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Alpi, Dolomiti

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RIEVOCAZIONI
GROSSGLOCKNER. Ghiaccio spento, silenzio di oggi e di ieri
ALPI, DOLOMITI, 2021

dedico questa esperienza a mia mamma
dedico queste riflessioni a mio papà, compagno di viaggio

Dopo tanti viaggi, alcuni descritti, altri, molti altri, diventati semplicemente ricordi, mi trovo a parlare di luoghi che per me hanno una grande importanza. Il viaggio inteso come scoperta è ciò di cui sento di avere bisogno in questa fase della mia vita. Non è un caso che i luoghi che ho visto in questi anni si siano continuamente ripresentati nel corso di questa esperienza, nel Messner Mountain Museum, e nella magnifica mostra fotografica di Steve McCurry “Terre alte”.
Non sono coincidenze, sono un richiamo.
Una frase di Steve McCurry è emblematica: “Già solo il viaggiare e approfondire la conoscenza di culture diverse mi procura gioia e mi dà una carica inesauribile”.

Ma quest’anno, con un po’ di timore, ho provato a scrivere delle ‘mie’ montagne, dei luoghi che hanno avuto un ruolo diretto e importante nella mia vita. Ho lasciato che fosse la penna a scrivere, volevo che le parole fluissero da sole, più che in passato. Non è un viaggio alla scoperta di luoghi sconosciuti, è un viaggio dentro me stesso, alle origini della mia storia. Ciò che ho descritto e descrivo con la mia musica nasce da queste antiche suggestioni. Il timore nasce proprio dallo scavare dentro me stesso e dall’essere capace di trovare le parole giuste che sappiano dare anche solo un piccolo assaggio di tutto quello che ho raccolto e che ho dentro. Non è tuttavia mia intenzione parlare di almeno tre decenni di esperienze vissute in montagna, non ne sarei capace. Sono sempre e solo fotografie sparse quelle che propongo.
Scrivendo mi sono accorto che le esperienze vissute in questi ultimi anni fuori dai miei confini hanno trovato un posto importante accanto ai ricordi più antichi, quelli che ritenevo più formativi e rilevanti. Scrivere mi aiuta a porre tutte le esperienze che sto vivendo nel loro giusto spazio, una vicina all’altra, non una sotto all’altra, come pensavo. Sarebbe però più corretto dire una insieme all’altra.
Non sono riuscito a scrivere solo delle ‘mie’ montagne e dei ricordi d’infanzia perché le esperienze di vita più recenti sono sempre presenti nei miei pensieri.
La prima frase che ho scritto nel mio quaderno quest’anno è stata questa: “Temevo la difficoltà di vivere un’esperienza di viaggio in un luogo che già conoscevo e che non pensavo potesse trasmettere quel desiderio di esplorare territori ignoti”.
Poi l’ispirazione è arrivata pensando ai monasteri tibetani.
I remoti villaggi dei miei recenti viaggi in Asia sono tornati inaspettatamente alla memoria, non solo sotto forma di immagini, ma di profumi. Ho interiorizzato così tanto i profumi dei monasteri tibetani che ora hanno la stessa potenza dei paesaggi che ho fotografato e impresso nella mia memoria.
E’ questo semplice pensiero che imprevedibilmente mi ha proiettato nella dimensione del viaggio.
La ricerca del silenzio forse non è altro che il mio desiderio di esplorare, scoprire e raccontare, anche partendo da luoghi che in parte già conosco; per affermare e confermare l’importanza del rispetto per quanto ci circonda, per la natura e per la varietà della vita.

Sono i profumi dei prati a portarmi altrove, nel mio passato, alla mia infanzia. Il mondo dei profumi è un territorio senza tempo, è un luogo che condensa esperienze presenti e antiche, è un connubio di esperienze vissute in diverse età. E’ come se ci fosse un reticolo di percorsi che sfocia in un grande mare nel quale la sequenza storica è puramente arbitraria. Questo profumo che mi piace tanto è come se lo sentissi con l’olfatto del mio io giovane, del mio io adulto, del mio io di adesso. Pensavo sarebbero state le alte montagne a risvegliarmi; in modo assolutamente inatteso sono i profumi dei prati a dare il benvenuto a questa nuova esperienza, a condurmi in questo nuovo viaggio. Un viaggio in un luogo e nel tempo. Un viaggio nei ricordi, che ora prendono una forma sempre più ricca e articolata, che si sommano strato su strato, intersecandosi e fondendosi insieme. Sensazioni vissute in età diverse si amalgamano e acquisiscono nuove forme, più complesse.

Parco Naturale Puez-Odle
Profumi non solo di prati, ma anche di legna accatastata, un profumo fresco come l’acqua di un torrente.
L’esperienza visiva, già vissuta, si perde nell’esperienza olfattiva; ma anche sonora. Salendo per il sentiero che inizia nel bosco, incrocio due uomini che tagliano meticolosamente piccoli tronchi di legno. Il suono che producono e che avverto è un lieve picchiettio; compiono un’azione ripetuta in modo disteso e pacato, come fosse un rito, una cerimonia. Non sono gesti istintivi, bensì calibrati e studiati. Il ritmo è continuo e la naturalezza con cui li compiono sembra un invito a trarre piacere da questa immagine. Sono essi stessi parte di questo spazio; sono un elemento centrale in questo breve frangente nel quale le nostre vite si incrociano.
Il profumo di questi prati, della legna accatastata, dei sentieri ben delineati è il frutto di grande lavoro; nulla è per caso.
Il frinire dei grilli e lo scorrere dei torrenti sono un importante corollario sonoro; insieme alla regolare e costante successione di campi coltivati e di ampi prati perfettamente curati, definiscono il paesaggio, lo raccontano, sono gli iconemi di questo luogo dalle peculiari fragranze di bosco e di erbe.
Gli alti rilievi hanno sempre attirato la mia attenzione, li osservo anche ora, ma non occupano tutti i miei pensieri. C’è spazio per molte sfumature che ho desiderio di cogliere.

