dedico questa esperienza a mia mamma
dedico queste riflessioni a mio papà, compagno di viaggio
NUOVA COSCIENZA
DURANG DRANG. Ghiaccio celeste, silenzio spirituale
KASHMIR, LADAKH, 2015
«Più si perdeva in quartieri sconosciuti di città lontane, più capiva le altre città che aveva attraversato per giungere fin là, e ripercorreva le tappe dei suoi viaggi, e imparava a conoscere il porto da cui era salpato, e i luoghi familiari della sua giovinezza, e i dintorni di casa …»[1].
Ho osservato i luoghi della mia infanzia prima di partire. E ho camminato nel quartiere dove è nata mia madre, ho passeggiato sotto quella che potrebbe essere stata la sua casa. Non desidero sapere quale era tra le tante che ho visto, mi piace vivere nei ricordi raccontati, dargli una forma mia; e sentirli come fossero miei. Immagino un appartamento in un piano alto, un luogo che appartiene ad un’epoca passata, e vedo una vita che si appresta a sbocciare. Immagino i suoi desideri di bambina e di ragazza, presto diventati ricordi, e ora mutati in sensazioni che scorrono dentro di me.
Osservo vite che passano e che insegnano. Percorro la mia, tra luoghi conosciuti e altri che diventeranno pure loro ricordi; e chissà se diventeranno emozioni che faranno vibrare le corde di qualcuno oggi più giovane di me.
I suoni – più delle parole – che ho realizzato in questi anni sono fiumi che si inabissano nelle crepe del terreno; sembrano venire inghiottiti nella terra, per poi erompere con forza raddoppiata, senza controllo. Non sono ragionati, sono un’esplosione spontanea di emozioni. Sono ritratti reali della mia esistenza. Sono desideri tramutati in ricordi che potrebbero a loro volta mutare in desideri e sensazioni nelle vite di altre persone.
«La città sognata conteneva lui giovane; a Isidora arriva in tarda età. Nella piazza c’è il muretto dei vecchi che guardano passare la gioventù; lui è seduto in fila con loro. I desideri sono già ricordi»[2].
La mia vita, ora, è fatta sia di ricordi, sia di desideri, dosati in maniera uniforme. La mia è l’età del perfetto equilibrio.
La Patria delle Nevi, l’Himalaya, è un filo che li tiene uniti, ricordi e desideri, ed è ancora lì che andrò quest’anno, alla continua ricerca del silenzio, e di una consapevolezza che forse potrò raggiungere osservando in profondità questo pianeta.
«L’Himalaya è dunque un grande tempio della natura e dell’uomo, uno dei luoghi preziosi ove la ricerca può abbeverarsi, ove i naufraghi prostrati da consumo, rincorse, affanni, aggressività, materia arida, spettacoli precotti, applausi comandati, menzogne sulla vita possono approdare per nutrirsi di altezze e semplicità, per riassaporare paure e stupori, bisogni originari e sapidi, per ritrovare l’emozione del sogno lontano che costruiva la freschezza di mondi incantati, puri e intatti»[3].
Ma non mi si fraintenda! «Noi che ci diamo arie di himalaysti, noi che ci riempiamo la bocca con parole come avventura, impresa, conquista […]»[4], scrive Stefano Mazzoli nel suo diario di viaggio. Questa frase mi ha fatto sorridere, ma soprattutto riflettere. Quando racconto dei miei viaggi forse le persone mi immaginano capace di imprese eccezionali ed inarrivabili. Nel mio cammino, cominciato in Groenlandia, mi sono sempre mosso in modo impacciato e maldestro. Sono solo spinto da una infinita curiosità e voglia di conoscere. Non sono temerario, ardito, penso di essere l’esatto contrario. Mi blocco davanti ad uno strapiombo, le grande altezze mi intimoriscono, rinuncio a salire su una funivia se si inerpica vertiginosamente su pareti troppo verticali. Ma questo non mi frena. Sicuramente non scalerò mai l’Everest, ma ho ammirato da vicino quel miracolo della natura, e ho visto le genti che hanno pazientemente e caparbiamente imparato a convivere con quelle altezze, traendone sostentamento per il corpo ed elevazione per lo spirito.
KASHMIR
Devo uscire dal mio guscio, dal mio mondo, e riprendere il viaggio da dove l’ho lasciato. Devo usare i nuovi occhi che ho ricevuto; oggi, più dell’anno scorso, li so aprire e so vedere. Se non altro sono consapevole di poter vedere. Quanto tempo e quanta fatica, ma ora sono pienamente cosciente di questo regalo. Chi ti saluta per sempre lascia un dono, ma bisogna accorgersi di questo dono, e di quanto sia prezioso. E’ un nuovo sguardo verso il mondo, è la consapevolezza che vengono trasmessi. Questo inestimabile lascito va coltivato; il viaggio è uno degli strumenti che uso per nutrire e alimentare il mio bisogno di conoscenza. Aprire lo sguardo sul mondo aiuta a riflettere sulla nostra natura, sul nostro esistere.
Penso alla frase di Fritjof Capra «gli esseri umani […] non riescono a cavarsela bene, fisicamente o mentalmente, se non rimangono in contatto con altri esseri umani. Più di ogni altra specie sociale, noi ci impegniamo nel pensiero collettivo, e così facendo creiamo un mondo di cultura e di valori che diventa parte integrante del nostro ambiente naturale»[5].
In questo nuovo viaggio la mia attenzione si è alternata tra il piacere di comprendere un mondo di cultura e di valori estraneo al mio e il bisogno di osservare un ambiente naturale ancora puro, intoccato.
Forse la strada che devo percorrere è ancora molto lunga, riuscirò ad allontanare la mia attenzione dal nostro mondo di cultura e valori? È corretta questa strada?
Chiudo gli occhi e in modo discontinuo riesco a dormire durante il lungo viaggio per Nuova Delhi. E’ notte e dal finestrino dell’aereo anche volendo non si vede nulla. Un veloce cambio di aereo e con le luci del mattino atterro a Srinagar in Kashmir.
L’impatto è immediato; appena uscito dall’aeroporto vengo inondato da un mondo di suoni. Clacson innanzitutto, e poi tabla, sitar e il caratteristico canto indiano traboccano dall’autoradio dell’automobile sulla quale salgo. C’è una composta frenesia, che si placa sulle calme acque del lago Dal dove sono placidamente disposte in lunga sequenza le house boat, reminiscenza delle colonie inglesi. E’ lo stesso mondo che l’anno scorso avevo visto dall’altra parte del confine, dal Pakistan. Ci sono delle evidenti similitudini. Percepisco subito il contrasto tra la palese tensione di natura politica, sociale e religiosa, resa evidente dal gran numero di polizia schierata lungo le strade, e la tranquillità della vita che si svolge attorno al lago. Una tensione solo apparentemente meno marcata rispetto a ciò che avevo visto in Pakistan, stemperata dall’immagine dei pescatori che osservo dalla riva.
Vivo in un piacevole caos. Il silenzio, così come l’acqua dei ghiacciai, scende dalle montagne e scorre nei giardini costruiti all’epoca del lontano Impero Mughal. C’è un che di signorile nelle pose e nelle vesti delle persone che osservo in questi angoli bucolici di Srinagar. Sono ritratti di una domenica pomeriggio. Il canto del muezzin impreziosisce le tinte sfumate del tramonto che cala su questi eleganti giardini. E si riaccende di sera; è un canto lento e ripetitivo che si diffonde tra le luci che brillano sul lago. E’ una melodia che ammalia.
L’acqua è l’elemento che caratterizza la giornata. La pioggia incessante a Nuova Delhi, l’acqua termale e quella dei ghiacciai che scorre nei giardini imperiali, dove i bambini giocano e gli adulti cercano refrigerio. L’acqua del lago che culla le house boat dove alloggio e che mi separa dalla città. Le shikara, piccole imbarcazioni a remi, fanno da ponte tra la riva e questi accoglienti palazzi fluttuanti.
Oscillando, la notte scivola via.
Un ininterrotto cinguettio sulle acque del lago è il primo suono del giorno. C’è un gran numero di uccelli che vola e si poggia sull’acqua e sull’estremità della vegetazione che emerge in superficie. La luce dell’alba rende ancora più bello questo luogo.
Raggiungo terra dopo aver percorso un breve tratto di lago a bordo di una shikara e mi addentro nelle caotiche vie della città che osservo dal sedile posteriore di un’automobile. Antico e moderno, tradizione e novità si mescolano. Legno, mattone e lamiere forgiano case ed edifici che ai miei occhi sembrano sempre più o meno fatiscenti, come fossero perennemente sul punto di crollare. I clacson suonano senza sosta. E’ il centro Asia, con le sue mille confluenze, un amalgama di popoli e di culture. La città apre i suoi negozi e diventa un grande mercato all’aperto, ricco di frutta, verdura, carne, utensili ed esseri umani in continuo movimento. Turbanti, barbe, kurta e veli colorati inondano le strade. E’ un fiume in movimento che lentamente comincio a identificare.
