luogo molto raccolto su sé stesso, separato da ciò che lo circonda. So che esistono rapporti di lavoro e scambi con Marpha, ma a me, mentre lo attraverso, restituisce l’impressione di una comunità costruita innanzitutto per conservare sé stessa.
Nel cortile della scuola alcuni bambini giocano a calcio. Avranno otto, nove anni. Le squadre sono miste. Corrono, gridano, inseguono il pallone.
Penso che i bambini mettano felicità nei luoghi. Li osservo e nello stesso tempo ripenso ai giorni trascorsi a Lo Manthang, a Chosar, alle grotte, ai monasteri, ai cavalli, alle famiglie raccolte sotto le tende.
Sono passati pochissimi giorni, ma tutto già appartiene a un tempo più lontano.

La sera raggiungo Kalopani.
Il paesaggio cambia ancora. Ricompaiono più alberi, più verde, più acqua. Poco alla volta il Mustang roccioso e pietroso resta alle mie spalle.

Mi accorgo che la discesa non è soltanto una diminuzione di quota. Il mondo tibetano si ritira lentamente e ritorna il Nepal più verde, più umido, più popolato. E questa volta so esattamente ciò che sto lasciando. Probabilmente è per questo che guardo indietro più spesso.

Oggi continuo la discesa verso sud e mi fermo a Galeshwar, sulla riva del Kali Gandaki. Qui sorge il tempio di Galeshwar Mahadev, dedicato a Shiva. Dopo tanti giorni nei monasteri buddhisti del Mustang torno dentro il mondo hindu, a conferma di quanto tutto stia lentamente cambiando attorno a me. Anche il fiume è sempre lo stesso, il Kali Gandaki, ma ciò che lo accompagna cambia.
Il tempio sorge praticamente sulla sua riva, sopra una grande roccia considerata sacra. Pellegrini, offerte, immagini di Shiva, e una vegetazione ricca, rigogliosa. Il Mustang roccioso, silenzioso, tibetano è sempre più lontano.

Poi la strada, che da Kalopani a qui pareva assediata dall’acqua che scende dalle montagne, continua fino a Pokhara.

Dopo settimane di strade, passi, rocce, villaggi e altitudini, Pokhara mi dà una sensazione strana. C’è traffico, ci sono negozi, ristoranti, persone, un mondo molto più vicino a quello che conosco. Dietro al lago continuano a esserci quelle montagne…

Visito uno degli insediamenti dei rifugiati tibetani. Appena entro ritrovo un mondo che sento molto vicino a me. I colori, i volti, il buddhismo, i piccoli gesti. È qualcosa che riconosco e che mi piace. Con il mondo hindu continuo invece a fare più fatica. Lo osservo con curiosità e rispetto, ma rimane per me più difficile da comprendere, più lontano dal mio modo di sentire. Ma anche qui provo una sensazione contrastante. Pure questo insediamento tibetano mi appare raccolto, chiuso su sé stesso. Non so se sia davvero così nella vita quotidiana, ma mentre lo attraverso mi restituisce l’impressione di un piccolo mondo separato da ciò che lo circonda. La parola che mi viene spontanea è ghetto, anche se so che è una parola forte e ingiusta. Forse è semplicemente il risultato di una comunità che lontana dalla propria terra ha cercato di conservare lingua, religione, memoria e identità. È questo a colpirmi. Ritrovo qualcosa che sento familiare, ma percepisco anche tutta la fragilità di un mondo costretto a vivere altrove.

8. RITROVARE IL NEPAL

Questa mattina torno sul lago Phewa, questa volta in barca. Dopo tanti giorni trascorsi tra montagne, pietra e polvere, mi piace questo movimento lento sull’acqua. È un ambiente che accoglie un gran numero di farfalle.
Pokhara ha un ritmo davvero completamente diverso dal Mustang.
Raggiungo la piccola isola sulla quale sorge il Tal Barahi Temple. Il tempio occupa quasi interamente questo piccolo spazio verde in mezzo al lago. Arrivano continuamente barche con famiglie e fedeli, qualcuno porta offerte, qualcuno suona le campane, qualcuno è in preda all’estasi. Entro per qualche momento nel mondo hindu, mondo che continuo a osservare con curiosità pur sentendolo meno vicino rispetto a quello buddhista incontrato nelle settimane precedenti.