Un episodio inatteso modifica momentaneamente questo mio desiderio di sentire altro oltre allo stupore indotto dalla visione delle solenni e maestose cime.
La macchina mi porta in un luogo dove soggiornò mia mamma. E’ una circostanza inaspettata e casuale che ora mi fa sorridere, ma che, al contempo, mi riporta molto indietro nel tempo. Rivedo immagini di luoghi e di viaggi nei quali le montagne avevano un ruolo centrale. Sono ricordi che in parte penso corrispondano alla realtà, e in parte sono ricordi che si sono preservati grazie alle fotografie, testimonianze di un mio passato che hanno sostituito la mia reale percezione della realtà.
Emerge in modo molto confuso e impreciso il ricordo del Großglockner, un nome che ora evoca solo impercettibili sensazioni provate da un mio io davvero molto giovane: è rimasta la sensazione di freddo, l’estensione, il ghiaccio. Mi chiedo tuttavia se sono ricordi veri e riconducibili a questa montagna o se sono un insieme di ricordi di più esperienze che ora non saprei più scindere. So per certo che è come se venissero fuori da uno spazio speciale del mio cervello, da una scatola che raccoglie esperienze vissute insieme a mia madre, mio padre e mio fratello. I primi grandi viaggi che facemmo – ricordo in particolare il viaggio in Siberia, nel lontano 1988 – segnarono uno spartiacque netto tra queste prime esperienze e ciò che sarebbe venuto dopo.
Delle mie prime esperienze di vita ho molti ricordi; alcuni sono rimasti in modo nitido. Credo che una montagna con un ampio ghiacciaio desti enorme curiosità agli occhi di un bambino; rimane impressa la spettacolarità e l’immensità. Il resto purtroppo scompare, si perde. Ma è questa sensazione che voglio recuperare, questo stupore genuino al cospetto delle alte pareti ghiacciate.

Großglockner
Per un giorno torno quindi a farmi ammaliare dalla potenza della montagna. Sotto le bianche cime del Großglockner torno a sentirmi piccolo, non solo di età, cambiano le sensazioni e si ripresenta il timore reverenziale e la maestosità della natura che si esprime senza filtri, diretta. Non sono i particolari, non sono i profumi che sento. E’ impossibile. Il mio sguardo è stregato; percepisco solo la grandezza, l’imponenza di queste montagne. Scompaio al suo cospetto. Mi commuove una vista simile. Quest’anno, a differenza dell’esperienza vissuta lo scorso anno sul Monte Bianco, osservo da lontano questo ghiacciaio, ed è come se ne percepissi il suo pudore; perché la morte richiede pudore. Il ghiacciaio si sta ritirando e ho la sensazione di osservare un essere moribondo.
Esiste un gesto di pietà che è quello di coprire il corpo di chi è morto in un luogo pubblico. Lo si fa con un lenzuolo bianco per proteggere chi è rimasto esposto in mezzo alla strada, in un campo, ovunque all’aperto.
Ho la terribile sensazione che il mio sguardo, insieme a quello di tante altre persone, sia uno sguardo insensibile, indifferente, sia un osservare morbosamente un essere in fin di vita.
Sono a disagio perché è come se noi esseri umani provassimo gusto a sollevare il lenzuolo e a fissare quello che c’è sotto. Se decidiamo di infilare la testa dove non dovremmo, allora sarebbe necessario e doveroso riconoscere i nostri errori.
La sua lingua bianca ha lasciato il posto a una valle grigia come il cielo. E’ un’immagine bella e triste al contempo. E’ una natura che si ritira al cospetto dello sguardo indiscreto di noi uomini.
Anch’io sono qui, in mezzo ai miei simili; anch’io osservo. Ai miei occhi è un ritirarsi regale, è un’immagine maestosamente glaciale, in un ambiente la cui unica estrosità è una rigida commistione di rada vegetazione verde scura e di pietre grigie come il cielo.
E’ una montagna seria, imperiosa e scura che non profuma di prati; se dovessi descrivere il suo profumo lo definirei freddo.