Dopo tanti vicoli e strade più o meno anguste si apre uno spiazzo ed affiora una grande moschea, un bellissimo esempio di sincretismo culturale che include forme del precedente tempio induista. Assaporo un momento di raccoglimento nella successiva moschea fatta di legno, di verde, di silenzio, e pure in questo caso di rimandi al precedente tempio induista. Tutt’attorno distinguo solo il volo dei colombi e una leggera brezza. Osservo due vasi di fiori dipinti ai lati della stretta porta d’entrata; le decorazioni di questo edificio sono quasi dei ricami, trapuntati di oro, verde, viola, giallo, rosa e bianco. Due donne all’entrata sembrano rapite da ciò che l’interno dell’edificio cela, appaiono incantate, quale forza le richiama a sé? O forse, più concretamente, possono accedere all’interno dell’edificio?
Attorno a questa moschea c’è un continuo avvicendarsi di case in legno e mattoni disposte in modo ingarbugliato, e un susseguirsi di inesauribili sfumature di marrone. All’entrata dell’edificio assaggio una manciata di riso al curry e pollo appena cucinato, nonostante abbia fatto colazione non di più di un’ora fa; questa è una forma di adescamento molto insidiosa per me e mi lascio sedurre con piacere dal sapore di paesi lontani. Con le mani ancora imperlate del condimento al curry, risalgo in macchina, già ubriaco di emozioni, e osservo la città e i suoi abitanti con assoluta inconsapevolezza. Non sono mai stato in India e ogni particolare che incrocio con lo sguardo per me è motivo di stupore. Uno dei militari che incontro per la strada è un Sikh, riconosco tre dei cinque elementi che li contraddistinguono: i capelli e la barba lunghi, il braccialetto di ferro al polso e il pugnale. Con sicurezza e disinvoltura indossa il caratteristico turbante, il Dastaar. E’ proprio un mondo che si cela sotto la neutra divisa marrone, penso.
Vecchie api nere sfrecciano lungo le strade. Il traffico, con un suo preciso caos, alza polvere e terra. Le foglie degli alberi vengono raccolte ai lati della strada per poi essere bruciate. Altri piccoli fuochi ai bordi delle vie vengono accesi per cuocere il granturco e per sciogliere il catrame. Vespe, motorini, fuoristrada, macchine, pullmini con posti a sedere all’interno e sul tetto generano un continuo movimento, un traffico scombinato e ingarbugliato, imposto più dalle strade strette che dall’effettiva quantità di mezzi. E’ un brulichio senza sosta, rumoroso; un carretto trainato da un asino aggiunge colore al quadro che osservo dal finestrino. Assisto ad un litigio che si accende al bordo della strada: pugni e schiaffi, una moltitudine di persone fa capannello vicino alla rissa. E’ una baraonda. Poco più avanti vedo dei cavalli che brucano erba e mucche distese lungo lo spartitraffico. La confusione si placa fuori dalla città. Ma si ripresenta a singhiozzo. Camion Tata decorati mi ricordano i veicoli pakistani decorati in modo minuzioso; ne osservo le mille sfumature di colore, anche se qui sono molto più sobri.
Alla ricerca del silenzio per il momento sono circondato da suoni e umanità, ma è una sensazione piacevole e osservo questo mondo con particolare curiosità.
Lascio Srinagar alle mie spalle e mi dirigo verso Gulmarg, importante località turistica situata in una nuova Valle dei Fiori; quante volte si ripete questo nome, penso. L’ultima Valle dei Fiori che ho visto era in Pakistan, ed era poco distante da dove mi trovo ora. Sono sullo stesso parallelo di Rawalpindi, il trentaquattresimo, e il confine è molto vicino. A rievocare ricordi di quella passata esperienza sono i pioppi cipressini, presenza costante in questi ultimi viaggi. A parte queste antenne che si levano dritte al cielo, il paesaggio è ancora contraddistinto da campi e coltivazioni, e aumenta il numero di venditori di granturco. Le lunghe file di appetitose pannocchie disposte su vecchie casse di legno si alternano a confezioni di plastica contenenti junk food, appese nei chioschi disseminati in gran numero lungo la strada.
Ma pian piano lo scenario cambia e più salgo e più l’ambiente diventa alpino. L’odore di smog che ammorba l’aria gradualmente diminuisce, fino a cessare. Sembra di essere sulle Dolomiti, ci sono mucche sulle strade, margherite sui prati e aria fresca e profumata di montagna. Le donne donano una nota di colore al paesaggio; i loro veli hanno il colore dei fiori che crescono sui prati. Non ci sono solo margherite; sotto tutti questi petali bianchi si nascondono macchie viola, rosa, gialle, una infinità di fiori che giustifica il nome della valle. Ma questa non è la sola caratteristica del luogo. La costante e a momenti accresciuta presenza dell’esercito è altrettanto peculiare. L’unico nesso che vedo e che unisce due mondi così distanti sono le sfumature di verde, quelle dei camion e delle divise dei militari e quelle degli abeti e dei prati.
Entro in un’ampia vallata circondata da montagne, popolata dagli ‘uomini di creta’ che cavalcano avvolti nei loro kurta. La presenza di una moschea dona ai miei occhi una nota esotica al luogo. A poca distanza c’è un tempio indù e una chiesa cristiana. E poco più in là ancora, una cabinovia che si inerpica sul monte.
Faccio una passeggiata nel bosco sotto una pioggia appena accennata. In lontananza osservo le vette dell’Himalaya. Ascolto il silenzio di questa valle. Il confronto con altre parti di questo pianeta è diventato quasi una necessità. Ma più vado alla ricerca del silenzio e più, ultimamente, finisco anche per immergermi nella folla. Mi sembra in una certa misura un controsenso. Fatico a darmi una risposta. Questo percorso iniziato tra i ghiacciai della Groenlandia forse acquista un significato nuovo. Forse cercavo il silenzio, o forse desidero affrancarmi da un mondo, il mio, che non riconosco più, o del quale oggi ne vedo solo i difetti. Forse desidero zittirlo, spegnerlo. Il silenzio nasce dal bisogno di rimpossessarmi dei miei sensi, del mio udito, della mia vista, saturi di inutilità e di artificio. Quanti significati si celano dietro al termine ‘silenzio’.
Dove trovo ciò che sto cercando? Negli anfratti più remoti di questo pianeta, possibilmente coperti di ghiaccio, o tra le pieghe di un’umanità meno viziata e guastata?
Un’altra notte scivola via ondeggiando placida sul lago Dal. Sul comodo letto della house boat addolcisco i pensieri e mi addormento sereno. Mi alzo alle cinque di mattina e ancora assonnato percorro con la shikara un tratto di lago rischiarato dai primi raggi di sole. Il cielo è terso e il lago è uno specchio d’acqua per quanto ancora parzialmente oscurato dalle ultime ombre della notte; il paesaggio si riflette su di esso e si riproduce ondeggiante sulle sue acque. Pare una sua duplicazione onirica, ma suppongo che questa sensazione sia indotta dal mio essere ancora intorpidito dal sonno. Assisto al risveglio della natura e di riflesso al mio riemergere dal torpore. Ma l’essere ancora in parte addormentato ammorbidisce e sfuma il mio modo di sentire e di percepire ciò che osservo, e fa risaltare la sensazione di seducente irrealtà che questo luogo comunica. Il cinguettio degli uccelli è accompagnato dal suono ritmico dei remi che affondano nell’acqua; in armonia con il contesto, in lontananza si sente il canto del muezzin. A regnare tuttavia è un silenzio ovattato che è l’espressione della calma e dell’intimità; sembra il ritratto del mio attuale stato d’animo.
La vegetazione affiora abbondante dalla superficie del lago. Orchidee e case sulle palafitte galleggiano leggere e non ne percepisco lo spessore e la loro profondità. L’impressione è che tutto sia abbozzato, o che sia confluito in un disegno tenue e inconsistente, aeriforme, un dipinto trasparente che descrive il movimento incorporeo e rallentato di un getto di vapore. Non si distingue quasi il limite del lago, che sfuma indefinito verso riva. Mercanti di frutta, di verdure e di fiori trasportano i loro prodotti sulle shikara. Un vociare rilassato annuncia l’avvicinarsi del mercato, fluttuante sull’acqua; in questo posto nulla si posa sulla terra. I mercanti barattano le proprie merci da una barca all’altra.
Fronde di salici che cadono e si muovono nell’acqua, orti che galleggiano su terreni sospesi che sembrano barene, e riflessi di molteplici gradazioni di verde sono ulteriori elementi che caratterizzano questo luogo. Così come orchidee e fiori di loto che convivono in una inedita combinazione insieme ad abitazioni incurvate e a moschee galleggianti. Traggo beneficio da questo ambiente dall’atmosfera rarefatta e sognante, risvegliato del calore tenue delle prime luci del giorno. Me ne servo in abbondanza, per sentirmi vivo; assorbo, faccio scorta per il futuro. Lentamente, forse a malincuore per il timore di interrompere questo particolare momento, mi risveglio pure io e torno a terra.
Una tale sensazione di serenità e di quiete stride con l’idea che in questi luoghi viga una costante tensione che talvolta sfocia in atti di violenza pura. Da un luogo che sembra uscito dai sogni di un bambino, dalle sue ombre che non si vedono, di tanto in tanto sgorga orrore e ferocia.
Mi confonde la complessità culturale e storica di questi luoghi. Ci sono contaminazioni, divergenze e incompatibilità che disorientano. L’essere umano si dà un ordine sulla base di principi sociali e religiosi che differiscono in modo sostanziale da luogo a luogo. Ne percepisco un’ossatura comune che sta alla base della nostra natura, ma le differenze rendono difficile trovare dei punti di riferimento, delle abitudini in cui riconoscersi.
