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Islanda

  • di

SILEO ERGO SUM
VATNAJӦKULL. Ghiaccio che ribolle, silenzio cristallizzato
ISLANDA, 2017

 

dedico questa esperienza a mia mamma
dedico queste riflessioni a mio papà, compagno di viaggio

 

I segreti del mondo si nascondono nel silenzio. Nell’ultima esperienza di viaggio li ho cercati tra i rumori che insidiavano il silenzio. Quest’anno sarà più facile perdersi tra gli spazi e i ritmi della natura, alla ricerca dei suoni interiori, che sono lì, in attesa di essere ascoltati. Loro aspettano pazientemente e di tanto in tanto mi accorgo di loro, spesso, o solo, durante i miei viaggi.

«Il vero silenzio attivo, che si oppone alla percezione del silenzio esterno, consiste nel rendersi disponibili all’ascolto del mondo, nell’abbattere le frontiere fra sé e il reale, nel diventare paesaggio. I monaci certosini hanno ragione di dire che non si tratta di fare silenzio, perché il silenzio interiore non si costruisce, né di integrarlo, perché è già in noi, ma di farlo emergere. Secondo il filosofo Joseph Rassman, il silenzio spirituale è «l’essenza più intima di ogni essere e l’elemento che congiunge ogni essere con tutto ciò che esiste». Grazie al silenzio interiore si realizza l’accordo tra l’anima e l’armonia dell’universo, l’unione fra il silenzio dell’uomo e il silenzio della natura: Sileo ergo sum»[1].

«Ma non bisogna confondere solitudine e isolamento. La solitudine volontaria implica una pienezza che permette di attraversare il mondo con il sentimento di contenerlo, mentre l’isolamento taglia il cordone ombelicale che ci lega inevitabilmente a una comunità. Per evitare di sprofondare nella follia o in uno sterile stato selvaggio, il silenzio della natura non deve negare, ma fecondare gli scambi con i nostri simili»[2]

Dov’è il brulichio? Dov’è l’incessante movimento umano? Ormai abituato al groviglio di persone delle ultime esperienze di viaggio in Asia, mi sento quasi estraneo a questo ambiente che anni fa mi aveva sedotto. Erroneamente potrei credere di intraprendere un viaggio di ritorno, di pensare che sia un cerchio che si chiude. L’idea di parlare dei miei viaggi mi venne in occasione dell’esperienza vissuta in Groenlandia; in quell’occasione feci una breve tappa in Islanda. Ed eccomi di nuovo qui, sotto i cieli grigi di Reykjavik. Ma il mio sguardo ora è più ricco; non è un tornare sui miei passi, l’obiettivo non è quello di rivivere o ricordare esperienze già vissute. Più correttamente questo è un percorso che continua. E’ una nuova esperienza che si somma alle precedenti.

I viaggi che faccio ogni anno sono un’occasione per riflettere, fanno parte di un lungo percorso che non so se e quando avrà una fine, e se mi porterà a trovare ciò che cerco. Non c’è un vero filo conduttore in tutte le esperienze che vivo e descrivo. E’ più un resoconto del mio crescere come individuo. Cerco luoghi che permettano di stare lontani dalle consuetudini mirate all’esaltazione del sé. Cerco l’unione fra il silenzio dell’uomo e il silenzio della natura. Consapevole del mio essere un uomo di città, inadeguato e incapace di vivere nella natura selvaggia. Non idealizzo la natura, la osservo incantato e allo stesso tempo la temo.

Uno degli scrittori islandesi più conosciuti è Halldόr Laxness, autore del libro Gente indipendente, un romanzo che racconta la semplice e spietata storia di un uomo che non ha nulla di eccezionale, non è un eroe, non è un aristocratico, non ha virtù particolari; deve solo sopravvivere al freddo, alla fame e alle malattie. E’ la difficilissima vita di un uomo che, nei primi anni del ‘900, compra una fattoria in una zona sperduta della campagna islandese. La natura descritta da Laxness è sempre nemica, e «chi ci abita in mezzo non ha occhi per vederla bella»[3]. Non c’è nessuna idealizzazione romantica in questo libro, c’è solo spazio per descrivere il dolore di un uomo che lotta contro la natura e la solitudine.

Nei viaggi passati avevo già riflettuto sulla potenza della natura, sulla difficoltà dell’uomo di vivere in condizioni estreme come quelle narrate in questo romanzo.

«Leggere Gente indipendente significa entrare nella macchina del tempo ed essere catapultati nel mondo prima della civilizzazione»[4].

«Chi legge oggi Gente indipendente non vede attorno a sé, nella vita di ogni giorno, esseri umani come questi. Ma basta guardarsi alle spalle, arretrare di cinquanta, cento anni, alla generazione dei nostri nonni o bisnonni, per rendersi conto, per ricordarsi del fatto che un numero infinito di esistenze ha seguito questo corso, consumandosi in questo mesto torpore. Gente indipendente è, tra le molte altre cose, una lettura da raccomandare agli antimoderni propensi a idealizzare quel passato: se ne esce più cauti»[5].

Io osservo la natura, la descrivo, amo i grandi spazi aperti non antropizzati. Ma allo stesso tempo tutto ciò mi spaventa, sono incapace di vivere fuori dal mio contesto urbano.

Vivere temporaneamente questi ambienti aiuta a riconciliarsi con la propria natura; aiuta a rimanere ancorati alla realtà, a ricordare chi siamo e dove veramente viviamo. E’ altrettanto bello trovare conforto in contesti dove si percepisce la millenaria presenza dell’essere umano. Ma quest’anno torno in luoghi dove è la natura a dominare.

L’Islanda ha un suo tratto distintivo, ha una sua unicità. I clacson che suonano incessantemente e le strade colme di automobili sono, per me, degli iconemi, sono l’immagine di alcuni paesi dell’Asia che ho visto nei viaggi passati. Ora sono tornato all’assenza di rumori, alla quiete. Le strade poco popolate, le montagne spruzzate di neve, il colore nero della terra, i cieli annuvolati, le case basse e discrete di Reykjavik, sono gli iconemi dell’Islanda, sono l’immagine che mi sono portato dietro dall’esperienza precedente e che insiste ad essere tale ora che cammino per le strade di Reykjavik. Sono in attesa di ampliare l’immagine che ho di questa terra che avevo solo lambito e che si prospetta essere eterogenea e variegata.

Se si viaggia in aereo l’impatto iniziale racconta subito un luogo. Se ne respira l’unicità che poi, lentamente, si impara a conoscere nel corso dei giorni. Gli aerei sono delle catapulte che lanciano le persone lontane dalle loro case e dalle loro abitudini. Più i luoghi sono lontani, più l’impatto è destabilizzante. Quando, nel 2013, atterrai a Kathmandu rimasi sbalordito; ero disorientato ed esterrefatto. E’ impossibile restare indifferenti quando si vede un mondo tanto diverso da quello da cui si proviene.

L’Islanda non è così lontana dall’Italia, ma la sensazione di perdita di punti di riferimento è simile a quella provata in luoghi molto più lontani. E’ difficile confrontarsi con un luogo quasi completamente dominato dalla natura.