In questo viaggio tra i ricordi, nel passato e nel presente, si inseriscono con prepotenza le notizie provenienti dall’Afghanistan. In tutti questi anni ho raccolto impressioni personali nel momento stesso del viaggio. Le mie impressioni dei viaggi passati non sono dissimili da quelle che sto descrivendo in questo percorso sensoriale tra i profumi delle mie montagne. Sono sempre stati i racconti di me stesso posto al cospetto di luoghi unici e importanti dal punto di vista naturalistico, storico e culturale. Inevitabilmente ho riflettuto su ciò che ho visto, e quindi non solo sui paesaggi. Oggi, leggendo un articolo del Corriere della Sera, emergono ricordi e pensieri dell’esperienza vissuta nel Corridoio del Wakhan in Afghanistan, dove posso dire di avere visto il lato più genuino di questo pianeta, esattamente come lo vidi in Groenlandia.
Penso al mio viaggio, alle persone che ho conosciuto in quello stretto lembo di terra, un territorio oggi – mi permetto di scrivere – ‘tristemente’ dalla grande importanza logistica, di cui sono ben consci anche i Talebani. Sarà destinato a diventare la via d’accesso alle tante risorse minerarie dell’Afghanistan grazie al nuovo collegamento stradale fortemente sostenuto dalla Cina. Questo grande progetto, la “strada sul tetto del mondo”, sarà sicuramente portatore di un grande potenziale economico, ma anche di grandi rischi di distruzione culturale e ambientale. Un ecosistema e una cultura unici al mondo saranno messi a rischio da un’incontrollata apertura alle influenze esterne.
Ciò che sta succedendo in questi giorni è sicuramente l’inizio di una nuova minaccia e di una nuova sfida per l’Occidente. E’ l’inizio di un nuovo periodo di soprusi verso le frange più deboli di quel popolo, verso le donne. Di un futuro negato a milioni di bambini.
Ma mi permetto di dire che anche questi drammatici momenti vanno inseriti nella continua e incessante demolizione del nostro pianeta.
La minaccia di miniere di uranio a Narsaq in Groenlandia (https://www.theguardian.com/environment/2017/jan/28/greenland-narsaq-uranium-mine-dividing-town?fbclid=IwAR1uwo3qxfnaZeSxo2nc5x8B7hT5yXy6PnazIKSr0uhXZ4nRj_LPyJjcycs) e ora la possibile distruzione di un territorio immacolato, puro, il Corridoio del Wakhan, sempre grazie all’obiettivo di una continua e crescente espansione della potenza economica della Cina, mi fa riflettere molto; sono pensieri amari quelli che faccio, e che fatico a esprimere.
Se prima mi ero arreso all’idea dello sguardo indiscreto di noi uomini al cospetto di un essere morente come il ghiacciaio del Großglockner, fatico a trovare le parole per descrivere queste mire espansionistiche in un momento così complesso.
Pensieri pesanti davanti a un prato profumato della Val Pusteria. E’ un contrasto troppo netto. Ma sono impressioni di un mio vissuto che si confondono; passato, presente e un futuro minaccioso. Sarà l’inizio di una nuova guerra fredda? il mondo diventerà meno ospitale? Metto insieme i diversi ricordi raccolti nelle varie esperienze di viaggio e penso ai paesaggi altrettanto inenarrabili, per quanto sono (saranno?) belli, che i miei occhi hanno avuto la fortuna di vedere a Narsaq e a Sarhad-e Broghil. Io ho provato a raccontarli, li ho descritti, anche attraverso la musica, li ho fotografati, con il desiderio di condividere ciò che ho vissuto.

Non voglio accomunare situazioni molto diverse tra loro da qualsiasi punto di vista, storico, culturale, antropologico. Tuttavia, alla luce di ciò che vedo in questi giorni, ossia una ennesima dimostrazione della natura brutale dell’uomo, mi chiedo come il popolo tibetano, lungamente perseguitato – così come i vicini uiguri – abbia potuto concepire un atteggiamento così imparziale nei confronti della vita:
“In molti tibetani si manifesta chiaramente una serena tranquillità che consente loro di sopportare le sofferenze peggiori. Spesso, durante o dopo le torture, essi pregano persino per i loro aguzzini, poiché generano molto karma negativo con le loro azioni. Per questo motivo i tibetani destano ammirazione in tutto il mondo. Essi sanno che, anche se può essere minacciato temporaneamente il loro involucro fisico, non lo è invece il flusso della consapevolezza come parte del tutto. Queste memorie onnipresenti radicano saldamente nel singolo individuo un sentimento di appartenenza e protezione.”

Alle pendici della Vetta d’Italia
Ci sono dei luoghi che sono universali: contengono tutto ciò che ci si aspetta di trovare in un determinato ambiente. Hanno una ricchezza tale da sembrare finti. I prati, il torrente, i boschi, le cime, il sole, le nuvole bianche, gli animali da pascolo, la neve che tenacemente si aggrappa alle alte pareti. E’ tanto un luogo quanto l’idea di un luogo, della montagna.
Mi chiedo il perché di questa mia resistenza a indicare con precisione il nome dei posti che visito, dei percorsi che faccio, delle persone che incontro o con cui condivido le mie esperienze. Penso sia dovuto al fatto che ciò che mi piace sia essenzialmente registrare le mie sensazioni, non tanto indicare un tragitto, come ci si arriva, o con chi ci sono arrivato. Nel luogo dove ora mi trovo, con i piedi immersi nelle fredde acque del torrente, percepisco questo senso di universalità. Questo insieme di elementi che si integrano perfettamente tra di loro e descrivono una tipologia di montagna che piace a me, quella dei particolari, dei singoli elementi che la costituiscono.
Il grande ghiacciaio che ho visto ieri è l’esempio indiscutibilmente più evidente di montagna che non è fatta di particolari, ma di puro impatto: è una parola urlata, non è una frase articolata e espressa in modo delicato. E’ con lo sguardo rivolto al torrente che sciolgo i pensieri di questa mattina. Il mio sguardo va oltre questo torrente, si muove sulla ampia vallata che si estende da Ishkashim verso il Corridoio del Wakhan.
Il costante profumo di malga nell’aria.
E’ questa per me la valle del silenzio. Qui in inverno, con la neve, qualsiasi rumore è attutito. Ci vengo quando posso, e oggi, con i prati verdi e lo scampanio delle mucche, in modo diverso, questa valle mi regala il senso del silenzio.
Mi connetto con questa bellezza, con questa moltitudine di piante e fiori colorati.

