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Monte Bianco

  • di

SENZA CONFINI
GLACIER DU GÉANT. Ghiaccio interminabile, silenzio senza fine
MONTE BIANCO, 2020

dedico questa esperienza a mia mamma
dedico queste riflessioni a mio papà, compagno di viaggio

Quest’anno non navigo tra i maestosi fronti glaciali della Groenlandia, non salgo sulle montagne himalayane. Quest’anno rimango all’interno dei confini del mio paese, con il desidero di spingermi oltre i confini entro i quali ho vissuto in questi mesi; per liberare lo sguardo, per regalargli quella visione, quella percezione del mondo che ho cercato di scorgere negli ultimi anni. Ascolto e leggo le notizie che si rincorrono in questi giorni. Sono notizie che descrivono l’attuale scioglimento dei ghiacciai. Il mio tragitto verso le pendici del Monte Bianco è accompagnato da un susseguirsi di frasi preoccupanti: “Ghiacciaio a rischio crollo”. Sono blocchi di parole che inducono a riflettere. “I ghiacciai si stanno sciogliendo”. E’ questo il pensiero ricorrente in queste prime ore di viaggio, riportato costantemente a galla dalle notizie che vengono ripetutamente trasmesse alla radio. Sono parole che in parte frenano il mio desiderio di libertà. Cerco di rimuovere i pensieri negativi o per lo meno di attenuarli, consapevole del fatto che ogni percorso di viaggio, o di vita, richieda sempre buon senso e prudenza. Sono qui perché desidero una nuova partenza, bramo vedere il bianco delle nevi immacolate di uno dei massicci più alti d’Europa. Mesi fa, chiuso in casa, immaginavo di sentire di nuovo la bora, le sue secche folate che puliscono l’aria, che portano l’odore di bosco e di mare; desidero farmi nuovamente investire da sensazioni forti, travolgenti. Spengo la radio per scansare questi pensieri ingombranti, e respiro. Respiro l’aria di luoghi che non conosco. La terra profuma; alzo le vele e via, inizia un nuovo viaggio.Sono un frequentatore delle Dolomiti e del Carso triestino, due zone di confine nelle quali mi sento a casa. Ne conosco le caratteristiche, le forme, i suoni. Proprio i suoni connotano un luogo. Sono abituato ad associare questi due luoghi a suoni secchi, duri, ma nei quali mi ritrovo. Lo sloveno e il tedesco sono due lingue che sono parte di questi ambienti, li definiscono. In Valle d’Aosta è il francese la lingua che definisce il luogo. E’ una considerazione che può apparire ovvia e priva di senso, ma proprio questo aspetto mi sta provocando una iniziale sensazione di disorientamento. Il francese è una lingua dai suoni più morbidi e delicati. Mi disorienta e mi affascina al tempo stesso questo aspetto. Questi sono luoghi che non conosco e mi piace il fatto che abbiano dei suoni esclusivi, distintivi, propri; che offrano degli abbinamenti per me inediti. Le forme sono diverse da quelle delle montagne alle quali sono abituato. I paesaggi mi sembrano più severi rispetto a quelli delle Dolomiti. Il Monte Bianco emerge, si distingue da tutto il resto. E’ maestoso, con le sue lunghe lingue di ghiaccio. Poche settimane fa ho avuto l’occasione di rivedere il cenacolo di Michelangelo: l’impatto è stato fortissimo. Entrato nella chiesa, sono stato investito da una sensazione di armonia, di equilibrio, di perfezione; di bellezza intangibile, sacra. Esattamente lo stesso effetto mi ha fatto oggi il Monte Bianco: calato in un contesto severo e austero, la sua presenza risalta e prevale. Si erge, sovrasta, svetta. La sensazione di incertezza e insicurezza suggerita dal distaccamento del ghiacciaio, è rafforzata dal fatto di non trovarmi in un luogo che conosco. Questa è la sensazione della scoperta che non pensavo di provare a poche ore di distanza da casa.

