«[…] Le montagne hanno donato all’umanità culture laboriose e al tempo stesso altamente spirituali. La essenzialità degli elementi disponibili alla vita: dall’ossigeno all’acqua, dalla terra coltivabile ai pochi vegetali, dal calore solare stagionale agli animali addomesticabili, sino alle poche parole udite profondamente e cantate nel silenzio della rarefazione, ha acuito la capacità di ascolto delle popolazioni montane, l’artigianalità esperta attraverso i pochi materiali e le raffinate e infinite elaborazioni, il seguire di giorno in giorno l’intrecciarsi con la morte della vita, con gioia e senza paura, ma anche con melanconia e cura e passione. La marginalità montana rivela la marginalità propria alla stessa vita dell’uomo: mortale ma infinitamente interpretabile, fragilissima eppure sublime a ogni luogo in cui discreto tenti di porre dimora» [1].
All’inizio di ogni viaggio, in aereo, sperimento una piccola metamorfosi, i pensieri gradualmente mutano. Quest’anno, più che in passato, affiorano i ricordi delle esperienze vissute; radicati nella mia testa, si sovrappongono e si mescolano, ed ora erompono con tale intensità da occupare tutto lo spazio disponibile. Di colpo non penso ad altro se non ai luoghi visti, e provo a immaginare ciò che vedrò. La mia ricerca del Silenzio è un percorso in continua evoluzione che mantiene un’idea precisa di fondo. Sono passati otto anni da quando ho deciso di imprimere i miei pensieri sulla carta; ciò che racconto sono frammenti della mia vita che messi insieme fotografano una parte della mia esistenza. I miei viaggi sono momenti di pausa dalla routine quotidiana, nei quali ho tempo di riflettere e di descrive ciò che mi piace, ciò che vedo, ciò che sono. Sempre più forte emerge il desiderio di conoscere, di dare profondità alla mia esistenza, di inseguire ciò che mi attrae, mi riempie e mi arricchisce.
Paesaggi immensi e culture millenarie, è questo ciò che desidero vedere quest’anno. Montagne e ghiacciai, sede di silenziosi monasteri buddhisti, dove ci si può estraniare, stupire e meravigliarsi.
Il mio vivere la montagna non è volto allo scopo della cima o della parete, piuttosto alla contemplazione e all’esplorazione.
Per giungere dove è possibile sperimentare il silenzio, dove la mente si schiarisce e i pensieri fluiscono liberi, si deve per forza cominciare dal basso, dal caos, dal rumore.
La stazione dei treni di Delhi è un tuffo nell’India, è il punto di partenza di questa nuova esperienza; è un luogo che mi tiene ancorato al mio mondo, fatto di movimento, di persone, di dati oggettivi e misurabili, di elementi concreti e tangibili; ma non riconducibili alla mia quotidianità. C’è tanto da osservare, non solo per l’effettiva varietà dell’insieme, fatta di colori, profumi e odori insoliti, ma per la quantità di elementi per me nuovi, di soggetti e avvenimenti che si avvicendano davanti ai miei occhi: fuori dalla stazione ci sono i tuk tuk, traffico, viavai continuo; all’interno c’è chi vende ruote per valigie, chi porta grosse e pesanti valigie appoggiate sulla testa, chi guida una lunga fila di muli che flemmaticamente e placidamente si muove lungo i binari. Osservo chi sale e chi scende dai treni, chi attende la partenza seduto nei vagoni. Attendo un po’ spaesato il treno che mi porterà a Kalka, dove prenderò un altro treno per arrivare a Solan.