Più tardi salgo al Bindhyabasini Temple, uno dei templi hindu più antichi di Pokhara, nella parte vecchia della città. È dedicato a Bindhyabasini. Sorge su una piccola altura e normalmente da qui lo sguardo arriverebbe fino alle grandi montagne. Oggi le nuvole le nascondono completamente. Sono in un altro mondo. Me lo sono chiesto molte volte durante questo viaggio. E se fossi nato qui? Se fossi nato in questa valle, probabilmente tutto ciò che ora osservo con curiosità sarebbe semplicemente normale. Questi dèi, le offerte, le campane, l’incenso, i gesti davanti alle immagini sacre. Avrei imparato da bambino significati che oggi provo faticosamente a comprendere da adulto. Ed è una delle cose che il viaggio continua a ricordarmi. Molto di ciò che considero naturale, ovvio, persino razionale, dipende semplicemente dal luogo nel quale sono nato. Bastava nascere qui. E il mondo sarebbe stato un altro.

Nel primo pomeriggio raggiungo Bandipur. La prima impressione è nuovamente quella di un ulteriore cambiamento. Dopo i villaggi tibetani del Mustang incontro un mondo newari, con case tradizionali, facciate lavorate e strade lastricate. Anche Bandipur fu un luogo di passaggio. Per secoli da qui transitavano commerci tra le pianure dell’India e le montagne verso il Tibet. Poi la nuova strada lo lasciò ai margini e ciò che fu una perdita economica contribuì paradossalmente a conservarne l’aspetto.

Il paesaggio attorno a Bandipur è lussureggiante. Sono a circa mille metri di altitudine e tutto intorno è un profluvio di piante e alberi. Dopo la pietra, il vento e l’aridità del Mustang, questo verde è quasi eccessivo. La vegetazione ricopre i fianchi delle colline, invade gli spazi, accompagna le case. Il Nepal cambia di nuovo completamente volto nel giro di poche ore.

Mi piace questa continuità del viaggio. Anche quando ormai le grandi montagne cominciano a restare alle spalle, continuo a incontrare luoghi che raccontano movimento, commerci, incontri tra mondi diversi. Il Mustang sembrava lontanissimo dal resto. In realtà, come tanti luoghi di passaggio in Asia, era parte di una rete di strade e passaggi che per secoli ha unito invece di separare.

In questo luogo straripante di vegetazione, dove di notte si sente un concerto di grilli, cicale e rane, sento che il Mustang si sta allontanando. Non so ancora che cosa porterò con me. Probabilmente non le cose più spettacolari. Potrebbe essere l’uomo anziano che saliva scalzo lungo la strada. Una casa bassa. Il rumore del Kali Gandaki. Una bandiera mossa dal vento. Uno dei tanti cani che vagano nei villaggi. Mi ritorna in mente ciò che mi ero detto prima di partire. Viaggiare per osservare. Camminare. Gustare le piccole cose. Sentire di nuovo il mondo.

Oggi proseguo verso Kathmandu e lungo la strada mi fermo a Patan, o Lalitpur.

Dopo i giorni trascorsi tra Mustang, Pokhara e Bandipur, ritrovo nuovamente il mondo newari della Valle di Kathmandu. Patan conserva ancora molto chiaramente questa impronta. Case in mattoni, legno lavorato, cortili, templi hindu e monasteri buddhisti convivono dentro uno spazio urbano fitto, antico, costruito per sovrapposizioni.

La Durbar Square è il cuore della città antica. Qui si trovano il vecchio palazzo reale dei sovrani Malla, cortili, pagode e templi di stili diversi. È soprattutto nei dettagli che si percepisce la raffinatezza raggiunta dagli artigiani newari. Intagli nel legno, sculture in pietra e metallo, finestre, porte, colonne. Un lavoro paziente, ossessivo, che trasforma ogni superficie in qualcosa da osservare. Mi colpisce ritrovare anche qui quella compresenza tra hinduismo e buddhismo che avevo osservato fin dai primi giorni del viaggio. A Patan le due tradizioni non occupano semplicemente spazi vicini. Da secoli si influenzano, si sovrappongono, condividono parte della stessa città.

Nel museo del Palazzo Reale trovo un intero piano dedicato al buddhismo. Ritrovo Padmasambhava, Guru Rinpoche, l’uomo dell’VIII secolo che avevo seguito idealmente fino a Lo Gekar e che la tradizione considera una delle figure fondamentali nella diffusione del buddhismo tantrico in Tibet.
Poco più avanti c’è Maitreya, il Buddha che deve ancora venire. Lo avevo incontrato a Lo Manthang, enorme, nel Jampa Lhakhang, con il tempio costruito attorno alla sua presenza.
Poi i bodhisattva, esseri della compassione che rinunciano alla liberazione definitiva per aiutare gli altri a raggiungerla. Avalokiteshvara, Manjushri, Tara. Nomi e figure che ora riconosco, almeno un po’ di più. Il viaggio era cominciato a Kathmandu con la curiosità verso un mondo religioso che conoscevo solo in parte. È passato attraverso monasteri, villaggi tibetani, chorten, bandiere di preghiera, Guru Rinpoche, Maitreya, monaci e monache, fino ai confini del Tibet. Tutto questo ricompare dentro le sale di questo museo a Patan. Sono nomi, immagini e idee che hanno ormai dei luoghi, dei paesaggi; sono dei ricordi che porto con me.