Suoni, forme, ambienti, ma non solo; anche la materia racconta il luogo. Le case sono in pietra e i tetti in ardesia. Le rocce delle montagne sono scure. I miei riferimenti sono altri, case in legno e rocce chiare. La roccia dolomitica si distingue per il candore. Sarà forse per questo motivo che avverto questa sensazione di asperità, saranno i colori scuri delle pietre ai quali non sono abituato. Sono questi grigi e questi neri che richiamano la mia attenzione sotto il Colle del Piccolo San Bernardo. Il destino di questo valico, che separa l’Italia dalla Francia, fu quello di essere costantemente invaso e conteso nei secoli passati. Qui le tracce dell’essere umano risalgono al Neolitico. Forse anche Annibale utilizzò questo valico per attraversare le Alpi. Resti della Linea Maginot sono ben visibili in questo luogo; penso a quanto sangue debba essere scorso in questa grande vallata. Ora tutto questo è solo memoria, è solo storia, tutto è passato, si è sciolto, esattamente come i piccoli ghiacciai che un tempo impreziosivano queste montagne. Ora anche loro sono un ricordo. Ne vedo qualche impercepibile traccia. La Natura è feroce, implacabile. Io ne osservo la bellezza, ma questa spesso è il risultato di conflitti senza fine. E’ una riflessione che, tornato alle pendici del Monte Bianco, emerge in Val Veny, lungo il sentiero che porta verso un piccolo lago alimentato dalle acque di fusione del ghiacciaio Miage. La Val Veny è una valle glaciale con due importanti ghiacciai, quello della Brenva, al suo imbocco, e quello del Miage, più a monte. Il sentiero procede in una meravigliosa foresta, ma forse è più corretto dire un lembo di foresta, risparmiata dall’avanzamento del ghiacciaio che la avvolge quasi interamente con i suoi tentacoli. E’ un processo senza fine tra colonizzazione vegetale e movimenti del ghiacciaio. Il bosco è progressivamente intaccato e distrutto dai ghiacciai in avanzamento, mentre nuova vegetazione cresce dove il territorio si stabilizza. In alto osservo tre grosse cascate che portano a valle le acque gelide del ghiacciaio. E’ un essere moribondo? E’ un distruttore? Non credo sia questa la chiave di lettura, quanto piuttosto l’inesorabilità del cambiamento, della mutazione, che interessa sia l’immensamente grande, sia l’infinitamente piccolo; la vita delle grandi montagne e la vita dell’uomo. Ogni anno quando osservo queste cime altissime, le riflessioni tornano sempre allo stesso punto, che io sia in Asia o in Europa; è la sola visione di questi grandi esseri a fermarmi e a indurmi a riflettere. E’ come se io avessi bisogno di un rito da compiere ogni anno. Sono i grandi esseri di questo pianeta ad attrarmi: le alte montagne, i ghiacciai, gli iceberg, i fronti glaciali. Forse perché nascondono pure loro debolezze, pur sembrando esseri eterni. Forse è questo aspetto che mi affascina di loro. Gli animali feroci si attaccano e combattono per sopravvivere, ci sono le prede e i predatori. In questo caso non c’è quell’impatto immediato. Questa, al contrario, è una battaglia silenziosa, ma molto più feroce; è colossale, imponente.

Dopo avere osservato il Monte Bianco dalle valli sottostanti, salgo a 3800 metri e lascio il mio sguardo nutrirsi di interminabili monti bianchi, di profondi seracchi, di valli bianche e immacolate. Ne ascolto il silenzio e mi commuovo. Piccoli gruppi di persone, muniti di ramponi, racchette e corde, si avventurano in quegli immensi spazi bianchi. Li osservo e per un po’ è come se avessi i loro occhi, pieni di questa vastità. E’ puro senso di libertà lasciare le proprie orme su questi ghiacciai. Ed è qualcosa di inimmaginabile piantare una tenda e osservare il tramonto e l’alba da queste altitudini. Osservo e sogno. Percorro dall’alto un lungo tratto sopra ai ghiacciai, sopra alle grandi fessure che mi riportano alla mente i grandi fronti glaciali della Groenlandia. Mi libro e volteggio su un deserto di ghiaccio la cui visione e talmente imponente da annientarmi. Ho avuto la fortuna di viaggiare molto in tutta la mia vita, e, soprattutto negli ultimi anni, di confrontarmi con realtà culturalmente e geograficamente lontane. Ma ciò che sto vivendo ora ha una sua impressionante unicità. La traversata da Punta Helbronner alla Aiguille du Midi, nel cuore del massiccio del Monte Bianco, permette di lambire un mondo accessibile solo agli alpinisti esperti. Sono cinque chilometri di pura estasi. Ho la netta sensazione che ciò che sto vivendo sia a parte rispetto alla mia vita di tutti i giorni; sia qualcosa che ha più a che fare con il sogno che con la realtà. Racchiuso in questi cinque chilometri c’è tutto ciò che mi piace. Mi sento in perfetta sintonia in questo ambiente, è il mio ambiente ideale. E’ come se io stessi ricevendo in modo nitido e chiaro, senza interferenze, le frequenze di questo pianeta. Solo qui, io, le riesco a ricevere. Qui mi sento assolutamente e pienamente vivo.