Salgo sul mio vagone, moderno, comodo, pulito e spazioso e lentamente esco da Delhi. Mi piace guardare gli scorci della città che si affacciano sui binari. C’è movimento di persone lungo le rotaie, ma sono piuttosto le case fatiscenti e le baracche a imprimersi nella mente, così come gli estesi tratti di terreno ricoperti di rifiuti.
La vita nei campi, che inizia a comparire dopo un po’, dopo le interminabili propaggini della grande città, mitiga la sensazione di disperazione che si respira osservando la periferia di Delhi. Le forme geometriche e irregolari dei campi di un colore verde brillante fanno da contraltare alle forme spezzate e irregolari dei sobborghi della città. Mentre mangio crocchette di patate e verdure, piccanti e speziate, continua l’alternanza di villaggi fatiscenti e campi coltivati. Le case sono per la maggior parte incompiute; sembrano abbandonate o in rovina, villaggi addormentati, spenti.
Scendo a Kalka per continuare il viaggio lungo la linea ferroviaria che unisce Kalka a Shimla, opera costruita dagli inglesi e divenuta sito Patrimonio dell’Umanità dell’UNESCO nel 2008.
Salgo sul ‘Toy Train’, un treno fatto di pochi vagoni che hanno un aspetto antico, un po’ fatiscente. Senza alcuna fretta, questo curioso mezzo si addentra nella foresta e si inerpica, oltrepassando tunnel e ponti, in un’area montuosa particolarmente panoramica, ricca di villaggi immersi nella fitta vegetazione. E’ un paesaggio che già conosco, noto forti similitudini con i dintorni di Kathmandu.
A ogni stazione viene fatta una sosta, più o meno lunga. Il fischio del treno ne annuncia la partenza e il percorso riprende. È un elogio della lentezza, di tempi dilatati, anch’essi antichi. A metà viaggio decido di sgranchirmi le gambe e scendo a osservare le specialità culinarie in vendita nei piccoli chioschi disposti lungo i binari: spiedini, polpette, zuppe. Assaporo il piacere del viaggio, non più quello veloce e insapore dell’aereo, ma il vero viaggio, quello della scoperta, dei particolari, del contatto con chi vive in questi luoghi.
Dopo un paio d’ore scendo dal treno e proseguo in macchina fino a Shimla. La natura è sempre più lussureggiante, ricca e varia. E’ un’esplosione di piante le cui specie purtroppo non so identificare, ma la cui rigogliosità è un vero piacere per gli occhi.
Dopo un tratto di strada in forte salita, con curve a gomito, arrivo all’albergo dove alloggerò per una notte. La foschia e le nuvole coprono il paesaggio e lo rendono misterioso. Rapidamente si fa buio e cala una silenziosa notte indiana.
C’è un’immagine che mi torna alla mente, e che emerge più delle altre, più del piccolo ‘Toy Train’, più dei tuc tuc, e più della maestosa vegetazione e della foschia sulle montagne. E’ apparsa subito, in questo primo giorno di viaggio. E’ l’immagine di un ragazzo musulmano con la classica tunica bianca, un kurta candido e pulito; il copricapo anch’esso bianco. Si è impressa l’immagine di questo ragazzo che cammina e salta sui binari poco fuori dalla stazione di Delhi, con in mano alcuni palloncini colorati. Mi ha dato la sensazione di libertà. Era a sé stante, staccato da tutto il resto, dalle case fatiscenti, dal caos della città, dalla cruda realtà. Questa figura bianca pareva trascendere tutto; aveva un che di onirico.
Shimla è una città modellata sulle colline. Capitale dell’Himachal Pradesh, questo grande centro non è fatto solo di vicoli a mezz’aria, di vegetazione rigogliosa, di edifici dal fascino antico, occidentale; di templi induisti posti sulle sommità delle colline, vere e proprie terrazze sulla valle, luoghi di silenzio gremiti di statue colorate di divinità induiste, come il Tempio di Tara o il Tempio di Hanuman.
È piuttosto una città ricca di storia. È visibile ed esplicita l’ingerenza inglese, ma sono gli avvenimenti del suo passato più recente, avvenuti nell’ex residenza del viceré britannico dell’India, oggi sede dell’Indian Institute of Advanced Studies, a contraddistinguere questa città. Shimla ha ospitato molti incontri politici tra cui l’accordo di Simla del 1914 e la conferenza di Simla del 1945. Nel 1972 in questo palazzo venne siglato l’accordo tra i governi di India e Pakistan per porre fine alla guerra indo-pakistana del 1971. L’ostilità esistente tra le due nazioni nacque a partire dalla divisione dell’India britannica avvenuta nel 1947.
Nella regione del Kashmir, dove non esisteva alcun confine riconosciuto da entrambe le nazioni, la linea del fronte esistente al momento del cessate il fuoco, avvenuto alle fine del 1971, fu eletta a demarcazione tra India e Pakistan. Tuttavia la speranza che l’accordo potesse portare a una definizione della questione della spartizione del Kashmir si rivelò effimera: la mancanza di una chiara linea di demarcazione nell’impervia zona del Ghiacciaio Siachen portò a una nuova guerra tra India e Pakistan, che sancì l’impossibilità di pervenire a una risoluzione definitiva della questione del Kashmir.
Proprio il 5 agosto di quest’anno, il governo federale indiano ha annunciato la cancellazione di due articoli della Costituzione, abrogando lo statuto speciale dello Stato nord-occidentale di Jammu e Kashmir. La legge ha pienamente integrato il Jammu e Kashmir all’India e insieme ha separato la regione del Ladakh, garantendogli l’indipendenza amministrativa.
Le conseguenze sono state immediate e hanno riaperto una ferita che non è mai stata realmente curata e risanata. Si è ripresentato il rischio di un conflitto ai confini con il Pakistan, che rivendica la totalità del Kashmir. È cresciuto il rifiuto della leadership politica locale; ed è aumentato il rischio di tensioni sul territorio tra una maggioranza di popolazione musulmana autoctona e la minoranza indù in parte immigrata. Il rimescolamento delle componenti etniche e religiose, che lascerebbe agli indù il pieno controllo del territorio, potrebbe rinfocolare un risentimento su cui già sono cresciuti, nel tempo, gruppi di militanti e terroristi, in parte con connessioni e rifugi in Pakistan, in parte espressioni locali di organizzazioni jihadiste internazionali che hanno come obiettivo la destabilizzazione del Subcontinente indiano e di tutto il Sud-Est asiatico [2].
Durante i miei viaggi io sono essenzialmente un contemplatore, vengo rapito dai paesaggi, quelli che ti fanno pensare che non ci sia nulla di più perfetto, di più grande, di più illimitato; paesaggi rivelatori dell’intangibilità divina e della mortalità umana. Paesaggi sospesi, fatti di aria rarefatta, di roccia in verticale che svetta lucente, candida, disvelatrice delle zone ombrose che si dispiegano giù, dove vive l’uomo, con i suoi limiti e le sue imperfezioni, lì, in basso, laboratorio per la produzione di irrequietezza, di disordine, di rumore.