Le prime immagini che vedo sono ancora armoniose, pur nella loro oscurità di fondo.

Assisto ad un potente getto di acqua e vapore di un geyser e percepisco in modo molto netto il primo odore dell’isola, un odore forte che troverò un po’ ovunque: odore di zolfo.

Sedimentazioni laviche, macchie di colore grigio e verde, e una lieve pioggia: è il linguaggio della natura che si impone sui segni dell’uomo. Gullfoss è acqua glaciale che sale verso il cielo da una frattura nella terra, ed è acqua che erode con forza la roccia. E’ un angolo brumoso che si apre in un’ampia valle circondata da cime innevate e da ampi prati dove vivono solo cavalli, pecore e mucche.

Un cavallo nero, fiero e solitario, domina la valle, sotto una pioggia incessante. Il colore lo nobilita, lo rende elegante. E’ un colore che in questo contesto manifesta autorevolezza e forza. E’ un colore che ora si presenta così ai miei occhi. La sua vera natura verrà fuori e proromperà più avanti nel viaggio, quando diventerà un elemento caratteristico del paesaggio. Per il momento è solo un assaggio.

Un ghiacciaio si staglia all’orizzonte, regale, si impone sui prati.

Acqua e fuoco, ghiacciai e geyser si confondono e danno la misura della varietà di questa terra. L’Islanda è un’isola relativamente piccola, eppure dall’interno pare sterminata; è una sensazione che si prova frequentemente considerata la scarsa o quasi inesistente antropizzazione di questa terra. Di tanto in tanto ci sono case con i tetti rossi e balle di fieno raccolte in plastica nera, azzurra e rosa; in questo paesaggio scarno dominato da tinte scure, da un uniforme e vasto manto verde grigio, emergono questi colori vivaci che mitigano tanta severità.

«Oggi l’acqua cade incessantemente da ogni dove» penso mentre osservo la strada dal finestrino della jeep. Si riversa dal cielo; l’acqua ghiacciata della cascata Seljalandsfoss corre giù con forza dalle montagne. Acqua bollente erutta dalla terra. Tanta acqua che idealmente sembra voler placare l’ardente irruenza dei vulcani. Osservo all’orizzonte il mare con le sue acque fredde e agitate.

La jeep prosegue lungo la strada delimitata da due serie infinte di paletti gialli, altra nota di colore che spicca in questa landa fatta di materia inerte, immobile e fissa. Penso sia la quasi assenza di alberi a rendere tutto così statico. E’ tuttavia un’idea di equilibrio e di immutabilità solo apparente; sotto ai miei piedi, in verità, pur non avvertendo nulla, la terra si muove. E’ proprio questa duplice anima dell’Islanda a rendermi inquieto. Provo una sensazione particolare, è come se non mi sentissi al sicuro o al riparo. Tanta uniformità e immobilità può suggerire l’idea di un’imminente catastrofe; una colossale eruzione seguita da un forte terremoto e da colate di lava incandescente.

Anche i pensieri corrono su queste lande, sempre più veloci. «Forse è meglio frenarli», penso, mentre la jeep si addentra nell’isola, e lentamente mi allontano dal mare.

I fiumi tagliano più volte la strada e alimentano una ampia piana fluviale. Entro nella valle di Þórsmörk (o Thórsmörk) e i ghiacciai sulle cime delle montagne, che prima erano distanti e indefiniti, ora sono sempre più vicini, ne vedo i dettagli e le diverse sfumature di bianco e di grigio. I pochi alberi sono scomparsi e il paesaggio è ancora più spoglio.

Sono alle pendici del vulcano Eyjafjallajökull, sotto una delle sue tante lingue glaciali. La forza erosiva del ghiacciaio che aveva dato origine alle morene, ha ceduto all’impeto dell’eruzione vulcanica che nel 2010 ha spazzato via il lago glaciale e la morena stessa. Una spaventosa battaglia tra titani vinta dal fuoco.

Tutta l’acqua che vedo mi fa pensare ad un esercito pronto a domare l’ira del dio vulcano, schierato sotto di lui con fare minaccioso. Il contesto, fatto di montagne grigie e di terra nera, è severo e suggerisce un nuovo potenziale scontro tra le forze della natura. In questo luogo ci si sente davvero piccoli.

Più mi addentro nella valle di Þórsmörk e più sembra di entrare nella tana dei leoni. La terra qui ruggisce; è visibile tutta la sua potenza. Colate di lava formano le alte pareti rocciose.

Ma l’uomo esplora impavido e cerca sé stesso anche in posti così spaventosamente belli. Mi addormento nella mia tenda, sotto la pioggia, ai piedi del ghiacciaio Mýrdalsjökull.

Dopo un rigenerante sonno ristoratore, dal campeggio prendo il sentiero che porta al valico Fimmvörðuháls e mi addentro in quello che non potrei definire altrimenti se non un antro infernale. Nere pareti di roccia vulcanica sono impreziosite da un accenno di verde della vegetazione che si oppone tenacemente al rigore del luogo. Nell’aria si sente odore di zolfo e di timo selvatico, pianta dai fiori rosa, piccole gemme assorbite nell’oscurità.

Salendo, mi allontano dalla valle di betulle e l’ambiente si fa sempre più scarno. I pochi salici nani ora cedono spazio ai licheni, aggrappati con forza alla vita più che alla terra.

Raggiungo un altopiano dal quale osservo ghiacciai in ogni dove, un anfiteatro bianco e nero dominato da un silenzio assoluto. Mi siedo su una roccia e sfoglio un prezioso libro che ho messo nello zaino. Leggo un frase bellissima: «Il silenzio è la parte di eterno che accompagna il mormorio della vita».[6]

I pensieri si rimpiccioliscono e in me si fa spazio solo ciò che vedo. «E’ l’approccio infantile al mondo l’unico a permettere di fare l’esperienza della relazione fra tutte le cose senza far ricorso al linguaggio, per mezzo di quell’attitudine che ci toglie la parola e che ci lascia a bocca aperta, lo stupore».[7]

Cammino su strati di lava solidificata e, poco sotto il vasto altipiano, poggio i piedi nell’acqua gelata di un torrente glaciale. Il vulcano, temporaneamente sopito, occupa gli spazi e i pensieri, domina fisicamente e mentalmente. Tutto parla di lui, nonostante la bellezza dei prati di un verde scuro intenso che vedo più in basso, e del bianco immacolato dei ghiacciai. Percepisco un silenzio pietrificato, cristallizzato, pronto a esplodere e a tramutarsi in tuono.

Mi fermo un po’ vicino al placido torrente prima di salire sul sentiero a mezzacosta. Licheni, tappeti di morbidi muschi, piccole pietre e piante di empetrum nigrum addolciscono l’ambiente, dimora di rocce nere e ruvide che raccontano la violenza e la maestosità della natura; graffiate, espressive come statue di Giacometti. Il sentiero prosegue tagliando una sella sopra un lungo e profondo canyon. Lentamente si alza e si restringe, e le pareti di ghiaia e di lava solidificata cadono vertiginosamente a picco fino al torrente sottostante ora tramutatosi in fiume impetuoso; o almeno così pare ai miei occhi da quassù.