Mi riconnetto con il mio recente passato nel Messner Mountain Museum. Chiudo gli occhi e sono in Tibet, sono nel  Gilgit-Baltistan, sono in viaggio verso oriente. Vedo i tetti piani delle case costruite in adobe con le albicocche a seccare. Recenti esperienze di vita che vengono a galla. E’ una strana coincidenza svegliarsi e pensare all’Afghanistan, vedere nel pomeriggio con la mente la valle di Ishkashim e chiudere la giornata in questo museo dove rivivo tutti i viaggi fatti in questi anni nel lontano oriente.

Nel museo leggo questa frase:
“Si parla spesso oggi del carattere genuino della cultura di montagna, della sua  autenticità e delle sue tradizioni. Dalle lontane aree urbane gli ambientalisti e i protezionisti mettono in guardia contro la svendita delle montagne. Ma loro stessi usano questo paesaggio culturale come fondale su cui proiettare la loro concezione di mondo ideale. Il “ritorno alla natura”, nella “terra natia” viene paragonato alla vita prima della Rivoluzione Industriale. Ai loro occhi le regioni montuose devono rimanere ”vere”, “genuine”, “come ai vecchi tempi”. Le regioni montuose come musei, però, non possono sopravvivere. La cultura di montagna può essersi sviluppata in maniera slegata dal presente, ma tenendosi solo aggrappata al passato diventa sterile”.

Spesso anch’io uso il termine “genuino”, “puro”, “autentico”, anche in questo viaggio. La frase “Le regioni montuose come musei” mi ha bloccato. Ciò in cui credo è che, nel mio piccolo, sia doveroso avere rispetto verso i luoghi che visito, essere cosciente di dove mi trovo, delle difficoltà che posso incontrare oltre che delle bellezze che posso vedere. Essere cosciente dei miei limiti e non spingermi oltre le mie possibilità. Rispetto significa non lasciare tracce del proprio passaggio, mimetizzarsi nel silenzio della montagna, sapersi fermare quando è giusto. Rispetto, in senso più ampio, significa non violentare una montagna, non farla diventare un semplice bene di consumo. La montagna per me è sempre stata sinonimo di sacrificio; un rifugio deve essere conquistato, un sentiero deve essere percorso a piedi. Se ci sono dei servizi, mi piace usarli con parsimonia, bisogna saperli apprezzare, è sbagliato darli per scontati. La montagna come museo forse non è la strada da percorrere, penso tuttavia sia necessaria una più ampia educazione alla montagna, che, oltre ad essere un bene collettivo, è il nostro più ‘autentico’ luogo dove ritrovare se stessi, dove fermarsi, dove cercare il silenzio.
Forse mi spingo oltre ma il modo più corretto di vivere la montagna si avvicina molto al principio che vige, ad esempio, in Islanda e in Groenlandia: l’uomo deve adattarsi alla propria terra, non deve adattare la terra ai propri bisogni. E’ una bellissima utopia alla quale io credo.

A determinati monti e laghi dell’Himalaya sono attribuiti dei significati particolari, che si ispirano alla loro forma, posizione o orientamento geografico. Basti pensare al Kailash, la montagna più sacra a Buddisti, Bonpu, Hindus e Jain, o al Chomolungma (Everest), la montagna più alta del mondo. Tutti questi simboli esprimono la pluralità nell’unità. Essi intendono ricordare all’uomo, che egli – così come ogni altra cosa al mondo – non è essere esclusivo, ma parte di un tutto immenso, in continua evoluzione e che tutto pervade.

Torno idealmente a dormire in una yurta.

Alpe di Siusi
Tornare sull’Alpe di Siusi era un desiderio che ricorreva da quando ero bambino, dopo quell’unica volta che ebbi modo di andarci. Ci sono dei particolari richiami che avverto occasionalmente nella mia vita. Non so mai riconoscerne l’origine, ma a un certo punto rilevo e riconosco questi desideri. Il più deciso e costante nel tempo è stato quello che mi aveva spinto fin su, fino in Groenlandia.
L’Alpe di Siusi ha avuto la sfortuna di essere troppo vicina a casa mia. La potenziale maggiore facilità di soddisfare il desiderio di tornare su quell’altopiano ha paradossalmente fatto in modo che io non ci sia mai più tornato. Nel corso degli anni e dei decenni è rimasta nitida un’immagine e una sensazione precise che probabilmente sono diventate altro rispetto a ciò che realmente ho vissuto. Qualcosa è scattato quell’unica volta che vidi questo luogo. Non ricordo come ci sono arrivato, non ricordo i sentieri che ho fatto, ma ricordo bene una sensazione di benessere, di appagamento.
All’epoca credo mi avesse impressionato la vastità, le creste che circondano questi luoghi, i colori, il verde dei prati. La sensazione che avevo provato era di accoglienza: la montagna accogliente, probabilmente più a misura di bambino. Negli anni a venire avrei coltivato l’amore per la montagna severa, scura, imponente, minacciosa.
C’è qualcosa che è successo nel corso del tempo. Quell’immagine e quella sensazione che ho provato sono legate a mia madre. Ricordo un dialogo, o un’idea di dialogo che scambiammo quel giorno. Io credo di avere espresso il mio giudizio su questo luogo, ero felice. Ricordo paesaggi morbidi e una sensazione di intimità, di calore, di pace. Di mia madre ricordo un sorriso, non so cosa disse esattamente, ma so che era felice anche lei. Anche in questo caso la stratificazione delle esperienze di vita che ho vissuto hanno reso la sequenza storica puramente arbitraria. Quel sorriso si è mescolato ai suoi tanti sorrisi che hanno finito col caratterizzare questo luogo. Si è creata un’immagine di armonia e di perfezione attorno a questo altopiano. Scriverlo svilisce quel sorriso, perché lo definisce. Voglio che rimanga sospeso, meno definito; voglio che rimanga un’idea.
Per questo sono tornato, e pure qui voglio osservare con lo sguardo di me bambino.
Ma non descrivo ciò che ho visto, perché voglio che quell’idea che avevo dell’Alpe di Siusi rimanga esattamente com’era. Scrivere, ponderare, riflettere rischierebbe di modificare l’immagine che ho sempre avuto di questo luogo. So per certo che anche la giornata appena trascorsa è stata assolutamente speciale.