E da laggiù continua la mia salita su stretti tornanti e attraverso piccoli centri abitati arrampicati sulle pareti delle montagne. Penso al ragazzo musulmano con i palloncini in mano, stonato, per sua fortuna, rispetto alla realtà. Paiono spontanei, misurati e miti anche gli studenti in divisa scolastica, rossa e grigia, che passeggiano sulla strada principale. La vita in questi villaggi di montagna pare rilassata e tranquilla. Sono zone molto abitate dove si vive non solo di turismo locale, ma anche di agricoltura. C’è moltissima produzione di frutta, in particolare di mele, che viene raccolta e poi smerciata nelle grandi città. Molte case sono costruite su ripidissimi pendii in equilibrio precario. Anche le coltivazioni di mele sono disposte su ripidi costoni, riparate sotto grandi teli bianchi. La strada è molto frequentata, ci sono camion che trasportano le mele e pullman di linea, e molti sono i centri di raccolta di prodotti ortofrutticoli. Nonostante la vivacità del posto e il movimento continuo, c’è molto ordine.
Osservo una delle tante sfumature di questo grande paese. Sono paesaggi di montagna conditi con sapori di Asia che raccontano un altro possibile modo di vivere la montagna, o di vivere in montagna.
Una montagna riposante, accogliente, non ancora minacciosa, ruvida, spezzata. Una montagna che allontana la mente dalle riflessioni sui tanti difetti dell’essere umano; capace sì di stupire: con la sua inventiva e il suo estro ha costruito case, palazzi, monasteri, templi, ha inventato, progettato, creato, forgiato, plasmato. Ma allo stesso tempo ha distrutto, rovinato, sterminato, schiacciato. Viviamo costantemente nelle contraddizioni.
Osservo la leggera nebbia che cela le cime: non incute timore, non scurisce l’ambiente. Sto percorrendo la Hindustan Tibet Highway, l’antica rotta commerciale per il Tibet, lungo il corso del fiume Sutlej. I paesaggi verdeggianti e rigogliosi mi incantano e lentamente i miei pensieri mutano.
Percorro a piedi la strada principale di un animato paese, Rampur, nelle vicinanze di Sarahan. Le case e gli edifici sono costruiti lungo e sopra le sponde del fiume Sutlej. La vivacità del posto, percepita appieno toccando con mano, mescolandosi in mezzo alla gente, è dipesa soprattutto dal gran traffico, prevalentemente di camion, che intasa l’unica via del paese. E’ comunque una vivacità piacevole. L’uso massiccio dei clacson non è manifestazione di ansia e di rabbia. I volti della gente esprimono tranquillità, nonostante la confusione. Abituato ad un altro tipo di traffico, mi sorprende questa rilassatezza. E’ un diverso approccio alla vita.
Rampur è sede sia del ricco Padam Palace, posto sopra la via principale, in posizione esclusiva, quasi a voler richiamare l’attenzione su di sé; sia del più discreto ma incantevole Tempio Raghunath, più sobrio rispetto ai templi induisti di Shimla, più misurato e semplice; più consono, secondo i miei parametri, alla preghiera e alla riflessione.
Raggiungo Sarahan, un piccolo villaggio che in questo momento è avvolto dalla nebbia. Faccio una breve passeggiata sotto la pioggia e prima di andare a dormire leggo alcune pagine di Stanotte la libertà d Lapierre e Collins, per continuare il viaggio parallelo tra i segreti di questa terra incantevole, ma quanto mai complessa:
«Tracciando sulla mappa dell’Impero delle Indie la frontiera tra Pakistan e India, il giurista britannico Sir Cyril Radcliffe innescò senza volerlo una delle più grandi tragedie della storia» [3].
«L’uomo a cui era stata affidata la vivisezione dell’India proprio perché ne ignorava completamente i problemi» [4].
«Fu un vero e proprio cataclisma. Per sei settimane, l’India settentrionale fu immersa nel sangue e la carneficina raggiunse dimensioni apocalittiche. Come accade nelle ore più cupe dell’umanità, milioni di uomini caddero preda della follia omicida. Nessun villaggio, nessuna famiglia vennero risparmiati dal contagio: un breve, mostruoso massacro nel quale perirono un numero di indiani equivalente a quello dei francesi morti nel corso della Seconda guerra mondiale.
Ovunque, i più numerosi e i più forti se la presero con le minoranze più deboli. […] Dovunque i membri di comunità che fino a quel momento avevano convissuto fianco a fianco si scagliarono gli uni contro gli altri travolti dall’odio. Non era né una guerra vera e propria, né una guerra civile e neppure una guerriglia: piuttosto, una convulsione, il crollo, implacabile e improvviso, di un mondo. Un delitto ne provocava un altro, l’orrore richiedeva orrore, la morte generava morte. Ben presto, simile allo scheletro di un edificio già colpito che un’ultima bomba faccia crollare, i muri maestri di un intero settore della società indiana precipitarono.
Questo disastro non era fortuito. Fin dalla nascita, India e Pakistan erano due fratelli siamesi uniti da un tumore maligno, il Punjab. Il bisturi di Sir Cyril Radcliffe aveva reciso il tumore, separando così i gemelli, senza però eliminare dai rispettivi organismi le cellule cancerose. La sua spartizione aveva lasciato cinque milioni di sikh e di indù nel settore pakistano del Punjab e cinque milioni di musulmani in quello indiano.
[…] Il carnefice era perlopiù uno sconosciuto, ma a volte anche un amico» [5].
Sarahan è immersa nella nebbia anche di mattina, ma dal balcone della stanza in cui alloggio, con vista a strapiombo sulla valle, si scorge un bellissimo paesaggio sulle montagne del Medio Himalaya. Calato in questa dimensione che parla di noi stessi, di noi essere umani, abili ad organizzare, ad asservire il territorio, e a contenderselo con la forza, osservo le montagne coperte di nebbia e intuisco l’immensa forza latente della Natura. Qui giù gli uomini hanno costruito il complesso dei templi dedicati a Bhimakali, una affascinante serie di edifici in pietra e legno. Lassù, gli altri pilastri che sostengono il cielo, non hanno bisogno di parole, di spiegazioni, di scontri e battaglie; esistono di per sé stessi. Le alte cime del massiccio dello Srikhand Mahadev sono considerate una delle dimore di Shiva, luogo di pellegrinaggio religioso. Per contrastare la paura, il vuoto esistenziale, l’uomo ha bisogno di credere nel divino, di trovare una spiegazione concreta alle sue paure. Fino al XIX secolo nel cortile interno di questo complesso di templi venivano praticati sacrifici umani per placare le ire di Bhimakali. Cancellare esistenze per cercare di comprendere il senso stesso dell’esistenza. Qui, come altrove nel mondo, in epoche lontane. Oggi come allora resta invariata la necessità di affidarsi ad un principio unico animatore di tutto. Il principio vitale superiore, metafisico, divino. E invariata è la necessità di cercare un sostrato permanente, eterno, oltre l’apparenza delle cose.