Avanzo in questo spazio che definirei sacro, dove il tempo sembra essersi fermato. Sono rapito e allo stesso tempo impaurito da tanta severità. Provo timore reverenziale. Osservo con profondo rispetto questa valle, tanto bella quanto minacciosa. Dalle lande cementificate che ho visto l’anno scorso in Cina, paese la cui vera essenza doveva essere faticosamente cercata, sono passato a luoghi in cui la natura sprigiona una forza tale che sembra di poterla toccare.

Stanco ma appagato, nel tardo pomeriggio scendo a valle.

Di sera osservo l’anfiteatro, lassù in alto, con i suoi ghiacciai, l’altipiano, il torrente. Nella mia tenda, chiuso nell’abbraccio caldo del mio sacco a pelo, continuo a sfogliare il prezioso libro. «Lo scintillio delle stelle e il viaggio di una foglia, lo sciabordio delle onde e lo scricchiolio dei ghiacciai compongono una musica che non ascolto con un atteggiamento da esteta, che rischierebbe di stravolgere la natura per renderla ideale, ma con uno spirito contemplativo. Grazie alla contemplazione, possiamo percepire le origini, la storia e il senso di quanto ci circonda, trovarvi rifugio e riconoscere le nostre radici e la nostra identità» [8]

La mattina dopo ripercorro a ritroso la piana fluviale, lascio alle mie spalle il vulcano Eyjafjallajökull, e torno verso il mare. Gli elementi rimangono gli stessi: la verticalità, questa volta delle scogliere, che cadono vertiginosamente a picco sulle fredde acque dell’oceano. I colori sono gli stessi. La sabbia è nera come la pece, con rade macchie verdi di vegetazione. Le onde che si infrangono sulla spiaggia sono bianche come i ghiacciai; formano una lunga linea che si perde all’orizzonte e che, voltandomi, continua sulle cime dei rilievi.

Qui tutto è così severo, la spigolosità delle rocce, il vento tagliente, i colori scuri. Eppure, nella sua severità, questo tratto di costa trasmette un senso di pace. L’acqua del mare, il cui suono rasserena, confluisce nell’acqua dei ghiacciai che scende a valle dai monti da cui provengo. Nel punto di incontro si creano grandi specchi di luce.

Gli spazi sono dilatati e lo sguardo vacilla; c’è così tanto da osservare. La spazialità è accentuata dall’ormai totale assenza di alberi. Un’ampia valle si espande a perdita d’occhio, la si può percorrere con lo sguardo, si vede perfettamente quando comincia ad alzarsi, quando si corruga e si tramuta in alti rilievi. Abituati alle nostre strutture squadrate, alle nostre pareti dritte, alle forme geometriche, precise e ben distinguibili, ci sentiamo confusi in ambienti dove le forme sono rigorosamente inesatte, non identificabili, molteplici e mutevoli; dove non ci sono precisi punti di riferimento.

E’ tanto bello spaziare con lo sguardo quanto soffermarsi sui particolari. Proprio sotto ai miei piedi delle bellissime orchidee dai fiori viola colorano un prato rado e spoglio.

Mi fermo a osservare la spiaggia nera di Hàlsanefshellir, dove nidificano le sterne e i pulcinella di mare, impreziosita da nuvole basse e grigie che coprono il sole.

Risalgo sulla jeep e osservo il paesaggio dal finestrino attraverso un velo di pioggia. La strada prosegue lungo la piana alluvionale, desolata e apparentemente sterile, dove si estende la tundra, che immagino completamente ghiacciata nei mesi invernali, inframmezzata da vaste colate laviche della serie di crateri vulcanici chiamati Laki. Sullo sfondo campeggia sempre il ghiacciaio Mýrdalsjökull sotto la cui calotta si cela il vulcano Katla.

Le colate che osservo appartengono all’ultima eruzione del Laki avvenuta nel 1874 a settanta chilometri più a nord. E’ impressionante per noi esseri umani valutare le dimensioni di fenomeni di tale portata. La sterilità del luogo è solo apparente anche se il processo di formazione della vegetazione è molto lento. Ciò che vedo è ancora una landa lunare, ma lì si nasconde la vita, che faticosamente affiora: licheni – questa curiosa simbiosi tra alga e fungo -, muschi e sparuti salici lanosi popolano un deserto privo di luce.

Una lingua lunga chilometri dell’enorme ghiacciaio Vatnajökull sembra separare e spezzare la linea continua dei rilievi che si perdono all’orizzonte. La morena di pietra e terriccio nero confina con una piana fluvioglaciale, un enorme deserto di origine alluvionale, chiamato anche sandur, dominato da un vasto anfiteatro di ghiaccio.

Il Vatnajökull è imponente, le sue lingue bianche scendono per chilometri dai rilievi. Salgo su un promontorio seguendo il sentiero che si muove fra bassi salici e betulle, e osservo dall’alto un lungo fiume marmoreo, increspato e grinzoso. E’ un’altra dimostrazione dell’imponenza della natura. Il ruggito degli iceberg che si staccano dalla lingua risuona fino a quassù. Più osservo questo luogo e più i pensieri si smorzano. Questa enorme immagine si impone nella mente, occupa tutto. La lingua di ghiaccio è talmente maestosa da sembrare irreale. Cosa sto osservando? E’ troppo per gli occhi di un essere umano? Cosa posso fare per portare con me tutta la bellezza che sprigiona questo luogo?

Lo sguardo si spinge più in alto, osservo la calotta glaciale che si perde verso l’interno; è un manto bianco che ricopre una parte consistente dell’Islanda.

Mi siedo e leggo. «Così, nei tempi in cui si sognava pensando, in cui si pensava sognando, la fiamma della candela poteva essere un manometro sensibile della tranquillità dell’anima, una misura della calma sottile, di una calma che scende fino alle cose minute della vita – di una calma che dona una grazia di continuità alla durata che segue il fluire di una rêverie serena. Volete ritrovare la calma? Respirate dolcemente davanti alla fiamma leggera che svolge pacatamente il suo lavoro di luce»[9].

Io respiro dolcemente davanti alla lingua del ghiacciaio, immagine che evoca tutto il suo spessore onirico; è lei ora la mia fiamma della candela, è lei che mi porta a sondare gli abissi sconosciuti della mia interiorità.