Valle di Casies
Una valle più a misura d’uomo, più vera, autentica, il cui profumo di prati si confonde e si combina con l’odore delle stalle. E’ una montagna silenziosa che mi ricorda molto la Val Visdende, il luogo nel quale, più che in qualsiasi altro, sento di trovarmi a casa; nel quale dimentico ogni cosa e dove il tempo quasi cessa di esistere. Dove avverto un senso di purezza, di integrità. Vorrei poter scrivere “natura incontaminata” ma so che ciò è solo apparenza, sono i miei occhi che vedono questo. Posso però definire la Valle di Casies meno alterata. Il concetto di “natura incontaminata” è quasi utopistico, è ormai ‘innaturale’. In Groenlandia e nel Corridoio del Wakhan posso dire di avere visto il lato più genuino di questo pianeta.
L’acqua è l’elemento costante nelle passeggiate che sto facendo in questi giorni. Torrenti e fiumi che scendono dalle cime, il cui suono è una carezza, è un calmante naturale.
Oggi l’acqua scende alla mia destra e alla mia sinistra, piccole cascate intensificano il suono, l’unico elemento che le mie orecchie percepiscono in questo ambiente altrimenti muto, di assoluta pace. Una sorgente di acqua fresca attraversa i miei pensieri, li pulisce, li rischiara. Si fa spazio tra le ombre e lentamente mi rigenera. E’ una carezza per la mente questa passeggiata. E’ la sola natura che parla, e usa la sua lingua più dolce. Il silenzio avvolge tutto, anche le poche persone che incontro paiono rapite, sembra esserci un incantesimo che ammutolisce chiunque entri in questo bosco. Assaggio un mirtillo e bagno le mani nelle acque fresche del torrente. Mi siedo su un masso ricoperto di muschio, sotto agli alberi. L’ombra e l’aria fresca del corso d’acqua mi regalano una sensazione di assoluto benessere. Ho premuto il tasto ‘pausa’; sono momentaneamente spento.  L’acqua è un elemento purificatore e il pediluvio pomeridiano è diventata un’abitudine irrinunciabile. I sensi sono pronti a cogliere ogni sfumatura: il freddo dell’acqua e il suo incessante fluire, il profumo e il colore del bosco, la solidità delle rocce; il corpo che si abitua alla temperatura del freddo torrente di montagna. Con delle antenne immaginarie ricevo i segnali di questo bosco, capto la sua forza, la sua vitalità.
E’ un viaggio tra i miei sensi e le mie memorie.

Tre Cime di Lavaredo
L’imponenza, la vastità, la regalità delle catene montuose, delle Dolomiti. La vista è quasi bersagliata da così tanta magnificenza.
La grandezza che mi circonda rievoca un intero passato. Emergono non solo i ricordi, ma anche le sensazioni che questi luoghi mi davano nella mia giovane età. Una parte di me si risveglia, non è sopita, sarebbe quindi forse più corretto dire che si ravviva. Non vedo solo ciò che esiste ora attorno a me, vedo e sento un mondo che mi appartiene e che esiste nella mia mente. Un mondo ricco, fatto di sensazioni vissute, remote; ce n’è in abbondanza. Rivedo me giovane al cospetto delle mie prime grandi emozioni generate dalla visione di queste montagne; dal viverle. Ne ero attratto e allo stesso tempo mi sentivo in soggezione davanti a così tanta imponenza.
Ero stato introdotto in un mondo che sarebbe rimasto inciso dentro di me, che si sarebbe distinto su altri, e che avrebbe segnato la mia esistenza.
Ne percepivo l’armonia, ne apprezzavo l’insieme, ne coglievo già alcuni dettagli. Ma era la grandiosità che mi aveva stregato. L’enormità di queste montagne, la loro maestosità, e la percezione di essere un granello, un’inezia in mezzo a queste alte rocce solenni e monumentali.
I Cadini di Misurina, con le punte aguzze e frastagliate, riemergono dal passato e si stagliano davanti a me con i lunghi canaloni di ghiaia e qualche accenno di ghiacciaio.
Quando soggiornavo in montagna mi piaceva l’idea di intagliare il legno. In questi luoghi ho trovato le prime ispirazioni che sfogavo come potevo, con qualche pezzo di legno e un coltellino. La musica c’era già, ma sarebbe arrivata dopo con l’intensità di questi ultimi decenni. Molte delle mie passioni vanno ricondotte a queste iniziali esperienze di vita.