Poi riprendo la strada.

Arrivo infine a Kathmandu.

Ritrovare la città dopo tutto ciò che ho visto nelle ultime settimane mi produce una sensazione strana. È lo stesso traffico, lo stesso intreccio di strade, gli stessi fili elettrici, la stessa umanità che avevo incontrato all’inizio.

Ma io non la guardo più nello stesso modo.

9. DOVE TUTTO ERA COMINCIATO

Oggi ritorno a Pashupatinath. Pashupati, il Signore degli esseri viventi, è una delle forme di Shiva. Il tempio sorge lungo il Bagmati e sulla sua riva ogni giorno si svolgono le cremazioni. E inevitabilmente ritorno al 2013. Allora ero arrivato qui pochi mesi dopo un lutto importante. Nel diario di quel viaggio scrivevo continuamente della nostra natura finita, della perdita e del bisogno ostinato di capire quale posto potessero avere religione, fede e consapevolezza davanti alla morte. Vedere i corpi bruciare davanti a me mi aveva disturbato profondamente. Forse non ero ancora in grado di osservare quella morte così esposta senza sovrapporre quello che accadde allora. Oggi la guardo in modo diverso.

Non direi che mi lascia indifferente. Anzi. Continuo a sentire difficile questa esposizione. Da noi la morte viene spesso nascosta, affidata a luoghi separati dalla vita quotidiana. Qui invece è davanti a tutti. Il fuoco, i familiari, il corpo, il fumo, il fiume. Dall’altra riva le persone passano, osservano, pregano. Mi chiedo se per me sia troppo. Ma è anche il mio modo di vivere la morte a farmela apparire così. Qui non viene allontanata dallo sguardo. Rimane dentro la città e dentro la vita. Non so quale dei due modi sia migliore. So soltanto che tredici anni fa non riuscivo a separare ciò che vedevo da ciò che avevo perduto. Oggi riesco almeno a fermarmi e osservare.

Poi torno a Boudhanath.

E con Boudhanath ritorna immediatamente il mondo tibetano. Lo stupa, gli occhi dipinti, i mantra, i mulini di preghiera, i monaci, le persone che percorrono la kora.

Dopo il viaggio nel Mustang, questo mi appare come un ritorno. Mi accorgo di quanto questo mondo mi sia più vicino. Non perché pensi di comprenderlo davvero, ma perché dopo tanti anni e tanti viaggi ne riconosco ormai alcuni gesti, immagini, silenzi.

Ci sono momenti, in viaggi come questo, nei quali percepisco con particolare chiarezza la nostra infinita fragilità. Basta osservare il mondo dall’alto, dal finestrino di un aereo. Città, strade, montagne, fiumi diventano forme minuscole. Anche noi torniamo alla nostra vera misura. Siamo una parte della Terra, non qualcosa che le sta sopra. Siamo suoi prodotti, materia della stessa materia. Poi attraverso paesi lontani dal mio e incontro popoli, culture, religioni e pensieri filosofici che da secoli cercano una risposta alle stesse domande. Perché siamo qui. Che cosa significa vivere. Che cosa accade quando moriamo. Come convivere con la sofferenza, con il tempo, con la perdita. Le risposte cambiano enormemente, ma le domande appartengono a tutti. In alcuni dei mondi che attraverso il rapporto tra uomini e animali è ancora strettissimo. Vivono negli stessi spazi, dipendono gli uni dagli altri, percorrono insieme le montagne. Mi chiedo che cosa davvero ci separi. Quanto sia grande quella distanza che noi abbiamo imparato a costruire tra l’uomo e tutto il resto della natura. Poi alzo gli occhi verso le montagne. Penso alle forze che le hanno create, alla collisione delle placche, alla roccia che si piega, si spezza e lentamente si solleva. Movimenti iniziati decine di milioni di anni fa e che continuano ancora oggi. Io li osservo per qualche giorno, per qualche ora. Per loro il mio tempo di vita non è nulla. La montagna continua a ricordarmi questo. Siamo fragili, temporanei, piccoli. Siamo dentro tutto questo. Non fuori.

Ripenso ai viaggi fatti negli ultimi tredici anni e mi accorgo che, senza averlo programmato davvero, ho continuato a muovermi attorno a una stessa enorme parte del mondo. Tibet, Ladakh, Himachal Pradesh, Karakorum, Hindu Kush, Pamir, Tien Shan, Xinjiang, Kirghizistan, Tajikistan, Afghanistan, Mongolia. Nomi che sulla carta appartengono a Stati diversi, culture diverse, religioni diverse. Ma attraversandoli ho spesso percepito qualcosa che li unisce.

