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Alla ricerca del silenzio

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ALLA RICERCA DEL SILENZIO

A mia madre e a mio padre

1. FRESCHEZZA
KIATTUUT. Ghiaccio opalescente, silenzio tonante
GROENLANDIA, 2011

2. IMMERSIONE
QALERALLIT. Ghiaccio vibrante, silenzio abissale
GROENLANDIA, 2012

3. SOSPENSIONE
Ghiaccio nell’anima, bruciante, silenzio eterno
L’ULTIMO VIAGGIO

4. DISORIENTAMENTO
RONGBUK. Ghiaccio bianco, silenzio vellutato
TIBET, 2013

5. RISVEGLIO
HOPAR. Ghiaccio screziato, silenzio vitale
KIRGHIZISTAN, XINJIANG, PAKISTAN, 2014

6. NUOVA COSCIENZA
DURANG DRANG. Ghiaccio celeste, silenzio spirituale
KASHMIR, LADAKH, 2015

7. ESTENSIONE DELLA CONOSCENZA
QILIAN SHAN. Ghiaccio immaginato, asciutto, silenzio come un frastuono
GANSU, QINGHAI, XINJIANG, KIRGHIZISTAN, 2016

8. SILEO ERGO SUM
VATNAJӦKULL. Ghiaccio che ribolle, silenzio cristallizzato
ISLANDA, 2017

9. BAM-I-DUNYA
NOSHAQ. Ghiaccio antico, silenzio e vastità negli sguardi
AFGHANISTAN, TAJIKISTAN, 2018

10. LENTEZZA
REO PURGYIL. Ghiaccio sacro, silenzio ritrovato
INDIA, HIMACHAL PRADESH 2019

11. SENZA CONFINI
GLACIER DU GÉANT. Ghiaccio interminabile, silenzio senza fine
MONTE BIANCO, 2020

12. RIEVOCAZIONI GROẞGLOCKNER. Ghiaccio spento, silenzio di oggi e di ieri
ALPI, DOLOMITI, 2021

13. EQUILIBRIO e interferenze ØKSFJORDJØKELEN. Ghiaccio dominante, silenzio veemente
NORVEGIA 2022

14. DIGRESSIONE: risvegli e rivelazioni Tra passato e presente, un’incursione fugace tra scenari urbani e musicali
LONDRA, GLASGOW 2023

15. SAGGEZZA ERRANTE ALTAJ GOBI. Ghiaccio nel profondo, silenzio vivo
MONGOLIA 2023

16. FRONTIERE E POPOLI – attraverso il Tian Shan e il Pamir
Ghiaccio perenne, immacolato, Silenzio siderale
KAZAKISTAN, KIRGHIZISTAN, TAGIKISTAN 2024

17. DJABAL AL-ASUN “LA MONTAGNA DELLE LINGUE” (CONFINI SOSPESI) SHKHSRA, LAILA. Ghiaccio vigile, silenzio trattenuto, inquieto
TRANSCAUCASIA (AZERBAIJAN, GEORGIA, ARMENIA) 2025

PREMESSA

Inizialmente per mia scelta e poi indotto, quasi forzato dagli eventi, ho deciso di coltivare autonomamente ciò che è definita la conoscenza, quella che deriva da un ascolto sensibile e attento del mondo e della natura.

Un rifiuto del mondo artificiale, confezionato e concepito per dimenticare quello vero, mi ha portato a cercare il lato più autentico e profondo di questo pianeta.

Nutro questo bisogno di capire e di conoscere immergendomi, seppure in modo frammentario, in ambienti che permettono un’esperienza fisica con il mondo reale, alla ricerca del silenzio.

Il resoconto delle esperienze che seguono, vissute in Groenlandia, Nepal, Tibet, Xinjiang, Pakistan, Kashmir, Ladakh, Kirghizistan, Afghanistan, Tajikistan, India, Islanda, Norvegia, nelle Alpi, è una collezione di suggestioni trascritte fugacemente nel momento stesso in cui le ho vissute. Mi piace pensare a una collezione di fotografie che cercano di cogliere l’attimo, il momento.

Sono ritratti della mia esistenza plasmati dal tempo, nei quali si percepisce una lenta metamorfosi, un mutamento dello sguardo, da attento e ancora poco disincantato a desideroso di capire e di cogliere l’essenza delle cose; forse disilluso.

Ciò che ho scritto sono innanzitutto diari di viaggio, spogliati di alcuni aspetti di carattere pratico. Ma sono anche riflessioni sugli effetti dell’industrializzazione, sull’importanza di una corretta interazione tra uomo e natura, sulle civiltà che lentamene scompaiono, seppur detentrici di saggezza.

L’uomo contemporaneo si rende conto del suo vivere inautentico e ha «come reazione la fuga verso l’Oriente, le religioni del silenzio e della meditazione, o verso gli spazi rigeneranti del Terzo Mondo, dove ormai non è più l’esotismo che conta, quanto la possibilità di contattare gli ultimi lacerti di un mondo di natura da tempo perduto altrove»[1].

Sono alla ricerca di un rapporto profondo con il tempo e lo spazio. Non il tempo ricondotto al presente, concepito per soddisfare i bisogni effimeri del momento, ma il tempo lungo, necessario, quello in sintonia con le leggi congenite di questo mondo.

Osservare la maestosità della natura, percepire la sua enormità, la sua imponenza, aiuta ad accordarsi con il nostro carattere transitorio e passeggero, con il nostro inesorabile precipitare in un silenzio senza principio né fine.

Per conoscere e per capire occorre riappropriarsi della realtà, del genuino confronto tra uomo e natura. «L’uomo occidentale ha esasperato a tal punto questa sua corsa all’azione, cioè all’artificiale, al razionale, all’urbano, da ritenere che fosse questo l’unico modo per dare una risposta al silenzio che lo circonda, al mutismo inafferrabile delle cose. Illuso che agire fosse un modo di dimenticare, evitando di porsi i grandi interrogativi. Dimenticando che l’esistenza non può essere fatta solo di azioni, impegno tenace, di astuzie inventive, ma anche di pause, di chiusure nella solitudine, nel corso delle quali insorgono gli interrogativi, i momenti in cui ci si sofferma a guardare da fuori lo spettacolo del mondo». «Occorre guardare nel silenzio, da lontano, come fuori dal tempo, per poi portare nel vissuto e nel quotidiano l’esperienza desunta dalla condizione di sospensione temporale»[2].

Ho compiuto una sorta di esperimento, ho osservato la mia reazione, la reazione di un uomo di città che vive in un’epoca altamente industrializzata, in contesti naturali in parte ancora integri; di un uomo che osserva popoli che sembrano vivere in epoche remote. Ho registrato le sue sensazioni mentre contempla paesaggi e mondi perduti.

Ho registrato il suo smarrimento quando viene posto di fronte alla realtà delle cose, naturali per quanto dure e crudeli; di fronte alla morte. Lo smarrimento di un uomo vissuto nell’artificiale, nel razionale, in un mondo in cui si ha l’arroganza di avere risposte per tutto. L’ho osservato da fuori, l’ho scrutato e ho percepito il suo desiderio di riappropriarsi della sua natura.

 

1.

FRESCHEZZA

KIATTUUT. Ghiaccio opalescente, silenzio tonante

GROENLANDIA, 2011

Nel Grande Nord, lo spazio assorbe il tempo e lo materializza in distese sublimi. La vastità trasfigura l’essere umano in frammento, brandello posto in un tempo limitato, ma inserito nell’eternità di una prospettiva a perdita d’occhio.

MICHEL ONFRAY, Estetica del Polo Nord[3]

La Groenlandia, l’isola più grande del nostro pianeta, ha da sempre destato la mia curiosità. Per l’estensione geografica, le rigide condizioni climatiche, la scarsa densità di popolazione e per il suo nome, letteralmente traducibile in Terra Verde, che non ritenevo assolutamente adatto a descrivere un territorio ricoperto da un’imponente distesa di ghiaccio.

L’aver posato lo sguardo su questa fetta di pianeta ha dato forma ai miei sogni e, contrariamente a quanto accade di solito, la realtà si è rivelata più sorprendente di quanto mi aspettassi.

Anche se spesso lo dimentichiamo, siamo esseri fatti per vivere la terra, averne coscienza, sentirci parte di essa. Eppure, invece, rimaniamo spesso ingarbugliati in una realtà fittizia, fatta da noi per noi: una gabbia oscurata che ci preclude di capire la nostra vera essenza, confondendoci con il superfluo.

Così il mio essere uomo di città, con le mie abitudini consolidate negli anni, il mio lavoro, la mia quotidianità e una sostanziale indolenza di fondo, si è improvvisamente scontrato con il desiderio di vivere un cambiamento e di esplorare emozioni nuove; di riscoprirmi per quello che sono realmente. Partire presupponeva una rottura con il mondo reale che conoscevo e nello stesso tempo auspicava una riconciliazione con il mio essere autentico, puro, genuino.

ISLANDA

Dall’aereo si vede solo una distesa infinita di nuvole: è un mare bianco con onde e increspature che diventa un’enorme coperta grigia una volta scesi a terra. E’ ancora difficile realizzare dove andrò e cosa vedrò. Per il momento sono atterrato in Germania tra aeroporti, mezzi meccanici di locomozione e luoghi coperti di cemento. A pochi passi dall’aeroporto individuo un ordinato parco che raggiungo a piedi e dove mi fermo per un paio d’ore. Sono passato dal caos alla quiete in pochi istanti. Dal verde degli alberi scorgo tram sospesi nel vuoto che portano in città; anche fuori dall’aeroporto nulla sembra toccare il suolo. Qualche squarcio di sole e rimango piacevolmente assorto nei miei pensieri.

L’attesa a Düsseldorf è lunga ma viene ripagata da un volo che ricorderò a lungo. Il manto bianco mi accompagna ancora per tutto il resto del viaggio. Diventa sempre più soffice e diafano quasi a volermi accogliere e cullare. Alla fine si espande fino a diventare immateriale e intangibile e mi consegna a una precipitosa discesa nel nulla. Terra. E’ l’Islanda. Mi trovo immerso nelle note indistinte degli Slowdive mentre una rapida corsa verso il sole mi permette di scorgere il colore scuro, quasi nero, dell’isola. L’assenza di case e di strade, i rilievi in lontananza, il mare, le scogliere, un paesaggio fiabesco immerso nella luce del tramonto. Atterro sulle acque del mare.

Scarpe da trekking ai piedi della maggior parte delle persone all’imbarco. Zaini e tende al ritiro bagagli. Abbigliamento sportivo e pochissime concessioni al superfluo.

La semplicità della guest house mi conquista. Nella sua imperfezione è incantevole: è il luogo perfetto per rifugiarsi, per farsi accogliere e accudire in un momento d’iniziale spaesamento. E’ il luogo giusto per cominciare a sentire lo spirito del posto. La guest house è gestita da una sola famiglia. Qui tutti i lavori sono svolti con enorme dignità. Ognuno fa la sua parte: chi accoglie i turisti, chi riordina le camere, chi lava i piatti, chi cucina. Mi distendo sul letto e chiudo gli occhi. Comincio a prendere le distanze dal mio io abituale e mi ritrovo viaggiatore.

L’Islanda è una terra dura, aspra, cupa. E’ il connubio di cieli grigi, terra verde scuro e pietre vulcaniche nere. Quello che percepisco è un paesaggio severo, che si fa rispettare ma che al contempo accoglie e ripara. Qui tutto è essenziale. Non c’è spazio per il superfluo.

A Reykjavik si arriva in silenzio. Case basse, il mare, qualche nave, piste ciclabili e pedonali lungo la costa. Una città, una strada: la vita si sviluppa lenta lungo un’arteria principale per poi sfaldarsi in isolati quartieri residenziali. Nessuno sfarzo. Nessun capriccio. E’ una cittadina modesta. Solo migliaia di gabbiani. E del resto come potrebbe esistere una città di mare senza gabbiani?

Mi accoglie una pioggia sottile, intervallata da qualche squarcio di sole. Ci sono pochissimi alberi e quelli che scorgo sembrano essere voluti dall’uomo. Credo che questo paesaggio sia bellissimo. Sì, mi rendo conto che è una concezione di “bello” soggettiva, ma quello che vedo è esattamente quello che più mi piace. Che permangano i cieli grigi. Ritroverò il sole al mio rientro a casa. Ogni città di mare del Nord deve avere il suo meraviglioso cielo grigio. Ma qui c’è qualcosa di più. Percepisco un legame profondo fra il mondo civile e la terra di cui esso si nutre. C’è rispetto, reciprocità, fiducia. E’ un rapporto simbiotico profondo. Dove sono nato e cresciuto tutto ha origine dall’uomo e così la città stessa è uno specchio della cultura dei suoi abitanti. Qui invece tutto deriva dalla natura che appare tanto bella quanto indomabile, minacciosa, temibile. Gli uomini non si sforzano di domarla ma si adattano a essa traendone tutti i benefici di cui hanno bisogno per vivere dignitosamente. Rispetto è la parola chiave.

Ho capito che non mi sarà fatta nessuna concessione in questo viaggio. Sono un piccolo ospite di terre selvagge, aspre e dure, che non si piegano alla mia volontà. Mi preparo e lesino le forze.

GROENLANDIA

Aeroporto di Reykjavik, voli interni. Il tipo di turismo è esclusivamente sportivo; zaini, tute, scarpe da trekking. Di aeroporto in aeroporto il filtro ha selezionato gli amanti della natura. Sembra non esserci spazio per altro.

E poi eccola, la Groenlandia. Il paese dalle infinite catene montuose. Ghiacciai, montagne, mare e iceberg. Il tempo è incredibilmente bello: sole pieno e piccole nuvole in lontananza. Uno spettacolo a cui non avevo mai assistito prima. Sembra di arrivare su un altro pianeta.

Atterro a Narsarsuaq. Sono euforico. Scendo dall’esile velivolo sul quale ho viaggiato e lo osservo un po’ turbato e confuso. Non amo volare e questo aereo ora mi sembra davvero piccolo. Sposto lo sguardo in direzione opposta e valuto le dimensioni altrettanto modeste dell’unico edificio che costituisce l’aeroporto. Cammino incantato verso l’area degli arrivi, circondato da un paesaggio di uno splendore straripante. Il mio sguardo si perde, non riesco a cogliere l’essenza di questo spettacolo inedito. E’ davvero troppo.

La pista di atterraggio è racchiusa tra basse montagne che proseguono verso immensi e bianchi ghiacciai interni, l’essenza della Groenlandia. E poi fiordi e un mare azzurro puntinato di iceberg. Nonostante la sua maestosa imponenza mi appare come un luogo così intimo, segreto, appartato.

La Groenlandia è una terra incontaminata, pura, intatta, i suoi abitanti la rispettano e ne hanno cura. Io non posso essere da meno: sono ospite di questa terra. Noi tutti lo siamo. Qui, in mezzo ai ghiacci, come in qualsiasi altra parte del mondo. Eppure spesso e volentieri ci comportiamo da padroni per salvaguardare i nostri piccoli interessi. Respiro profondamente. Riempio i polmoni di aria fredda e di odori nuovi. Mi sento per la prima volta parte del tutto. Non sono un estraneo qui. Mi sento a casa. Ed è una sensazione disarmante.

Organizzo il mio bagaglio già ridotto all’essenziale; c’è spazio per pochi indumenti che di volta in volta laverò nel corso del viaggio. E’ un continuo sottrarre, è un lasciar andare gli eccessi, un adeguarsi con accortezza all’indispensabile. Ed è munirsi di reattività, intuizione, consapevolezza.

Mi dirigo a piedi verso il porticciolo e rimango incantato e ammaliato dalla visione degli iceberg, ora così vicini da poterne vedere i colori, le forme, il lento scivolare nell’acqua.

Carico lo zaino sul gommone e mollo gli ormeggi. Realizzo che sto lasciando scivolare dietro di me i tormenti e le paure mie più intime. Sono zavorre troppo pesanti da portare sin qui.

Dal cielo al mare. Il viaggio prosegue tra i fiordi e gli iceberg di tutte le tonalità di colore, dal bianco più puro all’azzurro cobalto. E’ un paesaggio che toglie il respiro. E’ puro senso di libertà. Spazi senza confini, sterminati, inesplorati. E’ un tuffo in una realtà inedita, primordiale. E’ una corsa senza fiato verso l’immensità.

Dopo aver percorso il fiordo di Tunulliarfik, faccio una breve tappa nel porto di Narsaq, costellato di piccole case colorate. Sulla baia solo iceberg e un mare limpido e pulito. Il giallo, il rosso, il blu, il verde delle case si confonde con la roccia e con il sottile manto vegetale. Sembra un dipinto: le immagini sono intense, magnetiche, rapiscono lo sguardo. E’ un mondo onirico e reale insieme.

Proseguo la corsa nei fiordi, lungo l’Ikersuaq Sermilik. Indosso guanti, un cappello di lana e occhiali per ripararmi dal vento e dal freddo. Percorro ancora un lungo tratto prima di poggiare lo sguardo su un’immagine che è un miraggio, una chimera: il grande ghiacciaio Qalerallit (o Qaleraliq)[4].

L’accampamento è situato sulla riva opposta. C’è un torrente per lavarsi e uno scenario per risvegliare l’immaginazione. Era così che mi prefiguravo la Groenlandia. Vastità, asperità, lontananza, autenticità, sontuosità. E infinite distese di bianco.

Dall’accampamento si vedono tre enormi lingue dell’immenso ghiacciaio Qalerallit. Nella cartina geografica stampata solo pochi anni fa, si vedono raffigurate due lingue di ghiaccio; la roccia sottostante oggi emerge visibilmente, è l’effetto del riscaldamento globale. Eppure per i miei occhi questi spazi sembrano illimitati.

Faccio un primo sopralluogo in questo posto incantevole, accompagnato dalla timida presenza di due caribù. Mirtilli e fiori viola coprono una terra arida ed essenziale. Una flora che resiste al lungo periodo invernale. Il fiume scorre e la sua presenza si avverte soprattutto nelle ore notturne, insieme al severo suono dei seracchi e del ghiaccio che si crepa e cade in acqua. E’ il suono del tuono, ma più cupo, più minaccioso. Nasce dal nulla e scompare nel nulla.

E’ una presenza continua, è il linguaggio della natura, feroce e spietato, comunica autorevolezza, forza, superiorità, profondità, regalità. Ascolto inerme e impotente, e mi sento così vulnerabile e fragile, i miei occhi e le mie orecchie vedono e sentono forze dimenticate, non immediatamente accessibili. La natura si fa osservare, sentire e rispettare.

Via mare raggiungo la sponda opposta, seguo quel suono. Ramponi e corde per un’escursione sul ghiacciaio. Le grandi fratture di un freddo colore azzurro sono bellissime quanto insidiose e temibili. Celeste, bianco e grigio si mescolano al vento e al suono del fiume che impetuosamente entra nel mare. Cerco con lo sguardo il limite e l’oltre.