«Esiste un’altra attività della nostra immaginazione che nasce dal crogiolo del silenzio: la rêverie, quel vagheggiare che ci porta a sondare gli abissi sconosciuti della nostra interiorità. Si tratta di una vacanza della ragione in cui lo spirito, stimolato dai sensi, peregrina verso il Vasto Dentro, paesaggio interiore che sfiora il vuoto, mare senza fine in cui è piacevole abbandonarsi alle correnti contrarie e naufragare» [10]

«Il silenzio al quale aspiro non è quindi un silenzio assoluto, sorta di astrazione nata dalla coscienza umana, per far tacere i rumori che invadono le nostre vite e i disturbi che ingombrano il nostro pensiero più sottile. Il silenzio che amo non è l’assenza di rumori, è una disposizione dello spirito ad ascoltare il fruscio del mondo e i movimenti del mio mondo interiore» [11]

Sceso a valle, la jeep mi conduce in un laguna di ghiaccio, Jökulsárlón. Gli iceberg dai riflessi azzurri galleggiano imponenti sull’acqua gelida. Tutto ciò che vedo è contenuto all’interno di un immenso anfiteatro, bianco e regale, dominato dal Breiðamerkurjökull, una grande lingua di ghiaccio che discende dal versante meridionale del ghiacciaio Vatnajökull fino a dove mi trovo io ora.

Monto qui la tenda, in questa spiaggia uscita da un fiaba. Mentre pianto i picchetti della tenda, riappaiono i ricordi dei viaggi che ho fatto in Groenlandia, ormai radicati nella memoria, indelebili.

Ciò che osservo mi commuove e mi infonde una sensazione di pace interiore. Mentre riorganizzo lo zaino mi concentro sul suono dell’acqua che si infrange sulla banchisa e sugli iceberg. Qui non c’è spazio per le meraviglie costruite dall’uomo, per le culture millenarie in cui mi sono imbattuto l’anno scorso; non c’è il profumo dei monasteri tibetani. Qui c’è la magnificenza della natura che incanta e purifica. Non chiedo altro che osservare; e non posso che ringraziare per assistere ad un simile spettacolo.

Assaporo questa pausa dal mio mondo, dalla mia vita, dalle mie abitudini e, dopo avere contemplato il tramonto, nel tepore del mio sacco a pelo, prima di addormentarmi, leggo qualche pagina del prezioso libro. «La nozione di intervallo ha sempre meno valore nella frenesia della vita odierna. Nella nostra esistenza dal metronomo accelerato, il rumore di fondo del nostro paesaggio sonoro ci rassicura e, di notte, può anche cullarci. […] Come scrive il filosofo Duccio Demetrio, questa frequentazione della musica è pericolosa, perché rischia di alterare il nostro approccio al silenzio, senza il quale nessun suono sarebbe udibile. Il silenzio è infatti la culla della musica. Che cosa sarebbe la musica senza le pause? Senza il vuoto non c’è il pieno, questa è la regola dell’universo» [12]

Mi alzo presto per osservare l’alba che colora le lingue di ghiaccio e la laguna costellata di iceberg. Smonto la tenda e comincio a camminare lungo il sentiero che conduce, in fondo alla laguna, verso le gelide acque dell’oceano. Un gran numero di questi esseri bianchi preme verso il canale che fa fluire l’acqua dolce dei ghiacciai in quella salata e altrettanto fredda del mare. La spiaggia di sabbia nera, aperta verso l’oceano, è puntellata di diamanti, piccoli cristalli di acqua che si sciolgono al sole. Le prime ore del mattino le trascorro qui, in contemplazione del paesaggio, armonioso ed elegante; puro.

Nel pomeriggio, dopo questo momento di sospensione vissuto in un luogo che sembra frutto della mia fantasia, salgo sulla jeep e proseguo verso est, lungo la costa, oltrepassando lagune e aree agricole. Ogni valle lungo la strada ha una sua lingua del ghiacciaio. La punta più a est dell’isola, una delle zone geologicamente più antiche dell’Islanda, è ricca di fiordi e di insenature. La presenza umana è ridotta ai minimi termini; poche sono le fattorie sparse lungo la costa e il numero di macchine che transitano sulla strada è davvero esiguo. E’ un mondo dominato dagli eventi naturali. Le poche abitazioni sono funzionali, nei materiali, nelle forme, nei colori. Qui sembra che l’uomo sia tornato ad essere ciò che è: uno degli esseri viventi di questo pianeta, un punto nell’universo.

Osservo dal finestrino della jeep questi luoghi così desolati ed essenziali, e, dal momento che il viaggio è lungo, comincio a leggere qualche pagina di un libro di Eugenio Turri: «Abbiamo subito un atto di violenza, un affronto duro, irrazionale, nella città dove gli scontri tra individui sono continui, dove ci sbraniamo l’un l’altro per conquistarci lo spazio vitale nelle strade ingorgate di traffico. Quell’atto ci ha fatto salire il cuore in gola; il battito accelerò, il sangue corse alla testa e sentimmo salire dentro un’onda di aggressività, una voglia di ritorcere l’offesa. Poi lasciamo la città e scopriamo nella luce limpida di maggio […] l’ordine della campagna distesa, gli alberi allineati in perfetti filari, la razionalizzazione produttiva ed estetica del rapporto uomo-campo […]. Paesaggio che sta oltre i nostri impulsi, oltre la violenza, da noi percepito secondo un’idea del mondo ispirata dall’artificiosità come segno dell’uomo, della sua capacità di ordinare la natura secondo schemi regolari, placati. E’ questa la nostra doppiezza, la nostra disperante doppiezza».[13]

Questo luogo così selvaggio che ora osservo, e che nulla ha a che fare con l’ordine e il rigore delle campagne dei luoghi da cui provengo, mi induce a riflettere. Qui c’è la vera essenza della natura; qui domina la forza e l’irruenza dei processi naturali. L’Islanda fino al nono secolo era vuota. Poi cominciarono a sbarcare i primi esseri umani, ma «nei mille anni successivi all’insediamento non succede niente. Gli islandesi nascono, navigano, pescano, muoiono. I decenni scivolano via come pomeriggi».[14]

L’uomo qui ha faticato a esercitare la sua capacità di ordinare la natura secondo schemi regolari.

Da dove l’uomo ha imparato ad essere violento? Da dove vengono i nostri impulsi, la nostra violenza? Non sembrano altro che una riproduzione in scala ridotta dei tumulti naturali, delle eruzioni, dei terremoti che devastano e cancellano ciò che li circonda. Questa terra è la perfetta manifestazione della violenza della natura. Gli esseri umani sono figli di un mondo terribilmente bello. La nostra doppiezza, penso, è insita in noi, non possiamo farci nulla, credo.

La sopraffazione, oggettivamente crudele, pare essere l’unica regola. L’uomo cerca riparo nell’ordine, nell’equilibrio, nell’armonia, ma l’istinto lo porta ad essere ciò che è.

Scendo dalla jeep per una breve pausa. Mi sgranchisco le gambe e respiro l’aria fredda che arriva dal mare. Guardo la rada vegetazione che ricopre il terreno e scorgo dei bellissimi esemplari di Pinguicola, piccole piante carnivore che catturano le loro prede con secrezioni vischiose, le intrappolano e lentamente le digeriscono.

Una saporita marmellata di rabarbaro e le aringhe marinate, dolci e quasi cremose, del signor Ólafur, mi riconciliano con questa terra. I prati verdi davanti alla fattoria Berunes, dove ho dormito, si muovono come onde sul mare; è una giornata di forte vento e sole.