Ma è l’insieme, il complesso di esperienze che crea la consapevolezza. Alcune esperienze di vita non possono essere comprese subito nella loro totalità. Devono sedimentare e crescere lentamente. Io le ho custodite negli anni e le ho fatte diventare parte di me.
Ciò che sono ora è anche ciò che vedo in questo momento. E’ come se la forza che questo scenario trasmette mi arrivasse con maggiore intensità. Sento il sovrapporsi di emozioni, osservo con molti occhi di me stesso nei diversi momenti della mia vita, e vedo queste e altre montagne, che non sono realmente davanti a me, ma sono dentro di me. E’ una sovrapposizione che mi scuote e mi commuove. Ma in questo momento sono le Alpi e le Dolomiti a materializzarsi nei miei pensieri; c’è spazio solo per loro, per queste ‘mie’ montagne.
Osservo la pietraia e la rada vegetazione dalla tonalità spenta e scura, gli unici elementi di un paesaggio che mi faceva provare, e mi fa provare tutt’ora, esitazione e insicurezza. Da qui in alto mi sembrava di vedere fino ai confini del mondo, e respiravo ciò che si chiama pericolo; anche se di pericolo non ce n’era. La naturalezza con cui si muove la gente in alta montagna mi ha sempre meravigliato. Do anch’io questa sensazione?
Ricordo che in questi ambienti spogli percepivo il silenzio, interrotto dal solo sibilo del vento.

Ci sono luoghi, come questo, che rievocano il silenzio pur essendo pieni di vita, pieni di persone che parlano e si muovono. E’ talmente palese la loro potenza che il mio essere la avverte nitidamente; annulla ciò che è superfluo, cancella il rumore di fondo. La valle sotto la Vetta d’Italia, e lo sterminato paesaggio attorno alle Tre Cime di Lavaredo, è come se avessero la capacità di pulire il mio udito e il mio sguardo. Resta solo l’essenza, la muta carezza in un caso, e la quieta grandiosità nell’altro.

Di sera, attendo la pioggia seduto a osservare le cime che si spengono sotto le nubi, il cielo che si oscura e il vento che si alza. Sento arrivare l’odore della pioggia, che ora si confonde con il profumo dei prati.
Da bambino ho avuto la grande fortuna di conoscere un’eccellenza, ma non potevo saperlo; pensavo che la montagna fosse semplicemente così. Oggi sono consapevole del valore delle Dolomiti e delle Alpi, ne riconosco l’unicità. Sono riconoscente del fatto di avere avuto il privilegio di vivere questa montagna, di assorbirla sin dai miei primi anni di vita.

Passo di Stalle, Alti Tauri
Una mattina fresca, d’immacolata chiarezza. Dalla finestra della mia stanza osservo due caprioli intenti a mangiare l’erba del prato. E’ un’immagine bucolica che definisce in modo quanto mai appropriato l’idea di montagna accogliente, da non confondere però con stucchevole. E’ la montagna lenta, che è sinonimo di paesaggi morbidi; non sempre è necessario inerpicarsi sulle vette. Oggi mi addentro nella valle che porta al Passo di Stalle, autentica come la Val di Casies. Una successione di prati verdi, boschi e torrenti mi accompagna lungo tutto il percorso. Come un faro, un ghiacciaio spicca nel verde e mi indica la direzione fino al valico, al confine italo-austriaco, nel parco degli Alti Tauri.
I monti sono ricoperti di manti verdi.
Profumo di alta montagna; vento.
Rododendri, ginepri, mirtilli.
Torrenti e ponti.
Verde, viola, giallo, bianco.
Il frinire dei grilli, lo scorrere del torrente, il suono dei campanacci.
Lentezza, rilassatezza, calma.

Provo una sensazione di appagamento; sento che ora non può esserci luogo migliore di questo; che la tranquillità è concentrata qui. Non emergono ricordi passati, non associo questo luogo a qualcosa di già vissuto, forse perché non ci sono mai stato. Semplicemente esiste e io lo sto vivendo, sto godendo di questa eleganza, di questa armonia, di questo equilibrio. Non c’è passato o futuro. E’ l’adesso, è il presente. Un nuovo pezzo di vita.
Per un lungo istante attraverso il mio corpo è passato un soffio di dolcezza.
Un forte vento fa frusciare la rada vegetazione, la visuale è ampia, l’aria è fresca. C’è poco di terreno quassù. Sono immerso nei miei pensieri, pensieri che volano e seguono le scie degli aerei; verso est.

Mi rendo conto che lo spirito della montagna, la sacralità delle cime, i paesaggi dalla bellezza disarmante, sono difficili da raccontare. Offrono spunti per riflettere, ma le immagini che ho raccolto mi sembrano quasi rubate con fatica, espresse in modo approssimativo. Come si fa a descrivere i tempi dilatati, il silenzio, i paesaggi sconfinati, la molteplicità dei dettagli e il senso di meraviglia che si prova? La mia percezione di tutto questo è stata forgiata gradualmente negli anni; come raccontarla? Mi affido alla mia musica, a ciò che spontaneamente esce da me stesso attraverso un linguaggio non verbale, intraducibile, fatto di emozioni.
In fondo non mi interessa documentare, informare; desidero esprimere l’essenza incontrastata della montagna con il suo fascino accogliente ed estremo.