E’ un paesaggio lunare che merita di essere colto in tutta la sua bellezza anche dall’acqua. Il gommone mi conduce lungo i fiordi, nelle sue insenature, in un viaggio tra gli iceberg che galleggiano indisturbati nelle fredde acque che mi appaiono ora incredibilmente bianche, ora azzurre ma sempre profonde e solitarie. Il fronte del ghiacciaio è infatti l’unico luogo popolato perché solo lì, il movimento dell’acqua che vi si infrange senza sosta, richiama la vita. E’ il regno dei gabbiani.

E così Madre natura gentilmente mi accoglie docile prima di riprendere il comando assoluto e di sedurmi con una lunga e splendente notte. Quanta grandezza per gli occhi e l’animo di noi piccoli uomini.

Dal cielo, dal mare, a piedi, e nuovamente a piedi verso i ghiacciai.

Dall’accampamento salgo lungo un sentiero che avanza in un ambiente alpino. I colori lentamente cambiano, la vegetazione si semplifica. Prima dell’ultima salita il terreno su cui cammino diventa un omogeneo tappeto di un colore verde scuro, carico e deciso. Poi solo pietre, un’ampia superficie grigia, l’antico letto di un ghiacciaio, ora sciolto. Questa ampia valle glaciale è la dimora del lago Tasersuatsiaq, fonte d’acqua per i caribù. Silenziosamente si avvicinano e mi osservano con curiosità. Si muovono in gruppo, i più piccoli da soli, attratti dalla mia presenza e meno spaventati degli adulti.

Lascio alle mie spalle il lago e salgo ancora; il paesaggio torna a cambiare, una vegetazione bassa e tipicamente alpina mi accompagna fino alla sommità del monte.

Dalla cima le tre lingue del ghiacciaio acquistano profondità verso l’interno e in discesa verso i fiordi. In lontananza alte montagne e luoghi ancora più inaccessibili fanno da corona a un palcoscenico improvvisato. Va in scena “La danza dei caribù”. Sono animali agili, sinuosi che si muovono a rapidi e piccoli saltelli. Resto affascinato dal loro incedere ritmico.

Il rumore dei seracchi è continuo e incessante, più insistente quando c’è il sole. Grossi blocchi di ghiaccio cadono in acqua e alte onde si alzano e si placano sotto lo sguardo indifferente dei gabbiani. E’ un suono che avverto sempre minaccioso, ma che fa ora parte della maestosità del ghiacciaio.

Ed ecco arrivare piano piano un tramonto che si distende su un paesaggio che sa di meraviglia e di cui mi nutro avidamente in ogni momento della giornata.

Scendo e rinfresco piedi, gambe e parte del busto nelle fredde acque del lago. Nell’immediato mi rigenerano e mi ridanno forza, è un richiamo, una lusinga, una magia, un incantesimo al quale cedo con leggerezza. E’ una delizia camuffata, l’appagamento si tramuta presto in malessere. Dopo cena prendo due aspirine e mi addormento tremando. Sintomi da influenza che allontano col riposo.

Ho già acquisito nuove abitudini. Mi alzo presto, svegliato dai tenui colori dell’alba e raccolgo dolcissimi mirtilli; mi sono rimesso dopo una notte di sonno. Assisto al risveglio della natura. La temperatura si deve ancora alzare e il manto vegetale attende i primi raggi di sole per ammorbidirsi. Oggi mi accompagna e mi segue schivo e discreto un piccolo caribù. Assaggio un paio di bacche di empetrum nigrum, nere, dissetanti e fresche, dal sapore più amaro dei mirtilli e faccio una passeggiata tra piccoli laghi, basse piante di salici e distese di fiori, viola, rosa, gialli; una timida esplosione di colori prima del bianco assoluto.

Passo la mattina sopra le dolci scogliere. Ho la netta sensazione che ora la mia mente è presente in questo luogo, in questo momento; è distante dalle mie abitudini, dal mio luogo di origine. Sento che il distacco si sta compiendo ma che avverrà con maggiore evidenza nei prossimi giorni, quando il continuo contatto con questa terra diverrà abitudine. Quando percepirò distintamente gli effetti derivanti dall’esclusivo rapporto con una natura integra e limitatamente accessibile.

Il tempo scivola lento e sereno. Sono assorto davanti al grande ghiacciaio. Il vuoto dentro di me.

Cerco di imprimere la sua immagine nella mia memoria prima di consegnarlo agli occhi di altri ospiti che mi succederanno. Il grande ghiacciaio Qalerallit.

Lascio l’accampamento e salgo sul gommone. Amo viaggiare per mare, percorro fiordi, insenature, fino al mare aperto. Qui si avverte la forza, l’impetuosità di queste acque, è una furia primordiale che si vince con la velocità. Il gommone accelera e salta sulle onde, è tutto un sussulto, un sobbalzare, il muro di zaini posto al centro dell’imbarcazione pende da una parte e poi dall’altra. Mi aggrappo alle corde e mi affido alle mani del pilota.

Raggiungo il minuscolo porto di Qaqortoq, una piccola città di tremila abitanti. E’ il primo contatto con la gente indigena. Vorrei capire come vive questo popolo, cosa ha generato il contatto tra due culture così lontane, quella danese e quella inuit. Non so davvero cosa aspettarmi.

C’è un po’ di pioggia, sottile e appena percettibile, il cielo spruzzato di grigio scurisce i colori del paesaggio. Ci sono poche persone per le strade. Il piccolo mercato del pesce sembra ancora aperto, pare essere il posto di ritrovo degli abitanti del luogo. Alcune persone sono sedute sulle panchine poste in riva al mare, parlano e osservano il panorama.

Poco distante dei bambini giocano con un pallone, qualcuno in bicicletta, qualcuno vicino alla fontana che si trova al centro della piccola piazza. E’ l’unica fontana dell’intera Groenlandia.

Poggio lo sguardo su un mondo che non conosco e di cui fatico a coglierne l’essenza e a interpretarlo. Che cosa lega questo villaggio a quell’immenso ghiacciaio che ho stampato nella memoria? A queste acque gelide e costellate di iceberg?

Cammino verso l’ostello e osservo un negozio di informatica, in vetrina l’ultimo modello di un bianco e splendente computer.

Ceno in un ristorante thailandese, non per stravaganza o per un inarrestabile impulso a sperimentare tutto ciò che mi appare esotico, ma semplicemente perché è l’unico ristorante del posto. Mangio carne di caribù e di balena impreziosite con sapori orientali, una fortunata combinazione di arti culinarie difficili solo da accostare col pensiero. Eppure l’antica origine asiatica di questo popolo rende meno curiosa questa associazione di gusti.

Mi sveglio nella piccola stanza dell’ostello e osservo le case arroccate sulle colline, sparse come colorate caramelle di zucchero.

Nella cucina e nel soggiorno dell’ostello incontro una famiglia del posto che la sera prima aveva diffuso nei locali un penetrante odore di pesce; un pasto serale meno esotico del mio.

La televisione è accesa e ascolto incuriosito un telegiornale in lingua locale.

Fuori poche strade e una sensazione di pace assoluta. Incredibilmente trovo qui tutti i servizi necessari. Ma percepisco anche una tensione molto forte fra l’identità di un popolo fiero delle sue tradizioni e della sua terra e il cambiamento richiesto per omologarsi al mondo moderno. Una sorta di tiro alla fune dove la corda viene tirata, ora da una parte ora dall’altra.

Le sculture in pietra disseminate in diversi luoghi della città fanno pensare a entità ultraterrene che proteggono, riparano e difendono gli abitanti di questa terra.

Una breve passeggiata prima di ripartire mi consegna nuovi spunti di riflessione. Assisto di sfuggita a una partita di calcio, lo sport nazionale della Groenlandia. I bambini giocano all’aperto, inebriati, sembrano gustare ogni singolo momento di questa breve stagione estiva. Che cosa significa per questi bambini il gioco del calcio? È un pretesto per vivere all’aperto? O è amare uno sport proveniente da paesi lontani? Scendo dalla piccola altura sulla quale è stato costruito il campo sportivo e mi dirigo verso il porto, lasciandomi alle spalle numerose case colorate, alcune fatiscenti e modeste. Nel centro del paese è stato ultimato da poco un grande magazzino a due piani. Al piano terra servono junk food occidentale, e i miei pensieri mi portano al piccolo mercato del pesce a pochi metri di distanza e alle facce ruvide e grinzose degli anziani pescatori seduti sulle panchine del porto. Al primo piano c’è abbondanza di abbigliamento sportivo e tecnico per attività invernali, articoli di qualità eccellente. Le fibre sintetiche hanno sostituito i materiali naturali del posto.

«Vestirsi con pelli di animali mette in contatto con il mondo reale degli altri viventi che popolano la banchisa. Fonda una prossimità più grande tra gli inuit e la fauna polare che non tra loro e gli europei denaturalizzati, decerebrati e senza punti di riferimento – i quali ormai servono da modelli disperanti agli amatori di indumenti acrilici, sintetici, e di altre fibre artificiali. Difendendosi così dal freddo, gli inuit moderni rompono simbolicamente gli ormeggi che li tenevano legati alla banchisa e al suo immaginario»[5].

Esco dall’edificio e mi accoglie questo panorama fatto di mare, monti e piccole case colorate; essenziale ma completo. Mangio un hot-dog in un baracchino sul molo, l’ho scelto per il piacere di mangiare in riva al mare, nel porto di questa piccola città. Il gestore è danese, mi dice che si è trasferito qui e che ha deciso di non tornare più in Europa. La pace e la tranquillità di questo posto e di tutta la Groenlandia l’hanno indotto a fare questa scelta. E’ soddisfatto e sereno; vive nell’essenzialità e nella quiete. Lo saluto e mi allontano, colmo di ammirazione, da quel piccolo rifugio profumato di senape, carne, audacia e arditezza.

Proseguo il viaggio via mare; dopo questa breve parentesi urbana mi reimmergo nelle profondità di questo mondo ancestrale.

L’isola di Uunartoq è una fuga da tutto. Qui non c’è spazio per scure riflessioni, non c’è un passato, un presente, un futuro. Il tempo si ferma. E’ l’Eden. La sua piccola vasca di acqua termale è la porta per accedere al verde di questa terra, al suono degli iceberg che si sciolgono placidamente in acqua, all’alba sulle montagne innevate, alla natura nella sua accezione più ampia.

E’ una porta di accesso a questo mondo anche la piccola casa gialla della famiglia inuit che cucina per noi. Una carezza, un conforto che dona serenità. Realizzo di trovarmi in uno spazio senza tempo, lontano da tutto e vicino all’essenza delle cose. L’amore di una nonna, il sorriso di una bambina, una cena calda, l’ospitalità di un vecchio marinaio, il calore di una casa. Piccole cose, forse, ma vitali. E finalmente capisco: questa è l’essenza dell’isola. E’ sorprendente. C’è più umanità qui che altrove. E’ come se la natura imperante, apparentemente inospitale, avesse cristallizzato e preservato le cose semplici, innocenti, pure. Mi ritrovo meravigliosamente bambino.

Le sobrie ed essenziali croci bianche all’interno di un recinto appena abbozzato, che incornicia il cimitero, evocano morigeratamente il senso della vita, il ritorno alla terra.

Volo tra le acque, talvolta placide e tranquille, altre volte, in mare aperto, turbolente e nervose. Non lontano da Uunartoq un getto d’acqua, uno spruzzo, avvisa della presenza di una balena che di tanto in tanto affiora dall’acqua e con estrema eleganza ridiscende nel suo mondo.

Salpo a Tasiusaq, un piccolo villaggio di pescatori e fattori. Case colorate, all’interno estremamente essenziali. Pesce appeso a essiccare, cibo che darà nutrimento nel lungo periodo invernale, una scuola elementare e poco altro. Alcuni bambini scendono all’attracco per vedere il gommone. Nel villaggio un bimbo gioca con dei colori, la madre mi saluta e rientra in casa. Pochi gesti che esprimono assoluta cordialità. Un saluto è prezioso, dalle barche, dalle case, per strada, sempre. L’insensibilità e l’indifferenza sembrano essere una caratteristica distintiva della nostra società. Mi abituo piacevolmente in fretta e ricambio o anticipo il saluto.

E’ un villaggio isolato e solitario, le lunghe distanze che percorro via mare sembrano amplificate dall’assenza di strade e mezzi di trasporto. Le stagioni fredde acuiscono la fatica e rendono ancora più difficili gli spostamenti. La vita è commisurata all’ambiente, è essenziale e semplice; ai miei occhi sembra castigata e severa.

Mi lascio alle spalle il piccolo centro abitato e mi appresto ad affrontare una lunga escursione a piedi in una regione della Groenlandia meno polare; è una terra tinta con colori vivaci.

Avanzo in uno spettacolare paesaggio fino al lago Tasersuaq. Abbraccio con lo sguardo l’immensità di questo luogo, le diverse sfumature di colore, il verde dei prati che si confonde con il rosso scuro e il bianco dei fiori; l’azzurro quasi verde dell’acqua di mare. Le pareti delle montagne imbiancate di neve. La pace e il silenzio.

Raggiungo la fattoria di Saputit e posso gettare un rapido sguardo alla vita che scorre in questo luogo. Mi sembra uno spaccato di vita d’altri tempi ma forse, più semplicemente, è solo un mondo diverso dal mio. Due universi paralleli che si sfiorano solo per un attimo.

La presenza di pecore, cavalli, cani e gatti rivela un aspetto per me inedito di questa terra. L’immagine di un luogo coperto solo di ghiaccio è smentita da questo paesaggio quasi rurale. Presumibilmente ciò che vedo si manifesta per un breve periodo dell’anno. Le motoslitte parcheggiate vicino agli edifici della fattoria palesano un ambiente fatto di neve e di freddo, che per pochissimi mesi si tinge con colori più vivaci.

Fa caldo e sento la necessità di bere un po’ di acqua. In fattoria portano un piccolo recipiente che ne contiene davvero poca. L’acqua è un elemento prezioso in questo periodo dell’anno; un torrente a mezz’ora di distanza è l’unica fonte da cui si può attingerne. La neve, abbondante nel periodo invernale, dirimerà il problema.

L’acqua sembra essere l’elemento dominante in Groenlandia, più della roccia, delle montagne e più dei verdi manti vegetali. E’ presente ovunque, esiste nei maestosi e imponenti ghiacciai, nel mare, nei grandi laghi. Nei freddi torrenti nei quali trovo sollievo e mi lavo, nelle calde acque termali; mi ridona vigore, forza, energia. La parola Tasersuaq significa come un mare, nella sua semplicità celebra l’imponenza di queste acque, descrive l’immensità, la vastità.

Eppure, ora che ne sento il bisogno, scarseggia.

Un immenso lago e una distesa di montagne fanno da sfondo al campo. Una giornata di sole senza una nuvola, iniziata nelle calde acque della sorgente di Uunartoq e terminata davanti alle acque color turchese del lago Tasersuaq.

Comincio ad accusare un po’ di stanchezza. Gli spostamenti sotto il sole incessante sono continui e le attività fisiche sono pesanti. E poi è tutto talmente magico che nei pochi momenti in cui potrei riposare, preferisco riempire gli occhi osservando quello che mi circonda. Tutto il resto è così lontano…nessuna preoccupazione, nessun problema, nessuna tensione. Vivo e assorbo un’esplosione d’immagini e sensazioni che sembrano enormi fuochi d’artificio. Beatitudine assoluta.

Posso dire con sollievo di aver ritrovato il mio io viaggiatore, per troppo tempo schiavo di problemi legati alla quotidianità e probabilmente non tali, e di aver tratto beneficio dalla purezza di quello che mi circonda per assorbirla dentro di me. Mi sento pulito, integro, forte come non mai.

Sto compiendo un viaggio alla scoperta del mio io primordiale, in balia di sensazioni forti e indescrivibili che mi lasciano attonito e senza parole. La mia mente, solitamente sempre assalita da mille tormenti, è ora piacevolmente libera e leggera. Forse questo è quello che fa la differenza fra il turista e il viaggiatore: se il primo osserva quello che gli sta attorno mantenendo le distanze, considerandolo come altro da sé, il secondo assorbe quello che osserva, se ne appropria, lo porta con sé, effettua un viaggio interiore che lo restituisce cambiato.

La torreggiante montagna che si erge davanti a me si chiama Ulamertossuaq, traducibile in come un libro aperto. Il nome esprime il senso di questo paesaggio, di questi luoghi; ogni cosa è dichiarata, è esplicita, tanto nello splendore quanto nella severità, nella bellezza e nel rigore, nella solennità e nella semplicità. Questa cima è una verità rivelata, è un luogo e un’idea, suggerisce ed è essa stessa una chiave di lettura di questi spazi; indica, manifesta, fa capire.

L’approccio timoroso, impacciato ed esitante dei primi giorni si è rinnovato ed evoluto, è maturato. La connessione con questo mondo, la percezione di farne parte, di capire, inizialmente abbozzata, ora è più forte. Ho coscienza di ciò che ascolto, che vedo, che tocco, che assaporo, che percepisco con l’olfatto; i sensi sono più vivi, più accesi; in sintonia con l’ambiente. Non desidero e non chiedo, sono calmo, appagato.

In questa nuova condizione in cui vige solo la necessità di togliere, di sfrondare, la bramosia del possesso, l’urgenza di avere, sono sensazioni che stridono con ciò che ora avverto. Conosco solo l’urgenza di essere, di confluire in questo ambiente.

Una camminata alle pendici dell’Ulamertossuaq in un’altra giornata di sole.

Salgo lungo un sentiero che mi conduce, attraverso un meraviglioso paesaggio alpino, verso un luogo nascosto, un angolo remoto riservato solo a me. Rinfresco i piedi nelle fredde acque di un torrente che proviene dal ghiacciaio sovrastante e assaporo fiori viola che hanno il sapore del miele. Riposo alle pendici del monte, e lascio i pensieri librarsi sulla sua sommità, mille metri in aspra pendenza, una vetta scoscesa, dove dimorano le aquile.

Ascolto un po’ di musica. Scelgo i Cranes perché si adattano all’ambiente. E’ una sensazione strana: finora ho sentito l’esigenza di togliere, di sottrarre e ho preferito non ascoltare altro che i suoni della natura. Ma ora devo fare un’eccezione: mi concedo una carezza leggera in un breve momento di riposo.

E’ una musica lontana dall’inquietudine delle città, è impalpabile, onirica, evanescente, è un lungo momento di riflessione. Diorama è la quiete della notte, è un acquario luminoso, è un paesaggio visto attraverso un caleidoscopio. E’ un gioco di specchi, di luci, di bagliori. Move along è un respiro lento e profondo, i colori sbocciano e la canzone prende il volo, maestosamente, finendo per immergersi in una luce scintillante, intensa e abbagliante, in una delicata e morbida schiuma sonora, Sleepwalking. Con High and Low si sale dalle profondità marine e si ritorna a galla. Apro gli occhi e lascio vagare lo sguardo sul grande monte.

Lungo il percorso che mi riporta a valle, cammino su una vasta distesa di arbusti di qajaasaq (Ledum Groenlandicum), le cui strette foglie hanno la forma di tanti piccoli kayak. L’aroma di queste piante si diffonde nell’aria, ogni passo solleva una nuvola di profumo. E’ una pianta medicinale che guarisce le vie respiratorie e abitualmente si adopera per farne degli infusi. Ne prendo in grande quantità e utilizzerò il raccolto per insaporire la grappa.