Ora è necessario spogliarsi dello sguardo da viaggiatore, ma osservare, comprendere e imparare richiede fatica.
Siamo esseri che in gran parte cercano una ordinata routine e un contesto in cui riconoscersi. Uscire dai propri confini e dai propri limiti mette a disagio, e qualsiasi tentativo di interpretazione di luoghi che non ci appartengono diventa impegnativo e difficile. Questo territorio ha una storia estremamente complessa, nato dall’unione di principi divergenti e forse inconciliabili. Si può analizzare il contesto sociale, politico e religioso, leggere libri e articoli. Ma cosa significa vivere la propria vita qui, la propria quotidianità? Cosa vuol dire convivere con una costante tensione? Con una molla che può saltare in qualsiasi momento? Esiste una ordinata routine, un senso di appartenenza?
Cos’è in realtà quel placido lago sulle cui acque si riflette la città di Srinagar?
«Lo specchio ora accresce il valore alle cose, ora lo nega. Non tutto quel che sembra valere sopra lo specchio resiste se specchiato. Le due città gemelle non sono uguali, perché nulla di ciò che esiste o avviene a Valdrada è simmetrico: a ogni viso e gesto rispondono dallo specchio un viso o gesto inverso punto per punto. Le due Valdrade vivono l’una per l’altra, guardandosi negli occhi di continuo, ma non si amano»[6].
Srinagar e l’immaginaria città di Valdrada descritta da Calvino paiono così simili. Sembrano derivare dalla duplicazione di una originaria unità articolata su principi opposti.
La musica, i veli e i camion colorati; i clacson, i kurta e le forme architettoniche di questo luogo sono stilemi di un mondo diverso dal mio. Guardo le divise degli studenti, una tunica nera e il velo bianco per le ragazze; camicia e cravatta per i ragazzi. Per me, che non abito qui, ogni elemento è motivo di curiosità. Chissà quali sono i loro sogni, le loro aspirazioni, le loro occasioni. Cosa comporta nascere qui?
Mentre osservo questo mondo dal finestrino dell’automobile e rifletto, le montagne si fanno sempre più vicine e la strada sale, costeggiando il fiume Sind. Seguo con lo sguardo il volo elegante di un’aquila che si alza sulle colline scolpite da terrazzamenti, una tipologia di paesaggio che mi ricorda la regione del Nepal al confine con il Tibet.
L’effetto delle contaminazioni è riconoscibile nelle forme architettoniche degli edifici sacri. Osservo delle moschee lungo la strada e noto un dettaglio che smentisce o quantomeno contrasta con l’idea che può imporsi istintivamente con uno sguardo frettoloso e poco attento. E’ un dettaglio che avevo già notato il primo giorno, ma che ora acquista valore. La parte terminale delle moschee, distribuita su più tetti, è fatta sul principio della pagoda. Lo stampo induista-buddista delle moschee comunica un atteggiamento di apertura mentale e di convivenza compiuta. Il contesto sociale e religioso di questi territori è particolarmente complesso e decido di non spingermi in considerazioni avventurose e azzardate. Scelgo di rimanere osservatore e aspetto di avvicinarmi ai grandi ghiacciai che intravvedo in lontananza.
Il Gagangir, custodito da soldati armati che presidiano l’area, è la prima ‘lastra di cristallo’ che osservo quest’anno da vicino; avverto solo il suono del fiume che gli scorre vicino. Sembra che tutto nel frattempo sia svanito. Le poche case con i tetti in lamiera, la vegetazione e le persone stesse, eccetto i soldati, paiono scomparsi. Il paesaggio è più aspro e spoglio, e mi sembra la dimora ideale per questi giganti bianchi, saliti fin quassù intenzionalmente, per isolarsi, per mettersi in disparte.
Il Thajwas si impone allo sguardo, è solenne e grave. E’ lontano, aggrappato su un’alta cima. In Groenlandia i nomi delle montagne, dei fiumi, dei laghi, hanno un significato preciso. La torreggiante montagna dell’Ulamertossuaq, traducibile in come un libro aperto, esprimeva il senso di quel paesaggio nordico. Anche in questo posto solitario le parole hanno un preciso significato; il termine Thaj in lingua urdu significa palazzo. Appartati sulle cime, quasi a sfiorare il cielo, questi esseri somigliano ai monasteri buddisti, palazzi staccati dal mondo, vedette solitarie assorte nella contemplazione del mistero divino; ed entrambi tendono l’orecchio ai rumori lontani dell’umanità.
I tormenti e le inquietudini dell’uomo in verità sono giunti fin sotto questi speroni rocciosi.
Sul lato opposto dei ghiacciai, una catena di montagne delimita il confine con il Pakistan; un’area alquanto vulnerabile e delicata che nel 1999 fu teatro di un conflitto tra Pakistan e India per l’occupazione del Kashmir.
In prossimità di Sonamarg una lunga fila di camion dell’esercito blocca la strada e il tragitto procede a rilento. L’area è popolata esclusivamente da militari. Lungo il fiume vedo solo le loro tende, non ci sono più edifici, case o villaggi.
Nell’attesa che la strada torni percorribile leggo alcune pagine del libro di Giuseppe Tucci sulla storia della filosofia indiana; mi coinvolge il paragrafo dedicato al tema del dualismo, ritornano concetti sui quali avevo riflettuto lo scorso anno:
«Siffatto sopravvivere delle scuole realistiche basterà a farci cauti prima di affermare che l’India abbia negato valore e consistenza al mondo della natura; di fatto i più antichi sistemi indiani, la maggior parte di essi, hanno un preciso carattere realistico. Jainismo, Buddhismo antico, Nyaya, Vaisesika, Mimamsa, Sankhya stanno a testimoniarlo; tutto quello che vediamo e tocchiamo, l’universo nel quale viviamo, è reale. Ma non meno reali sono le esperienze dalle quali mosse la ricerca di un principio unico, la cui certezza non è costruita razionalmente ma direttamente sperimentata nel rapimento dell’estasi. Onde un dualismo si afferma: da una parte il mondo della natura, il divenire, dall’altra la realtà suprema, immota […].
Il ragionamento che noi facciamo intorno alle cose ed il desiderio di conoscere, che ci urge, o la conoscenza che possiamo conseguire della separazione dei due mondi, non hanno nulla a che vedere con quella realtà, quell’Essere, quel satyam, perché la ragione, la conoscenza dialettica e discorsiva appartengono a questo piano, non a quello e fra i due non v’è comunicazione. La ragione ha un valore terapeutico, serve per eliminare le impurità e gli errori, le illusioni che nascondono quell’essere; ma essa stessa è funzione propria di questo piano. Appunto perché è una funzione non può essere la verità: la conoscenza razionale è molteplice e la verità è una ed immota. […] La ragione serve solo a darci la consapevolezza che il razionale è falso e illusione: il reale è nel Brahman, nell’atman, nel purusa, nel jiva, intelligenza pura, ma così pura che questa intelligenza inerte, questo pensiero senza pensato e senza oggetto o rasenta la incoscienza o è lo specchio sul quale, senza modificare la sua natura, si riflettono le immagini che esso da se medesimo emana, in una illusoria obiettivazione»[7].
Astratto e tangibile ritornano. La ricerca del silenzio sta prendendo una forma precisa. Forse desidero davvero trovare e riconoscere ciò che può essere definito l’inafferrabile e l’inaccessibile, non contemplato dal mondo illusorio e artefatto nel quale vivo ogni giorno, incline ad avere solo risposte sicure, concrete e razionali.
Che astratto e tangibile siano forse inconciliabili? può essere che l’astratto assopisca la ragione, portandola alla contemplazione e all’immobilità? O che invece sia l’intuito la chiave per superare la concezione dualistica del mondo, considerando unitamente astratto e tangibile? Intuito in quanto illuminazione?
In fondo la duplice natura, sia corpuscolare sia ondulatoria del comportamento delle particelle, esiste anche in natura, e ha un nome ben preciso, si chiama dualismo onda-particella. E la natura corpuscolare e ondulatoria non va scissa; va considerata (ma non osservata) unitamente.
Una conoscenza, per quanto molto superficiale, della storia, del pensiero e delle tradizioni spirituali dell’Asia lo reputo un motivo di riflessione. Non sono alla ricerca di suggestioni effimere o fantasiose. E non desidero rinunciare alla mia pregressa esperienza di vita (soprattutto spirituale) per accoglierne una nuova. Sono piuttosto spinto dal desiderio di una continua messa in discussione dei miei valori al solo scopo di progredire, di conoscere e di crescere, io, come individuo, in questo mondo. Vorrei poter non dare nulla per scontato, non rinunciare a priori ad accogliere ciò che non mi è mai appartenuto se ciò mi viene in aiuto. Per afferrare il senso del predominio del tempo sull’eterno.
Alzo lo sguardo e osservo la situazione dal finestrino del fuoristrada. Era un grande masso, franato dalla montagna, che bloccava la strada e il traffico. Con grande fatica un nutrito numero di soldati e di operai che lavora lungo questa remota arteria, è riuscito a liberare il percorso, e a evitare critici cambi di programma. Non sarebbe rimasto altro da fare che montare qui le tende, e attendere. Fortunatamente, invece, la strada lentamente si è liberata e, attraverso questo paesaggio spoglio, adornato solo da ghiacciai e sparsi greggi di capre, raggiungo il passo Zoji La ad un’altitudine di 3529 metri, ed entro nel territorio del Ladakh. D’inverno questa strada è completamente inabissata sotto cumuli di neve e lastre di ghiaccio, ed è limitatamente transitabile, se non addirittura chiusa. L‘accessibilità subordinata alle condizioni climatiche espone in modo laconico lo stile di vita delle persone che vivono questi ambienti, conformato spontaneamente al succedersi delle stagioni.