Ma in tutta onestà i miei pensieri non volano solo a est, non si nutrono solo di ricordi e di stupore. Cerco di astrarmi dalla mia quotidianità, perché ne sento il bisogno, ma i miei pensieri, anche in questi giorni, si immergono spesso negli abissi.
La presunta algida serenità della natura cela sempre il suo aspetto più violento, esplosivo, distruttivo. Il potere della natura, espresso al meglio nel rilascio violento del magma dalle sue viscere, forse la più grande testimonianza del suo potere, insieme ai violenti uragani, dovrebbe farci riflettere, dovrebbe frenare il nostro desiderio di agire liberamente e indisturbati sul nostro pianeta. Dovremmo imparare i nostri limiti.

Forse dobbiamo accettare che l’aumento del numero di persone su questo pianeta, la loro rapida urbanizzazione e i loro frequenti viaggi a lunga distanza, per turismo e per affari, abbiano creato le condizioni per una maggiore crescita e diffusione delle malattie infettive?

E’ davvero così importante continuare a vivere come abbiamo vissuto negli ultimi sessant’anni? L’uomo può adattarsi a uno stile di vita diverso?

La pandemia da covid è arrivata nel pieno di un’altra crisi, quella del cambiamento climatico, che potrebbe essere anche peggiore. Adattandoci alla crisi da covid, potremmo essere capaci di rimediare, almeno in parte, alla crisi climatica?

Il mio desiderio di viaggiare per conoscere il mondo, per cercare il lato più autentico e profondo di questo pianeta; per immergermi in contesti naturali in parte ancora integri; per osservare popoli che sembrano vivere in epoche remote; per contemplare paesaggi e mondi perduti;
come evolverà?

 

 Ringrazio Tina e Gabriella

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

VICINANZE

30 maggio 2026
Alcuni fine settimana finiscono quando si rientra a casa. Altri continuano a lavorare dentro, perché luoghi e incontri, messi uno accanto all’altro, finiscono per comporre un racconto.

Questo breve viaggio tra Belluno e Sappada appartiene a quella seconda categoria. Per questo ho sentito il bisogno di aggiungerlo a questo capitolo dedicato alle Alpi e alle Dolomiti. Non come un’appendice, ma come un ritorno a una geografia personale.

Un concerto nel bosco
Tutto è iniziato con un invito inatteso a un concerto privato in una località della montagna bellunese. Uno di quegli inviti che arrivano senza troppe spiegazioni e che accetti d’istinto. Ancora oggi non so come potrò ricambiare la persona che mi ha offerto questa opportunità.
Non conoscevo quasi nessuno. Arrivato a Belluno, poco alla volta, si sono aggiunte altre persone invitate all’evento. Volti sconosciuti, presentazioni, qualche chiacchiera. Persone che fino a quel momento erano state soltanto nomi, dischi, conversazioni a distanza e che improvvisamente sono diventate reali. Persone vere, attente, semplici nel modo migliore.
La destinazione era nascosta tra prati e boschi. Ho lasciato l’auto in un grande prato e ho proseguito a piedi lungo una strada sterrata. Alla fine è apparsa una villa immersa nel verde, con una grande vetrata affacciata direttamente sul bosco.
Il concerto si è svolto proprio davanti a quella vetrata. Dietro i musicisti c’era il bosco. Non una scenografia, non una proiezione, ma il bosco vero. Con il passare delle ore la luce del tramonto ha lasciato spazio all’oscurità e gli alberi sono diventati sempre più indistinti, fino a confondersi con la musica stessa.
Prima dell’inizio abbiamo mangiato qualcosa insieme. Gli organizzatori sono riusciti a creare un’atmosfera accogliente, semplice, quasi familiare. Eravamo pochi, ma in nessun momento ho avuto la sensazione di essere un estraneo.
Uno dei momenti più significativi è stato poter parlare con Rafael Anton Irisarri. Da anni ascolto la sua musica. Da anni. Mi piace tantissimo il modo in cui tratta il suono, il colore che riesce a dare ai brani, la profondità che riesce a far emergere. Non è un caso se gli ho affidato il mastering di alcuni miei dischi; in quella fase finale cerco proprio quella sensibilità, quel modo di dare forma e respiro alla materia sonora.
Ci siamo scambiati poche parole. Due vite che per un breve momento si sono incrociate, senza distanze artificiali. Alla fine siamo esseri umani, con le nostre passioni e le nostre storie. E forse è proprio questo che rende speciali certi incontri.
Mi sarei fermato un po’ di più ma quando il concerto è terminato dovevo raggiungere la locanda dove avevo prenotato una stanza. Una vera locanda di montagna, con la trattoria al piano terra e le camere sopra, orari precisi e nessuna concessione alle comodità cittadine. La reception chiudeva alle undici e mezza e non avevo molta scelta.
Paradossalmente, però, fa parte del fascino della montagna anche questo. Ci si adatta ai luoghi e ai loro ritmi.