L’equilibrio e l’armonia con l’ambiente determinati dal prolungato soggiorno in tenda, in una condizione del tutto inconciliabile e così lontana dalla mia realtà abituale, mi inducono a togliere, a sottrarre ancora; per due notti rinuncio a dormire al coperto, sento il desiderio di addormentarmi disteso sul prato. Cerco avidamente lo spettacolo dell’aurora boreale. Mi aspetta una lunga notte sotto un cielo trapuntato di stelle. E le stelle cadenti diventano scie luminose che rincorrono i miei desideri.

Il tempo trascorre lentamente, senza preoccupazioni. Un’altra notte sotto le stelle, travolto dalla maestosità dei venti, baciato dalla luce lunare, e aggrappato alla solida roccia delle montagne che mi circondano.

Trascorro il giorno camminando verso il “Grande Muro” dell’Artico, l’imponente mole di granito dell’Ulamertossuaq. Lo sguardo si apre su spazi immensi: una vallata ai piedi di un grande ghiacciaio. Il rumore dei passi sulla roccia e la mente che viaggia in questi luoghi lontani. Il cielo si gonfia di vento freddo e le montagne emergono libere, selvagge. Sono ai confini del mondo e della sua civiltà.

Continua il mio viaggio interiore, il viaggio nell’anima.

Mi rendo conto che vivendo costantemente all’aperto le sensazioni si amplificano. E’ come se la natura volesse accompagnarmi in un viaggio dentro me stesso per aiutarmi a scoprire chi sono, quello che provo e quello di cui ho realmente bisogno. Mi sta letteralmente aprendo il cuore. Se fossi un altro griderei. Correrei fin sulla roccia a strapiombo sul mare e mi tufferei a capofitto. Cavalcherei la groppa di un caribù e mi farei disarcionare su un prato pieno di fiori. Mi farei calare da una parete di ghiaccio per arrivare nella profondità della terra. Come si fa a raccontare tutto questo?

Posso solo aggiungere che se prima pensavo alla Groenlandia come a uno dei pochi luoghi di questo pianeta in cui si può parlare ancora di esplorazione, ora mi rendo conto che nel farlo si finisce inevitabilmente per esplorare se stessi. E così, la luce che inonda le sue lande selvagge, illumina come una torcia il mio animo scuro. Fa chiarezza. Porta consapevolezza.

E’ tuttavia una natura estrema oltre che spettacolare, rende difficile la sopravvivenza e nello stesso tempo restituisce il senso della realtà; si manifesta nella sua forma più vera e concreta, senza filtri, senza interpretazioni. Una scossa di terremoto, un tornado, un’eruzione di un vulcano, riconducono alla nostra essenza, fragile e transitoria. Questo ambiente suggerisce e incute gli stessi timori suscitati da simili calamità. Il monito è lo stesso, esposto in modo meno impetuoso e violento, ma continuo; la grandiosità di questi ghiacciai, il suono dei seracchi, il gelo, le scure, profonde e fredde acque, la loro costante presenza pesa sullo sguardo e sui sensi.

«Il paesaggio non è aggressivo, non si presenta come una fiera che ruggisce o si lamenta. Però vive e ruggisce nascostamente, vive e soggiace alle forze che lo tengono unito, al punto che quando queste cedono si hanno disastri. Ed ecco allora il paesaggio che ruggisce come una fiera ferita: il massimo di visibilità»[6].

La natura si presenta in tutte le sue forme, sia funeste e severe sia liete; sa essere sorprendente. La maestosità, la grandiosità di questo mare è la dimora di svariati esseri viventi che ai miei occhi sono nutrimento, invitante e gustoso. Sulla riva, quando l’acqua si ritira, mi viene offerta un’enorme quantità di frutti di mare, freschi, sani, puliti.

Sono fiero dei progressi scientifici e tecnologici compiuti dall’uomo, non desidero un ritorno all’età della pietra, ciò che esprimo in questo resoconto di viaggio è solo la meraviglia e lo stupore suscitato da una natura così autentica e genuina. Osservo ammirato, tuttavia mi sento così ingenuo, immaturo, inesperto. Mi sembra di non collimare con questa realtà, la mia visione antropocentrica confonde e oscura. E’ come vedere il mondo attraverso un caleidoscopio. Ho percezione di tutte le facce, di tutte le sfumature, tuttavia quando le metto insieme la realtà mi sembra falsata, per quanto affascinante. Non riesco a coglierla nella sua totalità, manca la visione d’insieme, vorrei avere uno sguardo assoluto, incondizionato, libero, pieno.

Il paesaggio oggi è modellato da una fitta nebbia che copre le cime delle montagne. Mi viene impedito lo sguardo verso l’infinito. Questa terra comincia a svelare il suo aspetto più severo; chiude il sipario sulle sue meraviglie, si oscura, spegne i colori e parla un altro linguaggio, più consono alla sua durezza di fondo. Non si concede più, ma è altrettanto affascinante in queste sue vesti grigie e spettrali.

Mi concentro allora sul popolo che abita questa terra. Abbandono la tenda e i campi all’aperto per vedere più da vicino alcuni piccoli villaggi. Riavrò letti, muri, pareti, soffitti, case. Un lento ritorno al mio essere cittadino. Mi mancherà il contatto con la terra, lo sguardo rivolto verso l’immensità di questi spazi, lo scorrere del giorno segnato da ritmi completamente diversi da quelli usuali.

Vivere all’aperto in questi luoghi è un’esperienza totalizzante. Inducono a entrare profondamente in se stessi e aprono alla fusione primordiale con il mondo animale e con quello naturale. E’ un mondo lontano, lo è sempre stato, sin dai tempi antichi. Dall’immensità dei suoi ghiacci la sua gente ha osservato i conflitti, le lotte, le battaglie, le guerre. Gli orrori di cui l’essere umano è capace. Non c’è un termine nella lingua di questo popolo per indicare la parola guerra. E’ minima l’esigenza di imporsi e predominare sul prossimo.

Qui gli uomini non hanno mai negato o mascherato la propria natura animale – da non confondere con bestiale -, è una visione della vita che induce al rispetto e a una maggiore considerazione di ciò che siamo e di ciò che ci sta intorno. Vige il concetto di unità, non di disgiunzione.

«Come gli animali che nuotano in acque gelide o sopravvivono sulla banchisa, gli antichi inuit traevano le loro lezioni dalla natura: pelli di foche, peli di orso, cappotti foderati di pelli di caribù, pezzi cuciti con nervi di mammiferi, mantelli fabbricati con pelli di uccelli, piume trasformate in vestiti, pellicce ricavate dai mantelli delle volpi, il freddo obbliga al mimetismo con gli animali che resistono anche nelle condizioni più estreme. Indossare l’abito bestiale avvicina gli uomini agli animali, da qui un tropismo sciamanico: in questo mondo ostile, i pesci, il mammifero, l’uccello e l’uomo non si distinguono, ma si corrispondono, si completano, si mescolano – si parlano. Essi offrono variazioni sullo stesso tema, più vicini e simili, più apparentati che dissimili, diversi e distinti»[7].

Già nel passato le abitazioni degli inuit e quelle dei vichinghi parlavano due linguaggi diversi, due modi divergenti di intendere la vita. Gli inuit avevano case basse, ricavate dalla terra, una sua estensione, scaldate dal calore dei corpi. I vichinghi vivevano in abitazioni simili a tende, edificate sulla terra, non facenti parte di essa, scollate dall’ambiente. Plasmate, modellate dall’uomo.

Nanortalik è un piccolo centro, un villaggio di mare. E’ una splendida giornata di sole, la gente passeggia per le poche strade del paese. Anziani seduti sulle panchine, bambini che giocano in riva al mare, ragazzi che ascoltano musica, passeggiano, ridono. Anche qui si respira pace, quiete.

Una rigenerante doccia calda, un po’ di riposo e la sensazione di rientrare in un luogo conosciuto, meno misterioso ed emozionante. L’atto di ricaricare il cellulare mi confonde e mi disorienta. Un’azione elementare che rimanda a un mondo difettoso.

Mi concedo uno sguardo al mio volto segnato dal sole. Tutto è portato all’estremo in questa terra, il caldo, il freddo, il vento, intaccano il corpo, la pelle, ma purificano l’anima.

Passo la serata in un pub del villaggio. La gente del posto saluta, chiede di ballare, si avvicina e cerca un contatto, anche solo una semplice stretta di mano. I loro sono abbracci che infondono calore. E’ una dimostrazione di affetto che mi fa sentire accolto. Li osservo mentre ballano, mentre si tengono per mano. Ma quei numerosi bicchieri di birra e di superalcolici indicano chiaramente che sono anime minacciate da nuovi bisogni, dall’alcool. Una schiavitù che consuma, una metastasi spirituale.

Passeggio lungo la baia di Nanortalik mentre un po’ di nuvole filtrano la luce. Anche qui il paesaggio è aspro. Si compone di pochi colori: il verde scuro dei radi prati e il grigio delle rocce. In questo ruvido contesto possono manifestarsi gli esseri d’ombra, i Tupilait, e con loro si può sparire nel nulla…

Ma in poco tempo le nubi si diradano e risplende nuovamente il sole. Un’ora per assaporare il paesaggio dall’interno di una casa colorata, dalle grandi finestre che concedono un ampio sguardo sul fiordo e sui riflessi del sole sul mare.

Visito l’ecomuseo che racconta la storia e gli usi di questo mondo dai lunghi inverni. Un piccolo tesoro nascosto che documenta e conserva un patrimonio culturale che risale alla notte dei tempi. Una tappa importante per cercare di capire questi luoghi e le sue genti. Per portare luce sul mondo artico.

Le lunghe e ardue corse in slitta a caccia di orsi, il qajaq per cacciare le foche, le balene, la produzione dell’olio dalle interiora dell’animale, le migrazioni, l’estrazione dei minerali, il litio, il mercurio, la magnesite, l’olivina, la torba, lo zolfo, l’argento, l’oro, la pietra arenaria, il rame, l’allumina, il bromo. La Groenlandia è anche un pozzo di petrolio ancora da esplorare.

Percorro l’immenso territorio dei fiordi a bordo di un elicottero. Mi alzo in volo per raggiungere Narsaq, con una tappa intermedia a Qaqortoq.

E’ emozionante vedere tutta questa bellezza dall’alto. Possiedo la vista dei gabbiani. E’ un’esperienza che impreziosisce ulteriormente il viaggio, già ricco fino ad oggi. E’ il mio primo volo in elicottero.

In Groenlandia non ci sono strade. Ci si può muovere in macchina solo all’interno delle piccole città. Il resto è un’immensa distesa di terre illimitate, senza confini, senza strutture che rivelino la presenza dell’uomo. Le strade perimetrali dei piccoli centri, viste dall’alto, sembrano le mura di antichi borghi medievali che segnano una netta separazione con la terra circostante, disabitata e solitaria. Gli spostamenti avvengono via mare nei mesi estivi e con slitte e motoslitte nei mesi invernali. C’è un ottimo servizio di voli interni, aerei ed elicotteri, ma sono molto costosi.

Atterro e trovo il villaggio immerso nella luce del tramonto. La piccola baia è costellata di iceberg. I timidi colori delle case risplendono sotto la luce del sole. E’ un paesaggio che toglie il respiro: è di una bellezza essenziale. Lungo le poche strade di Narsaq c’è un po’ di movimento: i bambini corrono in bicicletta, camminano e giocano davanti casa. Un piccolo chiosco è il ritrovo di alcuni adolescenti. Si respira la ormai consueta sensazione di pace e di quiete.

I porti e i mercati del pesce costituiscono il centro, la parte vitale di questi villaggi, tutti fondati in prossimità del mare. Gli abitanti aspettano l’arrivo del pesce, delle foche, delle balene. Le foche vengono tagliate con l’ulu, il tradizionale coltello a mezza luna, la carne è nera, le ossa sono rosse. Un pezzo di interiora crudo è il sapore del mare, della caccia.

I mercati del pesce sono un punto di ritrovo, sono luoghi che raccontano le tradizioni e la storia del popolo inuit. Sono luoghi della memoria che parlano la lingua del posto. Non quella universale e asettica dei supermercati Brugseni dove ci si può trovare di tutto, dal cibo, ai libri, ai piccoli elettrodomestici, ai dischi, ai superalcolici. Anche questi sono prodotti che arrivano dal mare, dai grandi container che poi giacciono nei porti dei villaggi. Sono due mondi che convivono, si alternano e si confondono.

Mangio a casa di un’anziana coppia del posto. Assaggio il piatto nazionale groenlandese, il suaasat, carne di foca bollita accompagnata da riso. La carne galleggia in un brodo acquoso di colore scuro. Il sapore è deciso e forte; sa di mare e di selvatico. Supero un’iniziale resistenza e finisco col mangiarne due piatti. La cena continua con un ottimo salmone, grande e saporito. La coppia è ospitale ma introversa. Parla attraverso il linguaggio universale del cibo, racconta le sue tradizioni e la sua quotidianità ospitandomi a casa. Sono sufficienti poche parole per completare la descrizione del loro mondo. E’ il marito che fa gli onori di casa. L’anziana signora non risponde direttamente alle domande. Ascolta e rimane in silenzio.

La casa è piccola ma accogliente, esprime benessere; una grande finestra regala un magnifico tramonto che osservo rapito.

Cala la notte e rimango ancora in attesa della magia. Ritorno bambino. L’aurora del nord compare e scompare nel cielo. E’ magica, tiepida come uno sciame di lucciole. Arcuata e vibrante. Luci nell’abisso notturno. E’ la mia prima volta e la ricorderò per sempre.

Il tempo sembra cambiare, una fitta nebbia è calata sui colori di Narsaq. Mi ha accolto con strabilianti colori e ora mi dispiace lasciarla sotto questa coperta grigia mentre iceberg di diverse dimensioni sono approdati nel piccolo porto.

Dopo mezz’ora di navigazione il cielo si schiarisce e torna il sole. La strada dei re e il grande ghiacciaio Qooqqup sono illuminati da una bellissima luce.

La strada dei re è un lembo di terra che collega due stretti fiordi, nel suo silenzio consegna a futura memoria il ricordo di lontane vicende, di epoche in cui viaggiare era sinonimo di distacco, di allontanamento dalle proprie origini, di partire e non più tornare. Di esplorazione di terre nuove, di istinto di sopravvivenza.

Il villaggio di Igaliku offre tracce di questo passato, attraverso reperti di dimore antiche e frammenti di un’esistenza passata. E’ un posto incantevole ma si avverte la sensazione che sia stato preso in prestito, che sia stata rimossa l’autenticità, la genuinità dei luoghi che ho visto fino ad oggi. La regolarità e la precisione della disposizione delle case, gli spazi meticolosamente studiati, fiori e perfino qualche albero messi intenzionalmente per fini estetici, tradiscono la natura del posto e rivelano una presenza discreta ma estranea, un’ingerenza danese. C’è pure un albergo che offre comodi e costosi residence disseminati nella vallata, un piccolo villaggio turistico per amanti della natura e della comodità.

Torno sui miei passi e dopo un’ora abbondante di camminata raggiungo il piccolo molo dove saltuariamente sosta qualche piccola imbarcazione. Una ragazza dall’aspetto nordico, danese, tedesca, o scandinava, è seduta nel piccolo chiosco in cui l’ho incontrata questa mattina, in attesa di un passaggio che otterrà forse alla fine della giornata, forse domani, forse fra un paio di giorni, in viaggio verso i luoghi più reconditi della sua anima. Navigo lungo il fiordo, l’acqua a poco a poco si ricopre di iceberg, e il freddo pungente avvisa della presenza di un altro grande ghiacciaio, il Qooqqup. Il gommone rallenta e si insinua tra i bianchi blocchi di ghiaccio in continuo movimento, si spinge fin sotto l’imponente muro di ghiaccio, in silenzio, è una visione prodigiosa, miracolosa, è la rappresentazione della maestosità e della purezza.

Si rinnova il senso di appartenenza all’immensità del tutto ma con intensità minore rispetto ai giorni vissuti all’aperto. L’arrivo all’ostello, dove pernotterò per tre notti, è accompagnato dalla sensazione che il viaggio stia arrivando alla sua conclusione. Sono carico di vibrazioni e al contempo conscio del fatto che non accoglierò più dentro di me tutta la bellezza che c’è la fuori. Sentire l’energia di questa terra, toccarla, viverla, raggiungere la sua essenza, sentirsi parte di essa. E’ stato un viaggio intenso, ricco.

Sorrido. A migliaia di chilometri di distanza da casa mia. Lontano. Ho trovato la perfezione in tutto: nei luoghi, nelle persone incontrate, nelle singole esperienze vissute.

Vallate verdi e ricche di fiori. Un paesaggio uggioso e severo che ricorda la Scozia e l’Irlanda. L’ostello dove alloggio si trova a Qassiarsuk, sull’altra sponda del fiordo rispetto all’aeroporto di Narsarsuaq.

L’aspetto minaccioso muta velocemente e il sole accarezza nuovamente questi spazi immensi. Sono terre più antropizzate quelle che vedo in questi due giorni. Fattorie e campi coltivati che tuttavia sconfinano con l’infinito paesaggio fatto di rocce e di verde.

Oggi percorro a piedi un sentiero che collega Qassiarsuk a Tasiusaq, un piccolissimo villaggio quasi dimenticato, situato in un luogo appartato, in un’insenatura isolata e solitaria. Una fattoria, un po’ di terreni coltivati, e un grande silenzio.

In questo luogo che sembra uscito dalle pagine di una fiaba, alle estreme latitudini del mondo, scivolo leggero sulla superficie dell’acqua a bordo di un kayak. La piccola insenatura su cui si affacciano la fattoria e i terreni coltivati, offre acque calme, lisce, cosparse di qualche raro iceberg; circoscrive il mare quasi recintandolo, rendendolo simile ad un lago. Il kayak si rivela il mezzo di trasporto ideale per questi luoghi, permette di cogliere un maggior numero di dettagli, i tempi di movimento sono lenti, lo sguardo è più accorto e il profumo del mare è più vivo, per quanto lieve e appena accennato.

E così, nella totale oscurità, appaiono ai miei occhi i primi semi di luce. Silenziosa, sfuggente. Un soffio di colori, un’aureola sottile appesa in cielo, ecco l’Aurora Boreale in tutto il suo splendore. Gli inuit dicono che in questi chiarori ci sono le anime degli antenati e che ogni bagliore è un gruppo di vite passate. E’ ipnotica.

Discontinua, morbida, delicata, aleggiante.

Il nome Valle dei Mille Fiori, nei pressi di Narsarsuaq, tradisce un passato fatto di sofferenza e di morte. Il colore rosso rubino dei campi si confonde nei pensieri con il colore rosso sangue dei soldati americani nell’ospedale militare di Narsarsuaq durante la guerra di Corea. Un ultimo soffio di vita nelle lunghe notti artiche. E le fiamme per spegnere la memoria; per cancellare ogni traccia dell’ospedale.

Una ripida risalita sulla montagna. Corde bianche e blu per poggiare lo sguardo dall’alto sull’enorme ghiacciaio Kiattuut. Un’immensità bianca, un mare di ghiaccio che si spinge verso l’interno. Vastità. Sono luoghi che si aprono all’infinito, inesplorati.