I primi chilometri in jeep, a stomaco pieno e con una meravigliosa luce che illumina il paesaggio, l’acqua blu dell’oceano e gli ampi campi coperti di vegetazione, mi mettono di buon umore. Le colate di lava sono alle mie spalle insieme alle infinite tonalità di nero e grigio. Ma in Islanda tutto muta rapidamente. La strada, virando verso l’interno dell’isola, nuovamente in direzione delle montagne, sprofonda dentro una cappa di nebbia che copre la visuale. Il paesaggio torna ad essere rado e brullo; a pochi chilometri dalla costa ricompaiono le ampie distese di arbusti nani, muschi e licheni. La nebbia avvolge ogni cosa, ma so che il Vatnajökull e lì da qualche parte, desideroso di farsi osservare.

La strada prosegue verso nord e, dopo un lungo sterrato, giungo a Holmatunga, una singolare spiaggia di sabbia nera. Scendo dalla jeep e osservo incredulo questo vasto tratto di costa che si estende sempre uguale per chilometri e chilometri fino a perdersi all’orizzonte. E’ un immenso spazio nero che separa le montagne dal mare artico. La terra è completamente livellata, omogenea, è come se fosse immobile, sembra un’enorme lamina di argento. Il cielo plumbeo e carico di pioggia rende il posto ancora più sinistro. Cammino nel nulla, in un nulla scuro e sconfinato dove emerge il silenzio. Fatico quasi a sentire il rumore dei miei passi. Guardo le tracce che lascio sul terreno. Pare non esserci altra presenza se non la mia, vedo solo piccoli segni lasciati sulla sabbia da animali, forse vivi o forse morti; orme di molluschi, di uccelli, di insetti.

E’ un deserto nero senza spazio, senza dimensioni, oltre la foschia si scorge solo la lunga linea dell’orizzonte. «Il tempo si è fermato?», mi chiedo. La giornata pare interminabile, una giornata infinita, al di fuori della storia. Sono immerso in una realtà per la quale un giorno equivale a un milione di anni. Il nulla non ha tempo, non ha dimensioni. Questo luogo potrebbe essere ed esistere così oggi, esattamente come in un qualsiasi altro momento nella storia del pianeta Terra. E’ il cielo ad emergere, non fa parte dell’allestimento scenico, è lui l’attore principale. E’ perennemente in movimento, è al contempo scuro e luminoso; è vivo. Raggi di luce scendono dal cielo e illuminano porzioni di questo deserto. Un arcobaleno nascosto tra le nubi dona un po’ di calore in tanta oscurità e desolazione.

Monto la tenda e sosto in questo ambiente lunare. L’Islanda è una terra di contrasti. Non è solo il clima a cambiare repentinamente; la pioggia e il sole convivono, così come il bianco e il nero, il mare e la montagna, l’acqua e il fuoco. L’uomo è in balia di queste contrapposizioni.

«Il silenzio attorno a noi può essere denso di significati, ma a me interessa soprattutto il silenzio che ho dentro. Che in un certo senso creo io. Ecco perché non cerco più il silenzio assoluto che ho attorno. Il silenzio di cui sono alla ricerca è una esperienza personale»[15]. Leggo un altro prezioso libro in tenda, prima di addormentarmi e rifletto sul viaggio che sto facendo, sulle esperienze che sto vivendo; ci vorrà tempo per assimilarle.

La spiaggia di mattina ha un aspetto meno grave, il cielo è quasi terso e la luce del giorno ammorbidisce il paesaggio. Lascio la costa e mi dirigo verso l’interno, in direzione del vulcano Herðubreið, attraverso una sconfinata zona desertica. Il Vatnajökull veglia su tutto ciò che osservo da giorni. Oggi, lentamente, mi allontano da quella enorme massa di ghiaccio, che tuttavia continua ad imporsi all’orizzonte. E’ sterminata, pare non esserci luogo da cui non si veda, dalla costa, dall’interno. La grande cappa di ghiaccio si estende fisicamente sul territorio e si fissa nei pensieri. Più mi allontano dal mare e più il paesaggio diventa vuoto ed essenziale. C’è solo la strada, sottile, confusa in un vasto nulla. Non cresce quasi niente in questo luogo completamente disabitato. Tanta materia inerte, tanto vuoto, si fanno spazio nella mente di chi osserva. Spazzano via i ricordi della calotta, del suo candore, della spiaggia nera e lucida come una lamina d’argento. In questo paesaggio moribondo «il nostro sentimento va e viene, tra essere e non essere, tra la forza di sopravvivere delle forme vegetali e il senso di cataclisma […] sotto l’infuriare delle tempeste […]: come una trasposizione del nostro sentire al dramma vegetale tra desertificazione e rigenerazione».[16]

Macchie rosa dei fiori di timo, polverose e rare chiazze di vegetazione, venature rosse di ossido di ferro sulle cime dei rilievi e qualche torrente che emerge dal sottosuolo, si sforzano di contrastare la soffocante presenza di pietre, sassi e terra.

Che estensione però, che profondità.

Non ci sono nuvole lungo la strada per Dettifoss. I miei occhi non avevano mai visto una simile vastità. L’anno scorso avevo osservato resti di civiltà nel deserto del Taklamakan. In questo deserto senza confini c’è il nulla. E’ tanto facile attraversarlo in jeep quanto estremamente rischioso affrontarlo a piedi. Cosa proverei a camminare per giorni interi in uno spazio sempre uguale? Senza punti di riferimento? E’ un’esperienza che mi attrae e nella quale allo stesso tempo probabilmente non mi ritroverei. Forse non cerco più neppure io il silenzio assoluto. Il silenzio di cui sono alla ricerca potrebbe essere l’esperienza personale di cui parla il mio prezioso libro. Il silenzio della natura non deve negare, ma fecondare gli scambi con i nostri simili; è una frase su cui riflettere.

Una enorme fenditura nella terra si apre all’orizzonte: il grande canyon Jökulsárgljúfur, frutto di millenni di erosione e di lotta tra gli elementi naturali, e le cascate Dettifoss rompono l’uniformità del luogo ed entrano impetuosamente nel paesaggio. Duecento tonnellate d’acqua del fiume glaciale Jökulsá á Fjöllum, che nasce dall’immensa calotta del Vatnajökull, si gettano ogni secondo nella gola e poi giù per il canyon. Il tempo sospeso percepito nel deserto viene scosso dalla furia e dall’impeto dell’acqua, poderosa manifestazione della potenza della natura; ennesima, in questa terra selvaggia.

In direzione di Húsavik il paesaggio muta ancora. Le scogliere sull’oceano artico, illuminate dal sole, donano un po’ di serenità nonostante il fortissimo vento, ulteriore nota severa di questa isola. Il verde e l’azzurro dominano la scena dopo tanta oscurità.