LADAKH
Sul passo mi attende una farfalla arancione, posata su una superficie di colore grigio quasi argento; sembra un gioiello incastonato tra le rocce, impreziosito dall’azzurro del cielo terso e nitido, la cui intensità è propria di questi luoghi. E’ un’immagine gentile, in assoluta antitesi con il senso di inquietudine che in ugual modo esprime questa zona, costantemente sorvegliata dall’esercito, quasi a comprovare il concetto di dualità che si compenetra, che si fonde. Ritorna l’immagine di una originaria unità articolata su principi opposti, ma indivisibili; che si muovono all’unisono. Diversi memoriali di guerra disseminati lungo la strada ricordano le recenti vicende belliche.
Dall’altro lato della montagna, sul versante pakistano, si trova l’Altopiano di Deosai. Ritornare in quel posto con la mente mi dà un senso di serenità. Anche allora il cielo era limpido e sereno e il sole scaldava, nonostante i tremila e più metri di altitudine, esattamente come oggi. Guardo le donne che lavorano nei campi, chine e intente a formare covoni di paglia o a battere il riso; altre le colgo in un attimo di pausa, sedute sul prato a riposare.
Negli ultimi anni ho abituato gli occhi a osservare i paesi del Centro Asia. La novità e lo spaesamento hanno ora ceduto spazio a una sorta di senso di familiarità verso questi luoghi. Ne so apprezzare la genuina vitalità che esprimono, e i ritmi più rallentati ma allo stesso tempo, e a loro modo, convulsi. Mi sento un po’ meno estraneo.
Prima di arrivare a Kargil faccio una rapida sosta nel piccolo centro di Drass, ritenuta la seconda città più fredda al mondo, stando a quanto c’è scritto sull’insegna posta all’ingresso del paese. Drass è un modesto agglomerato di case calato in un contesto naturalistico tanto imponente quanto severo, assuefatto a condizioni climatiche particolarmente rigide. Il villaggio sfuma rapidamente e si dissolve nella valle. Provo a immaginarlo quando scomparirà sotto la neve, quando per molti mesi si confonderà con l’ambiente e si faticherà a distinguere i profili delle case. Ne avverto il senso di immobilità e di vuoto sperimentato solo in Groenlandia; e comincio ad avere un’idea dell’essenza di cui è fatto il Ladakh.
Mi allontano da Drass e dal finestrino osservo alcune case in stile tibetano e i mattoni in terra cruda a seccare, elementi che cominciano a descrivere un altro mondo. I ricordi del Pakistan lentamente lasciano il posto ai ricordi del Tibet. In questi luoghi il mondo musulmano e quello buddista colano l’uno nell’altro. Il passaggio non è netto, si vedono stilemi dell’uno e dell’altro mondo che convivono. Il Jammu Kashmir è uno stato dell’India fondato sulle diversità, sui contrasti. E’ affascinante osservare questo lento cambiamento.
Poco oltre Kargil, in un’area ancora fortemente musulmana, mi fermo ad ammirare un Buddha inciso su una roccia. E’ un lascito culturale posto a lato della strada, mimetizzato tra gli arbusti; è una testimonianza che proviene dal passato e che illumina in modo mite chi desidera avvicinarsi a lui, nascosto com’è tra pietre, alberi e terra.
La trasformazione graduale interessa anche il paesaggio che con l’intensificarsi dei tratti distintivi del mondo buddista, evolve e piano piano introduce colori e profili pressoché opposti a quelli del Kashmir. Il verde intenso dei boschi e dei prati cede spazio ad un livido e pallido verde che si fonde con infinite sfumature di marrone e di grigio; l’ambiente è più brullo e spoglio, forse più severo, ma acquisisce profondità; e accende il desiderio di raccoglimento, di ricerca introspettiva.
I centri abitati diminuiscono e assisto ad un costante spopolamento. Il trambusto attorno al lago Dal è ormai lontano, è entrato a far parte dei ricordi, e lascia spazio ad un ambiente austero e solitario.
Transito attraverso sempre meno villaggi, ma prima di entrare nella Valle del Suru, un piccolo centro in particolare mi incanta. Sankoo si sviluppa lungo un’unica via sulla quale si affacciano le botteghe che vendono merce di vario tipo, dal cibo, ai vestiti, ai libri di scuola e qualche articolo per la casa. Assaggio un chapati caldo e croccante, cotto al momento. E lungo la strada incrocio il sorriso di tre bambini che sono il ritratto della felicità e della spontaneità. Una bambina ha dei ciuffi di capelli che si alzano verso l’alto, all’oscuro dell’esistenza della forza di gravità. Ha l’espressione di chi ha commesso una innocente marachella, così come il bambino che le sta accanto. La terza bambina ha un sorriso aperto e sincero, è una nota di serenità che scalda il cuore. Li osservo, ricambio i sorrisi e penso che l’innocenza e la purezza di un bambino si armonizza appieno con la semplicità di questi luoghi.
Ma come sempre ciò che pare meraviglioso rivela altre verità, meno affascinanti e sulle quali è difficile fantasticare. Quando la neve si scioglie, e termina il periodo del grande gelo, durante il quale non c’è altro da fare che spalare neve, inizia la stagione del lavoro nei campi; si passa da una fatica all’altra. Fuori dal centro il paesaggio si fa sempre più brullo e pietroso e osservo un ragazzo intento a spaccare delle pietre che utilizzerà per trarne materiale da costruzione. Io cosa saprei fare qui?
Il senso di appartenenza ad una comunità è quanto mai necessario in simili posti, questo è il pensiero ricorrente che ho in testa. Le stagioni e le attività connesse scandiscono e danno un senso al tempo e alla vita; e il lavoro, da condividere con i membri della propria famiglia, è strettamente necessario alla sussistenza.
Io sento di essere un fruitore, un operatore di strumenti; cosa so fare con le mie mani? E’ forse da questa mia inquietudine che nasce il mio desiderio di comunicare? Di usare le parole, i suoni? Di provare ad essere un artigiano dei suoni e delle parole?
Molti alberi hanno le radici coperte di panni per evitare che gli animali le mangino. Più ci si addentra nel territorio ladako e più la vegetazione dirada, e i piccoli alberelli dal tronco sottile, utilizzati nelle abitazioni e nei monasteri, vengono custoditi scrupolosamente. Ci si deve ingegnare in ogni modo per trarre il massimo da ciò che la natura concede in questo luogo difficile.
La strada sale e si cominciano a vedere le pareti ghiacciate dei monti Nun e Kun (m. 7.135), battezzate le twin mountain. I due colossi bianchi dominano sui pochi villaggi, isolati e, d’inverno, coperti di neve. Come non provare una sensazione di smarrimento? Come non sentire il silenzio?
Qui, dove tutto sembra scomparso, dove solo la natura governa e decide, passo davanti ad una costruzione bassa e mimetizzata tra le rocce: è un albergo in pietra; o sono pietre a simulare un albergo? La presenza dell’uomo sembra schiacciata, vinta; non mi sono ancora reso conto, ma forse da qualche parte ho varcato una porta, e questa è la soglia di un mondo che è riuscito a domare e piegare l’uomo. O, forse, concretamente, è l’esatto opposto, è un ambiente volutamente non antropizzato. L’unica certezza che ho è che, seppure per breve tempo, avrò il privilegio di vivere questo posto così particolare e per farlo dovrò entrarci spogliato da apparenze e falsità. Devo essere quanto più autentico possibile.
A questo luogo piace lesinare sui centri abitati, e quando questi compaiono, sembrano quasi scortati da singolari guardie del corpo. Su Panikar, situata a circa 3500 metri di altitudine, si erge l’omonimo imponente ghiacciaio che vigila e protegge le poche case distribuite sotto di lui. Poco distante, incoronati da nuvole bianche, spuntano altri colossi, lo Tsirep, e, più vicino, lo Shafat. Ma chi si occupa di loro e del loro rapido ritirarsi?
La strada continua a inerpicarsi, e, in prossimità del valico, un piccolo stupa, candido come le grandi lastre di ghiaccio, oltre a rappresentare un luogo sacro, delimita il confine tra il territorio mussulmano e quello buddista e apre la vista su un’ampia vallata, che, per quanto solitaria e disabitata, ha un aspetto più dolce dopo tanta pietraia.
VALLE DEL SURU
Si risvegliano anche i profumi. Se ne distinguono due in particolare, che caratterizzano questo luogo. Le delicate piante di artemisia e di timo diffondono un aroma che è in piena armonia con l’ambiente, sempre più essenziale e autentico; primigenio.
La vista si perde in una infinità di ghiacciai, appoggiati sulle cime dei rilievi; in una successione di macchie di colore che emergono dalle lastre bianche e che scendono a valle; nell’avvicendarsi di lunghe striature, verdi e marroni, lunghe pennellate diagonali date con impareggiabile maestria. E’ un paesaggio che si rincorre. Giro lo sguardo e cerco di catturarlo, ma è una successione di colori, tutto attorno a me, da far girare la testa. Mi trovo in un enorme spazio delimitato da alti rilievi che sembrano dipinti. Questa immensa valle sembra un luogo sacro, e sembra respirare e avere un’anima. La sua essenza è contenuta nel monastero di Rangdum, appoggiato su un colle, che pare affiorare dalla vastità in cui è immerso.