«Il popolo di queste terre dice che quando siamo allo stremo delle forze, non bisogna disperare, perché c’è un’ultima speranza: fare uso della Qinngarniq, una preghiera gridata. Ci si deve inoltrare in un territorio dove non è passato nessuno per chiedere aiuto agli spiriti del luogo, gli antenati, gli esseri divini. Lo si fa con voce grossa per far sentire la passione del cuore e raggiungere le distanze più arcane del cosmo, dove gli angeli possono ascoltare»[8].

Forse qui, in questo luogo, comprendo più che altrove la cultura del popolo inuit. La vita appare come un infinito processo di scambio che coinvolge insieme esseri umani, animali e l’intero pianeta, connettendo le comunità con l’ambiente. L’umanità che conosco e lo stile di vita della mia quotidianità parlano altri linguaggi. Ciò che sto vivendo è una parentesi che sa di utopia ma che mi affascina enormemente.

Lascio l’ostello e mi imbarco per l’ultima volta sul gommone. L’aeroporto si trova sulla sponda opposta. Il viaggio è breve, guardo alle mie spalle e osservo le piccole case allontanarsi; davanti a me vedo sempre più vicino il piccolo porto da cui salpai il primo giorno. L’imbarcazione fende l’acqua, la schiuma bianca disegna una linea che collega le due rive, velocemente la fessura si rimargina. Questa immagine suggerisce un primo distacco, ma anche una rinascita, fa pensare a un cordone ombelicale che viene tagliato. Mi avvio a piedi verso l’aeroporto, lungo la strada osservo il panorama, cerco di essere concentrato sul presente, ma inevitabilmente cado per un po’ nei miei pensieri. In prossimità del piccolo aeroporto c’è parecchia gente, arrivi e partenze. Mi piacerebbe ascoltare i pensieri di tutte queste persone. Sono spinte dal mio stesso desiderio di capire, conoscere, osservare? Immagino un intreccio di riflessioni pratiche e di considerazioni più profonde, un universo di emozioni, un immenso e indefinito caos in questa terra silenziosa. Un’effervescenza generata da questo bianco silenzio, da questo universo incontaminato, cristallino.

Il paesaggio mi mantiene ancorato a questo luogo, la mia mente è qui, ma in questa realtà transitoria, variegata, composita, tipica di un aeroporto, ritrovo il mondo da cui provengo.

Un lento ritorno alla civiltà. Pietre nere, vulcaniche e acqua azzurra, una laguna blu per transitare verso il mio mondo.

La mia mente naviga ancora nelle acque costellate di iceberg.

Pensieri e riflessioni si accumulano nella mia mente. Felicità e tristezza si fondono nel viaggio di ritorno. Emozioni difficili da controllare. Strappato da una nuova dimensione, dall’immensità artica, e scagliato nel mio mondo. Straniante. Ripresa lenta e onestamente molto difficile.

Mi siedo e respiro. Una forte sensazione di smarrimento mi assale. Ho bisogno di sfogarmi…tristezza? Accumulo di energia? Non capisco. Mi arrendo a questa tempesta di sensazioni, impotente e sorpreso. Piango.

Saluto il mio io primordiale e mi ricongiungo con il mio io fittizio rimasto ad aspettarmi.

Viaggiando in aereo il corpo arriva prima della mente, ancorata nei luoghi in cui ha fabbricato emozioni.

Lenta ricongiunzione.

 

2.

IMMERSIONE

QALERALLIT. Ghiaccio vibrante, silenzio abissale

GROENLANDIA, 2012

Quell’immensità ha continuato a vivere nei miei gesti, nelle mie azioni, nei miei pensieri, nelle mie parole. Si è lentamente depositata, si è posata in profondità, si è stemperata insieme ai diversi ingredienti della mia coscienza. Riemergendo e manifestandosi nel corso dei mesi successivi al viaggio quell’immensità mi ha rinnovato e rinvigorito; mi ha restituito l’immaginazione, l’ispirazione e la fantasia che col tempo si erano scolorite e indebolite.

E’ diventata una necessità, un’attrazione irresistibile, per un intero anno ho vissuto di quell’immensità, l’ho rievocata instancabilmente con le parole, con la musica e con i pensieri. E’ seducente e richiama a se, e non so e non posso sottrarmi a essa, è puro magnetismo.

Ho visto l’essenza della natura, senza interferenze; ciò che sono abituato a vedere tutti i giorni è una natura contraffatta, falsificata, alterata dall’uomo.

Trovo saltuariamente sollievo godendo delle bellezze della mia terra, amo le Dolomiti, sono preziose, inestimabili, ma non si aprono verso l’infinito, sono contenute, frenate.

«L’ecumenico concentrarsi degli uomini in spazi totalmente antropizzati […] annullerà ogni importanza del paesaggio che non sia lo scenario costruito e centrato su architetture di grande carico simbolico e monumentale […]. Il resto, le montagne, le colline, il mare, faranno parte dei paesaggi dell’emarginazione, della natura trasformata in parco, sorta di vasto saltus ai margini delle megalopoli, vissuto solo episodicamente dagli uomini»[9].

In Groenlandia ho conosciuto un mondo senza recinti, senza isole protette e preservate, attorniate da città. Un mondo autentico in ogni sua parte, un assaggio di un mondo primordiale che vive nel passato, nei libri, nella fantasia. E’ la sua tangibilità che disorienta e confonde, è un’illusione che prende forma.

«L’assenza di uomini e di abitazioni trasforma il paesaggio in un mistero. […] Niente cultura, natura allo stato puro. Sensazione del giorno dopo la creazione del mondo: lo spettatore ha la sensazione di assistere alla nascita di un pianeta, alla creazione immanente di continenti, di volumi, di forme di relazioni»[10].

Queste suggestioni erano troppo preziose per lasciarle diventare un ricordo. Le ho mantenute vive desiderando una nuova partenza, un ritorno in quei luoghi.

Il secondo viaggio, iniziato a rilento e con un po’ di contrattempi, mi ha portato di più a contatto con la natura. Era ciò che desideravo, era il mio obiettivo. Col passare dei giorni, quasi senza rendermene conto, sono entrato in una spirale, ogni giorno era più intenso di quello appena trascorso. Il tempo sembrava rallentare e il tragitto aveva un incedere ipnotico, ero gradualmente e sempre più calato in un mondo nuovo, incredibilmente bello, esclusivo, senza esseri umani, abitato solo da qualche animale che mi osservava con discrezione. Un mantra che si è fermato quando ho riportato il kayak al deposito.

Il resoconto che segue descrive un lento smarrimento in luoghi che incutono soggezione, seguito da un graduale ritrovarsi e riconoscersi.

DANIMARCA

E’ arrivato il giorno della partenza e mi sento pesantemente ancorato alla mia quotidianità. Devo districare il groviglio che inevitabilmente si crea nella testa nel corso dell’anno.

In volo, dall’alto, poco prima di atterrare, osservo un bosco, bello, ricco, verde, intatto ma accerchiato da case, edifici, strade; un animale in gabbia di cui l’uomo se ne serve a suo piacimento.

Atterro a Francoforte con il cielo grigio e un po’ di pioggia. Un momento di sollievo dopo un lungo periodo di grande caldo. Passeggio fuori dall’aeroporto e il sole comincia a farsi spazio tra le nuvole.

E’ un paesaggio dominato dalla presenza dell’uomo. L’Europa ha un passato straordinario, ha delle città bellissime, non credo che riuscirei mai a separarmi da questa parte del pianeta. Allo stesso tempo non condivido il modo di fruire della natura, di assoggettarla ai propri bisogni, di pensare di possederla, di averla sotto controllo. Di perderla. Provo una sorta di nostalgia per la scomparsa di un mondo che non ho mai conosciuto. L’urlo di dolore per l’amarezza e la tristezza nell’osservare la morte del paesaggio, la sua innaturale umanizzazione, sono espressi in modo eloquente da poeti e scrittori. J. Ruskin scrisse: «L’unico piacere che concepite è quello di un viaggio in treno. Avete piazzato un ponte ferroviario sulle cascate di Schaffhausen, avete scavato gallerie nei monti di Lucerna, vicino alla cappella di Tell, avete distrutto la riva del lago di Ginevra a Clarens, in Inghilterra non esiste valle tranquilla che non abbiate riempito di fumo, né esiste città straniera in cui la vostra presenza non sia accompagnata da una perniciosa lebbra di nuovi alberghi. Considerate le Alpi alla stregua di pali insaponati in una fiera, pali che voi stessi avete piantato per arrampicarvicisi e lasciarvici scivolare con gridolini di piacere»[11].

Quei pochi giorni trascorsi un anno fa in Islanda sono stati molto importanti. Ho conosciuto un altro modo, più rispettoso, di concepire la natura. Ne sono rimasto affascinato. E’ stato utile esserci stato prima di recarmi in Groenlandia.

L’aver visto in quelle terre ricoperte di ghiaccio una natura così imponente, ricca, dominante, ha mosso qualcosa dentro di me. Ho visto un mondo in cui l’uomo non è padrone, è solo parte di esso, e ne ha rispetto. Abitare in quel mondo, per chi non vi è nato, porta inevitabilmente ad un enorme cambiamento, presume rinunce e un altro stile di vita. Sono cresciuto in una città, in una regione del nostro pianeta altamente industrializzata. Una parte della mia esistenza si è già compiuta e ha forgiato ciò che sono ora. Non so se sarei capace di rimanere a lungo in quei luoghi e di operare un così grande cambiamento su di me. Tuttavia so osservare e ascoltare, e mi accontento, se non altro, di essere cosciente dell’esistenza di questo mondo puro e intatto. Anche quest’anno avrò la fortuna di vederlo e di sentirlo, anche se solo per pochi giorni.

Atterro a Copenhagen con il sole, dopo un altro piacevole viaggio tra le nuvole.

Copenhagen è una grande capitale del Nord. E’ ben servita, è ricca, è vivace, ma ho la sensazione che sia solo piacevole, che manchi la sostanza, che l’esuberanza del parco Tivoli sia solo facciata, che il trambusto che sento dalla mia stanza d’albergo copra un vuoto di fondo che accomuna tutte le città del mondo. Luoghi costruiti dall’uomo per l’uomo, e celebrati dall’uomo stesso. Tuttavia in essi si celano i nostri tormenti. E si vagheggia uno spazio verde, dove sognare e tornare se stessi.

Copenhagen ha i pregi e i difetti di una città europea, e come tale mi sembra inconciliabile con quel mondo di ghiaccio e di natura selvaggia.

«Ora questa dimenticanza nei confronti del vivere silente del paesaggio, della diluizione dei suoi rumori nei tempi lunghi, geologici, della non visibilità del suo vivere silenzioso in un mondo soverchiato dai rumori, è forse alla base della mancanza di armonizzazione tra uomo e natura, fattore dei tanti guasti ambientali, delle tante offese che l’uomo d’oggi reca al paesaggio»[12].

Ho percepito una maggiore assonanza tra la terra del popolo inuit e l’Islanda. Reykjavik è molto più piccola, è discreta, sicuramente meno vivace, ma parla la lingua della deferenza. Vorrei tornarci perché ha il fascino di una città lontana, non solo geograficamente, ma culturalmente.

«L’uomo, riempiendo il mondo di manufatti, di spazi urbanizzati, di grandi concentrazioni antropiche, trasformando il paesaggio del suo vivere ed abitare, ha perduto la natura, il senso della sua condizione di abitante terrestre. Per ritrovarla deve cercare la solitudine. Fuggendo dalle città, dalle fabbriche, dal rumore del mondo e da quell’apparente non solitudine che sembra propria della condizione urbana. Cerca la solitudine se vuole ritrovare se stesso. Di fatto, quella dell’uomo delle metropoli è una solitudine tutta interiore, di tipo sociale e perciò più sofferta»[13].

NEBBIA

La Groenlandia mi saluta in modo insolito, inaspettato.

A Copenhagen, al check-in, vedo alcune famiglie inuit in attesa di tornare nelle loro silenziose città. Assaporo l’arrivo a Narsarsuaq, i ghiacciai e gli iceberg, ma, superata l’Islanda, una fitta coltre di nuvole copre interamente il paesaggio. La meravigliosa Groenlandia anima i suoi tupilait e si presenta scura e sinistra. L’aereo fa fatica ad atterrare, si abbassa e si rialza più volte sulla pista dell’aeroporto di Narsarsuaq, una danza pericolosa che finirà col portarmi settecento chilometri più a nord, a Kangerlussuaq, dove atterro con la speranza di raggiungere Narsarsuaq in giornata. L’attesa si rivela più lunga, forse l’aereo ripartirà la mattina dopo.

In aeroporto incontro altri turisti in transito con i quali condivido l’amore per questa terra e scambio impressioni di viaggi avvenuti. Alcuni connazionali mi raccontano della loro esperienza in veliero lungo la costa ovest della Groenlandia. E’ nutrimento per l’anima ascoltarli, mi cibo di questi racconti in attesa di ritrovare la terra che un anno fa mi aveva incantato. La osservo dalle finestre del ristorante e aspetto impaziente il suo richiamo. Sono un osservatore, un viaggiatore, non un turista. Se voglio cogliere l’essenza della Groenlandia devo viverla in ogni sua forma, devo assaporarla con la pioggia, con la nebbia, con i suoi colori grigi; forse il sole è un’eccezione da queste parti. Potrò avere un’idea completa e non parziale della Groenlandia in questa stagione; potrò sentirla anche questa volta, ma dovrò volerlo io, anche se sarà più difficile.

La nebbia, il grigio, il continuo ritardo dell’aereo mi confondono. Sono in Groenlandia ma è come se non ci fossi. Il paesaggio che osservo dal ristorante assomiglia sempre di più a una cartolina, è insapore, inodore, quasi finto. Sono carico di aspettative, deluse e negate.

Parlo con un cittadino danese di origini pakistane. Racconta una storia che mi rapisce e mi distrae dalla lunga attesa. Per lunghi periodi si trasferisce in Groenlandia per dedicarsi alla pesca, alla caccia e per vivere questi enormi spazi; è il richiamo di una natura maestosa e importante che lo ha portato qui. La tranquillità e il silenzio di questi posti non ci sono altrove, dice. E attende il suo volo, abituato a ritardi e cancellazioni.

Le stesse motivazioni hanno indotto una ragazza spagnola, commessa nel negozio di souvenir, a trasferirsi qui, a Kangerlussuaq. Ha sposato un danese e ora vivono in questo luogo lontano, solitario. «Amo questa terra quando si copre di bianco, quando ci si può immergere nel silenzio assoluto, vagare con gli sci da fondo in questa immensità».

All’ora di pranzo viene annunciata la cancellazione del volo per Narsarsuaq e quindi dedico il pomeriggio alla visita del ghiacciaio Russell, a due ore di macchina dall’albergo. Percorro la strada, la più lunga di tutta la Groenlandia, che attraversa valli, lievi alture, fiordi, laghi. Lo sguardo riattiva i sensi, c’è un po’ di pioggia, il cielo è grigio.

E’ una natura sempre severa quella che osservo dai finestrini del furgone, ma lentamente ritrovo la terra che ho lasciato un anno fa. E’ ancora un assaggio, il mezzo di trasporto ne impedisce il contatto, ma arrivato al grande ghiacciaio vedo e sento finalmente la Groenlandia che ho conosciuto. E’ un paesaggio lunare fatto di terra, sabbia e ghiaccio che si fondono, si amalgamano, si muovono all’unisono. All’orizzonte si staglia l’enorme ghiacciaio che prosegue bianco e inesplorato verso l’interno. E’ maestoso, secolare. Respiro e mi sento vivo. Un pallido sole fa un po’ di luce su questo deserto bianco. Mi lascio incantare. L’elemento che domina è l’acqua, una lieve pioggia mi bagna e mi purifica, scioglie la tensione accumulata e nutre i piccoli rivoli che fendono il ghiaccio, su cui si può camminare senza difficoltà.

Acqua. Acqua sulla mia pelle, sui miei vestiti.

E poi il sole, che comincia a stemperare e a addolcire il paesaggio. Ripercorro le valli, dimora di buoi muschiati e di lepri artiche. Il verde delle valli è più brillante, il cielo a tratti è azzurro; è un paesaggio più morbido, è una carezza dopo tanta severità. L’aeroporto stesso e il piccolo villaggio sono più accoglienti illuminati dalla fioca luce del sole.

In albergo incontro tre ragazzi tedeschi. Assorbo l’energia che trasmettono mentre mi raccontano la loro esperienza appena conclusa in questi luoghi, gestita in totale autonomia. Hanno lo sguardo vivo che avevo io un anno fa. Sono carichi di emozioni, consci e fieri di aver vissuto un’esperienza unica e importante.

Ascolto altri racconti, altre esperienze, vite curiose di persone che incontro in aeroporto. Per un po’ mi rassegno e penso che quest’anno vivrò storie e suggestioni non mie.

All’improvviso avviene l’evento insperato: viene annunciata la partenza del volo per Narsarsuaq. L’aereo finalmente decolla nel tardo pomeriggio e atterra alle nove di sera. Dall’alto vedo l’ostello Leif Eriksson, gli iceberg, i laghi, il fiordo. E’ un’emozione travolgente. L’aeroporto brilla sotto la pioggia, e mi sento a casa.

Mi sveglio presto e mi siedo su una panchina ad osservare il paesaggio. I ricordi sono tanti e cerco di recuperarli tutti. Passeggio verso la Valle dei Mille Fiori e sento il profumo fresco quasi inodore della bassa vegetazione. Trovo molti funghi, in particolare boleti, grandi e sani, il cui odore è lieve, appena accennato. Il qajaasaq lo troverò nel corso del viaggio, bramo di sentirne l’aroma, non mi bastano più le foglie secche che conservo in un barattolo a casa; il loro profumo è buono, ma ho il desiderio di respirare l’aria di questi luoghi profumata di qajaasaq.

Il tragitto in mare è purificatorio, salgo sul gommone e vivo intensamente ogni secondo del viaggio. Respiro un senso di libertà che non trovavo più da tempo. Il vento e l’immensità del paesaggio puliscono la mente da ogni pensiero. Raggiungo Narsaq, con le piccole case colorate sparse sotto i due rilievi.

Il viaggio ha inizio.

Fino ad oggi ho solo avuto degli assaggi, ho vissuto di suggestioni altrui e mie del viaggio precedente.

Preparo i bagagli, e, come l’anno passato, sistemo nel sacco lo stretto necessario. Pochissime cose che tuttavia durante il viaggio si riveleranno addirittura troppe. In quell’immensità servono solo gli occhi per guardare.

Mi avvio lungo la strada che porta in direzione dell’eliporto e proseguo oltre, fino all’hangar, dove sono sistemate le attrezzature e i kayak.

Tutto avviene così velocemente, salgo sul kayak e la sensazione è potente.

Dalla riva si vedono tantissimi iceberg. Quasi non credo che nel giro di pochi minuti sarò lì in mezzo, in quel luogo spettrale abitato da quegli esseri bianchi.