«In India questo essere era concepito come frantumato in una molteplicità di essenze, tipico dei sistemi religiosi più antichi come il Jainismo o alcune scuole del Buddhismo. Oppure è concepito come essere puro, assoluta identità, il Brahan» [6].
«Shiva agita in una mano un tamburo e il tamburo evoca l’immagine del suono e il suono quella dell’etere, che di quello è il sostrato, il primo degli elementi, quindi la creazione. Ma nell’altra mano egli porta la fiamma, il fuoco che distrugge l’universo al termine di ogni evo; la Gran Madre è bianca e nera, Durga e Kali, vita e morte, ma nell’alterno seguirsi di queste due fasi è assicurata la continuità. Il tempo non ha fine, è illimitato: come tale si identifica con l’immortalità, con la sfera dove non c’è morte, oltre il sole» [7].

Osservo la nebbia che copre le montagne, che ne sfuma le forme, le cela e le scopre. Immagini sospese, giochi di nubi in cielo che offuscano la comprensione del reale. Queste montagne evocano il mistero dell’Essere e della vita.
Salendo lungo la valle del Kinnaur, l’aspetto di queste montagne comincia a diventare maestoso, imponente e aspro. A Karcham imbocco l’ampia valle di Baspa, tagliata dal fiume omonimo sulle cui rive, e poi verso la montagna, si trova un piccolo villaggio in pietra e legno, Batseri. E’ il primo esempio di sincretismo culturale e religioso che vedo quest’anno. Qui si professa sia l’induismo che il buddhismo. Sono presenti entrambi i templi, risalenti al XVII secolo. Non potrò mai sapere come effettivamente sono le persone che vivono qui, ma l’immagine che trasmettono è innegabilmente affascinante. Si dice che la diversità e la tolleranza religiosa hanno sede e fondamento stabile sia nella tradizione che nella legge della moderna tradizione indiana. Spero sia così anche in questi delicati momenti che vedono il Kashmir nuovamente sotto i riflettori.

Batseri è un piccolissimo agglomerato di case aperto verso diverse forme di pensiero. Il tempio induista è sintomatico in questo senso: sulla grande porta d’accesso ci sono immagini che rimandano al mondo cristiano, al mondo islamico, al mondo buddhista e, ovviamente, a quello induista. Isolato, tra le pieghe delle immensità himalayane, si cela questo piccolo gioiello.
Sosto sulle rive del fiume le cui acque scendono dai ghiacciai circostanti. È un’oasi di pace e di tranquillità.

Nonostante l’immensità di questi luoghi, la loro durezza e asperità, l’organismo umano è un riferimento importante. È al centro di questo mondo, è parte di esso. Ma, per gestirla, l’uomo ha divinizzato la natura; osservandola da qui, da tremila metri, su, verso i cinquemila, i seimila metri, capisco che sia inevitabile farlo. Questi piccoli templi che ho appena visto sembrano chiedere di accettare le proprie comunità, di essere ammessi in questi luoghi, di essere protetti. Che possano fare parte dell’insieme.

Nel mondo indiano l’ordinamento sociale è organizzato in caste. Quattro per la precisione. Non tutti vi rientrano, alcuni gruppi vivono nelle “periferie” della società, come i nomadi o banjara, o i gruppi tribali. In questi giorni ho visto nepalesi costretti a svolgere lavori di fatica in condizioni estreme. Anche loro sono ai margini della società. Non si possono eludere le leggi che regolano il mondo induista. Pensare a queste organizzazioni, così come a quelle del mio paese, perde di senso in un luogo dove la presenza dell’uomo comincia a diradarsi; dove la nebbia spegne le voci; dove le alte cime verso cui vado si alzano sempre di più. Dove è la Natura che comanda.
«La montagna ci osserva con occhi di pietra. O forse non ci vede, come un evento che dura in tutto un milionesimo di secondo non è intercettato dalla percezione umana. Questi monti ascoltano i millenni che passano, i lunghi corsi degli eventi geologici, i suoni delle glaciazioni che avanzano e si ritirano mentre plasmano valli e versanti. Forse la Terra parla su frequenze così abissalmente basse che occorrerebbero millenni di ascolto e distanze siderali per percepirne la voce. E ora, questo silenzio estremo convalida l’intuizione dell’idealista tedesco: “Il suono è l’elemento fisico che esprime con potenza e definizione i sentimenti del cosmo» [8].

Che sia vano e superfluo parlare di confini, di terre contese dall’uomo?
ll villaggio di Kamru, con i due templi, buddhista e induista, e la vecchia fortezza, è un altro esempio di sincretismo culturale. Scale ripide e case in legno e pietra sono gli elementi che caratterizzano il luogo. Il villaggio sorge ai piedi del Kinnaur Kailash, considerato la dimora estiva di Shiva. I pellegrini vengono qui per compiere il pellegrinaggio attorno alla montagna, parikrama per gli induisti, kora per i buddhisti. Poco più sotto, a Sangla, assisto ai festeggiamenti per il giorno dell’indipendenza. Le persone indossano vestiti eleganti; è una gioia per gli occhi, c’è un esplosione di colori, su tutti sembra predominare il rosso. Le cime spruzzate di bianco osservano distaccate dall’alto il gran movimento che agita la valle.