Poi c’è stata la musica.
È difficile raccontarla. Più che una successione di brani, è stata un’unica lunga corrente sonora. Nessuna vera interruzione, nessuna separazione netta tra un momento e l’altro. I suoni sembravano nascere lentamente, accumularsi, addensarsi fino a diventare materia.
A tratti avevo l’impressione che la musica e il bosco stessero dialogando. Mentre fuori la luce diminuiva e gli alberi scomparivano nell’ombra, il suono diventava sempre più intenso, più profondo.
Nella sala regnava un silenzio assoluto. Non il silenzio imposto dalle regole, ma quello spontaneo di chi è completamente immerso nell’ascolto.
Faccio fatica a definirlo semplicemente un concerto.
È stato qualcosa di più.
Un incontro, un viaggio, una condivisione, un momento sospeso nel quale persone, luogo e musica hanno trovato per qualche ora un equilibrio perfetto.
Forse è stata proprio questa la cosa che mi ha colpito di più: la vicinanza.
Vicinanza tra artisti e pubblico. Vicinanza tra persone che fino a poche ore prima non si conoscevano. Vicinanza con una musica che non chiedeva attenzione, ma presenza. Grazie, Abul Mogard e Rafael Anton Irisarri.

Sappada e le Alpi Carniche
Il viaggio è continuato, non si è interrotto tra il concerto e la montagna. Semplicemente ha cambiato forma.
Perché anche Sappada parla di vicinanza.
È una vicinanza diversa. Non riguarda persone appena incontrate ma luoghi che mi accompagnano da tutta la vita.
Ci sono luoghi che si visitano e luoghi che in qualche modo ci formano. Per me Sappada appartiene a questa seconda categoria.
Se penso alle Dolomiti, il primo ricordo va ad Alleghe, al piccolo monolocale che per anni fu il punto di partenza per escursioni, rifugi e giornate trascorse a guardare le montagne. Ma Sappada occupa uno spazio diverso. È il luogo degli inverni della mia infanzia, delle settimane tra dicembre e gennaio, della neve vista anno dopo anno scendere e crescere sui tetti e nei boschi.

Sappada non appartiene alle Dolomiti nel senso più stretto e immediato del termine, ma appartiene pienamente alla mia geografia alpina personale.
Mia madre raccontava che ero già lì quando non avevo ancora un anno. Mi portava in passeggino in Val Visdende. È uno di quei ricordi che non possono appartenermi davvero, perché non li ho vissuti con coscienza, però sono diventati parte della mia storia. Da allora sono passati decenni, ma il legame con questi luoghi non si è mai interrotto.
Quando entro in paese, a Sappada, provo sempre una sensazione difficile da spiegare. Non è nostalgia. È piuttosto una forma di familiarità. Come tornare in un luogo che non ho mai veramente lasciato.
Una delle prime tappe è stata la bottega di Massimo. Ci conosciamo da quando eravamo bambini e, in un modo o nell’altro, siamo sempre rimasti in contatto. Ogni volta che torno qui passo a salutarlo. Compro qualche specialità locale, scambiamo due parole e per qualche minuto il tempo sembra tornare indietro. Ci sono amicizie che non hanno bisogno di essere coltivate per sopravvivere.
Poi sono andato a Cima Sappada.
Mi piace camminare lungo la strada che porta alle Sorgenti del Piave. In estate è un percorso frequentato, attraversato da automobili e da un continuo andirivieni di persone. D’inverno, invece, quando la strada viene chiusa, diventa un luogo diverso. Si può procedere solo a piedi e il silenzio torna a occupare ogni spazio.
Però, anche in questa stagione conserva qualcosa della sua bellezza. Cima Sappada sembra ferma a cinquant’anni fa, se si sa dove guardare. Dietro le facciate ristrutturate per i turisti restano i tabià scuriti dalla resina e dalla pioggia, la pietra fredda delle fontane che continua a buttare acqua gelida anche quando non c’è nessuno a berla. Il legno qui ha il colore del tempo.

Ho camminato fino al rifugio, accompagnato dai boschi e dal profilo delle montagne. In prossimità del rifugio si apre un paesaggio bellissimo; si alza maestoso il Monte Peralba, presenza familiare che continua a esercitare lo stesso fascino di sempre. Visto da vicino non è una cartolina, è roccia, ghiaia, pendenze, neve vecchia che resiste nei canaloni anche quando giugno è già cominciato. Mi sono fermato a osservare questo gigante, grigio contro grigio; sembrava quasi che stesse trattenendo il fiato prima del temporale.
Avevo bisogno di questa camminata. Di immergermi nei boschi, di ascoltare musica mentre il sentiero saliva lentamente, di lasciare che il rumore dei pensieri si disperdesse tra gli abeti.
Da qui i sentieri continuano verso Passo Sesis, o verso i Laghi d’Olbe. Luoghi che guardo con lo stesso rispetto di sempre.
Una parte importante di ciò che sono come persona affonda le sue radici proprio in questi boschi, in questi inverni, in queste montagne. Molto prima dei miei dischi, c’erano già il silenzio della neve, il vento tra gli abeti e il profilo del Peralba all’orizzonte.
Avevo bisogno dei boschi, delle montagne, del loro modo di riportare ogni cosa a una dimensione più semplice.
Forse è per questo che il concerto del giorno prima e questa breve permanenza a Cima Sappada mi sembrano parte della stessa esperienza.
In entrambi i casi ho trovato ciò che spesso manca nella vita quotidiana, la possibilità di essere realmente presente.
Presente davanti alla musica.
 Presente davanti alle persone.
 Presente davanti a luoghi che conosco da più di quarant’anni e che continuano a parlarmi.
Se dovessi trovare una parola per descrivere questo fine settimana sceglierei proprio questa: vicinanza.
Perché alla fine non è stato il concerto. Non è stata nemmeno la montagna.
È stato il sentirsi vicini a qualcosa che conta davvero.

Ringrazio Mirco

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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