Avanzo nelle fredde acque del i, il bianco del cielo si confonde con il bianco del ghiaccio. L’acqua è liscia e non si avverte alcun odore, di tanto in tanto affiora un leggero profumo di mare, ma il ghiaccio e il freddo sembrano comprimere gli odori, cristallizzarli, quasi annullarli. Navigo tra gli iceberg e colgo tutte le sfumature che sono inaccessibili a chi viaggia con imbarcazioni a motore. L’euforia si placa e mi invade una sensazione di armonia, di calma.

I suoni.

Il suono del ghiaccio che si scioglie placidamente in acqua, quando è giunto alla fine del suo percorso, quando sembra un cristallo prezioso, è delicato, lieve, riposante, ammaliante.

Al contrario i grandi iceberg sono minacciosi, appoggiati in acqua in attesa di rompersi, di sgretolarsi. Quando ciò accade è impressionante. Il suono è simile a un tuono, cupo, profondo. Questi enormi esseri si girano e si rigirano in acqua sgretolandosi in grossi frammenti che alzano onde alte e pericolose. Alle volte si sentono ruggire in ogni direzione, in questo spazio senza dimensioni.

Altre volte non si muove nulla, ma si sente occasionalmente dal profondo dell’acqua un colpo secco, un pezzo di ghiaccio che si rompe. E’ un mondo nuovo, e come tale lo osservo con circospezione e un po’ di timore. Scivolare in queste acque gelide…

Il silenzio.

Il silenzio è surreale, è come un grande quadro, completamente bianco; pochi suoni quando non avvengono le fratture dei grandi blocchi di ghiaccio. Il kayak scivola leggero e si sente solo lo sgocciolio delicato dell’acqua e il borbottio dei gabbiani in lontananza, quasi soffocati dall’assenza di suoni.

Sbarco in una piccola spiaggia: la nebbia azzera la vista, si vede solo una distesa di bianco soffice, friabile, su cui si staglia il bianco più intenso, solido, degli iceberg. E’ un luogo che si fa osservare con deferenza, è solenne, quasi soprannaturale. I tupilait si animano nella notte.

LA CASA DEL PESCATORE

Mi addormento e mi sveglio con la pioggia.

Mi alzo presto e la distesa di bianco è ancora lì. Mare e cielo sono tutt’uno. In questo immenso biancore, ora che il sole è sorto, pallido e freddo, gli iceberg si distinguono di più, azzurri, immobili, fermi, imponenti, sembrano sentinelle; dimora di gabbiani che di tanto in tanto spezzano questo silenzio al quale non sono abituato. Mi concentro talmente tanto sulla mancanza di suoni che solo dopo un po’ percepisco il gorgoglio del torrente alle mie spalle.

Il silenzio e la mancanza di odori.

Il piacere di camminare scalzi sull’umida vegetazione, un tappeto morbido che ho atteso per un anno. Un’infinita distesa di empetrum nigrum e qualche boleto.

La tenda, i vestiti, gli oggetti sono bagnati. Gli indumenti da kayak sono umidi. Non sento per nulla la necessità di lavarmi con l’acqua fredda del torrente. Fare e smontare il campo richiede molto tempo ed energie, in parte consumate da questo clima rigido. Mi accorgo di avere perso lo spazzolino da denti; una sottrazione continua. Mi concentro sul paesaggio, sulle riflessioni da scrivere, ma questa volta è più difficile. La Groenlandia è seducente come la ricordavo, ma la modalità del viaggio richiederà maggiore resistenza e sopportazione alla fatica. Sensazione confermata quando, durante la navigazione, incontro un gruppo di francesi giunti all’ultimo giorno del loro percorso, stanchi e provati dalla vita all’aria aperta costantemente sotto la pioggia.

Proseguo in questo mare ricolmo di iceberg, immobili in uno spazio bianco e inodore. Di tanto in tanto il sole colora il paesaggio e riscalda; una presenza desiderata che comincia ad affiorare dall’incessante biancore.

Un grande blocco di ghiaccio bianco, eccezionalmente alto e profondo emerge in un paesaggio altrimenti dominato da una maestosa cascata che riversa le sue gelide acque nel mare. Mi fermo in questo luogo autentico e inviolato per pranzare, riposare e nutrire la vista.

Mentre riprendo la navigazione, si alza un forte vento che spazza via le nuvole e finalmente il paesaggio cambia, la luce del sole muta l’aspetto del mare, una distesa di colore verde smeraldo; il cielo diventa limpido, azzurro, e gli iceberg a poco a poco svaniscono. Attraverso un fiordo che nel tratto finale si interrompe per proseguire oltre due piccoli laghi disposti in sequenza. Tiro in secca il kayak e mi accampo in questo angolo recondito, segreto, esclusivo, sede della casa solitaria e disabitata di un pescatore.

Vi entro con un certo riguardo e osservo l’interno di questa intima dimora che sembra sia stata abitata di recente. E’ ricca di ricordi, di foto, di quadri, di soprammobili, di attrezzi. E’ un mondo che placidamente si svela a me e che rivela la semplicità e la genuinità di un’esistenza. E’ la casa di un pescatore, ma dalle foto sembra essere stata una fattoria, in tempi lontani. Immagini in bianco e nero ritraggono bambini in posa davanti a vitelli e a pecore. Persone nell’atto di arare campi coltivati. Un mondo rurale che fatico a collocare in questi luoghi glaciali.

Dalle finestre della piccola abitazione si vedono stelle cadenti e un’aurora boreale incolore e appena accennata. E’ la piccola casa che dona ulteriore fascino allo spettacolo, foto di famiglia nelle diverse fasi della loro esistenza, fucili appesi al muro. Un mondo lontano, che osservo con discrezione e riguardo, illuminato da fasci di luce notturni. Mi ricongiungo con questa terra che ho amato e che scopro essere ancora più ricca di fascino. Ritrovo i paesaggi infiniti, silenziosi. Fuori fa molto freddo e c’è vento; mi attrae l’idea di dormire in questa accogliente dimora. Mi distendo sul divano del soggiorno e mi lascio cullare dai pensieri, chi avrà dormito qui? Chi si sarà seduto l’ultima volta? I fucili, le facce sorridenti colte in un istante gioioso, spensierato, le reti da pesca, gli arpioni, la chitarra, i lumini, le candele, i boccali di birra, le coperte, chi sono le persone ritratte nelle foto? Che vita hanno vissuto?

Mi sveglio alle sei e trenta di mattina, la luce del sole illumina le colline e il fiordo. Bisogna oltrepassare i due laghi entro le dieci, prima che la marea impedisca di uscire dal fiordo e di immettersi in quello più grande che porta verso l’imponente ghiacciaio Qalerallit.

Mi aspettano un paio d’ore di considerevole fatica, bisogna portare il kayak a mano per circa trecento metri; è pesante, carico di provviste alimentari e di bagagli. La stanchezza della prima traversata in kayak sommata al sole che comincia a bruciare il volto, e a questa nuova impresa, mi mette a dura prova. Mi fanno male i muscoli delle gambe, delle braccia, la schiena, il polso sinistro si è gonfiato.

Dopo la lenta e impegnativa traversata, nell’ultima parte del fiordo risalgo sul kayak e trovo sollievo nel paesaggio che sa di meraviglia. Il verde della vegetazione brilla sotto la luce del primo mattino, l’acqua è calma, vellutata, color cobalto. Lascio alle mie spalle, nel silenzio, un angolo di mondo che sembra irreale, immaginario, tanto è bello; saluto la casa del pescatore, ormai distante e non più visibile.

Mi immetto nel grande fiordo e il mare cambia aspetto, non è più placido e accogliente. Il vento e il freddo rendono difficile la navigazione, resa ancora più faticosa da una distesa di blocchi di ghiaccio che intasano il percorso. Alzo lo sguardo per alleggerire lo sforzo e mi concentro sul paesaggio. Rivedo i luoghi dove un anno fa raccoglievo i mirtilli, dove danzavano i caribù, rivedo gli alti rilievi illuminati dalla luce del sole. Dopo quattro ore di fatiche, iniziate di prima mattina, ormeggio il kayak in un’isola non tanto grande che diventerà la mia casa per un giorno. Godrò delle sue bellezze, dei suoi suoni, dei suoi odori, dell’incantevole paesaggio che la circonda, talmente ricco e bello da non riuscire a coglierlo nella sua totalità. E’ una bellezza piena, che tracima, ghiacciai, rilievi, laghi, mare, iceberg in successione continua, ovunque ci si giri. E’ come cercare di sorreggere tanti fasci di legna, ci si aiuta con le mani, con l’addome, all’ultimo, impacciati, anche con il mento, ma poi cadono, sono troppi, e si lasciano a terra, con la sensazione che non si potranno portare via tutti.

E la mia sola presenza in questo spazio infinito.

Alcuni grandi caribù si mostrano al mio sguardo, unici abitanti di questa isola; un piccolo gruppo di foche poggia la testa fuori dall’acqua prima di scomparire nelle profondità marine.

Ritrovo il profumo del qajaasaq, questa meravigliosa pianta che svela un mondo dentro di me.

Il tappeto di vegetazione su cui cammino è ricco di bacche di empetrum nigrum, una vera distesa di questi piccoli frutti neri, tanti e facili da raccogliere.

Nel pomeriggio attraverso l’isola, salgo sulle sue lievi alture, ammiro dalle punte più alte lo strabiliante paesaggio e mi ricarico. Non c’è una nuvola, la vista è nitida e il sole illumina tutto con i colori del tramonto. Poggio i piedi nell’acqua di un piccolo stagno sulla sommità di una scogliera e mi congiungo con maggiore intensità con ciò che vedo e percepisco. E’ un momento di estasi che mi porta sempre più in profondità nel cuore del viaggio e di questa terra. Le mani sono segnate ed escoriate, accuso stanchezza e affaticamento generale. Tuttavia ciò è ripagato da un forte senso di libertà e di pace.

Ceno nella tenda tepee e avverto il calore rinvigorente prodotto dalla cucina da campo, essenziale ma imprescindibile.

Mi alzo presto, come di consueto, e mi siedo sugli scogli a scrivere. E’ il momento più bello della giornata, un risveglio dolce, una carezza. Il tempo sembra rallentare. Si sentono i gabbiani, prima poco, poi la loro presenza si avverte sempre di più, dall’altro lato del fiordo. Il respiro del mare; piccoli iceberg che navigano solitari di fronte a me. All’orizzonte l’immagine imponente e regale del grande ghiacciaio. La luce dell’alba rende il paesaggio morbido, delicato. Non ci sono nuvole. Il cielo e il mare sono azzurri.

Mi sento ospite passeggero di un mondo perfetto, posso farne parte per un periodo limitato, mi viene concesso di viverlo, di respirarlo; in cambio è come se mi venisse chiesto di portarlo dentro di me e di farlo fiorire.

Il costante contatto con la natura mi permette di avvertirla più dello scorso anno, di essere più presente in questa realtà, di ascoltarla e di nutrire i sensi. Tuttavia continuo a percepire poco gli odori. E’ un luogo carico di bellezza e di fascino ma inodore. L’acqua del mare non ha profumo, così come la vegetazione, si percepiscono solo lievi sfumature. L’aroma del qajaasaq emerge, trionfa, è il re dei profumi, è l’odore di questa terra.

Lascio l’isola e riparto; è un altro giorno luminoso e il mare è calmo. Oggi sento di avere maggiore padronanza del mezzo e i dolori sono quasi spariti, eccetto la fitta al polso sinistro.

Riesco quindi a concentrarmi di più sul paesaggio e ad apprezzare il lento scivolare del kayak sulle acque azzurre e silenziose del fiordo. Faccio tappa nell’accampamento dove l’anno scorso ho alloggiato i primi tre giorni. I ricordi e le sensazioni si sommano, mi travolgono, è un momento particolarmente intenso. Ritorno al torrente dove ho lasciato più volte scorrere via i pensieri, e osservo incantato le grandi lingue dell’imponente ghiacciaio Qalerallit.

Rivedo un luogo che già conosco ma salire sul kayak per avvicinarmi silenziosamente verso l’enorme fronte glaciale è pura magia.

E’ il momento più intenso fino ad oggi di questo viaggio. Si situa da qualche parte in più, in aggiunta alle esperienze della mia vita. Non insieme.

E’ l’oltre.

Non è paragonabile a nulla.

Da solo, con i miei mezzi, lungo un fiordo senza barche, senza esseri umani, solo una natura grondante bellezza. Mi commuovo.

E’ più di un’immagine, il fronte glaciale visto dalla mia piccola barca è impressionante, maestoso, il suo suono è grave, profondo. Lo vedo, lo respiro, lo sento. Come l’isola con la piccola vasca di acqua termale dell’anno scorso, con i suoi abitanti speciali, questo luogo è la porta attraverso la quale accedo a questo mondo, ne vengo assorbito. Sono imbevuto di questo paesaggio. C’è un momento in cui si ha la percezione chiara e nitida di avere superato una porta, un valico, di essere passati oltre, di essere entrati in un altro mondo, liberi, spogli, alleggeriti da carichi in eccesso, puliti. O di avere ritrovato se stessi.

Dopo una silenziosa e assorta navigazione in prossimità del fronte raggiungo la spiaggia, dove monto la tenda. Il ghiacciaio è sotto i miei occhi, salgo sulla cima di un’altura e lo osservo dall’alto. E’ l’insieme che dona regalità a questo spettacolo della natura, il vento freddo che proviene dalla distesa bianca che si estende all’infinito verso l’interno, il suo suono, solenne e minaccioso. I gabbiani sono il suo esercito, in perenne movimento, il loro canto non conosce pause.

Resto in silenzio a osservarlo.

Di notte, sopra il ghiacciaio, in cielo e dietro i rilievi, compare l’aurora boreale, morbidi fasci di luce bianca. E’ il linguaggio della natura, fiera di presentarsi ai miei occhi, colmi di stupore, increduli, disorientati, e a questo punto mai sazi.

«Davanti a certi paesaggi ci si sente […] ridotti a quella punta acuminata di coscienza attraverso la quale si coglie il reale sublime, l’essere si sperimenta nella forma della percezione pura»[14].

La luce dell’alba riapre il sipario sul ghiacciaio e il mio sguardo viene catturato dallo spettacolo che mi si presenta. Resto immobile a osservare, è difficile trovare le parole per esprimere il senso di pace che si prova davanti ad una simile meraviglia. Ogni pensiero viene spazzato via. Resterei ore, giorni, settimane in questo posto. E’ la perfezione, il tutto condensato in questo anfiteatro.

La natura chiede occhi per essere osservata/osservarsi nel suo splendore.

Circumnavigo la penisola su cui poggia il solenne ghiacciaio, sul lato che si unisce all’entroterra. E’ una giornata di sole intenso. La navigazione inizialmente è difficile, vicino alla spiaggia il mare è ricoperto di frammenti di ghiaccio e di iceberg che in breve tempo diminuiscono fino a scomparire. Mi allontano dal fronte glaciale e il paesaggio cambia, si fa meno grave, incute meno soggezione. Il mare diventa una grande tavola liscia di colore verde smeraldo. Se non fosse per gli isolati iceberg che si muovono lentamente in acqua, il paesaggio, con questo mare e questo cielo limpido, azzurro, potrebbe somigliare alla Sardegna. Alte scogliere che cadono a picco sull’acqua, colori carichi che catturano costantemente lo sguardo. Di tanto in tanto qualche foca sporge la testa e sembra invitarmi a giocare.

E’ una successione di immagini, colori, suoni che raccolgo e assimilo, ma sono troppi, fatico a coglierli insieme, a godere di tutta questa bellezza.

Completo il giro della penisola ed entro in uno stretto canale che mi accompagna in una baia appartata dove monto la tenda. E’ un altro anfiteatro che si estende attorno ad un piccolo lago. Solo un centinaio di metri e un rilievo mi separa dal grande fronte glaciale.

In questo luogo raccolto, nascosto e protetto assisto al germogliare di un’altra aurora boreale. E’ particolarmente estesa ma non colorata, è bianca, anche se nelle fotografie che scatto risulta avere un accenno di verde. E’ come vedere le fiamme di un grande fuoco, ha lo stesso movimento ma molto più lento. Fasci di luce che compaiono e scompaiono, evanescenti, appena percettibili, soffici. Assomiglia a veli che si spostano col vento e che si dissolvono; a gas che si disperdono nell’aria.

Resto incantato davanti a questo spettacolo; da solo.

Osservo il sole sorgere sul lago. Si percepiscono il silenzio e la tranquillità, lo scorrere lontano di un torrente e un lieve cinguettio. Quest’anno non entrerò quasi mai in contatto con la popolazione locale. Questa esperienza è interamente dedicata all’osservazione di una natura intatta e integra. Giorno dopo giorno si confluisce in essa. Non si risparmia mai, e ogni mattina, quando mi sveglio e osservo l’alba, mi sento sereno, calmo. E’ un insieme di elementi che rende questo posto speciale. Elencandoli e analizzandoli singolarmente perdono di significato: mare, montagne, laghi, ghiaccio, il verde manto vegetale. Qual è il valore aggiunto che li rende unici quando si percepiscono nel loro insieme? E’ il poterli osservare, vivere, respirare ogni giorno, cogliendone l’essenza. Sono la bellezza, l’integrità, che si riversano sul loro osservatore per guarirlo, rinnovarlo.

Mi trovo completamente solo in questi spazi immensi, infiniti. La natura mi domina e io la osservo incantato. Sono momenti di grande distensione e di pulizia della mente.

Trascorro la giornata in questo luogo. Lascio il kayak in spiaggia e salgo a piedi lungo vallate macchiate di laghi, accompagnato dalla piacevole presenza di bianche lepri che saltano abilmente tra le rocce, fino a giungere sulla sommità di un rilievo che domina dall’alto il fronte glaciale. Lo osservo da un’altra prospettiva, ne colgo l’insieme da questa altitudine. Si vede la grande distesa di ghiaccio protendere dal mare verso l’interno; un enorme oceano bianco che si perde all’orizzonte. La luce del sole e la quasi totale mancanza di nuvole rendono questo spettacolo ancora più ricco e intenso.

L’immagine mi scuote nel profondo e resto per quasi due ore a osservare questo panorama, immobile, assorto.

Un rigenerante pediluvio in un freddo lago color turchese e l’attesa per l’aurora boreale che questa sera colora il cielo di verde. I lievi fasci di luce e il grave e distante suono del ghiacciaio sono gli elementi distintivi di questa notte stellata.

LA BAIA DEI PESCATORI E DELLE AQUILE

Diventa una piacevole abitudine svegliarmi osservando il sorgere del sole sul lago. Mi distendo sulla roccia ricoperta di muschio e di piante di empetrum nigrum e lascio fluire i pensieri. Mi abbandono a questa incantevole sensazione di serenità. Lo scorrere del torrente, il gocciolio dell’acqua causato dal movimento dei pesci, il calore del sole, il cinguettio degli uccelli, sono carezze che ridonano equilibrio.

E’ una natura terribilmente bella che tuttavia cela una durezza di fondo. Penso alla difficoltà di procurarsi del cibo in questi luoghi immacolati ma intoccabili. Si nutre lo sguardo, l’anima, ma il corpo ha bisogno di alimenti. Non ci sono alberi, non c’è frutta, non c‘è vegetazione commestibile. Solo pochi animali che non si concedono, protetti per gran parte dell’anno da climi rigidissimi. Eppure l’uomo non si è piegato neppure qui.