Lascio il villaggio e ripercorro a ritroso la valle di Baspa, con la strada a strapiombo sul fiume, per reimmettermi nella valle di Sutlej. La vegetazione dirada ed emergono le rocce. La valle si restringe e le pareti osservano con i loro occhi di pietra. Da qui per un po’ di giorni il percorso sarà tutto in salita. Arrivo nel villaggio di Kalpa, il capoluogo del distretto del Kinnaur, a 2900 metri. Qui ha sede il Tempio Narayan-Nagini che pare uscito da una fiaba, interamente costruito in legno e pietra, in intimo equilibrio con l’immagine del Kinnaur Kailash che troneggia sulla valle, oggi in parte celato da nubi, e con la corona di montagne che lo circonda come se dovesse ripararlo e difenderlo. Sono ormai molto vicino al Tibet e le influenze di quel mondo sono evidenti da quest’altra parte del confine. Non solo gli edifici cominciano ad essere simili a quelli che avevo visto in Tibet e in Ladakh, anche i tratti somatici delle persone sono in parte cambiati. Ma soprattutto l’atmosfera di questi villaggi è più semplicemente rilassata e serena.
Il mio modo di percepire il mondo qui è cambiato, ed è spiazzante, perché riesco a vedere meglio me stesso, o mi pare che sia così. Mi chiedo se non sia la sensazione di tempo sospeso che mi evocano le alte montagne. O il silenzio che percepisco lassù, su quelle cime innevate. Il mondo esterno e il mio mondo interno sembrano sovrapporsi; sono in sintonia. È la combinazione di questi piccoli templi, i loro profumi, è il contesto in cui sono inseriti che probabilmente rispecchiano il mio modo di essere. È uno dei tanti possibili luoghi in cui mi sento in pace con me stesso. Non c’è nulla di spirituale, credo sia più una questione di affinità, di accordatura con il mondo.
I boschi sono fitti di cedri e di pini, alcuni sono enormi, secolari. Il profumo fresco del bosco riempie
le mie narici. Fresche sono anche le acque dei torrenti che scendono a valle. In questo contesto si trova il villaggio di Kothi, un altro gioiello incastonato nella montagna, un’oasi di pietra e di legno. Si sente solo il suono dell’acqua e delle piccole campane dei due templi. Ci sono sorgenti di acqua in tutto il villaggio dove le donne lavano i vestiti. La diluizione del mondo induista in quello tibetano è sempre più evidente.

Per raggiungere Nako, uno dei villaggi più prossimi al confine con il Tibet, continuo a salire su strade tagliate nella roccia sopra il fiume Sutlej. Le pietre sembrano colare dalle pareti e prendono il sopravvento sugli alberi. Più si sale e più ci sono sporadiche macchie di vegetazione.
Gli sguardi dai pullman locali addolciscono l’ambiente.
Fino al 1991 la parte orientale del Kinnaur era completamente inaccessibile agli stranieri. Oggi è

possibile percorrere queste zone di confine, ma bisogna passare attraverso una serie di check point. In questi posti di controllo la presenza umana, anche se spigolosa e austera, mitiga le asperità naturali circostanti. Siamo proprio animali sociali, abbiamo bisogno del contatto con i nostri simili per gestire ambienti che incutono timore.
Dopo Akpa, sede di uno dei check point, entro nell’alto Kinnaur, territorio non più induista, ma in altissima percentuale tibetano. ‘Vertiginosamente’ alto Kinnaur, mi verrebbe da dire. Percorro una sottile strada che taglia le pareti a picco sul fiume. Un vero e proprio precipizio.
Osservo incantato è un po’ impaurito. Il lieve disagio è ripagato dalla visita di un antico tempio buddhista posto in una posizione estremamente panoramica. Il silenzio è tangibile, lo si tocca con mano. È questo ciò che cercavo. Il silenzio dei monasteri buddhisti di montagna. Il Monsatero di Kanum (o Khanum) è poesia, una poesia in verticale vicino al villaggio di Spillo, macchiata di arancione: le albicocche a seccare sui tetti. Ogni tanto si sente il frinire dei grilli, poi solo silenzio. Questo tempio è un terrazzo di roccia e legno che si libra nel cielo. Qui, come nella valle dello Zanskar, c’è il vero Tibet, nascosto in angoli remoti, abbarbicato sui cucuzzoli; in luoghi dove il mondo esterno e interno dell’uomo si compenetrano e si accordano.
Poco più avanti raggiungo il punto dove si incrociano il fiume Spiti e il fiume Sutlej, e da dove si vede il picco Reo Purgyil con i suoi grandi ghiacciai, un luogo sacro per gli indù, un sangam. Uno dei due fiumi, più terroso, di colore marrone, arriva con una potenza tale che pare divorare l’altro fiume, dal colore più grigio. Sembra un duello, ad armi impari.
Guardo questi luoghi e mi vengono in mente i guadi fatti in Islanda. Mi rivedo saltare sulle pietre. È un ricordo che mi dona un grande senso di libertà. Sarà forse per il paesaggio roccioso, lunare, privo di alberi e di vegetazione, molto simile a quello che vidi in Islanda. Rivedo la ghiaia che scende dai vulcani, rivedo le pareti spigolose del Pakistan, qui più chiare ma altrettanto verticali. Gli alti ‘panettoni’ striati del Tibet, che qui frenano e bloccano i monsoni. È un’esplosione di paesaggi, un intasamento di emozioni.

Il villaggio di Nako sembra appoggiato sulle nuvole. Sembra dominare il mondo da quassù, sembra chiedere alle montagne di inchinarsi al suo cospetto; o forse sono le alte pareti striate che circondandolo in un ampio abbraccio, lo avvolgono e lo stringono serrandolo in una morsa feroce. Il clima è rigido ma l’uomo si è adattato anche qui riuscendo a strappare lembi di terra alle montagne per coltivare patate, piselli, e per piantare alberi di mele. Sono piccole oasi perse in un oceano di rocce. Le bandiere di preghiera tibetane colorano il luogo e sventolano incessantemente. Le nubi in cielo danno l’impressione che le cime abbiano preso fuoco sulla Valle Hangrang; sembra un’apocalisse.