Anche il Lac de Combal, ripiano di origine glaciale in Val Veny, mi emoziona, ma in modo diverso. Immergo i piedi in un gelido torrente e osservo proprio sopra di me l’enorme ghiacciaio della Lex Blanche. Anche questo è un luogo dove la natura non si è risparmiata, e la grande ed estesa zona dove mi trovo raccoglie le acque dei grandi esseri posti sopra di me, che, con eccelsa e altissima abilità, disegnano sinuosi meandri. Questo luogo mi emoziona perché mi ricorda l’ampia valle che vidi in Islanda pochi anni fa, il Vondugil Canyon nel Landmannalaugar. In quel caso erano i colori delle montagne ad attirare l’attenzione. In questo caso sono i ghiacciai i protagonisti di questo ambiente. Ma anche la vastità della valle, la morbidezza delle sue forme. Forse è la delicatezza della valle a portarmi a fare queste associazioni; o le sensazioni analoghe che provo ora e che provai allora di fronte a questi paesaggi. Forse è più una questione di sensazioni, di emozioni. Anche sul passo del Piccolo San Bernardo, dove la vegetazione è rada, il paesaggio mi riporta all’Islanda. Penso siano proprio le linee morbide delle colline, ricoperte di sottili prati verdi, a ricondurmi con i pensieri all’isola di ghiaccio. Sono i contrasti di colori, le diverse tonalità di verde che si infrangono sulle varietà di nero e di grigio delle rocce. Assaporo la pace che si prova a stare distesi sui prati, circondati dal silenzio, dal suono del vento, dal frinire delle cicale e dall’occasionale fischio delle marmotte. Mi piace osservare i rilievi dal basso, quando si scontrano contro il cielo; mi piace osservare i torrenti che scendono dall’alto, e chiedermi cosa ci sia lassù, e oltre. Immagino di valicare queste alture, di idealizzare ciò che potrebbe esserci raggiunta la sommità. Forse qualche luogo segreto. Questo è il fascino dell’ignoto. Le alte montagne dominano con il loro magnetismo oscuro. L’essere umano porta nella sua esperienza terrena la volontà di riuscire in qualcosa, ma ciò che gli esiste attorno, come le rocce che osservo in questi giorni, non fa sconti, e prima o dopo pretende un duro confronto. Queste alte cime costituiscono presa di coscienza delle proprie potenzialità, ma anche e soprattutto dei propri limiti. Verso la fine della giornata torno a farmi osservare dal massiccio del Monte Bianco, oggi in parte coperto da grosse nuvole nere. Il suo sembra essere un abbraccio, ma anche un monito: nei suoi eccessi di natura selvaggia sembra comunicare la sua indomabilità. Lo osservo da giorni, con diverse luci e diversi colori ed è un continuo alternarsi di calma e ferocia, di serenità e mistero. E’ la Maestosità di questa montagna a impressionarmi. Abituato alle Dolomiti, ora ho compreso meglio il senso di questo termine. La Natura, rigogliosa e severa, sarà capace di fagocitare la civiltà che si avvicina senza rispetto, né coscienza o umiltà? Osservo dal basso questo grande massiccio e, come sempre mi accade, i pensieri tornano sempre a questa considerazione, al complesso rapporto tra uomo e Natura. Alla fine del Settecento le montagne avevano lentamente perso la loro aurea di inaccessibilità e cominciarono ad essere frequentate da alpinisti sempre meno interessati all’ascolto dei monti e sempre più invasati dallo spirito della conquista dell’impossibile, dal desiderio di superare i propri limiti di resistenza fisica, spinti da una sorta di eroismo solitario, ‘herzogiano’. I Romani, al contrario, non praticavano le montagne alla ricerca dell’isolamento, del silenzio, della contemplazione. La visione della montagna quale paesaggio incontaminato, sublime, lontano dalla frenesia cittadina era assente in quell’epoca. Il controllo dei confini rese necessario conquistare e romanizzare la catena alpina, ma freddo, ghiaccio e neve non piacevano ai Romani, erano manifestazioni incontrollabili di una natura minacciosa. Per loro era necessario intervenire sulla natura, addomesticarla, civilizzarla. In un luogo antropizzato e ospitale si poteva godere della bellezza. Le Alpi divenn luogo in grado di mettere in comunicazione il Mediterraneo con l’Europa, divennero un territorio di incontri e di scambi. Furono luoghi di grande sincretismo religioso e culturale, dove non c’era alcuna tendenza al particolarismo. Camminando tra le antiche rovine dell’anfiteatro romano di Aosta penso ingenuamente a questi uomini che vissero secoli fa, alle loro vite, piene, forse più semplici, ma protese verso una continua evoluzione e trasformazione; protesi verso il nuovo. Penso, per inverso, alle ansie identitarie dei nostri giorni, all’involuzione in un’epoca in cui, contrariamente a quanto dovrebbe essere, la tendenza è di chiudere, fermare, bloccare; di innalzare nuove recinzioni. E, come ogni anno, penso alla presenza umana e tecnologica su queste montagne. I popoli pre-moderni erano sprovvisti di una mentalità ecologica, non credo nello stereotipo che suggerisce il contrario; anche i Romani condussero intense opere di disboscamento per motivi militari. Non credo in un passato d’oro, migliore di quello attuale. Credo piuttosto in un processo in continua evoluzione, nel quale si può leggere la lenta e inesorabile affermazione dell’uomo su questo pianeta. Questa è la direzione, e mi chiedo solo se sia modificabile. La Natura fagociterà la civiltà? Mi chiedo anche se, considerate le infinite grandezze dell’universo, ciò abbia effettivamente importanza. Torno a concentrami su ciò che vedo, e meno sui miei pensieri. Ciò che ho visto in questi giorni è un connubio tra natura incontaminata e una presenza umana e tecnologica invasiva e spesso disturbante. Sembra un grido sordo quello di questi giorni, un grido che parte dalle alte cime della montagna, un allarme, forse un monito: “Andatevene!”, “State lontani!”, “O blocchi di ghiaccio vi schiacceranno!”. Ma l’uomo ha questo innato bisogno di dominare, di controllare; di sottomettere. Sembra incontenibile, irrefrenabile.