Smonto la tenda e riprendo la navigazione. Esco dalla baia e mi dirigo verso un fronte glaciale morto, spento, più piccolo e nascosto dentro un’insenatura dove soffia un vento freddo e pungente, e dove l’acqua è quasi bianca. E’ un luogo ombroso, aspro, scuro. Il ghiaccio ha le stesse sembianze della roccia, è un quadro con forme di differenti sfumature di grigio. Dopo una ventina di minuti esco da questo rifugio ghiacciato, dominato dal fragore dell’acqua che dall’alto si riversa in mare, e l’atmosfera muta all’istante. Tornato nel grande fiordo, navigo sotto un sole continuo e battente, non c’è una nuvola in cielo e l’acqua ha un colore meraviglioso. Dei piccoli di gabbiano guardano dal loro nido il mio avanzare, sotto la vigile presenza della madre. Mi accorgo di avere più tempo per osservare il paesaggio, per riflettere, per lasciarmi incantare. I primi giorni ero in difficoltà, accusavo dolori un po’ ovunque e questi mi distoglievano dal viaggio e dall’osservazione del panorama che mi circondava. Ho la percezione di essere più attento, più presente, comincio a rendermi conto del piacere di spostarmi in kayak, un mezzo che offre la possibilità di cogliere molti dettagli, di entrare in sintonia con i luoghi che si attraversano; di sentirsi parte di essi.

Iceberg bianchi e azzurri mi accompagnano fino a un’altra baia, dove mi fermo e monto nuovamente la tenda. In prossimità della riva si vedono strutture in metallo che probabilmente sono utilizzate per essiccare il pesce. Sembra essere un luogo frequentato da pescatori.

In lontananza, oltre il mare, si vedono rilievi più alti del solito, un altro paesaggio che sembra essere uscito da un sogno. Nei pressi del campo, quasi alla base di un rilievo, mi accorgo della presenza di un nido d’aquila. I piccoli reclamano a gran voce il loro pasto e in cielo vedo una grande aquila che scende lentamente in volo verso il nido. E’ un’immersione continua in luoghi bellissimi che assaporo quotidianamente ma di cui avrò piena percezione quando mi verranno tolti, quando tutto ciò scomparirà dai miei occhi. Quando non sarò più insicuro ed esitante, ma diligente, scrupoloso e puntuale nel mio mondo fittizio.

Salgo sulla cima e si apre un paesaggio meraviglioso, una distesa di iceberg, fiordi, isole, penisole, e in fondo, mimetizzata in questo splendore, la piccola città di Narsaq. Mi fermo a osservare questo panorama, accompagnato dalla ormai usuale presenza discreta dei caribù, e sento che l’emozione generata da tanta bellezza è paragonabile alla visione del grande fronte glaciale. Ciò cui assisto, e che osservo incantato per lungo tempo, entra in profondità, entra nel mio cuore. Mi fermo. Mi sento svuotato da ogni preoccupazione, provo solo una sensazione di serenità. Mi chiederò poi, sceso al campo, cosa significa tutto ciò.

E’ un viaggio ciò che sto facendo o è un ritrovare se stessi e una quiete interiore? Perché la trovo qui? E’ così importante per noi esseri umani ritrovare il contatto con la natura? Perché insisto a tornare in questi luoghi? Solo io mi ritrovo qui? E’ il mio luogo? Dove si ritrovano gli altri esseri umani? A casa? Lontano da casa?

Corona una giornata particolarmente intensa un’aurora boreale come mai l’avevo vista prima, il cielo si colora di verde, un verde carico, vivo, esteso; sono confuso da tanta magnificenza. E’ un’aurora davvero solenne. Alta, intoccabile, miracolosamente bella, si presenta in quel modo distante che ricorda quanto noi esseri umani siamo piccoli, comuni e incapaci di generare eventi così eccezionali.

Prima di andare a dormire metto al riparo dall’umidità le foglie di qajaasaq che ho raccolto nel tardo pomeriggio.

LA BAIA DEL CACCIATORE E DELLE ROVINE VICHINGHE

Navigo lungo l’incantevole fiordo che ieri ho osservato dall’alto nelle prime ore del tramonto. Mi accompagna nel viaggio, alla mia sinistra, il grande ghiacciaio che dal mare si spinge verso l’interno per diventare il vasto deserto bianco che ricopre la quasi totalità della Groenlandia. Lo inseguo da giorni, entro nelle insenature per vedere le sue tante lingue di ghiaccio. Una presenza continua, da cui si staccano gli iceberg che vedo lungo il tragitto.

E’ un remare sicuro e piacevole quello di oggi, assaporo il lento viaggiare per mare, sotto un sole quasi tropicale che batte insistente da giorni. Non uso più i guanti e neppure il cappello, li ho tolti da quando è cessata la pioggia. L’acqua fredda sulle mani è rigenerante.

Entro in un’altra baia che diventerà la mia dimora per due notti. Non lontano dal campo si vede una casa gialla in legno. E’ l’abitazione di un cacciatore e sembra essere anche una sorta di fattoria, supposizione suggerita dalla presenza di alcune pecore che incontro un po’ ovunque, anche in spiaggia.

Osservo di tanto in tanto, mentre picchetto la tenda, dei cumuli di pietre proprio di fronte a me. Sistemo il bagaglio e noto che le pietre, a pochi metri e coperte da una rada vegetazione, sono sistemate in modo ordinato. Seguo la forma e mi accorgo che è un perimetro perfetto, quasi a forma di goccia. Comprendo che questo è un sito archeologico con resti di antiche abitazioni vichinghe. Mi addormenterò in un luogo che in tempi remotissimi fu sede di un villaggio vichingo. Rimango sgomento, è il luogo ideale per lasciare andare la mente, per vagare con la fantasia, una circostanza assolutamente inattesa. E’ un luogo che andrebbe preservato e tutelato, ma egoisticamente lo considero un privilegio cui ora non riuscirei a rinunciare. Mi scagiono ritenendo che pochissime siano le persone che transitano in questo posto. Sarò un ospite rispettoso e allo stesso tempo lusingato. Come spero lo siano state le persone che mi hanno preceduto e lo saranno quelle che mi succederanno.

Mi abbandono beato sul morbido manto vegetale, penso a cosa possa esserci stato qui, dove ora sono disteso, quali vicende siano avvenute, quali persone abbiano vissuto, cosa mangiavano. Osservo gli iceberg nelle placide acque del mare. Ogni tanto sembrano svegliarsi, tuonano, giganti in acqua, fieri, imponenti. Quali suggestioni avranno destato questi suoni, questo paesaggio artico? Quale significato poteva avere l’apparizione di un’aurora boreale per queste antiche popolazioni? Come salutavano il suo arrivo?

In questo momento di grande pace in cui posso liberamente sognare ad occhi aperti, rifletto sul fatto che i pensieri si sono fatti più ordinati, le tensioni si sono placate. Il movimento leggero dell’acqua induce a un rilassamento completo. Tutto si è fermato. Un intero mondo e antiche vicende passate si stanno rivelando solo a me.

Nel tardo pomeriggio salgo in cima alla collina, attraverso una verde vallata, selvaggia e solitaria, tagliata da un torrente. Memore del pomeriggio precedente mi inerpico quasi come se sentissi un richiamo, è un rituale, una cerimonia serale. E’ la necessità di nutrire la vista e lo spirito. Dall’alto osservo il fiordo, uno spettacolo al quale non riesco a rinunciare. Mi fermo un paio d’ore quassù.

«Cessando di vivere in modo moderno, come un frammento staccato dalla natura, il saggio che sa viaggiare nello spazio iperboreo col cervello il più vicino possibile all’uomo dei primi giorni, può sperimentare la sua singolarità nella riconciliazione con la natura. Serenità, pace interiore, liturgia del vasto, ricongiungimento con se stesso, fine dell’individuo mutilato»[15].

Un’aurora boreale appena accennata illumina il cielo. E’ meno maestosa ma è diffusa, tuttavia non si accende come la scorsa notte, rimane incolore. Ombre, soffi nel cielo.

IL BIVACCO DEL CACCIATORE E LA VALLE DELLE AQUILE

Il costante suono degli iceberg e del mare accompagnano il mio risveglio. Un altro giorno di sole che osservo dagli scogli.

Sono entrato nella fase in cui tutto ciò che vedo è entrato nella mia quotidianità; nutro i miei sensi. Traggo beneficio da tutta la bellezza che si presenta al mio sguardo, vivo il presente, vivo questo dolce silenzio, questi immensi fiordi abitati solo da animali.

Diventare un’aurora boreale…

Il popolo inuit vive il momento, non si smarrisce nel passato o nel futuro, è il presente ciò che conta. E’ l’armonia con il mondo circostante, con la natura, l’obiettivo da raggiungere.

Amare la natura, temerla, rispettarla, accettandone il suo lato più gentile e quello più duro, spietato, senza volerla cambiare o dominare. Per gli inuit di tanti secoli fa ogni cosa aveva un’anima immortale, dalle foche, alle pietre, agli iceberg. Tutto vive, respira, comunica; bisogna ascoltare.

L’attaccamento alla terra per loro è oltremodo importante, e gli animali, così come i cacciatori, sono rispettati. La morte di un animale non è vissuta emotivamente, è vista semplicemente come un modo per donare all’uomo la sopravvivenza, così come l’uomo talvolta sacrifica se stesso e la propria vita nella caccia. E’ una regola spietata, dolorosa ma chiara e lineare.

Sebbene nell’epoca dell’incontro tra sangue inuit e danese, le armi e i modi di cacciare abbiano cambiato il rapporto con gli animali, esiste sempre un fortissimo rispetto per la natura, e il potere della terra, capace di sottrarre la vita quando e come vuole, non è mai sottovalutato.

I groenlandesi dei nostri giorni, frutto della fusione di due culture antitetiche, riescono a coniugare due mondi lontanissimi tra loro; riescono a cacciare di giorno e a navigare sul web la sera[16].

Viaggiando per mare in direzione di un’altra lingua del grande ghiacciaio, faccio tappa in una baia molto piccola e nascosta, dove si trova un bivacco per cacciatori. E’ una stanza di pochi metri quadrati interamente occupata da una tavola di legno che funge da letto; appesa al basso soffitto c’è una lanterna. Lungo mensole improvvisate e molto strette sono appoggiate delle candele per illuminare il rifugio di notte; dello zucchero in un contenitore e nient’altro. Questa dimora è così minimale e spartana, così mimetizzata nell’ambiente che la circonda, che ai miei occhi sembra parlare una lingua di altri tempi, quando la caccia era un duello bilanciato, alla pari, tra esseri umani e animali. Tuttavia, probabilmente, la mia è una visione romantica e illusoria.

Lascio la baia e a pochi chilometri di distanza tiro in secca il kayak in un anfratto stretto che sale verso la sommità di un’altura. Lo lego agli arbusti, una precauzione in caso di alta marea, frequente in questi luoghi. Dall’alto si apre una grande valle, un tempo dimora del ghiacciaio: una distesa di sabbia e pietre, tagliata da un torrente di acqua color bianco opaco. Il paesaggio è molto simile alla valle glaciale, dimora dei caribù e sede del grande lago, che vidi lo scorso anno. Un paesaggio severo che tuttavia mi emoziona, forse per i ricordi che rievoca; quella valle fu il mio ingresso in Groenlandia e questo luogo mi riporta indietro di un anno, richiama alla memoria sensazioni di stupore e di meraviglia. Mi fermo e lascio fluire le emozioni. Alzo lo sguardo e vedo un’aquila che vola nel cielo, gira in cerchio sopra di me; sento il suono acuto dei suoi piccoli in attesa di essere nutriti. Individuo il nido e rimango a osservare il volo maestoso di questo bellissimo animale. Che posto incantevole per vivere; solitaria e regale rimane in cielo, la saluto e procedo il cammino. Rivolgo gli occhi verso terra a caccia di pietre e soprattutto fossili, “animali” più facili da catturare. Mi perdo in questo mare di ghiaia, sassi, ciottoli, massi, in cerca di un tesoro nascosto. E’ un paesaggio lunare, ampio, dove predominano le tonalità di grigio. Seguo il torrente e lo percorro fino alla fonte, l’incantevole fronte glaciale.

E’ l’ennesimo scenario meraviglioso che mi ammalia; mi distendo su un grande blocco di pietra e rimango a osservare, quasi ipnotizzato, questo spettacolo della natura. Una lingua di ghiaccio, immobile, cristallizzata, chissà da quanti anni è li, e chissà quanti animali hanno bevuto dalle sue acque. Dopo oltre mezz’ora di contemplazione, lascio questo panorama quasi sazio, ripercorro la valle e ritorno al luogo dove ho lasciato il kayak. Prima di scendere nell’anfratto resto a guardare il mare, da questa prospettiva si vede tutta la baia e il colore dell’acqua è azzurro chiaro, quasi bianco; respiro una sensazione di candore e purezza.

Ritorno alla tenda navigando in queste acque che lentamente diventano di un meraviglioso color cobalto. Quasi giunto a destinazione lascio galleggiare il kayak vicino a un grande iceberg che racchiude in se ogni tonalità di azzurro, un oggetto prezioso e pericoloso. Osservo e fotografo tutti gli iceberg che vedo, quasi a farne indigestione. Poi non ne vedrò più.

E’ l’ennesima notte meravigliosamente stellata, ma le luci notturne non si concedono.

Mi sveglia il belare di due pecore che sono scese fino alla battigia. Mi alzo e le osservo, libere nel loro mondo. E’ un’altra bellissima giornata di sole. A differenza dello scorso anno in cui saltuariamente mi accoglieva la nebbia del mattino, per poi diradarsi e dissolversi, quest’anno il cielo è costantemente pulito, limpido. La Groenlandia quest’anno mi ha ricevuto mostrandosi in tutta la sua severità, ma solo per pochi giorni. Ora mi sta regalando lunghi giorni di sole, quasi a volersi sdebitare per il duro saluto iniziale e per darmi l’opportunità di vivere nella sua totalità questa esperienza ininterrottamente all’aperto.

Oggi percorro un lungo tratto di mare, inizio a navigare verso le dieci di mattina e, dopo ventuno chilometri, alle due di pomeriggio mi fermo in un’insenatura, nell’isola di Tuttutooq. Il nome tuttup in groenlandese significa caribù, sarà un caso? O è una citazione voluta in onore di questo animale? Un pretesto per esprimergli stima e rispetto? Congetture personali senza alcun valore.

Il luogo è sede di un antico insediamento inuit, il villaggio di Inussuk. Le poche informazioni che trovo sul posto indicano che le sue rovine coprono un ampio arco temporale, dal 1350 al 1800, e consegnano a futura memoria uno spaccato di vita di questo popolo. E’ una testimonianza importante per conoscere l’evoluzione delle abitazioni inuit nei secoli.

Da questa isola si apre, da un’altra prospettiva, più ravvicinata, il panorama che pochi giorni fa mi aveva incantato: osservo anche oggi la distesa di iceberg, fiordi, isole, penisole, e in fondo la piccola città di Narsaq. E’ un luogo incantevole per stabilirsi, l’uomo di oggi e di allora sembra avere scelto questi posti per godere di una bellezza piena, maestosa; per respirarla, viverla; per sbocciare e dissolversi in essa.

NARSAQ

Solo nove chilometri mi separano da Narsaq; baratto l’ultima notte in tenda con una notte in più in una di quelle case colorate che si vedono anche da qui. Ho voglia di vivere il piccolo centro, di rivedere da vicino la vita del villaggio, il mercato del pesce. Tuttavia sono combattuto, so che questa decisione implica un graduale rientro alla civiltà, a un allontanamento da questo mondo che si è concesso per tanti giorni solo a me. Risalgo sul kayak e percorro l’ultimo tratto di mare. Rifletto sul fatto che ormai sono tutt’uno con questa piccola imbarcazione; mi ci sono affezionato, mi ha portato in luoghi che non avrei mai immaginato di poter raggiungere con la sola forza delle mie braccia. I dolori dei primi giorni sono un ricordo lontano, i muscoli si sono tonificati e gli ultimi chilometri li affronto senza fatica. Un copioso numero di iceberg sosta all’ingresso del villaggio; opalescenti guardiani che sembrano custodirlo e proteggerlo.

Raggiungo la spiaggia, tiro in secca il kayak e poi fin su, nel deposito. Un accenno di malinconia, subito allontanata dal bellissimo chiarore del tramonto che colora Narsaq e le sue case, le piccole caramelle di zucchero sparse sotto i due torreggianti rilievi. La città è illuminata dalla stessa luce dello scorso anno; è la seconda volta che arrivo in questo luogo, alla medesima ora con le lucenti tinte del crepuscolo.

Era un desiderio fortissimo tornare qui, ne respiro il senso di pace, tipico di questo e degli altri centri della Groenlandia. Che calma, che silenzio, che quiete in queste città.

Osservo uno spaccato crudo ma reale che mi si presenta mentre sistemo le attrezzature e il kayak nel deposito. Proprio nell’hangar adiacente viene sistemato il corpo senza vita di un caribù. I due cacciatori, di sangue danese, sono la testimonianza del nuovo mix di antico e moderno. Due occidentali perfettamente calati in questo luogo lontano, alla ricerca di un pezzo di mondo andato, estraneo al loro. Avranno trovato la loro pace interiore?

Raggiungo a piedi la verde dimora, passeggiando lungo una strada asfaltata: che strana sensazione dopo avere poggiato i piedi per dieci giorni sul morbido muschio, sulle grigie pietre delle valli glaciali e nei bagnasciuga delle tante spiagge dove ho montato la tenda.

Una lieve aurora boreale e un enorme silenzio.

Narsaq, più che Qassiarsuk, è considerata da alcuni storici il luogo dove Erik il Rosso si insediò e dove fondò l’accampamento di Brattahlíđ[17].

Quanti esseri umani si sono avvicendati in queste zone, è impossibile non considerarle ospitali e accoglienti, oltre che meravigliose, almeno in questa stagione dell’anno. Non riesco a immaginare come la città possa cambiare durante l’inverno. Certo sarà un luogo più desolato e aspro; ma ora è un incanto.

Il silenzio che si percepisce passeggiando per la città è lo specchio dei suoi abitanti.

E’ difficile trovare in Groenlandia persone che amino conversare o che siano loquaci. Ricordo la cena proprio qui, a Narsaq, a casa di una famiglia inuit; ricordo il grande silenzio che tuttavia esprimeva piena ospitalità. La mancanza di slancio nel comunicare avviene nella vita quotidiana, così come nei momenti ufficiali di incontro, nelle occasioni di festa. Gli europei sembrano non apprezzare questo atteggiamento, lo scambiano per timidezza, scortesia o rigidità. Gli inuit, all’opposto, considerano gli europei, rumorosi, chiassosi, verbosi.

Queste persone amano riunirsi ma non necessariamente per conversare, è il solo atto di incontrarsi che infonde calore. Gli amici si salutano e poi si siedono vicini, amichevolmente in silenzio[18].

Tutte le persone che incontro mi salutano e mi sorridono, li trovo ospitali, provo la stessa sensazione dell’anno scorso. Mi sento accolto, anche se so che è un saluto rivolto a un turista. Il mio è uno sguardo fugace e generico, non realistico, obiettivo e attendibile di chi, dall’esterno, cerca di fondersi nella comunità.