Sarà per una serie di circostanze, quali le ultime luci del giorno, il senso di libertà che mi travolge, la consapevolezza di essere nel pieno di un altro importante viaggio, ma entrare nuovamente in un monastero è un’emozione; provo una sensazione di grande intensità. Respiro l’odore del burro di yak, il vero profumo di questi luoghi; e osservo i colori, quei marroni, quei gialli, quei rossi che spuntano dalla penombra. Illuminati dalla luce di una torcia guardo gli antichi volumi con gli insegnamenti del Buddha; e poi i tamburi e le statue. All’interno fa freddo, ma è un luogo accogliente e ospitale. Mi sento protetto qui dentro e avverto una forte carica vitale, una sensazione positiva.
Mi siedo e resto qui per un po’ a pensare, in silenzio. Provo la stessa sensazione che mi aveva pervaso lo scorso anno a Baltit, ma qui c’è la magia dei monasteri che accentua questa sorta di rapimento esistenziale. Che sia questo il luogo più illuminante tra quelli visti fino ad oggi? Più di Uunartoq, più del fronte del ghiacciaio Qalerallit? Più di Samye e Baltit? Amo stare qui. Mi commuovo. Uscendo dal monastero ho la sensazione di lasciare una dimensione, non un luogo.
Poco distante dal monastero mi sdraio sul prato, costellato di stelle alpine e osservo i rilievi innevati che mi circondano. Sarà questo il mio letto questa notte; un cielo stellato a 3900 metri di altitudine. Sorrido e guardo le stelle cadenti, continue luci nel cielo. Mi accendo, mi sento vivo, e recupero il senso del mio lungo viaggio.
Mi sveglio presto e sciacquo mani e volto con le acque del torrente. In lontananza le prime luci del giorno illuminano il monastero, sulla cima del rilievo, e le montagne lentamente si rischiarano. Faccio un giro su me stesso per cogliere con lo sguardo questa valle nel suo insieme ed è come sentire un abbraccio. Lascio asciugare al sole il volto ancora bagnato. Mi sento pulito, mi sento rinascere.
Giochi di forme, di linee e macchie di colore. Questi rilievi increspati sembrano un’esclusiva collezione di quadri astratti realizzati con pochi elementi, quali terra, pietra, acqua e vegetazione. Strisce rosse segnano le pareti e caratterizzano il paesaggio. Poi si susseguono tinte bianche, marroni e verdi. La valle è un generatore di sfondi in movimento. La percorro lungo la sua unica strada sterrata e rifletto sul fatto che non c’è alcun elemento di disturbo; e tutto è accessibile, i ghiacciai, la vita dei pastori, gli animali, i fiumi. Tutto nella sua più naturale purezza. Questa è una fetta di mondo incontaminata che si estende di valle in valle, e l’insieme è così grande e vasto che ai miei occhi sembra estendersi senza fine. Ogni cima ha il suo ghiacciaio, è una successione interminabile di bianche creature. Più la strada si alza di quota più questo sembra il regno dei ghiacciai.
Faccio una sosta in prossimità del lago sacro Pentso. Sono a 4400 metri, in un luogo dove sento solo il fischio delle marmotte e il soffiare del vento. Mi sdraio sulle sponde dove si abbeverano gli yak e mi godo un sole pieno che mi riscalda. Il prato verde è tempestato di stelle alpine. Dopo un decina di minuti mi alzo e passeggio lentamente, incantato da così tanta bellezza. Il lento camminare è necessario, non tanto per l’altitudine, ma per vivere ogni centimetro di questo paradiso che osservo in completo rapimento estatico. Mi sento in perfetta sintonia con queste montagne. La terra si alza ad ogni passo sollevando nuvole bianche che vengono portate via dal vento. Cammino in direzione del passo Pensi-La come se fossi attratto da una forza che chiama. Non lontano da me, a contrassegnare il passo, c’è una successione di bandiere del vento che si muovono e lasciano volare le preghiere verso l’alto.
Giunto al passo, si apre uno spettacolo impressionante. Sto per varcare la porta di accesso alla Valle dello Zanskar, il regno delle nevi e del silenzio. L’ingresso è sorvegliato da un gigantesco guardiano, il ghiacciaio Durang Drang. Osservo in piedi, quasi in segno di rispetto, la lunga lingua di questo fiume ghiacciato, le sue maestose strisce bianche e grigie. In religioso silenzio mi lascio muovere dal vento freddo che arriva da quella valle che scende da altezze impossibili e che sembra scollegata dal resto del mondo. La sola visione di questo ghiacciaio arricchisce. Questo luogo esprime la potenza della natura. E’ la raffigurazione di un canto eroico.
VALLE DELLO ZANSKAR
Le poche case in pietra dei pastori sono le uniche testimonianze della presenza umana in questi luoghi. Sono costruzioni molto primitive, ad un solo piano e ad utilizzo esclusivamente stagionale.
Non ci sono altre presenze o infrastrutture. Ciò che ieri mi aveva incantato, la vallata sede del monastero, non era altro che la porta di accesso ad una sequenza interminabile di valli e ghiacciai.
E’ un mondo sconfinato e inesplorato, preservato dall’artificio da cui rifuggo; ci sono davvero pochi abitanti che durante il lungo inverno rimangono completamente isolati.
Mi fermo a osservare la vita che si svolge in una di queste case in pietra, che dall’aspetto potrebbe ricordare una malga. Assaggio del formaggio posto a essiccare su grandi teli, dal sapore forte e piuttosto acidulo. I pastori stanno essiccando anche lo sterco per l’inverno. Recintata da un muretto di pietre, la cucina sembra allestita in modo improvvisato; su due grandi fuochi sono posti due pentoloni nei quali bolle il formaggio. Una ragazza lavora con un grande mestolo il composto bianco ancora liquido, tra sbuffi di fumo e muggiti di mucche che pascolano attorno alla casa. E’ uno spaccato di vita genuino e semplice ma allo stesso tempo è come se fosse immaginario, forse perché è inserito in un contesto talmente isolato e lontano da sembrare fiabesco.
«Si ripropone l’eterno dilemma tra la conservazione di uno stile di vita tradizionale – povero ma sapiente – e l’impatto con la modernità – spesso stolta ed arrogante, ma anche liberante dalla fatica ed allargante al mondo -; modernità che tra l’altro risulta, per questi ultimi arrivati, solo scarto tecnologico del mondo ricco ed omologazione acritica a stili di vita stranieri. Ed ecco quindi l’impegno di futuro – per noi come per loro – di trovare una nuova sintesi tra innovazione e tecnologia, apertura alla comunicazione, e saggezza consegnata dal passato e consapevolezza della propria originale identità»[8].
Dopo la sosta ad un altro rifugio di pastori, l’autista del fuoristrada, un ragazzo molto giovane, mi manifesta la sua gioia per avere appena acquistato un piccolo yak. Mi sento incapace di entrare in credibile sintonia, mi sento impacciato. Devo fare uno sforzo e cercare il mio lato più genuino e spontaneo, desidero trovare quello stato di primordiale stupore che si possiede quando si è bambini. Solo così posso cogliere l’essenza di questi posti.
Scendo a 3500 metri e mi fermo a Tungri, nei pressi di Padum dove torna un po’ di vegetazione a colorare il paesaggio.
«Se il Ladakh è Tibet dal punto di vista ambientale e dal punto di vista etnico, non lo è di meno da quello religioso. Venire in contatto con questo mondo religioso provoca emozione; affascina vedere una spiritualità che permea tutta la vita dell’uomo e che si effonde anche nelle case e nella natura. I monasteri, che qui chiamano Gompa, cioè “luogo sacro”, caratterizzano il paesaggio ladako; essi sono costruiti in luoghi alti e dominanti»[9].
Per vedere questi luoghi e questi monasteri occorre spogliarsi delle proprie abitudini.
Striature di ossido di ferro e vasti ed estesi ghiaioni risaltano sull’azzurro del cielo e sul bianco delle nuvole. Sono colori che si dispongono casualmente, sembrano chiazze di petrolio che si disperdono nell’acqua. Il paesaggio torna ad essere sabbioso e brullo, e il terreno è cedevole al punto che la strada per il monastero di Zangla è bloccata a causa del crollo di un ponte. Tutte le esistenze, gli oggetti, i luoghi sono destinati a mutare; sono lampeggiamenti effimeri che durano soltanto per un momento e scompaiono non appena sono comparsi. Il concetto di impermanenza è quanto mai presente e percepibile; qui tutto si sfalda e si riforma spontaneamente, alla luce del sole. Non c’è nulla di stabile e immobile, e nulla dà la sensazione di fissità, nonostante si abbia la percezione, ingannevole, di essere in un ambiente compatto e saldo. Le catene montuose svelano la loro instabilità. Gli esseri bianchi che ghermiscono le cime ora mi sembrano ancora più fragili e delicati, a dispetto della loro grandiosità.
I fiumi, placidamente e inesorabilmente, scavano, erodono e modificano il paesaggio. Nel loro continuo movimento sono essi stessi responsabili di instabilità, generati proprio dalle bianche creature che in silenzio svigoriscono fino a spegnersi.