Osservo dal basso i grandi ghiacciai che spingono verso valle, in particolare quello vicino alla Aiguilles Rouges de Rochefort. Sono in Val Ferret. Il sentiero verso il rifugio Bertone regala una visuale su tutto il massiccio del Monte Bianco. Mi fermo molte volte a osservare questo spettacolo, lo imprimo nella mente, ne colgo i colori, le rocce scure, il verde della rada vegetazione nella parte più prossima alla valle, il bianco con venature di azzurro dei ghiacciai nella zona sommitale della montagna. Ne colgo i suoni, il temibile suono dei ghiacciai, delle loro fratturazioni, molto simile ad un tuono secco. Il suono del vento e degli impetuosi torrenti che portano a valle le acque gelide dei ghiacciai. Le forme: l’aridità morfologica e l’eccelsa altitudine delle creste del Monte Bianco in netto contrasto con le forme più morbide e le altezze più contenute delle montagne che lo fronteggiano. Il cielo è plumbeo, le cime incombono e torna puntuale quella sensazione che è un misto tra inquietudine, appagamento, insicurezza, smarrimento, benessere, gratificazione, che solo certi luoghi sanno regalarmi. Affiorano immagini di luoghi visti in passato; è sempre la similitudine delle sensazioni che provo, a portarmi col pensiero a momenti importanti della mia vita legati da un filo conduttore. Rivivo luoghi visti in Groenlandia, o forse una summa di quei luoghi, una elaborazione e interiorizzazione di ciò che ho visto in quella terra. E’ una sensazione che mi dà un’improvvisa gioia e che mi fa amare questo luogo, questa ampia valle, questa immensa, temibile montagna. Emerge la natura incontaminata e mi congedo per un po’ dall’invasiva presenza umana e tecnologica.