Passeggio per le vie della città. Tutto è misurato, sembra esserci solo ciò che realmente serve per vivere e ogni tanto qualche concessione al superfluo, un computer di valore o una televisione al plasma. Oggetti che per lo più servono per trascorrere i lunghi inverni polari.

Osservo un gruppo di anziani che fa capannello nel chiosco accostato alla bottega del pesce. Sono cinque, sei persone che attendono in silenzio l’arrivo di qualche acquirente. Vendono mirtilli e baccalà, e passano la mattina seduti su panche e sedie di legno. Si fanno compagnia con poche parole e con molti sguardi. Le loro facce sono piene di rughe, segnate da una vita senz’altro faticosa. Ciò nonostante, quando li osservo i loro occhi comunicano sicurezza e tranquillità. Assaporo dopo pranzato, nella sobria casa verde, i loro gustosi mirtilli freschi.

Narsaq questa volta mi consegna i loro occhi e i loro volti; mi resterà il ricordo di queste persone, tranquille e silenziose, quasi impercettibili, in attesa di sfiorire nel loro splendido fiordo.

Come lo scorso anno, saluto Narsaq offuscata dalla nebbia; è calato il buio biancore del primo giorno.

Il viaggio è davvero insolito, si procede a tutta velocità in uno spazio adimensionale, senza contorni, senza orizzonte; solo isolati iceberg dispersi nel mare il cui chiarore, fortunatamente, emerge su quello della nebbia. E’ un paesaggio fantasma, surreale. Non si vede niente, sento solo un gran freddo.

Giunto a Narsarsuaq la nebbia si dissolve e ricompare il consueto cielo azzurro e soleggiato.

I miei occhi osservano distratti il paesaggio, intenti a fissare, in aeroporto, il tabellone delle partenze. Un altro ritardo, l’aereo partirà? Immaqa, traducibile in forse si, forse no; vige l’indeterminatezza tipicamente groenlandese. Uno sguardo veloce di tanto in tanto all’immensità là fuori mi ridona serenità.

E un’altra notte inaspettata a Narsarsuaq.

Parto con un giorno di ritardo. L’aereo decolla e finalmente posso osservare dall’alto lo spettacolo che un anno fa mi lasciò senza fiato. Dimentico il tentativo di atterraggio di quest’anno nella fitta coltre di nebbia e lascio vagare lo sguardo tra le montagne ricoperte di neve e le distese di ghiaccio che diventano infinite verso l’orizzonte.

Ai miei occhi, abituati al senso di grandiosità e di spazio di quella terra ormai lontana, Christiania, una delle mete più visitate di Copenhagen, sembra una prigione. Le persone che vi abitano mi sembrano schiave di un mondo che non esiste, fittizio e insapore. Non giudico la motivazione che ha dato origine a questo quartiere, o allo stile di vita. Tuttavia è inevitabile, con gli occhi di adesso, carichi di vastità e di armonia, vedere qui semplicemente l’assenza di vita.

RIENTRO

Rientrato a casa sogno più volte di essere ancora in Groenlandia, di navigare tra le fredde acque del mare con il kayak; sogni vividi, reali; sono ancora lì.

Questo percorso di vita appena iniziato, tanto desiderato e cominciato con il primo viaggio in Groenlandia, mi avrebbe aiutato a mantenere un equilibrio interiore in una fase infelice della mia vita. Era tuttavia destinato a rimanere un percorso incompiuto, o più precisamente sospeso. O forse semplicemente destinato a mutare.

Il mio desiderio di capire e di conoscere si sarebbe tramutato in urgenza di afferrare il senso della vita, in una incalzante e improrogabile necessità di trovare risposte. Questi nuovi bisogni mi hanno portato a seguire un’altra strada, un altro percorso, che tuttavia forse è lo stesso, anche se ora mi sembra interrotto. Forse perché non so riconoscerlo, o non lo immaginavo così.

 

3.

SOSPENSIONE

Ghiaccio nell’anima, bruciante, silenzio eterno

L’ULTIMO VIAGGIO

Ciò che segue è uno spaccato di vita, è un viaggio faticoso e realistico nelle profondità dell’animo umano.

Sono considerazioni sulla vita e sulla morte che entrano nell’essenza di ciò che siamo.

Narrano dell’inesorabile precipitare in un silenzio senza principio né fine.

FASE INIZIALE

Associare a mia madre il termine malattia, la parola ospedale, mi pareva inverosimile.

Dei cinque periodi trascorsi in ospedale nel corso di questi ultimi mesi, a cominciare dal 3 settembre 2012, al rientro dal mio viaggio in Groenlandia, i primi tre sono serviti per conoscere gradualmente una realtà nuova e del tutto inaspettata; per prepararmi a ciò che sarebbe avvenuto dopo.

Tutto ebbe inizio nell’Unità di Terapia Intensiva, un luogo ineccepibile dal punto di vista medico, ma soffocante e opprimente; soffrivo all’idea di sapere che mia madre fosse in quel posto. Una ventina di persone tutte nella stessa stanza. Non riusciva a dormire di notte per le urla insistenti e continue di uno dei degenti.

Fu questo il momento in cui le portai i diari dei miei viaggi in Groenlandia, un mio ingenuo e affettuoso tentativo di portare la sua mente fuori da quei luoghi.

Ogni ricovero è stato una sofferenza per lei, ma affrontava tutto con vigore e coraggio per tornare rapidamente tra le mura domestiche.

«Non penso mai al peggio» disse col suo sorriso.

Passati dieci giorni, il 12 settembre tutto era finito. Un po’ di convalescenza, di pastiglie e di iniezioni, ma la vita sembrava tornata alla normalità.

Gradualmente invece ha cominciato a sentirsi debole e io ho cominciato a non riconoscerla più; sensazione che lei aveva di se stessa.

Ospedale, esami, visite mediche.

Si cercava la causa del suo malessere.

Versamento pleurico, policitemia tramutatasi in mielofibrosi in fase iniziale.

La situazione si era fatta complessa.

Di sera dopo cena avevo preso l’abitudine di mettere sul fuoco un po’ di castagne. Il profumo e l’atto di cucinarle mi rassicurava; vedevo che anche mia madre e mio padre gradivano questo piccolo rito serale. Infondeva calore e distendeva.

Superata l’operazione del 3 dicembre si ipotizzava di trascorrere come ogni anno le vacanze di Natale in montagna. Pensavo che se mia madre si fosse allontanata dagli ospedali avrebbe ritrovato serenità e si sarebbe ripresa.

A gennaio ci sarebbe stata la visita dall’endocrinologo e la vita sarebbe continuata.

Ma il secondo male silenziosamente aveva cominciato ad agire, già da tempo.

Il ricovero d’urgenza avvenuto durante le vacanze natalizie aveva cominciato a destare preoccupazione. E l’intero periodo passato in ospedale, culminato con l’operazione del 27 dicembre, ha fatto presagire la potenziale gravità della situazione.

La sera del 26 dicembre i nostri sguardi si sono detti «ci rivedremo? »

E il 27 sera, nonostante i mille tubi, le flebo, il luogo in cui si trovava, gli occhi li aveva aperti e la gioia era immensa; «vorrei uno spumante» disse; per brindare alla vita, aggiungo io.

RITORNO A CASA

Il 6 gennaio, quando siamo tornati a casa dopo il lungo periodo di ospedale, abbiamo appoggiato la valigia, ci siamo seduti sul divano e abbiamo tirato un lungo sospiro di sollievo. «Finalmente a casa. E qui ora ci restiamo».

Il primo periodo è stato tranquillo, vedevo che mia madre riprendeva le forze, stava tornando ad essere lei.

Ma questa fase è durata pochissimo.

Nuovamente sono tornate debolezza e fatica a mangiare; la vedevo sempre più assente, sempre più stanca. Ha cominciato a cenare in salotto, non riusciva più a venire in cucina, non ne aveva le forze. E mio padre la aiutava a mangiare. A fatica si recava in bagno e poi si metteva a letto.

La sera del 24 gennaio. Negli occhi di mio padre ho visto paura e sconforto. La abbracciava e la stringeva a se sul divano, e lei era spenta, senza forze, addormentata.

Era necessario tornare in ospedale e recuperare le forze prima di affrontare la terapia.

OSPEDALE

Ho fissa l’immagine di mia madre che ascolta il medico in occasione del suo nuovo ricovero avvenuto il 26 gennaio.

Vedo ancora il suo sguardo stanco, le guance scavate, la difficoltà a pronunciare parola, a camminare. Le mani appoggiate sul tavolo intenta ad ascoltare il medico.

E’ stato doloroso per chi le stava vicino vederla così, ma probabilmente lei è stata forte come sempre, anche in questa fase di grande debolezza fisica.

E’ necessario il ricovero e mia madre accetta.

Percorriamo il lungo corridoio e osservo ogni singola stanza. Sofferenza e malattia ovunque. E’ una fitta al cuore. Raggiungiamo la stanza. Mia madre si siede sul letto e si prepara per questo nuovo viaggio.

La osservo, osservo le vicine di stanza, rifletto sui volti che ho visto lungo il corridoio e penso che mia madre non centri assolutamente niente in questo contesto. E’ giovane e giovanile.

Mi chiedo «cosa ci fa mia madre in mezzo a tanti anziani malati? ».

Quattro persone nella camera. E lei, solo lei era destinata ad andarsene. Sensazione di soffocamento.

«I figli non dovrebbero mai vedere le proprie mamme morire» sento dire da una vicina di letto di mia madre. Che frase spaventosa.

Quando sono seduto sul suo letto d’ospedale la vedo ragazza, la immagino com’era quando io ancora non la conoscevo.

La vedo quando mi teneva per mano e mi accompagnava a scuola. Una bellissima donna con un sorriso che dava gioia quando la guardavi. Ti dava serenità e calore, ed era tutto ciò che ti serviva per sentirti sicuro e protetto. Potevi camminare in prossimità di un dirupo in alta montagna, su una fune sospesa nel vuoto; ma con lei al tuo fianco passava ogni paura.

Fuori, mentre cammino per le strade della mia città, per andarle a comprare il frappè di frutta, osservo le persone. Quanti esseri umani, indaffarati, irrequieti, passeggiano per le vie del centro in cerca di quiete, di svago; sembrano fuggire consapevolmente dalla loro sorte. Nessuno viene risparmiato, ma nessuno vuole pensarci.

Osservo le mamme con i loro cuccioli, mano nella mano. Quanto vorrei tornare piccolo come loro e ritrovare rifugio tra le mani di mia madre. Sono adulto e non mi è più concesso chiedere, devo sopportare ogni forma di dolore con le mie sole forze.

Solo cibi liquidi, mia madre non riesce più a mangiare nulla di solido, e anche un bicchiere d’acqua lo beve con grande fatica. La osservo con occhi carichi di serenità, le sorrido e mi siedo accanto a lei. Ma dentro di me sento dolore, mi sento morire, vorrei toglierle quel male con le mie mani, lo prenderei io, non vorrei più vederla soffrire.

«Fu in quel periodo che ho misurato l’impossibilità per le carni di comunicare. Nella migliore delle ipotesi, solo le anime si sfiorano, perché la regola è il solipsismo. Nessuno è mai riuscito a sopprimere un grammo della sofferenza di un altro caricandosi del suo dolore: con questo cattivo calcolo si arriva solo a macerarsi, ad aggiungere negativo al negativo».[19]

Il frappè lo compro ogni giorno prima di andare in ospedale.

L’ho comprato per quasi due settimane. Poi ho smesso. Non riusciva più a berlo.

Idratazione e nutrimento sono cessati, solo flebo, quelle sacche bianche e tutti quei tubi; e le vene fragili.

Ho l’immagine delle calze bianche contenitive per impedire il formarsi di nuovi trombi; queste due gambe bianche, mi suscitavano tenerezza, delicatezza, e un po’ di tristezza.

«Lavati i denti qui a letto, se non ti va di alzarti» le ho detto con dolcezza una sera quando era ancora in ospedale. Mio padre le ha preso un bicchiere e le ha portato lo spazzolino e il dentifricio. Da lì in avanti non si è più alzata. Ero avvilito e scoraggiato quella sera, ma l’ho salutata con tenerezza baciandola sulla fronte. «Va tutto bene» le comunicavo con lo sguardo e con i gesti.

Ricordo che il giorno dopo il suo ricovero in ospedale disse sorridendo «pensa che non vogliono farmi camminare! solo perché sono entrata in sedia a rotelle». Lo disse mentre faceva esercizi per rinforzare i muscoli delle gambe, in uno degli ultimi momenti di piena lucidità. Che bello che è stato vederla così, era di nuovo lei; ma è durato così poco.

CINQUE MESI

Cinque lunghi mesi in cui sono stato obbligato a lasciare la via maestra per scendere in uno scuro e profondo pertugio. I primi giorni di settembre, proprio dopo il mio rientro dall’esperienza vissuta in Groenlandia, ho aperto la botola e piano piano ho cominciato a scendere. All’inizio c’era luce, ero ancora in prossimità della superficie. Spesso risalivo per tranquillizzarmi, per ritrovare le mie abitudini, la mia quotidianità.

Con l’arrivo di dicembre la botola non si poteva più aprire. Dovevo trovare una nuova uscita e non potevo fare altro che cercarla inabissandomi nell’oscurità; un abisso privo di luce e di calore.

Le notizie sulla malattia di mia madre hanno cominciato ad essere allarmanti. La speranza cancella la ragione, è come credere alle favole. Per un po’ fa bene, distende e rassicura, ma è una fase passeggera che viene spazzata via con violenza inaudita. La realtà si presenta come una bestia feroce, ti assale e ti morde con rabbia; e non ti lascia finché non ti ha ferito. Sanguini, sei stordito, solo, vinto.

Cerchi di rialzarti ma non riesci, non hai più forza, le gambe non reggono, sei debole; rinunci e rimani dove sei, in balia di potenziali nuovi attacchi, inerme.

Non ti rimane che urlare, gridare, ma da solo non serve, hai bisogno di qualcuno, di altri esseri umani verso i quali comunicare il tuo dolore. Siamo esseri così fragili.

POSITIVO

Quando mio padre mi ha chiamato per dirmi che l’esito dell’esame era positivo ho pianto. Ma ho continuato a sperare. E’ l’unica cura per lenire il dolore. Ma non risolve il problema.

Dentro di me sapevo ma non volevo sentire, la realtà era terrificante.

La notizia fatale non ha tardato ad arrivare e ha scaraventato via ogni illusione.

Scriverlo mi procura dolore.

E’ stato un viaggio nuovo che non conoscevo. Di tanto in tanto mi pervadeva un senso di serenità e tranquillità, venato di tristezza; è lì che tutti dobbiamo andare, è la nostra natura.

Si vede la vita sotto un altro punto di vista, molto meno materiale.

Ma le ombre oscurano inesorabilmente la vista, senza preavviso, ed è come essere in balia di uno tsunami, vieni scaraventato con violenza in ogni dove, senza meta, senza sapere dove sei, affondi e riemergi, affondi e riemergi.

I pensieri carichi di serenità e saggezza li ho cercati ogni giorno, ma dovevo andarli a recuperare, con fatica, tendevano a sfuggire. Nell’ultimo periodo li ho smarriti, non li trovavo più.

Lunedì 11 febbraio è scesa la neve, si è sciolta lentamente nel corso della settimana, giorno dopo giorno, portandosi via mia madre.

Mi rimarrà sempre la sensazione di impotenza, di non sapere mai cosa ha provato mia madre, abbiamo fatto tutto quello che potevamo? Abbiamo fatto le cose giuste?

Sabato mio fratello le ha fatto sentire la sua presenza, e la nostra; lei ha aperto un po’ gli occhi. Ci siamo incontrati con lo sguardo per l’ultima volta.

Poi le ho tenuto la mano, l’unico contatto rimasto. Le sue mani erano calde ma senza presa.

Domenica i suoi occhi erano chiusi, respirava male, il suo corpo cercava e chiedeva ossigeno.

MARMORIZZATA, COME DICE MIO PADRE

Che immagine, forse non ho fatto bene a posare il mio sguardo sulla sua salma.

Lei non era più lì, lo percepivo, era un bellissimo contenitore, ma vuoto. Era fredda e non si muoveva più, non respirava, era bianca. Dov’era Lucia? Non poteva essere lei, eppure era davanti a me, in quella stanza profumata; fuori era buio, era notte, c’era silenzio.

Ho sentito quel Silenzio.

ll Silenzio eterno.

Oggi, venerdì 22 febbraio, è stata cremata. L’idea che non ci sia più fisicamente in questo mondo è terribile, mi rattrista in modo totale, è un dolore immenso.

Lucia non c’è più, il suo corpo non c’è più.

I suoi sorrisi. Mi sentivo al sicuro prima, anche se l’ombra della morte era sempre più vicina, il tempo da vivere si faceva breve, si assottigliava sempre di più; ma eravamo una famiglia. lo siamo ancora ma lei non è più. Ora è esistita.

GLI ODORI

Di settimana in settimana gli odori e i profumi hanno rapito la mia attenzione, hanno segnato i diversi passaggi, gli spostamenti da un reparto all’altro, fino all’hospice.

Odore di malattia, di secrezioni corporali, di cibo; l’odore del cibo era intenso, forte, sempre presente. Mi ero affezionato a tutte queste esalazioni, segnavano la mia quotidianità, mi facevano sentire a casa, protetto. A modo loro simboleggiavano la vita, odori nuovi, non consueti, ma reali, di un luogo in cui mia madre era ancora viva, era in cura, e questo mi rassicurava.

L’odore dell’hospice invece era profumo, copriva tutto, dava l’idea della pulizia, del candore, taceva la paura e l’apprensione, confortava.

Ma copriva e palesava insieme una realtà crudele.

L’AFFETTO DELLE PERSONE

Quanta umanità si percepisce nei gesti e negli sguardi delle persone che si trovano al cospetto di un malato. Traspare amore dalle persone, nella sua forma più pura.

Entrano le infermiere e si deve uscire dalla stanza. Le espressioni di amarezza e dispiacere nei corridoi in attesa di rientrare.

L’illusoria speranza dentro quella stanza, e la certezza della fine fuori, in corridoio.

E il dolore nel dover riunire questi due mondi opposti quando escono le infermiere e si rientra nella stanza. L’amore vero e un immenso senso di protezione collegano i due mondi, quello di mia madre, l’illusione, e il nostro, la realtà. Non c’è altro modo per unirli. Non è ingannare e tradire; è proteggere e difendere. E’ amare.

Sabato 9 febbraio. Sono seduto vicino al suo letto, lei riposa, scosta il lenzuolo e senza proferire parola mi offre la sua mano. La stringo stretta alla mia, un gesto che mi ha aperto il cuore, una tempesta di emozioni, dolcezza, tristezza, paura, affetto, tenerezza; e semplicemente amore puro e profondo. Solo tempo e silenzio, assenza di spazio.

L’HOSPICE

Lunedì 11 febbraio ho ricevuto la chiamata dall’ospedale, ci informavano che la stanza dell’hospice era libera e che il trasferimento sarebbe avvenuto il giorno dopo.