Ai lati di uno di questi fiumi, lo Dzaska, sorge il monastero di Tsazar che associo al suono delle spighe al vento; il campo di grano, completamente giallo, risalta sul bianco delle pareti del monastero. Questo edificio è così piccolo che si confonde con le abitazioni dell’omonimo villaggio. Si sente un profumo, proviene dal cortile di una casa, è delicato e viene da una pianta che le persone del posto chiamano ‘Jennifer Tree’. Osservo il paesaggio e penso a queste distese senza confini bianche di neve e di ghiaccio. Ciò che vedo potrebbe essere un enorme campo di calcio o di polo, ma mi immagino partite disputate da giganti, non da esseri umani; forse dalle marmoree creature che di tanto in tanto rotolano giù dalle cime?
Scritte sui cippi di pietra lungo la via e un gregge di pecore tibetane annunciano l’imbocco verso il monastero di Stongdey, arrampicato sulla montagna.
Ciò che distingue i paesaggi dei luoghi da cui provengo è l’essere squadrati e rigidamente regolari.
La vallata che osservo dall’alto, dal monastero di Stongdey, è varia e priva di regolarità, le ripartizioni del terreno sono arrotondate, amalgamate senza troppe forzature nel contesto naturale. Non c’è il freddo, ordinato e meccanico disegno dei campi, ma linee irregolari, espressione della libera iniziativa individuale, di un’agricoltura di sussistenza; non certo di un’economia di scala.
E’ una visione verticale verso il basso da questa altezza, è da capogiro. Sembra di osservare l’infinito in punta di piedi, e di essere sospesi nel vuoto, appesi ad un filo. Potrei esserci arrivato in volo tanto è a strapiombo sulle valli che domina; è come essere in un nido d’aquila. Nella semioscurità del monastero, nei suoi indelebili silenzi, questo paesaggio diventa un ricordo, un pensiero, una sensazione che si adagia e poi soggiorna nella mente.
Il silenzio si dilata mentre percorro la strada per il monastero di Zongkhul. Per arrivarci entro in un ambiente spoglio e severo che mi ricorda la Valle del Nagar, vicino a Baltit, in Pakistan.
La strada si insinua tra le pieghe e i ghiaioni della montagna ed entra in un luogo sempre più solitario. Il colore rosso delle venature di ossido di ferro che ornano le pareti delle montagne risalta sulla terra nera della strada. Il monastero è incastonato proprio in una di queste pareti, quasi pigiato in uno spazio remoto e angusto che sembra antico, perduto. Il monastero e il paesaggio si specchiano l’uno nell’altro. Sono il riflesso di una stessa immagine, sono il simbolo o l’incarnazione di un’idea, di uno stile di vita. Sono messaggeri delle forze che permeano la natura.
«Di paesaggio non si parla nelle culture etnografiche. Per esse esistono delle realtà spaziali concrete, degli oggetti ordinati nello spazio e nel tempo, delle forze che permeano la natura. Il paesaggio – non scoperto culturalmente come immagine o proiezione di queste realtà – è la percezione o il sogno di tali presenze (il paesaggio come sogno o come liquido amniotico che ci avvolge prima di nascere alla coscienza)»[10].
L’unico elemento che suggerisce il passare del tempo è una cascata che erompe dalla cima di una montagna e che sembra dissolversi nell’aria prima di toccare terra; è una testimonianza solitaria dell’incessante scorrere del tempo. Il fiume che si agita sotto il suo getto sembra una lastra d’acciaio illuminata dalla pallida luce della sera.
In prossimità dell’entrata del monastero si sente un profumo singolare, riconosco l’aroma della salvia, ne distinguo le foglie tra la rada vegetazione che spunta dalle rocce. Tuttavia è forte anche l’odore pungente di burro di yak.
Ma è una grotta o è un monastero? Alte scale si alzano sulla montagna ed entro nella caverna sacra, vecchia più di mille anni. Il mistico e monaco buddhista Naropa pregava qui, dove l’acqua sacra sgorga, goccia dopo goccia, dalla montagna.
Cosa vuol dire sperimentare la solitudine in questo luogo austero, a 3700 metri di altitudine? Cosa si prova a rimanere così profondamente distanti da tutto? Qui si riesce a sperimentare il puro pensiero?
Mi sveglio nel campo tendato in prossimità del lago sacro Tuthot Dechendal Sani. Mi lavo con l’acqua del torrente, allietato dai sorrisi di un gruppo di bambine che dimora nella tenda a fianco alla mia. Sono piccole monache con la testa rasata. Solo una di loro ha i capelli lunghi, nascosti sotto un grosso cappello di lana. Due anziane monache tibetane provvedono a loro, ricoprendo il ruolo di maestre, di madri e di guide spirituali.
A Padum c’è un viavai composto. Molta gente arriva dalle zone limitrofe per festeggiare la giornata dell’indipendenza indiana. La manifestazione si svolge su un ampio piazzale nel centro del paese ed inizia con l’esibizione di bambine e ragazze delle scuole locali. In questi spazi aperti che somigliano al Tibet, se non ancora più remoti, isolati e incorrotti, induismo, buddismo e islamismo si intrecciano. Questo è un luogo di grandi contaminazioni e questa festa ne è una perfetta testimonianza. Musica islamica proposta ad un pubblico in buona parte composto da monaci buddisti muta rapidamente in musica indiana. E’ un groviglio di popoli che si muove all’unisono in questa piazza circondata da rilievi innevati. Ora si libra nell’aria un canto che esprime il candore orientale espresso con delicati movimenti delle braccia e delle mani.
Il posto di fatto remoto e la partecipazione delle scuole dona alla cerimonia una genuinità che nelle grandi città si sarebbe persa, dove facilmente avrebbe acquisito un aspetto politico considerata la complessità del tessuto sociale.
E’ un flusso di umanità, di etnie, di trecce, cappelli, abiti, tuniche, caratteri somatici orientali. Pelli chiare, scure, pelli grinzose e lisce. Veli, fazzoletti, berretti di lana, arancioni, neri. Faccio parte pure io di questo flusso. Partecipo con lo spirito al suono dei tamburi che echeggia nella valle. Vivo la festa con gli occhi di un bambino che scopre e vede per la prima volta un mondo che non conosce.
Ieri sera, al calare del sole, quando tutto era silenzioso e tranquillo, quando le penombre oscuravano le strade, famiglie sedute ai lati della strada, o a passeggio, osservavano le macchine in arrivo dalla regione per la grande festa. Un passatempo serale che palesava l’euforia dell’attesa. Ho avvertito un senso di appartenenza alla propria terra e alle proprie tradizioni che fatico a riconoscere. Io rifuggo dal mio mondo fatto di artificio. Che diverso approccio alla vita.
«In questi luoghi il volto dell’uomo, non manipolato dalle illusioni dell’apparente, è ancora capace di raccontare storie e suscitare emozioni, è un libro aperto sull’interiorità che insegna l’attenzione delicata verso le persone»[11].
Mi allontano da Padum e quando sono abbastanza distante da quel piccolo centro, osservo questo lembo della smisurata Valle dello Zanskar.
«[…] e così facendo creiamo un mondo di cultura e di valori che diventa parte integrante del nostro ambiente naturale»[12]. Perfettamente amalgamato nel paesaggio, incastonato nella roccia, il villaggio di Karsha e il suo omonimo monastero rendono più verosimile il contatto tra queste due realtà.
Osservate da lontano, fatico a immaginare che nelle microscopiche macchie bianche sulla parete della montagna si celi un mondo abitato. «Jou-lee jou-lee!» salutano i monaci mentre salgo verso il monastero. La luce del crepuscolo proietta sui rilievi le forme delle nuvole, animando un gioco di ombre cinesi; figure impalpabili e ondeggianti. Piccoli legni sulle sommità delle case, chikara ai quattro lati dei tetti, rovi di paglia e pietre sono gli elementi che modellano il villaggio.
Arrivato in cima la testa mi gira come le ruote delle preghiere. Aggrappato sulle rocce, anche questo monastero è un nido d’aquila; esposto al vento e orientato verso l’infinito.
La giornata si conclude con un saluto urlato da un gruppo di bambini accalcati sul retro di un camioncino, sorridenti, complice la giornata di festa. Gioisco pure io di tanto appagamento.
Il giorno dopo ripercorro a ritroso la Valle dello Zanskar, impreziosita da cieli azzurri immacolati, senza la scia di un aereo, da bandierine con i “cavalli del vento” che portano le preghiere in alto nei cieli, da stupa bianchi come i ghiacciai e da ruote delle preghiere. Non ci sono elementi di disturbo, è una valle intatta e incontaminata, dove mancano persino le pompe di benzina.
Risalgo il passo Pensi-La imbottito di tachipirina per riprendermi da un’improvvisa alterazione, ho trentanove di febbre e mi sento stordito. Osservo dall’alto del passo la strada sterrata, l’unica, un serpente che si perde nella vallata. Ammiro rapito per la seconda volta il ghiacciaio Durang Drang che mi riconduce nella valle del monastero di Rangdum, un concerto di mille pieghe e di sfumature di marrone, di bianco e di nero; questi sono ambienti che sembrano immutati da più di mille anni.
VERSO LEH, passando per LAMAYURU E SKITCHAN
In sogno il ricordo di chi non c’è più.