Nako è un tuffo nel Tibet. Mi emoziono dentro il piccolo tempio buddhista, e guardo colpito gli affreschi che risalgono ad epoche remote, all’XI secolo. Perché provo qui sensazioni così forti, così profonde? Perché ho visitato e conosciuto questa parte del mondo nel 2013, dopo la morte di Lucia? C’è un motivo? Lascio un’offerta in ricordo di Lucia, spontaneamente.

La strada da Nako si alza e, lungo la Valle dello Spiti, sede del Monirang pass e del ghiacciaio Bara Shigri, attraversa scenari di una bellezza inimmaginabile. La sensazione è di volare tra le montagne, come un’aquila. Sono nei pressi di Sumdo, al confine con il Tibet. Scatto foto e osservo intensamente col desiderio di assorbire il più possibile. Ma è tutto troppo grande. Come faccio a contenere tanta bellezza? So che qualcosa rimarrà in un cassetto della mia memoria insieme ai ricordi delle passate esperienze. Che questi scenari immensi mi aiutino ad ampliare la mente, a nutrirla, a ripulirla. I pensieri che mi passano in testa o le preoccupazioni che sento nel corpo si modificano e si chiariscono mentre viaggio.


Alla confluenza dei fiumi Pare Chu e Spiti c’è un altro checkpoint, dove termina il distretto del Kinnaur, a una decina di chilometri dal Tibet.
Mentre attendo che i miei documenti vengano controllati, leggo una targa con informazioni per l’ottenimento del permesso per l’accesso a quest’area. C’è scritto che hi proviene dall’Afghanistan, dal Pakistan e dalla Cina deve richiedere un permesso speciale. Alzo gli occhi e osservo l’alta montagna al di là della quale si trova il Tibet. Sono confini difficili; oggi, con l’annessione del Kashmir all’India, questi luoghi sono destinati a diventare sempre più caldi.

Superato il posto di controllo, poco distante, sotto pareti striate e vicino a ghiacciai che si confondono con le nuvole, sorge il Tempio di Gue. Era in posti come questo che i monaci si ritiravano per cercare risposte alle grandi domande, in luoghi in cui la natura comunica la sua grandiosità, l’irruenza, la ferocia, dove l’uomo fa i conti con i suoi limiti, impressionato dall’imponenza e conscio della sua estrema fragilità. Conscio del fatto che, nonostante i tempi biologici e i tempi geologici siano diversi, il destino è lo stesso, per sé stesso e per questi scenari, la DISSOLUZIONE, la scomparsa. Proprio qui è conservata la mummia di un monaco trovato integro, sepolto sotto la terra, in perfetta comunione con queste rocce.


Sosto a Tabo, nel distretto dello Spiti, un’altra piccola oasi che l’uomo è riuscito a strappare a questa terra ghiaiosa e arida, a
3200 metri di altitudine. Il mondo indiano ormai ha lasciato definitivamente spazio a quello tibetano. Amo la tranquillità di questi villaggi, la loro genuinità, il loro giusto distacco dal mondo. Non mi chiedo più se sarei capace di viverci perché la risposta sarebbe negativa. Mi piace sapere che esistono posti così e penso che sia un privilegio poterli vedere.

Quest’anno emergono tanti ricordi dei viaggi passati mentre vivo il momento. Sono i suoni il filo che li tiene insieme. Le voci che parlano lingue a me purtroppo ignote, avvolte in un contesto minimale, fatto di piccoli suoni: acqua che scorre, cinguettio, il muggire delle mucche, qualche attrezzo, che può essere il martello di un fabbro, e poco altro. E il silenzio che avvolge tutto ed è lo stesso silenzio che ho percepito nei villaggi dell’Afghanistan, del Pakistan, del Ladakh, del Tibet. Quest’anno non l’ho cercato ma l’ho riconosciuto, l’ho ritrovato. Lo respiro nel vecchio monastero buddhista, il Tabo Gompa, circondato dalle cime spruzzate di neve, e meraviglliosamente affrescato. Qui non vive il concetto del “più veloce”, del “più forte”, del più “rapido”; qui tutto è più ammorbidito, più lento. Osservo i volti degli abitanti di Tabo e mi chiedo quali siano i loro pensieri, quali impegni li aspettino. Forse mi sbaglio ma percepisco una sensazione generale di serenità.

«Ci sono due modi di viaggiare. Nel primo si percorrono grandi distanze in poco tempo, ci si muove, ci si sposta, s’imparano a conoscere i lineamenti generali delle montagne, delle valli, gli aspetti più evidenti della gente e del loro carattere. Nell’altro si sosta, si va in profondo, si mettono un poco le radici e si cerca di suggere dalla terra l’invisibile linfa spirituale di cui si nutrono gli abitanti del posto (Segreto Tibet, cap. VI 1)» [9].
«Solo cercando un radicamento nell’ambiente particolare è possibile comprensione, poiché attraverso di esso soltanto sarà assimilabile lo spirito che alimenta e ispira le persone abitanti il peculiare luogo.

È una “invisibile linfa spirituale” ciò che nutre la singolare cultura d’una popolazione. È dalla terra umilmente abitata, dalla originale natura che ne caratterizzi il paesaggio ambientale a sorgere, dunque, la cultura umana? Sembrerebbe che Maraini propenda per la priorità invece culturale. Afferma, ad esempio, […] in Segreto Tibet (capp. VII 1, XII 4 e IX 1): “Nulla è naturale; non esiste l’uomo di natura; tutto è civiltà”. “Un uomo è prima di tutto l’universo che porta nell’intimo: ciascuno di noi ne ha, anzi ne ‘è’, uno”. “L’universo interiore che noi siamo prende forma lentamente dall’infanzia con l’educazione, ed è permeato fin nella sua più intima consistenza della civiltà che ci nutre”. “Ogni nostra attività è ‘culturale’; non esiste l’uomo di natura”. Addirittura anche Dio risulta essere una creazione umana, le religioni, anzi, sono le più essenziali produzioni culturali dell’uomo. “È vero, certo, che Dio crea gli uomini, ma è anche verissimo che gli uomini creano Dio. La creazione di Dio è anzi la meta suprema e finale d’ogni civiltà.
In almeno due altre opere, tuttavia, Marini meglio precisa il senso in cui intende che gli uomini creino Dio ma anche siano a loro volta creati. Gli uomini inventano Dio, ciascuna civiltà genera una propria Divinità. Ma tutti, parimenti, sono creati dal grande, unico mistero che incognitamente è presupposto a ciascun uomo, a ogni cosa» [10].
L’irruenza della natura è incontenibile: una pioggia torrenziale ha provocato frane e smottamenti lungo la strada. Il monsone è eccezionalmente giunto anche qui, e resto bloccato a Tabo, non c’è alternativa. È un’occasione per osservare con più calma la vita di questo paese e “per cercare di suggere dalla terra l’invisibile linfa spirituale di cui si nutrono gli abitanti del posto”.