L’orizzontalità della landa da cui provengo, ora coperta di prati, e la verticalità delle montagne e delle scogliere che cadono a picco in mare, si neutralizzano a vicenda rendendo l’ambiente dolce e quasi rassicurante. Lungo la costa continua a non esserci quasi alcuna presenza dell’uomo. Una grande baia e uno specchio d’acqua color turchese annunciano l’entrata a Húsavik, un porticciolo di mare essenziale come i pochi altri centri attraversati lungo la strada. Non c’è spazio per l’esteriorità, per il piacere del bello. C’è solo funzionalità e pragmatismo. Osservo questo piccolo centro abitato con il sole. La durezza di un mondo schiacciato dal ghiaccio nelle lunghe giornate invernali non la conosco.

Passeggiando per il paese mi fermo a guardare i nomi sui citofoni, Einarsson, Jónsdóttir, Arnarsson, Gunnarsson, Daníelsdóttir, e i pensieri volano verso il Tibet. I tibetani non sanno cosa sia il culto degli antenati. «I tibetani sono forse gli unici che sono riusciti a trascendere quel culto degli antenati diffuso nelle altre culture. Essi credono che i loro progenitori stiano vivendo una nuova esistenza negli esseri che li circondano, di qualsiasi razza o specie. Non si tratta di una conquista irrilevante per una nazione»[17]. Il culto degli antenati inevitabilmente porta all’orgoglio per il proprio patrimonio genetico, all’ «egotismo proiettato nella discendenza»[18].

I tibetani non hanno bisogno di cognomi, e in Islanda, in modo quasi analogo, si usano i patronimici, in cui si riflette il nome del padre e non il cognome storico della famiglia. Non sono veri e propri cognomi in senso occidentale, accompagnano la persona nel corso della propria vita ma non si tramandano ai figli. C’è qualcosa che accomuna questi mondi così lontani tra loro, dominati dalle forze della natura. Manterranno entrambi queste usanze?

Dopo tanti giorni di tenda e di spostamenti in jeep, un buon bicchiere di birra bevuto in riva al mare mi rigenera e mi riconcilia con questa terra dura e austera. Una zuppa di pesce, calda e gustosa, impreziosisce la serata.

Osservo il tramonto sul mare e leggo qualche pagina del prezioso libro: «Conoscere l’alfabeto del silenzio ci permette di aprirci alla compassione, alla comprensione e alla condivisione delle nostre differenze» [19]

La mattina dopo lascio la costa e mi dirigo verso il centro dell’isola, in direzione della caldera dell’Askja, in una zona vulcanologicamente attiva dell’Islanda. Il tranquillo porticciolo diventa subito un ricordo; la serenità e il senso di sicurezza provati camminando tra le case color pastello svaniscono nei pressi del lago Mývatn. Il paesaggio diventa brullo e si popola di fumarole e di tuya (o moberg in islandese), grandi vulcani subglaciali. Qui la terra ribolle e l’acqua del sottosuolo evapora: è il profondo soffio che esce dalla viscere, un’immagine suggestiva e allo stesso tempo spaventosa. C’è fumo ovunque e io fatico a capire se questa valle colma di depositi gialli di zolfo, dal caratteristico odore di uova, mi inquieta o mi affascina.

A Hverir ampie pozzanghere di fango gorgogliano e l’odore, ora unicamente di bruciato, si fa sempre più pungente, si diffonde nell’aria, ed entra prepotentemente nelle narici. Le rocce macerano e minerali come lo zolfo, il manganese e il magnesio si depositano sul terreno. I vapori fuoriescono inarrestabili, producendo un suono potente e minaccioso. Tanta violenza colora di bianco e di giallo la terra scura; una raffigurazione inedita dell’inferno.

Cammino in mezzo alla lava solidificata a Leirhnjúkur, una vasta porzione della caldera Krafla. La riolite della collina è porosa per il calore geotermico e in diversi punti è diventata argilla. E’ tutto nero e fumante quassù. La terra è viva, ferve, sussulta. Sembra ci sia appena stata una guerra. Le fumarole fanno pensare a bombe esplose da poco. «La mente umana non riuscirebbe a concepire nulla di simile, di così vasto e di così violento» penso. Eppure le scorie della lava solidificata, bucherellate e leggere, nere da distante, da vicino sembrano gioielli preziosi, brillano e hanno incantevoli sfumature blu, viola e verdi. Come sempre qui la bellezza si cela negli angoli più bui e terrificanti. Questa terra insegna ad apprezzare i particolari, anche ciò che a prima vista si vorrebbe allontanare.

Mangio in una caldera prima di prendere la strada in direzione del vulcano Askja. Addentrandomi ulteriormente nell’isola, il paesaggio si fa ancora più brullo e desertico. All’orizzonte si stagliano il vulcano Herðubreið e l’immancabile Vatnajökull.

«Il sentimento di fusione con gli elementi è ancora più forte nell’ambiente che, più di qualunque altro, evoca la ricerca del silenzio, il deserto».[20]

La strada procede su sterminati campi di lava.

Assisto ad un lento mutamento della grande piana desertica: i cordoni di lava cedono il posto ad un paesaggio desolato che piano piano diventa sempre più sabbioso, sempre più ricco di materiale eruttivo. E’ un paesaggio onirico fatto di pochi elementi combinati con sapiente minimalismo. E poi la strada sfuma in un interminabile spazio fatto solo di terra bianca, un enorme manto di pomice, il materiale che ostruisce il vulcano, leggero, etereo.

Qui, ora, mi sento distante da tutto.

E’ come se il mondo fosse spento e immerso in una sorta di grade rarefazione, di inerte vuoto, di oceano immobile. In realtà gli eventi accadono come sempre, però distanti, non qui, non adesso. Nuoto in un liquido amniotico nel quale avverto soltanto il palpitare ritmico del mio organismo.

Finalmente qualcosa biancheggia nel buio.

Il silenzio soffice, la chiarità diffusa dentro il grande vuoto di Askja.

Sopra questa immobilità tumultuano i sentimenti degli esseri umani, che come me, giungono dalle artefatte e turbolente metropoli.

Salgo sulle pendici del vulcano Askja. Il paesaggio è immenso e di rara bellezza. Non c’è nessuno lungo il sentiero, non ci sono esseri umani, non c’è vegetazione. Solo rocce scure, lava, zolfo, pomice bianca, e un silenzio pietrificato.

Raggiungo un crinale dal quale osservo in basso il grande lago che si è creato nel 1875. Un’eruzione esplosiva di una potenza inimmaginabile fece crollare le pareti del vulcano. Dalle sue ceneri è nato il lago Ӧskiuvatn; trecento metri di profondità rendono parzialmente l’idea di cosa possa essere avvenuto in questo luogo. Colate laviche come fiumi scendono verso la grande piana. Costante è l’odore di zolfo nell’aria.

Nonostante la potenza spaventosa della terra e la sua straordinaria irruenza, riscontro una armonia che esiste solo in luoghi come questo. L’armonia della natura, che mi stupisce ogni volta che la colgo così direttamente, senza filtri.

Gli otto chilometri che mi separano dal rifugio dove alloggio sono difficilmente descrivibili. La terra sembra essersi rivoltata senza soluzione di continuità. Ci sono detriti e oscurità a perdita d’occhio. Ecco la porta attraverso la quale accedo all’Islanda.

E’ proprio questo luogo oscuro, che comunque mi accoglie; e mi commuove.