Mi allontano momentaneamente dal mondo buddista e mi avvicino di nuovo a Kargil, centro di credo mussulmano. Il campo tendato dove dormo si trova in prossimità di un fiume e di un prato; un enorme rilievo bianco troneggia da lontano. Con la prima luce del giorno alcune bambine del piccolo villaggio attiguo passano vicino alle tende per portare al pascolo il bestiame. Si siedono su una pietra strette una a fianco all’altra e osservano incuriosite l’intrusione. Per loro è un’occasione insolita per spezzare la quotidianità e per far tacere anche solo per pochi minuti la consuetudine. Nei loro gesti e negli sguardi dissimulati e coperti sotto i veli si avverte insicurezza e sospetto. Dubbiose osservano, ma la loro resistenza, inesistente tra i bambini che ho visto nella Valle dello Zanskar, si stempera e si attenua lentamente con un manciata di dolci albicocche.
In prossimità di Kargil ricompare un mondo più complesso. La presenza delle caserme e dell’esercito è massiccia e ha una funzione deterrente considerati i vicini confini con il Pakistan. Gli equilibri sono molto fragili e i media sono amplificatori di situazioni poco controllabili; le ripercussioni si sentono anche in luoghi così remoti.
Ciò nonostante la vita procede regolarmente. Lungo il primo tratto della strada che da Kargil porta a Leh si vedono scolari di diverse età che camminano ai bordi della strada, ordinati ed eleganti. Le distanze sono lunghe e ogni tanto passa qualche pullmino che raccoglie gli studenti; talora sono stipati fin sul tetto.
“Education is the soul of society”, puntualizza una scritta su una parete della Springdales Public High School Wakha Mulbakh Kargil Ladakh nelle vicinanze dell’antico bassorilievo del Buddha Maitreya. Per arrivarci si percorre una strada fatta di pietra, terra e ghiaia. ‘Uomini di creta’ vestiti con il kurta spaccano le pietre e costruiscono la strada che ora, per la prima volta in questo viaggio, è asfaltata.
Pian piano riappaiono le case in stile tibetano.
Il percorso prosegue tra rilievi di arenaria che sembrano dune di sabbia, completamente prive di vegetazione, e concrezioni di pietra che somigliano a grinze di elefante. C’è un unico colore che domina l’ambiente, una tonalità di marrone che indica l’ingresso in un’area desertica. Dai passi Namikala e Fotula si vede un paesaggio arido e brullo dove il vento soffia con forza. Non si distinguono più le macchie verdi dei pioppi e neppure le macchie rosse dell’ossido di ferro. Ma presto ricompariranno.
Il monastero di Lamayuru è sospeso su guglie verticali; in verità è un complesso di edifici incuneati nella roccia che include anche l’omonimo villaggio. Tutto attorno lo scenario è livido e diafano.
Il monastero è un luogo dedicato al silenzio. Al suo interno un monaco recita una preghiera accompagnato dal suono monotono del tamburo e dal tintinnio di un campanello.
Nella penombra osservo il panorama illuminato dalla luce della sera; è un proliferare di stupa e di templi. Si sente il soffiare del vento e lo scampanellio delle ruote delle preghiere. Sono suoni che si perdono nel vuoto.
Grotte, cunicoli, corridoi e gradini in pietra conducono al piccolo tempio della tana del leone. Ogni cosa è fatica in questo monastero, manca il fiato a causa dell’altitudine.
Poco più su, nel tempio di Avalokitesvara, faccio un’offerta per la tua sofferenza passata, Lucia; e osservo un monaco intento a pregare. Viaggio in luoghi che sembrano impregnati di consapevolezza, nei quali ogni gesto, apparentemente insignificante, ha valore. La vita dei monaci che vivono in questi monasteri è così enormemente diversa dalla mia che non sembra esserci alcun punto di contatto tra me e loro. Li osservo con un po’ di rassegnazione. E’ come se per un breve lasso di tempo fossi stato strappato a quel sonnambulismo che, afferma Roberta De Monticelli, ci condanna a vivere senza lucidità gran parte del nostro tempo. [13]
«La cultura scientifico-tecnologica, con le sue sorprendenti e continue vittorie, ha travolto tutto: ciò che resta fuori dal suo mondo – il sacro, il mistero dell’uomo – viene eliminato. I corpi dei defunti sono diventati materiale da smaltire con la cremazione o da riciclare con la donazione degli organi. Le immagini religiose e filosofiche sono state distrutte e l’uomo è diventato cosa e materia. Così anche il senso della morte è stato vanificato, rimosso»[14].
Alloggio nella Greenland House, un nome quanto mai evocativo.
I giorni passati in tenda hanno contribuito ad accentuare il valore dell’esperienza in sé e del luogo. Nella Valle dello Zanskar si entra come ospiti, e tali si rimane fino alla fine. La valle accoglie come una madre, accudisce, insegna e una volta compiuto il percorso, saluta.
Che rimanga intoccata, penso egoisticamente. E’ un grembo dove rifugiarsi alla ricerca di un proprio equilibrio. E‘ un luogo sacro come i templi che accoglie in sé. Oggi, adesso, la immagino come una creatura, un essere con una sua anima. Lo percepisco ora ai piedi del monastero di Lamayuru.
L’uomo ha bisogno di calore.
Quando si confondono razionale e irrazionale, ragionamento e intuito, la mente perde i suoi punti di riferimento, penso osservando questo villaggio.
Leggo due passi di un testo di Eugenio Turri. Lui fu viaggiatore di professione, ma un viaggiatore che amava occupare una minuscola parte della scena, non il centro. Era un osservatore che si metteva in disparte, per far posto a tutto il resto.
«I paesaggi possono essere osservati oggi non più prescindendo dalla conoscenza scientifica, perché scientifico è il fondamento della nostra cultura, nata da secoli di tormento conoscitivo, anche se ciò non esclude che il paesaggio sia godibile come fatto estetico, o come ritrovata comunione con la natura, quindi come fatto nostalgico, di ritorno all’origine. […] Il godimento è certo più vero e autentico se alla gioia e alla contemplazione fine a se stessa del paesaggio si unisce la conoscenza delle relazioni che intercorrono tra i vari fatti, le ragioni che li muovono, le necessità che legano l’uno all’altro. La vecchia storia che i tramonti sono rossi e meravigliosi non sono più godibili se si sanno le ragioni che li rendono tali (notoriamente il fenomeno è dovuto alla maggior capacità penetrativa dei raggi infrarossi, con minor lunghezza d’onda) è solo una forma di difesa dei poeti, nessuno infatti mi impedisce di godere egualmente i tramonti. Piuttosto è importante che l’interpretazione scientifica non resti fine a se stessa, ma che entri in tutto un insieme di relazioni, delle quali sono partecipe io stesso, uomo che ha palpiti ed emozioni insieme a capacità raziocinanti»[15].
«Il paesaggio, comprensivo di manifestazioni naturali e umane, organismo vivo intessuto di relazioni interdipendenti tra le forme che lo compongono, è il paesaggio come si propone oggi alla nostra coscienza scientifica. Paesaggio nel quale si trova oggettivato l’uomo, ormai giunto a vedere se stesso e il proprio mondo «dal di fuori», come può fare l’entomologo quando studia gli insetti nel loro ambiente»[16].
Eugenio Turri stesso era giunto a vedere se stesso e il mondo «dal di fuori».
Il contatto cosciente con il paesaggio e con la natura permette di avere uno sguardo oggettivo, ma che tuttavia non aiuta a comprendere la realtà complessa nella quale vivo. Lo sguardo raziocinante aiuta a vedere «dal di fuori», a oggettivare la propria presenza nel mondo, ma ciò facendo temo di rafforzare la mia visione dualistica, tipica del mio mondo. Sono un buon lettore di testi di divulgazione scientifica, ne sono sempre stato attratto, spinto da un desiderio di conoscenza. Mi sono allontanato dalla visione antropocentrica, ma forse ciò non è sufficiente. E’ il superamento di ogni dualismo ciò a cui dovrei tendere. In fondo sono affascinato sia dallo sguardo raziocinante che dallo sguardo interiore, dall’inconscio. Dovrei unirli in un unico sguardo.
Ciò che faccio con i suoni non è una riproduzione della realtà, una sua semplice descrizione. Sto provando a eliminare la distanza tra me e ciò che mi circonda; e far perdere me stesso, e il potenziale ascoltatore, nelle continue metamorfosi del vuoto senza forma, da cui tutto ha origine e in cui tutto finisce. E’ con la musica che probabilmente mi sento più libero. Lo scrivere mi aiuta a capire, ma è forse espressione del mio lato più razionale.
Mi servo spesso di espressioni come ‘maestoso’, ‘grandioso’, ‘immenso’ per descrivere le emozioni che il paesaggio mi trasmette. Do spazio al sentimento estetico, più labile e sensazionalistico. Con la musica forse mi avvicino invece di più al mondo dell’inconscio; e forse inconsapevolmente è proprio attraverso la musica che desidero arrivare alla perdita del sé e all’identificazione nella natura, nel tutto.
Di mattina presto, dagli edifici prospicenti il monastero, sento il salmodiare dei bambini, e intenso è il profumo di pane tostato. Le mucche vengono fatte salire al pascolo attraverso gli stretti sentieri sterrati del villaggio. Da poca distanza si ha l’impressione che il monastero, inserito tra rilievi che sfumano dal marrone al verde, al viola della lavanda, sia balzato fuori da una favola.