Sono terre alte.

Terre di passi, altipiani, deserti, vallate e montagne enormi.

Luoghi nei quali per secoli uomini, merci, religioni e idee si sono mossi lungo percorsi che esistevano molto prima dei confini che oggi li dividono.

In tutti questi anni ho seguito lo stesso grande arco di montagne e terre alte osservandolo ogni volta da un versante diverso. Nel 2013 entrai in Tibet sapendo pochissimo dell’Asia. Da allora ho seguito quasi inconsapevolmente quelle montagne verso ovest, attraverso il Ladakh e il Karakorum, fino all’Hindu Kush e al Pamir; poi verso il Tien Shan, lo Xinjiang, le steppe della Mongolia. Ora il Mustang mi riporta nuovamente al punto di partenza, al mondo tibetano e all’Himalaya. Ma non sono tornato nello stesso luogo. In mezzo ci sono tutti gli altri viaggi. Comincio a capire che ciò che ho cercato non era un paese particolare.

Erano i margini del mondo, quei luoghi nei quali la presenza dell’uomo rimane ancora abbastanza piccola da permettere alla geografia e alla Natura di imporsi e nei quali culture differenti hanno imparato, spesso con fatica, ad abitare spazi enormi. All’inizio cercavo soprattutto il silenzio. Oggi mi accorgo che dentro quel silenzio ho finito per cercare anche l’uomo.

EPILOGO — FRAGILITÀ

Sono rientrato in Italia da poche ore e arriva ora una notizia che mi lascia senza parole. Nel 2013 attraversai il Nepal diretto in Tibet. Due anni dopo arrivò il terremoto che devastò Kathmandu e molte delle vallate che avevo percorso. Questa volta è bastato un giorno. Una piena impressionante al confine tra Tibet e Nepal innescata dal collasso di un ghiacciaio e di una grande massa di roccia.
Sono rientrato a casa e quella stessa parte di mondo che fino a poche ore prima era fatta per me di strade, fiumi, villaggi e volti è improvvisamente diventata un luogo di distruzione. Guardo le immagini dalla mia stanza e riconosco un fiume, una valle, il colore delle montagne, una strada simile a quelle percorse fino a pochi giorni fa.
È questo a fare più male.
Non sono più luoghi astratti su una carta geografica. Ho visto le persone che ci vivono. Ho incontrato i loro sguardi. Bambini nelle scuole, donne davanti alle case, uomini nei campi, famiglie raccolte sotto le tende durante una festa. Persone che hanno contribuito in misura infinitesimale al riscaldamento del pianeta e che si trovano però a vivere in uno dei territori nei quali le conseguenze possono essere più violente.
Mi torna continuamente in mente una sensazione che mi ha accompagnato durante tutto il viaggio.
La fragilità.
L’avevo sentita davanti alle montagne dell’Himalaya. Quelle rocce immense parevano eterne, ma sono giovani, instabili, ancora in movimento. Si piegano, si sollevano, si spezzano, franano. I ghiacciai arretrano. I fiumi scavano. Le pareti cedono.
Noi siamo fatti della stessa precarietà.
Dal finestrino dell’aereo avevo guardato il mondo dall’alto e avevo pensato quanto fossimo piccoli, animali tra gli altri animali, prodotti di questa Terra e non suoi proprietari. Per qualche tempo costruiamo una casa, una strada, un ponte. Diamo un nome a una valle. Tracciamo un confine. Pensiamo di avere reso stabile ciò che stabile non è.
Poi una montagna cede.
Un fiume si alza di metri in pochi minuti.
Una strada che il giorno prima collegava due città non esiste più.
Il pensiero che tutto questo accada in un Himalaya che il riscaldamento globale sta rendendo ancora più fragile e instabile è difficile da accettare. La responsabilità non è distribuita allo stesso modo. Certamente non sono quelle persone che ho visto nei villaggi del Nepal ad avere costruito il mondo industriale che ha prodotto la maggior parte delle emissioni.
Però sono anche loro a subirne le conseguenze.
Ho ancora davanti i loro volti.
È per questo che oggi provo soprattutto tristezza e impotenza. Durante il viaggio potevo guardare, ascoltare, cercare di capire. Ora sono comodamente a casa e vedo un disastro abbattersi su luoghi che soltanto ieri erano diventati per qualche settimana anche un po’ miei.
Questo viaggio mi ha fatto sentire piccolo molte volte. Oggi capisco ancora meglio che non era solo una sensazione davanti alla grandezza delle montagne.
Siamo davvero piccoli. Siamo fragili.

 

Ringrazio Stefano

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