Non riesco a capire dove sto camminando. Più avanzo e più tutto sembra rimanere invariato. Camminerei per ore in questo luogo solitario. Il suo silenzio è minaccioso; da un momento all’altro potrebbe trasformarsi in un feroce ruggito.

Lava e detriti, lava e detriti; e chiazze di neve e ghiaccio.

Dedico questo posto, si, proprio questo posto, a te, Lucia. Qui sento il respiro lento e profondo della Terra.

Il caos di pietre afferma allo stesso tempo la presenza e l’assenza della vita; ma è l’osservazione lenta e costante che mi aiuta a capire meglio.

Louis Guillaume, in una poesia che ha per titolo Le vieux chêne[21], «ci colma, con tre parole, di rêverie: «Rogo di linfe» dice, per magnificare il grande albero. […] La sentenza poetica è lasciata alla cura del lettore»[22].

«Rogo di linfe» è un’immagine straordinaria, capace di evocare in me molto più di un grande albero; condensato in questa frase, trovo il senso di questo luogo. C’è il fuoco, c’è la furia della natura, ma c’è anche la vita che riappare. L’assenza di vita forse traspare solo al primo sguardo. I campi di lava nera sono potenzialmente pronti ad accogliere nuovi licheni e nuovi muschi.

Bachelard dice «Louis Guillaume ha unito in tre parole il fuoco e l’acqua. Vi è in questo un grande trionfo del linguaggio»[23].

Tornato al rifugio, osservo il tramonto sull’Herðubreið e sull’Askja, e, prima di addormentarmi, leggo alcune pagine del mio prezioso libro: «Il dolore, la perdita e la solitudine possono corrodere e distruggere il desiderio di comunicare. Ciò che resta è un silenzio sterile, che divora dall’interno colui che lo prova. Nessuna possibilità, in questo caso, di dare, di trasmettere, di condividere. Il cuore solitario che soffre è chiuso a chiave, invaso dai rovi, come una casa abbandonata e inaccessibile. La sofferenza passiva rode il cuore come un tumore e nega il silenzio che è dono, gioia, pienezza. Non conosce che una solitudine buia e piena di tristezza: la bile nera, la malinconia. Al silenzio che comprende tutte le parole si oppone il silenzio che le distrugge una a una». [24]

Il giorno dopo riprendo la strada sterrata che prosegue verso il centro dell’isola, in una zona chiamata Nyidalur, Nuova Valle, dove si trovano i campi di lava più giovani distribuiti in prossimità del vulcano Bárðarbunga, situato sotto la cappa di ghiaccio del Vatnajökull. La lava risale al 2014 ed è completamente nera, priva di venature grigie o di macchie di vegetazione. E’ un universo che pare fatto solo di catrame. E’ un campo sterminato, secondo per grandezza solo alle colate della serie di crateri vulcanici chiamati Laki. Mille quattrocento milioni di metri cubi di volume, ottantacinque chilometri quadrati di lava, una superficie pari all’ottanta per cento di quella di Parigi. Una gigantesca macchia nera, grinzosa, tagliente, acuminata. E’ un’immagine spaventosa; sono le viscere della terra rovesciate e solidificate.

Questo luogo vive oltre le storie degli uomini, oltre l’avvenimento quotidiano. L’uomo, sin dalla sua nascita, per dare un senso alla rabbiosità di simili eventi naturali, non ha potuto fare altro che pregare un Dio lontanissimo, che sta in una sfera inavvicinabile e incomunicabile. Non c’è altra via d’uscita di fronte a queste immensità.

Fisse, immobili, forme senza luce dispiegate nel paesaggio che non rivelano il segreto della natura.

Forse la risposta che cerchiamo è il silenzio. Dio è il silenzio?

In tanta oscurità emerge qualche minuscolo angolo bucolico vicino ai torrenti: i colori dei piccoli fiori, il blu del torrente, il verde delle piante e del muschio affiorano timidamente dall’ombra.

Ma sono sempre i cieli qui ad avere un ruolo importante, a creare movimento. Le nuvole basse e bianche nel cielo azzurro sono vive, scenografiche; i nuvoloni neri che coprono ogni cosa, rendono questi luoghi maestosi e imponenti. Osservo il loro movimento veloce e incessante, le linee mutevoli dei raggi di sole che calano a pioggia. Ma appena abbasso lo sguardo è come se sprofondassi nel buio, vedo una distesa immobile, sorda, sembra che tutto sia stato inghiottito nel vuoto. Per oltre cento chilometri, percorribili solo su strada sterrata, si estende una sterminata landa, una distesa arida di ghiaia e pietre ricoperta di lava a corde, dall’aspetto simile ad un deserto costellato di fossili di dinosauro.

Una devastazione violenta dell’ordine preesistete.

Questo grande accumulo di materia inerte è una creazione recente che attende di essere levigata da lenti processi che dureranno milioni e milioni di anni, se la Terra esisterà ancora. Avere coscienza del tempo geologico, che non è quello della gestazione biologica, pone l’essere umano dentro il precipizio del tempo.

La strada prosegue verso sud ovest attraverso lo Sprengisandur, una zona degli Altopiani d’Islanda tra i ghiacci eterni del Hofsjökull e del Vatnajökull.

Nel mondo minerale riaffiorano le presenze biologiche.

La violenza della lava cede spazio ad un paesaggio più dolce e meno austero. La terra torna a presentarsi come insieme di forme e di colori che si succedono una dopo l’altra. L’infinità e la monocromia del deserto cancella il tempo e lo spazio. La successione dà il senso della distanza e della varietà.

Ho bisogno di respirare l’aria di questo luogo, di fissarlo nella mente. Dalla sommità di una collina osservo monti, ghiacciai, grandi piane fluvioglaciali, laghi e fiumi. Alle mie spalle il grande mare nero di lava. E’ impressionante la potenza delle raffiche di vento; da quassù, dove non c’è alcun riparo, ti avvolgono come se ti volessero sollevare e portare via. A sud si vede il lago Ϸόrisvatn, il più grande dell’Islanda, circondato da montagne innevate, più spigolose e alte rispetto alle colline arrotondate dell’altopiano.

Il paesaggio piano piano si fa più mosso, sembra riprendere vita. Le montagne nere di roccia basaltica vulcanica prendono il posto del deserto. Il colore scuro unisce ancora questi paesaggi, dall’aspetto sempre severo. Ma proseguendo in prossimità di Landmannalaugar, tra il vulcano Hekla e le propaggini occidentali del Vatnajökull, compare un paesaggio fiabesco fatto di muschi, erba, saliscendi, colline morbide, laghi, macchie di terra rossa, e neve sulle cime delle montagne. La luce meravigliosa del giorno, l’aria pura, la bellezza del mondo che si dispiega nuovamente davanti me, rende i pensieri leggeri. E’ una apparizione inattesa, luminosa, emersa dall’oscurità.