Qui vivono agricoltori d’alta quota. Credo che per loro l’armonia sia vivere in unione con la natura e pensare al bene della comunità. Una comunità in senso ampio che comprende loro stessi, la loro terra, i loro animali, i loro alberi di mele, le loro colture. Una comunità governata dal gruppo degli otto saggi, il panchayat. La vita quotidiana dove abito io mi risucchia ad una velocità sorprendente. Mi anestetizza. È ovviamente un paragone che non regge. Ma finché la strada non viene liberata, assaporo questo miracoloso equilibrio. Passo davanti alla scuola governativa, nei pressi di Lari, piccolo centro alle porte di Tabo, e assisto alla preghiera del mattino. I bambini, ordinati davanti al piazzale dell’edificio, recitano a memoria non solo la preghiera, ma anche l’inno indiano, accompagnati dal suono profondo del tamburo. Oggi il sole è tornato a splendere e tutte le cime sono innevate. Trascorro parte della giornata a camminare per cercare di cogliere ogni singolo particolare di questa terra. Assaporo delle prugne appena colte che gentilmente un abitante del villaggio mi offre. Non sono distante dal Kashmir, sono in un lembo di terra schiacciato tra India e Cina, prossimo al Pakistan. Ma proprio quassù, i miei pensieri sono più leggeri. Non penso al mondo sempre più pieno di guerra, di violenza, di gruppi nazionali, razziali, che si chiudono nella propria identità, gli uni contro gli altri, No. Qui, idealmente, sembra esserci un altro mondo possibile. E’ una riflessione tanto ingenua quanto però reale, suggerita proprio da questo ambiente.

Salgo a vedere la statua di un buddha, posta in posizione panoramica, e continuo ad assorbire il silenzio, elemento che riempie la valle, tanto quanto le rocce. È un connubio inscindibile. Mi fermo a bere del tè che mi viene offerto dagli operai che costruiscono la statua; dietro il buddha si apre la valle Lari Dupuk, disseminata di piccole grotte per meditare, dove saltuariamente si ritirano i monaci. Scendo al fiume a guardare dal basso le striature di neve che sembrano merletti appena lavati che asciugano al sole. Seduto su una pietra, con il solo suono del fiume, mi concentro sui colori, che sono davvero pochi: arancione delle bacche di una pianta che non conosco, verde degli arbusti, marrone della terra, bianco della neve.