La strada per Dah e per gli altri villaggi della ‘restricted area’ tra India e Pakistan, panoramica ed esposta, è una sottile striscia disegnata a mezza costa sulla montagna. Pare di essere costantemente sulla cima del mondo, e tutto quel poco che cresce a questa altezza è profumato. Ci sono i cardi, pungenti e belli come questo paesaggio, e tantissime piante di capperi.
Osservo in basso il fiume Uan-La che taglia la valle; lo scenario è da capogiro. Mi tengo vicino alla parete della montagna, ma nonostante le vertigini sono attratto dall’immensità che mi circonda. E’ tutta una piega, una cresta, un rincorrersi di rilievi a perdita d’occhio, un susseguirsi di montagne che si spingono fino al confine con il Pakistan, e oltre. Ogni luogo ha una sua commistione di elementi che lo rende caratteristico. Questo, nonostante i chorten disseminati ovunque, mi ricorda il Gilgit-Baltistan e in generale i Territori del Nord del Pakistan.
Ci sono le linee dritte dei pioppi cipressini che macchiano di verde, c’è la stessa terra brulla, la medesima verticalità delle montagne che cadono a picco, severe e ruvide come il Karakorum, la Montagna Nera. Ci sono le pietre con sfumature che vanno dal bianco al marrone; i fiumi che le tagliano implacabilmente e le cui rive vengono collegate da ponti dalla struttura caratteristica. Di tanto in tanto c’è una spruzzata di arancione delle albicocche messe a seccare.
Osservo macchie viola e verdi che colano dalle pareti, causate dalla presenza di ferro e di rame; c’è il quarzo che dà origine a striature bianche come la neve; e l’ematite che genera venature color ocra. Oltre alle albicocche ci sono noci, mele e vicino ai villaggi nella ‘restricted area’ c’è anche l’uva. Che ricchezza, che varietà a queste altitudini.
Qui Avalokitesvara comunica la sua presenza, assumendo le sembianze di una montagna e illuminando costantemente la notte. In realtà sono i minerali in essa presenti che fanno da specchio alla luce lunare, ma oggi rifuggo dal razionale; la capacità di suggestionare di questo luogo è fuori misura, e mi abbandono all’irrazionale.
Amerei vedere questi posti d’inverno, catturarne la loro essenza in un contesto più severo.
Ma intanto provo una piacevole sensazione di ritorno. Percorro un’altra parte del letto dell’Indo, fiume che è ormai una costante di questi ultimi viaggi. Sembra quasi che dove scorra questo fiume l’ambiente circostante debba necessariamente farsi maestoso.
In Pakistan l’Indo è gravido e vorticoso, qui è ancora un fiume docile; ciò nonostante un’alluvione appena avvenuta impedisce di arrivare nei villaggi più interni della vallata, ma per un giorno sento rinascere le sensazioni provate lo scorso anno in Pakistan. Mi sdraio su una pietra in riva al fiume dopo aver raccolto un po’ di albicocche; osservo e ascolto, appago i sensi.
Più tardi, dopo un lungo tratto di strada percorso ascoltando musica tradizionale ladaka, fatta di suoni ripetitivi, monotoni e incessanti, arrivo alla base della salita per un monastero che pare dimenticato. Sono incantato, frastornato, ipnotizzato dalla musica, mi sembra di essere entrato in un’altra dimensione. C’è un silenzio che quasi stordisce. Questo luogo ha un che di irreale. Ma dove sono? Tutto assume l’aspetto di un sogno. Seguo le otto simbologie buddiste e raggiungo il monastero di Skitchan nel villaggio di Semiarlan, a 2800 metri. Non c’è nessuno.
Giunto in cima entro nel Cave Temple, fresco e accogliente. Riprendo fiato e mi siedo sui tappeti da meditazione.
«L’alta montagna è infida, soggetta alle più libere manifestazioni dei fenomeni geologici e meteorologici, espressione massima per noi della natura non annessa, non facilmente imprigionabile dai nostri mezzi di umanizzazione concreta; quando dopo una scalata ridiscendiamo dalle cime alpine, riprendiamo i sentieri e riscopriamo le valli con i paesi, i campanili, i campi coltivati, le strade, i prati, allora ritroviamo veramente l’uomo, i suoi segni: è il paesaggio umanizzato»[17].
Osservo un’aquila che vola in cielo. La percezione che gli animali hanno del paesaggio non possiamo conoscerla; probabilmente per essi esiste solo un serie di riferimenti funzionali entro un territorio vitale. Come vedono il mondo possiamo saperlo soltanto prestando loro i nostri sensi e il nostro sentimento. Voglio ridiscendere dalle cime e osservare con i suoi occhi il tratto di strada che porta a Leh, voglio riaprire così gli occhi sul mondo. Voglio vedere me stesso, da lontano, salire sull’aereo per Nuova Delhi, e tornare poi a posare lo sguardo sulle alte vette dell’Himalaya.
Volo sopra un arco di terre limitato da catene montuose e verso l’interno da terre desertiche. Posso arrivare ad abbracciare con lo sguardo per intero questo panorama, sino a 400 km di distanza e oltre. Sento il freddo pungente dell’aria sul mio nuovo corpo. Lo spazio è esteso e non ci sono confini definiti intorno al paesaggio che conosco. La vista funziona da memoria e da riferimento delle altre percezioni, insostituibile per la percezione che ho dello spazio. Sui pendii innevati vedo orme di piccoli mammiferi, potrei seguirle per sapere dove sono, dove si nascondono, per cacciare. Proseguo e oltrepasso il limite della mia esperienza geografica di questo luogo; entro in un mondo inesplorato, mi sento invulnerabile, veloce nel volo e rapido nei movimenti.
Sulla dorsale più alta che cinge una valle c’è un piccolo villaggio con le sue case tutte distese al sole lungo il versante che guarda a mezzogiorno. Il fondovalle è percorso da un grande fiume. E poi gli uomini, piccoli cortei di gente in prossimità di una città. Ero uno di loro pure io, un tempo. Ma avevo dimenticato l’essenza delle cose, il loro spettacolo perenne. La magia del mondo. Non sento vita spirituale adesso, assaporo il momento, l’attimo in cui vivo. Sento il cuore che pulsa. Non c’è razionale o irrazionale, non emerge l’immagine di una unità articolata su principi opposti, c’è solo un libero abbandono a ciò che vedo, a ciò che sento. Eterni sono i miei movimenti, eterno questo attimo in cui batto le ali, eterno il mio atto di respirare. Ecco, qui c’è il «vivo».
Ringrazio Giancarlo D’Anna, autore del viaggio
Note
- I. Calvino, Le città invisibili, Torino, Einaudi, 1972, p. 26 ↩
- I. Calvino, Le città invisibili, Torino, Einaudi, 1972, p. 9 ↩
- S. Mazzoli, Spicchi di infinito, Bologna, Edizioni Calderini de Il Sole 24 Ore Edagricole S.r.l., 2002, p. 1 ↩
- S. Mazzoli, Spicchi di infinito, Bologna, Edizioni Calderini de Il Sole 24 Ore Edagricole S.r.l., 2002, p. 33 ↩
- F. Capra, Il punto di svolta, Giangiacomo Feltrinelli Editore, Milano, 2008, p. 248 ↩
- I. Calvino, Le città invisibili, Torino, Einaudi, 1972, p. 54 ↩
- G. Tucci, Storia della filosofia indiana, Roma-Bari, Economica Laterza, 2012, pp. 21-24 ↩
- S. Mazzoli, Spicchi di infinito, Bologna, Edizioni Calderini de Il Sole 24 Ore Edagricole S.r.l., 2002, p. 83 ↩
- S. Mazzoli, Spicchi di infinito, Bologna, Edizioni Calderini de Il Sole 24 Ore Edagricole S.r.l., 2002, p. 88 ↩
- E. Turri, Antropologia del paesaggio, Venezia, Marsilio Editori, 2008, p. 17 ↩
- S. Mazzoli, Spicchi di infinito, Bologna, Edizioni Calderini de Il Sole 24 Ore Edagricole S.r.l., 2002, p. 41 ↩
- F. Capra, Il punto di svolta, Giangiacomo Feltrinelli Editore, Milano, 2008, p. 248 ↩
- R. Bodei, R. De Monticelli, V. Mancuso, G. Reale, A. Schiavone, E. Severino, Che cosa vuol dire morire, a cura di Daniela Monti, Torino, Giulio Einaudi editore, 2010, p. IX ↩
- R. Bodei, R. De Monticelli, V. Mancuso, G. Reale, A. Schiavone, E. Severino, Che cosa vuol dire morire, a cura di Daniela Monti, Torino, Giulio Einaudi editore, 2010, p. X ↩
- E. Turri, Antropologia del paesaggio, Venezia, Marsilio Editori, 2008, p. 80 ↩
- E. Turri, Antropologia del paesaggio, Venezia, Marsilio Editori, 2008, p. 60 ↩
- E. Turri, Antropologia del paesaggio, Venezia, Marsilio Editori, 2008, p. 53 ↩
- E. Turri, Antropologia del paesaggio, Venezia, Marsilio Editori, 2008, p. 20
- E. Turri, Antropologia del paesaggio, Venezia, Marsilio Editori, 2008, pp. 89-92


















