Esplosioni di ceneri, gas, ossidiane e pomici hanno creato strati di roccia capace di cambiare colore dal grigio al verde al blu. Solfatare con colorazioni che vanno dal bianco al giallo, dall’arancione al rosso, e dal mattone al rosa si confondono con le sfumature verdi della vegetazione e dei muschi. E’ un paesaggio dolce e morbido. Di tanto in tanto emergono i vapori delle fumarole, bianchi come il grande campo di eriofori che si spinge fino alle pendici delle colline.

Il calore residuo delle eruzioni, in contatto con l’acqua abbondante che arriva dal ghiacciaio Vatnajökull, ha determinato la presenza di numerose sorgenti termali, nascoste nelle valli, oscure memorie di lontane attività distruttive.

Di notte, nel silenzio della mia tenda, in questo momento di totale immersione nella bellezza del mondo, cerco di cogliere il senso di questo viaggio.

Ho sentito il silenzio dell’uomo.

La ricchezza espressa dai vulcani, dai ghiacciai, dai paesaggi ombrosi, disabitati e vuoti, non ha colmato il mio desiderio di osservare l’uomo in un contesto così difficile. L’essenzialità delle case e dei centri abitati esprimono il bisogno di praticità e di funzionalità. Ma forse, ai miei occhi, sono anche l’espressione di un popolo contenuto, controllato e discreto, che non manifesta in modo esplicito il suo rapporto con questa terra. La contemplazione degli inferni danteschi che ho visto, e il terrore che tali luoghi possono suscitare, pare quasi un’esperienza individuale. O forse è un coro silenzioso che non riesco ad udire, probabilmente per la mia effettiva ridotta permanenza in quest’isola.

Perché desidero vedere ciò che nei miei viaggi in Groenlandia non cercavo? La sola immersione in contesti naturali vasti e sterminai non mi basta più? E’ questo ciò che dovevo capire quest’anno?

Mi piacerebbe affrontare con le mie sole forze, a piedi, il tratto di deserto che da Askja scende e confluisce negli altopiani centrali. Ma un’esperienza così solitaria cosa mi insegnerebbe? Camminare alle pendici del monte Kailash, confondendomi insieme ai pellegrini, da secoli intenti a perseguire il loro processo di perfezionamento per il raggiungimento della consapevolezza, mi permetterebbe di contemplare sia contesti naturali immensi ed estremi, sia l’uomo in cerca di armonia in luoghi che hanno acquisito un nuovo significato, datogli dall’uomo stesso. Non cercherei nulla di spirituale, solo il silenzio della natura in contesti dove si percepisce la millenaria presenza dell’essere umano e dei suoi tormenti.

L’imponenza di un enorme caldera di un vulcano, la sua potenza, la sua forza, credo sia troppa per due occhi solitari. Credo sia insito nella natura umana il bisogno di esprimere la sensazione di vertigine e di timore che evoca un’immagine così forte; di condividerla per conviverci, per spogliarla della sua violenza.

Per affrontare da soli un’esperienza di immersione nella natura, di attraversamento di deserti o di infinite distese di ghiaccio, è necessaria una lunga preparazione non solo fisica ma soprattutto mentale. Io amo osservare la natura, ma non amo affrontare situazioni estreme al limite della sopravvivenza.

La mia ricerca del silenzio è la ricerca di un equilibrio interno, in contesti naturali, ma non di assoluta solitudine.

Scrivo e lascio che le parole prendano il sopravvento, diario dopo diario.

Esperienza dopo esperienza, le parole acquisiranno profondità e spessore con gli anni.

Spengo la luce e mi addormento in mezzo alle fiabesche montagne multicolore di Landmannalaugar.

Rringrazio Andrea e Angela


Note

  1. C. Noacco, La forza del silenzio, Portogruaro (VE), Ediciclo Editore, Collana «Piccola filosofia di viaggio» 28, 2017, p.83
  2. C. Noacco, La forza del silenzio, Portogruaro (VE), Ediciclo Editore, Collana «Piccola filosofia di viaggio» 28, 2017, p.85
  3. C. Giunta, G. Silva, Tutta la solitudine che meritate. Viaggio in Islanda, Macerata – Milano, QuodlibetHumboldt, 2014, p. 121
  4. C. Giunta, G. Silva, Tutta la solitudine che meritate. Viaggio in Islanda, Macerata – Milano, QuodlibetHumboldt, 2014, p. 123
  5. C. Giunta, G. Silva, Tutta la solitudine che meritate. Viaggio in Islanda, Macerata – Milano, QuodlibetHumboldt, 2014, p. 123
  6. C. Noacco, La forza del silenzio, Portogruaro (VE), Ediciclo Editore, Collana «Piccola filosofia di viaggio» 28, 2017, p.13
  7. C. Noacco, La forza del silenzio, Portogruaro (VE), Ediciclo Editore, Collana «Piccola filosofia di viaggio» 28, 2017, p.83
  8. C. Noacco, La forza del silenzio, Portogruaro (VE), Ediciclo Editore, Collana «Piccola filosofia di viaggio» 28, 2017, p. 20
  9. G. Bachelard, La fiamma di una candela, Milano, SE srl, 1996 e 2005, p. 28
  10. C. Noacco, La forza del silenzio, Portogruaro (VE), Ediciclo Editore, Collana «Piccola filosofia di viaggio» 28, 2017, p. 81
  11. C. Noacco, La forza del silenzio, Portogruaro (VE), Ediciclo Editore, Collana «Piccola filosofia di viaggio» 28, 2017, p.15
  12. C. Noacco, La forza del silenzio, Portogruaro (VE), Ediciclo Editore, Collana «Piccola filosofia di viaggio» 28, 2017, p. 24
  13. E Turri, Weekend nel Mesozoico, Cierre Edizioni, Verona, 1992, p. 123
  14. C. Giunta, G. Silva, Tutta la solitudine che meritate. Viaggio in Islanda, Macerata – Milano, QuodlibetHumboldt, 2014, p. 123
  15. E. Kagge, Il silenzio, Torino, Giulio Einaudi Editore, 2017, p.17
  16. E Turri, Weekend nel Mesozoico, Cierre Edizioni, Verona, 1992, p. 74
  17. R. Thurman, T. Wise, La montagna sacra, Vicenza, Neri Pozza Editore, 2000, p.180
  18. R. Thurman, T. Wise, La montagna sacra, Vicenza, Neri Pozza Editore, 2000, p.180
  19. C. Noacco, La forza del silenzio, Portogruaro (VE), Ediciclo Editore, Collana «Piccola filosofia di viaggio» 28, 2017, p. 36-37
  20. C. Noacco, La forza del silenzio, Portogruaro (VE), Ediciclo Editore, Collana «Piccola filosofia di viaggio» 28, 2017, p.19
  21. L. Guillaume, La Nuit parle, Subervie, Paris, p. 28
  22. G. Bachelard, La fiamma di una candela, Milano, SE srl, 1996 e 2005, p. 71
  23. G. Bachelard, La fiamma di una candela, Milano, SE srl, 1996 e 2005, p. 72
  24. C. Noacco, La forza del silenzio, Portogruaro (VE), Ediciclo Editore, Collana «Piccola filosofia di viaggio» 28, 2017, p. 42-43

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