Nel Jainismo i colori che corrispondono ai tre modi della natura naturante, sono il bianco, il rosso e il nero. Il prevalere di un colore sull’altro condiziona le qualità delle anime, ma altresì la loro sede: le bianche in alto, le oscure in basso [11].
Ne approfitto per leggere un paio di pagine di “Camminare” di Erling Kagge.
«In sanscrito, il presente è associato al significato di quel che si manifesta proprio di fronte a noi, pratyutpanna» [12].
Ora vivo il mio presente. Oggi ho trovato il perfetto equilibrio. Continuo a sfogliare il libro mentre i merletti sventolano in cielo.
« «Secondo te il passato può passare un’altra volta?» Chiede il padre al figlio, nel libro di Paolo Cognetti Le otto montagne. Stanno facendo una passeggiata. Questo padre ha un’idea diversa del tempo rispetto a Nāgārjuna. «È difficile», risponde il Qualunque cosa sia il destino, – pensa il ragazzo, – abita nelle montagne che abbiamo sopra la testa» » [13].
figlio. «Guarda quel torrente, lo vedi? – prosegue il padre. – Facciamo finta che l’acqua sia il tempo che scorre. Se qui dove siamo noi è il presente, da quale parte pensi che sia il futuro?» Il figlio risponde, proprio come me mentre leggevo il romanzo, che il futuro doveva trovarsi più in basso rispetto a loro. Scorrendo, il tempo segue la corrente giù fino a valle. Il padre risponde brevemente che si sbaglia. Più tardi quella sera, prima di andare a dormire, il figlio comincia a capire cosa intendesse il padre. Se il posto in cui ti trovi è il presente, il passato è l’acqua che è già scorsa via e che non vedrai mai più. Il
futuro invece è l’acqua che arriva dall’alto portando con sé pericoli, gioie e sorprese. «
Le condizioni meteorologiche non permettono di continuare l’anello e quindi di raggiungere Manali passando per Kaza. Sono obbligato a tornare indietro. Alluvioni e frane stanno bloccando molti tratti della strada. Pericoli, gioie e sorprese precipitano dall’alto, dalle alte cime, materia vivente in continuo movimento.
In prossimità di Nako si ripresenta l’immenso scenario che vidi pochi giorni fa con la differenza che ora tutte le montagne sono ricoperte di neve. La natura, dopo avere espresso la sua irruenza, placatasi, mostra il suo aspetto più maestoso, mostra di cosa è capace quando non aggredisce. È fiera come un leone, ne osservo la sua criniera, ammaliato. Anche la grande punta, il Reo Purgyil, è perfettamente visibile, non c’è una nuvola, il cielo è azzurro e la sua forma a piramide è bianca. «Bisogna davvero rispettare la natura», penso.
Durante il viaggio assisto all’allargamento di una parte della strada, questa sottile linea strappata a fatica alle rocce. Per allargare la strada serve l’utilizzo della dinamite.
Assisto ad una sorta di guerra titanica tra uomo e natura per un tratto di strada lungo non più di venti metri. Una scheggia prende in pieno volto un ragazzo che comincia a sanguinare copiosamente e a urlare di terrore. Per un attimo mi è sembrato di essere in trincea a combattere contro un esercito di esseri fatti di roccia. Le pareti continuano ad osservare distrattamente con i loro occhi di pietra noi piccoli esseri ingegnosi. Sotto, il fiume Sutlej scorre senza curarsi di nulla, e accoglie impassibile le pietre esplose. Soffi, rivoli di sabbia si alzano in cielo.
È un altro giorno in cui sperimento il tempo lento, che quasi non conosco più. Senza mai guardare l’orologio osservo l’accadere degli eventi insieme a tanti altri esseri umani dai tratti somatici ora più indiani è un po’ meno tibetani. Esisto per un po’ insieme a loro tra le loro montagne; vivo i particolari; vivo il senso di deferenza verso questa natura così travolgente e inarrestabile.
Una parte di questo viaggio, per cause estranee al viaggio stesso, è un elogio alla lentezza, al godere ogni piccolo istante della giornata, ad accordarsi con chi vive questi luoghi, a non vivere due tempi paralleli e non comunicanti. Guardo i volti con occhi più attenti, più curiosi; i loro movimenti, i loro sguardi, le loro espressioni. Sono ospite in questi spazi, è la natura che comanda. Si lavora per allargare la strada, ma poi le piogge provocano frane e nuovo lavoro si aggiunge a quello da fare. Si convive con una natura indomabile,
inflessibile.
Quest’anno al rientro da questa nuova esperienza, ho sentito il bisogno di tornare a vedere le mie montagne. Forse per riavvicinarmi lentamente alle mie abitudini quotidiane, per un ritorno graduale a tutto ciò costituisce la mia vita. Mi sono quindi affidato alla regina delle montagne, la Marmolada, tanto eccelsamente alta: guardando dal basso la parete sud, è solo roccia in verticale. È aspra, elevata, ma è anche protettrice. A lei quest’anno mi sono affidato per continuare a nutrirmi di luoghi che lasciano attoniti e affascinati, incantati e sbigottiti; luoghi che insegnano a farci convivere serenamente con i nostri limiti e le nostre fragilità.
«In montagna l’uomo non può che abbandonare quegli apparati culturali, linguistici, politici, economici, tecnologici che le civiltà cittadine abbiano allestito a ingabbiare gli uomini in strutture astratte, elaborate, autoreferenziali e distantissime della vita» [14].
Per il momento decido di non prendere la funivia, preferisco inizialmente viverla nel modo più semplice, risalendo a piedi le valli circostanti. Desidero osservare le pareti verticali in modo più discreto, per quanto possibile ad una certa distanza dalla confusione. Giunto ad un centinaio di metri sotto Punta Rocca, trovo un angolo dove sdraiarmi e ammirare il paesaggio. Di fronte a me si apre il Vallone di Ombrettòla, con il suo piccolo ghiacciaio che rapisce la mia attenzione.

Dopo una lunga pausa passata ad osservare ciò che resta di questo letto ghiacciato, il desiderio di rivedere il ghiacciaio della Marmolada mi assale, e scendo a valle di corsa. Supero ogni resistenza e prendo la funivia che in poco tempo mi porta proprio di fronte a ciò che resta del lungo manto bianco che scende dalle vertiginose altezze della sua cima. Rapito, resto a osservarlo; la natura esprime tutta la sua potenza. Resto annichilito davanti a tanta bellezza. Non riesco a saziarmi e il giorno dopo mi fermo a osservare la parete nord e ancora una volta resto per lungo tempo a osservare incantato il grande ghiacciaio. Capisco perché l’alto picco Reo Purgyil sia per l’Uomo di quei luoghi la dimora di Shiva, un luogo sacro che non può essere affrontato. Il suo enorme ghiacciaio brilla nel cielo, non può che essere ammirato e osservato a distanza. Qui al contrario ci sono ruspe che spianano il sentiero, una seggiovia, la grande funivia, una cabinovia. Siamo riusciti a rendere consumabile anche questa enorme montagna, a riempire i suoi grandi silenzi.
In Ladakh, in Tibet, nell’Himachal Pradesh le montagne sono dimora di monasteri buddhisti, c’è una diversa concezione della vita; c’è sicuramente più poesia.
«La riduzione della montagna a oggetto di consumo della civiltà tecnocratica cittadina, facendone vano spazio da sfruttare, da scavare per estrarne minerali o materiali, da traforare per superarne velocemente le eccelse elevatezze, da ingabbiare per prosciugarne le acque e accumularne inumanamente l’energia, da militarizzare per fissarvi bellicosi confini statali, anche semplicemente la sua riduzione edulcorata a oggetto di consumo estetico, ludico e turistico, irretendola con cavi, pali o chiodi, motorizzandone i cammini e persino i voli…perde completamente, a un tempo, la natura montana e la cultura montana, l’origine e la libertà dell’uomo. Solo la discreta, minimale, elevatissima cultura alpigiana e montanara in genere è capace di vedere la natura montana, accoglierne la spontaneità e coltivarne la rigenerabilità. Perché quella montana è una cultura del limite, che presuppone una trascendenza a ogni pur libero limite finito e quindi permette la comprensione della natura, divinamente immane eppure spontaneamente offertaci, innanzi a noi e in noi e in ella noi» [15].
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