Per un paio di giorni lascio che le grandi pareti del Monte Bianco diventino un’immagine di cui godere solo di sera al rientro dalle escursioni. Prendere per un po’ le distanze da queste valli e da questi pendii aiuta a comprenderli, a capirne la reale maestosità, a capire cosa sto osservando. Seguo il corso della Dora di Rhêmes nel Parco Nazionale del Gran Paradiso, dove i paesaggi sono più dolci, dove i diversi elementi che compongono l’ambiente rappresentano perfettamente l’idea classica della montagna: i prati verdi, i boschi, le morbide pareti spruzzate di neve sulle sommità, il cielo azzurro. Sono luoghi accoglienti, riposanti, armoniosi. Osservo con gli occhi di quando ero bambino e le sensazioni che provo sono sensazioni remote, di corse sui prati, di profumo di fiori e di legna, di acqua dei torrenti nella quale immergere i piedi; sensazioni che fanno sentire protetti, in famiglia. Riemergono ricordi dolci, sereni, ricordi d’infanzia. Tante volte in questa vacanza ricordo Lucia, e mi piace quest’anno richiamarla alla memoria in questi luoghi luminosi, puliti, sereni. Sogno tanto in questi giorni, sogni intensi, vivi, chiari, precisi; il mio passato, il mio presente, le persone che mi sono o mi sono state vicine. Rispetto ad altri viaggi, geograficamente più distanti e mentalmente più impegnativi, sono meno teso e più calmo. Forse, anche inconsciamente, riesco a cogliere più particolari. Rielaboro le sensazioni durante il sonno e durante il giorno, le accosto ad altre già vissute, e in tutto questo movimento di emozioni, ho la percezione di vivere intensamente questo insolito viaggio, che non avrei mai fatto in assenza del singolare momento storico che stiamo vivendo. Dopo i dolci paesaggi della Val di Rhêmes, torno alle pendici del Monte Bianco. I suoi ghiacciai brillano al sole e il grande massiccio incombe su di me meno minaccioso del solito. Ne colgo solo la sua bellezza e la sua incredibile vastità. Ci sono diverse fasi della mia vita che emergono in questi giorni, nei miei sogni e nei miei pensieri. Ciò che sto vivendo ora emergerà nei prossimi anni, saranno ricordi positivi, della stessa qualità di quelli dei miei recenti viaggi. Già oggi, sulle rive di un torrente in Val di Rhêmes, emerge forte il ricordo dei grandi ghiacciai del Monte Bianco, dei cinque chilometri di traversata sul deserto di ghiaccio. E’ stato un momento dal fortissimo impatto emozionale. Ho fruito delle tecnologie invasive che egoisticamente mi hanno permesso di vivere un’esperienza importante. In fondo sono un osservatore e un ascoltatore attento, non un indomito esploratore senza paure. Mi nutro di ciò che vedo, e poi elaboro, spesso attraverso la musica. Rifletto su ciò che vedo. Ma non riuscirei mai a scalare una montagna, o a fare un volo in parapendio. Non credo di amare le emozioni forti. Amo trovarmi in sintonia con l’ambiente che mi circonda, sentirlo, viverlo. Mi piace osservare una grande e severa cima disteso su un prato dove posso sentire il frinire delle cicale. Mi piace cogliere l’insieme, l’imponenza, la maestosità, la grandezza, ma anche i piccoli suoni, il colore di un fiore, i particolari più nascosti. Mi piace cogliere l’armonia che lega tutti questi elementi. L’insieme mi regala emozioni. Mi piace anche godere dei tempi lenti, vivere esperienze immersive, per cogliere tutto quello che posso cogliere; concentrarmi su ciò che osservo e ascolto.

Fissando il torrente che scorre, continuo a pensare a quei cinque chilometri sui ghiacciai. So che un giorno tornerò in quel luogo per rivivere l’esperienza, e per ricordare quel preciso istante. Ci sono quei momenti che mentre li vivi hai la netta sensazione della loro unicità; sai che il loro ricordo prenderà un posto più alto rispetto agli altri, che emergerà in altre esperienze di viaggio.

Decido di trascorrere gli ultimi due giorni in Val Ferret per osservare e ascoltare i grandi ghiacciai del Monte Bianco. Scelgo un posto isolato dove gli unici suoni sono quelli dello scorrere del torrente e del frinire delle cicale. Da questo luogo esclusivo posso ammirare il ghiacciaio del massiccio delle Grandes Jorasses che si erge sul piccolo villaggio di Planpincieux. La parte terminale, frastagliata e piena di crepacci e seracchi, è vicinissima, ne posso osservare le diverse sfumature di bianco e di azzurro. Tra le infinite meraviglie che la natura crea continuo a chiedermi perché io senta così forte il richiamo proprio verso queste grandi masse di ghiaccio. Le risposte che mi sono dato non mi bastano. Forse perché esprimono grande forza e irruenza; sono l’opposto dell’immagine della montagna classica composta da elementi più convenzionali come il bosco, i prati, i fiori. I ghiacciai non mi fanno pensare all’infanzia, non evocano sensazioni rassicuranti. Parlano un linguaggio più severo, più consono a ciò che la vita realmente è. Rappresentano qualcosa di meno fiabesco e più oggettivo, evidente, concreto; anche minaccioso. Sono sia suono che rumore, suono che ammalia e rumore che disturba. Questo ghiacciaio si trova in un luogo inospitale, poco accessibile, su un versante ripido, quasi verticale. E’ un’immagine forte che cerco di imprimere nella memoria. Ho due giorni interi per osservarlo. Due giorni in un luogo dove regna il silenzio. Il silenzio sotto il rumoroso ghiacciaio. In silenzio.

Ringrazio Tina

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