Ho preso la macchina e sono andato a vedere la struttura. Ho parcheggiato e l’unico pensiero che avevo era «questo è il luogo dove mia madre morirà». Ho pianto a lungo.

Gli esseri umani riescono a sopravvivere a pensieri simili. Non so come possa avvenire, ma si rimane in vita; si accetta tutto.

Pur sapendo dov’ero e dove si trovava mia madre, rimaneva sempre un po’ di speranza. «Magari ritorniamo davvero a casa». Un pensiero impercettibile, così ingenuo che veniva subito soffocato e travolto da ondate di acque gelide e profonde.

Non siamo mai pronti di fronte a prove così difficili, di fronte alla morte.

Penso che non lo siamo perché viviamo in un mondo in cui viene celebrata unicamente la vita, la giovinezza, la salute.

La malattia, la sofferenza e la morte sembrano non far parte della quotidianità; vengono celate, nascoste, occultate. Non ci vengono fatte vedere, non le tocchiamo con mano, sono chiuse tra le mura degli ospedali, lontane dai nostri occhi. Viviamo in un mondo artificiale, conosciamo poco il mondo reale.

Chi ci prepara a vivere questi momenti? Siamo impreparati e quasi sorpresi quando ciò avviene.

Eppure è un processo naturale, semplice e insito nella nostra natura.

La tristezza del distacco, il saluto che sancisce la conclusione definitiva di un’unione esclusiva tra persone che si amano, genitori, figli, mariti, mogli, parenti, amici.

Ma perché non istruire l’essere umano ad affrontare questi momenti? Perché confonderlo? La morte fa parte della vita, e in quanto tale la vita va vissuta ma anche capita, è necessario essere coscienti di tutti i suoi aspetti. E invece quanta apparenza e artificiosità connota la vita di ogni giorno. La riempiamo essenzialmente di vuoto. E’ un carnevale perpetuato all’infinito. Maschere e finzione.

E così la volontà di intraprendere un percorso che porti alla consapevolezza di ciò che siamo e del nostro destino è demandata al singolo individuo; deve arrivarci da solo, deve smettere di ascoltare e guardare ciò che lo circonda. Deve uscire dalla strada in cui si trova e seguirne altre.

Ho sempre nutrito la mia curiosità e la mia voglia di sapere e conoscere. Desidero avere sempre maggiore coscienza di me stesso, delle mie capacità e dei miei limiti. Voglio seguire la mia strada, e percorrerla fino in fondo. E quando sarà il mio momento voglio arrivarci col sorriso, consapevole, maturo, pronto.

CONFORTO

Trovo conforto, seppur con tanto dolore, sapendo che, nonostante tutto, mia madre ha sofferto poco rispetto ai patimenti che avrebbe dovuto sopportare, inevitabili se fosse ancora qui. Le sue malattie l’avrebbero trasformata, forse le avrebbero tolto il sorriso, che fino a quando ha potuto, fino agli ultimi giorni, ci ha sempre regalato. Il dolore intenso e violento le è stato risparmiato. Così come anni di vita in più, segnati dalla malattia e molto probabilmente dal tormento. Non sarebbe più stata lei, e non avrebbe più vissuto la vita che conosceva.

L’inesorabile accelerazione della malattia ha fatto sì che la sua ultima permanenza in ospedale fosse breve.

L’unico dolore che non saprò mai se ha provato, è quello del distacco da tutti noi. Ma questo purtroppo è insito nella morte.

E’ come se al momento della nascita avesse firmato un contratto che conteneva queste frasi: «non appena si presenterà un male destinato a farmi soffrire, fatemi subito uscire di scena, evitatemi la sofferenza. E fatemi vivere una vita piena fino all’ultimo; risparmiatemi i tormenti che la vecchiaia può procurare».

Il giorno del funerale ho percepito l’affetto di chi era presente, mia madre ha lasciato un segno indelebile, ha toccato il cuore di tante persone con la sua solarità, il suo sorriso sincero e la sua lievità.

A conti fatti ha insegnato a tutti che la vita va vissuta serenamente e nella sua totalità, godendo di tutto ciò che ti viene offerto e regalato. Lievità in questo senso, saper amare la vita, ogni giorno, ogni minuto, sempre.

Ha trasmesso ciò a chi le stava vicino.

Si cerca continuamente un significato in questa vita, un progetto da compiere.

Oggi più che mai sono convinto che mia madre aveva percorso la strada giusta, e non ha affatto faticato a trovarla, perché non l’ha cercata, si è presentata. Il suo modo di essere l’ha portata nella direzione giusta. Ed era lei stessa il suo progetto da compiere. Donare se stessa e la sua bellezza d’animo agli altri.

Se io mi cruccio perché ho dubbi, incertezze, difficoltà a capire dove andare, cosa fare, come vivere, ora ingenuamente penso «bastava osservarla», avevo le risposte a casa. Non che non l’abbia mai fatto, ma oggi ho la certezza che dovrò solo seguire il suo esempio.

Il suo modo di vivere e quello di mio padre sono l’esempio giusto da seguire.

Benché abbia trovato conforto nel fatto che per lei sia stato un bene salutarci, egoisticamente oggi desidererei così tanto rivedere uno dei sui sorrisi.

DOPO

Quando vado in ufficio e quando torno a casa passo davanti all’ospedale, mi fermo ogni volta a osservarlo, a guardare le finestre dei diversi reparti dove è stata ricoverata mia madre.

E’ insistente il pensiero che non ci sia più.

Due settimane fa potevo vedere i suoi sorrisi, ora non c’è che un mucchio di cenere. E’ angosciante questo pensiero. Sembra irreale, impossibile, inconcepibile, inverosimile, eppure questa è la realtà. Non riesco a trovare un significato, un senso.

La vita continua, nuove esperienze, sorrisi, momenti di tristezza, viaggi, persone nuove, festività, tutto senza mia madre.

E lei non potrà più godere della vita, fare un sorriso, brindare, divertirsi e gioire della vita con noi.

Non la sentirò più parlare, non vedrò più i suoi gesti, le sue espressioni.

Ho ferme nella memoria le sue ultime espressioni del volto.

Mi manca il suo amore, il senso di protezione che mi dava.

Una carezza, le ho scostato un capello dagli occhi, un gesto affettuoso e l’ultimo saluto. Le sue dita ferme, appoggiate sul ventre.

Quel corpo immobile, privo di vita, senza respiro, senza colore.

Cenere.

Come riconoscerò mia madre?

Oggi, a due settimane dalla sua morte, comincio a vedere con più chiarezza il percorso che ho affrontato.

Un’immagine e un momento preciso hanno preso spazio più di altri. La mattina del trasferimento dall’ospedale all’hospice mi sono alzato presto e alle otto e trenta sono entrato nella sua stanza. Dormiva e non ci siamo salutati. Mi sono seduto e ho cominciato a leggere. C’eravamo solo lei ed io. Un’infermiera è entrata e l’ha svegliata per ricordarle che doveva ancora fare colazione. Mia madre ha aperto gli occhi ma non ha avvertito subito la mia presenza, ci siamo salutati senza salutarci, ci siamo riconosciuti senza riconoscerci. Ho percepito un cambiamento netto rispetto al giorno prima. Forse causato dal timore del trasferimento, dai dubbi sulla nuova struttura che l’avrebbe accolta, da una notte di pensieri e agitazione. Ho percepito una sensazione di smarrimento nei suoi occhi. E una debolezza sempre più accentuata. Nonostante l’enorme difficoltà a deglutire, la vedo mentre cerca di ingerire una pastiglia di grandi dimensioni. Mia madre, che doveva tagliare a metà anche le medicine più piccole. Il suo tallone di Achille. L’ombra delle sedici o trentadue pastiglie al giorno le avevano fatto venire fuori tutta la sua forza, la sua tenacia. Lotta per la sopravvivenza.

A me sembrava una tortura. «Non si può fare a meno di questa pastiglia oggi?» ho chiesto, quasi implorato, all’infermiera. Ma mia madre aveva già faticosamente mandato giù tutto, «ho fatto» ha detto. E poi ha richiuso gli occhi. Mi sono calmato e ho ripreso a leggere.

La rivedo costantemente nei miei pensieri mentre, un’ora dopo, la sistemano sulla barella per il trasferimento in ambulanza. Vedo le sue braccia che si tengono con forza sul gancio posto sopra il letto, la fatica per sorreggersi, per spostarsi sulla barella.

Quanta tristezza mi aveva comunicato questa situazione, leggevo l’inesauribile resistenza di mia madre in quelle due braccia magre e senza più muscoli. E vedevo la stanchezza, il deperimento, il rapido declino del suo fisico.

Una lotta impari, sola e indifesa contro un destino già scritto, un processo irreversibile. La tristezza che ho provato e che provo quando rivedo queste immagini è manifestazione di impotenza, di impossibilità di fare alcunché per soccorrerla, per aiutarla. Potevo solo osservare, vederla in difficoltà, vederla combattere inutilmente, essere cosciente della fine; ma non potevo fare assolutamente nulla. Se non cercare di trasmetterle serenità dissimulando il mio assoluto sconforto.

Vedo il suo corpo che chiede ossigeno, una macchina biologica fatta di cuore e polmoni. Il cuore batte forte e il respiro è sempre più lento. Gli occhi socchiusi, la bocca aperta in cerca di aria. Come si fa a sopportare un’immagine così dolorosa? Eppure mi consolava la sua muta vicinanza, non sapevo dove cercarla, dove trovarla, ma la sua presenza mi bastava. Anche se non rispondeva più. Starle vicino e tenerle la mano mi faceva stare bene. Una forma di comunicazione viscerale che viene da lontano, innata. Un gesto carico del suo stesso sangue, un gesto che faceva emergere sensazioni nascoste nelle pieghe dell’anima, della carne, del mio io, del nostro io.

Comincio ad essere cosciente del fatto che sono appena all’inizio di una nuova stagione, il mio dialogo con la morte è appena iniziato. E’ un dialogo fino ad oggi solo immaginato, mai vissuto, mai sentito. Ora è in me, profondamente dentro di me; è un linguaggio nuovo, severo, aspro, doloroso. E’ un dialogo che quando comincia non cessa più, ed è ininterrotto. Vorrei spegnerlo ma non ci riesco. E’ insistente, continuo.

DOPO UN MESE

Finalmente ho sognato mia madre. Forse l’avrò sognata altre volte prima di oggi ma non ho ricordi.

Ci siamo solo lei ed io, è un breve dialogo quello che ci riunisce dopo un mese di silenzio.

Il suo volto è sano e bello, e lei è energica e vigorosa com’è sempre stata. Con il suo modo di fare autentico e naturale mi dice di sentirsi indebolita e debilitata. Io la guardo e le rispondo che non è affatto vero, le dico che la vedo in ottima salute, il suo volto esprime benessere e vigore; è un’altra persona rispetto a quando era malata. Sembra anche più giovane.

Non ricordo altro. E’ un attimo, è un frammento di vita, un granello quasi invisibile, impercettibile; eppure si è piantato nella mia memoria, ho perso l’immagine, ma è rimasta la sensazione.

E’ con mia madre che ho parlato, l’ho rivista, si è mostrata, è tornata.

Ho la sensazione di avere perso l’amore, la dolcezza, il calore, la bontà, la serenità, il sorriso; bruciati insieme al suo corpo.

Si è stampato nella mente il suo ultimo saluto pieno, vivo, un istante che risale ai primi giorni di gennaio. Quel giorno stava bene, era in forma. Era sera e avevo comprato un po’ di castagne da mangiare dopo cena. Ero andato a casa dei miei genitori, mio padre mi aveva aperto la porta e mia madre mi aveva salutato dal soggiorno. Il gesto della sua mano, quel saluto cordiale, quel movimento delle dita abbinato al suo sorriso. E’ un immagine luminosa, piena di calore, radiosa, felice.

A casa vedo i suoi oggetti, i suoi vestiti, appartengono a una dimensione temporale che sembra così distante e allo stesso tempo vicina. Non riesco a scrivere il termine “passato”, è riduttivo e inadeguato. Una storia chiusa, un momento andato che non si può più assaporare, vivere; un ricordo. E’ anche questo, ma non solo. Fosse solo questo sarebbe così riduttivo e triste. C’è di più, è come se il ricordo respirasse, fosse vivo, avesse un cuore. E’ un ricordo che emerge, si stacca dagli altri; esprime mestizia e sollievo, con forza, con decisione. E’ dentro di me e lo custodisco con amore.

Nelle prime settimane, dopo la sua morte, le immagini e i pensieri erano misti e complessi.

Dolore. Dolore dovuto alla sua mancanza, all’idea che potesse aver sofferto. Nell’hospice mia madre veniva premurosamente lavata ogni mattina, la alzavano dal letto e la portavano in bagno. Erano gli unici istanti in cui mia madre usciva dallo stato di obnubilazione, quanto tornava lucida? Tornava lucida? E’ stato in quei momenti che ha intuito e capito cosa stava succedendo? Questo pensiero mi tormenta ed è insistente l’immagine di lei in quella stanza, seduta, circondata da persone sconosciute che la lavano, debole, inerme, quali erano i suoi pensieri?

Malattia. Il pensiero della malattia è tutt’uno con l’idea che oggi ho di mia madre. Penso a lei e la vedo nelle stanze di ospedale; vorrei uscire da quelle stanze, ricordarla altrove, in luoghi sereni, nei momenti più felici, ma ora non riesco.

Paura. Paura di ciò che è accaduto, paura di non sapere, di non capire, paura della sua morte.

Ricerca di conforto. Il conforto derivato dal suo non dover più soffrire.

E’ passato un mese, sento che è iniziata una fase nuova, avanza il senso, l’idea di vuoto; e questo vuoto altera la percezione che ho di quanto è accaduto. Il dolore è diverso, è meno acuto ma più diffuso, si è spinto dentro, si è nascosto e agisce in silenzio. La ricerca di conforto si è dissolta, svanita. E’ subentrato lo sconforto, poteva non succederle nulla, poteva non ammalarsi. Quando guardo vecchie foto che la ritraggono nel pieno della sua vita, serena, contenta, allegra, vedo un filo che lega tutte le parti della sua vita, fino all’ultimo triste episodio; la conclusione di una vita, spezzata e interrotta troppo presto. Questo era il suo destino.

Poteva non succederle nulla e continuare a vivere, a sorridere, a condividere i momenti di gioia con la sua famiglia. Ecco cosa penso adesso. Non mi dà più conforto pensare che è meglio andarsene piuttosto che continuare a vivere per soffrire, per lottare contro mali incurabili. Potevano non venirle, semplicemente.

Un sorriso, un momento di felicità, capitano, tornano, riemergono, ma in un contesto che non conosco, con cui devo familiarizzare. Una risata si tinge di più colori ora, c’è il giallo, il rosso, l’arancione, ma c’è anche il blu, il viola, il nero; sono ombre che circoscrivono i toni più caldi, che sono lì, immobili, suggeriscono un’idea, ricordano, riempiono smorzando.

Al bar, mentre mangiavo un toast e un tramezzino, oggi osservavo e ascoltavo dei ragazzi seduti al tavolo vicino; esprimevano un’allegria così pura, chiara, sincera, senza macchie, senza ombre. Viva, piena. Inventavano frasi e immagini per il papiro di laurea di un amico. Ricordo quei momenti, li condividevo con gli amici, e a casa, con i miei genitori.

In quell’istante, ascoltandoli, ho avuto la netta percezione che tutto ciò che vivrò, feste, gioie, traguardi, non li condividerò più con mia madre, non potrò più raccontarle dei miei viaggi, della mia musica. Potrò solo dedicarle ciò che farò, ma è così diverso; ogni momento felice sarà anche un po’ triste, una ricchezza nuova, una abbondanza, una densità di sensazioni che oggi mi confonde, non so più riconoscere la felicità senza l’infelicità.

Nel pomeriggio sono tornato a vedere il parco dell’hospice; volevo ritornarci con la neve, come lo vidi per la prima volta. Mi sembrava naturale andarci oggi dopo la nevicata di questa mattina.

Una parte della giornata dedicata alla vita, al lavoro, alle persone e a qualche sorriso, e forse a una risata. L’altra parte della giornata dedicata a me e a mia madre, al suo luogo, forse più mio in verità.

Tutto mi ricorda lei. Soprattutto le cose piccole che sembrano così normali, banali, prive di significato. Gli asparagi, che metteva sempre a tavola in questo periodo dell’anno. Le piccole uova colorate per addobbare i rami nei vasi, decorazioni pasquali sobrie, misurate, un modo femminile di esprimere il piacere di vivere questa ricorrenza in famiglia. Il ramo di ulivo, che andava a prendere alla Basilica del Santo, un luogo che amava; forse era lì che sentiva la vicinanza con sua madre.

La neve, mi ricorda le passeggiate che facevamo in montagna d’inverno; una creatura venuta al mondo a dicembre e spirata a febbraio, sotto la neve.

DUBBI E VUOTO

Quando rileggo questi pensieri e ritorno alla notte in cui mia madre è morta, la ferita si riapre con violenza e la testa sembra esplodere. 18 febbraio, ore 1:25, mia madre è morta. E’ morta. Ripeto dentro di me, è morta. Non accetto ciò che è avvenuto, non capisco, il dolore sgorga a fiotti dalla ferita, è insopportabile. E’ un chiodo piantato nel cervello, saldo e fermo, ben fissato, fa male e non riesco a toglierlo, è una mia appendice ora, non lo leverò mai più. Se lo lascio dov’è dimentico di averlo, se insisto a volerlo rimuovere la ferita sanguina e il dolore si fa intollerabile.

Quando metto insieme queste due semplici parole è morta è come se sbattessi violentemente la testa contro un muro e conficcassi in profondità il chiodo.

Devo conviverci.

E’ cambiato il mio modo di osservare il tempo che passa. Prima della morte di mia madre avvertivo gli anni che fluivano e la vecchiaia che trasformava il volto dei miei genitori.

L’inquietudine che provavo nell’osservare questa marcia incessante e implacabile era la manifestazione di una mia insicurezza, ero impaurito dall’idea del distacco definitivo dalle persone che amo, dai miei genitori innanzitutto.

Adesso l’inquietudine si è placata. Accetto il passare del tempo, non mi spaventa più. La rottura è avvenuta.

Percepisco invece con maggiore consapevolezza, e ora quasi con timore, lo spreco del tempo.

Il tempo che dobbiamo dedicare al nostro corpo, il nostro involucro, che chiede cibo, energia, riposo.

Ma soprattutto il tempo che destiniamo ad azioni sterili.

Provo frustrazione all’idea che nella maggior parte delle nostre azioni ci sia quasi sempre mancanza di consapevolezza.

Prevalgono i gesti meccanici e superficiali.

Come può avvenire una crescita interiore se siamo quotidianamente distratti da situazioni che non ci aiutano ad arricchirci e perfezionarci?

Nell’arco di una vita ciò che davvero conta occupa uno spazio irrisorio. Il resto sembra contorno.

Se potessi impiegare il tempo esclusivamente per la mia crescita come individuo in rapporto agli altri e a ciò che mi circonda; se potessi raggiungere la consapevolezza.

Cerco segnali ma non li trovo o non so ascoltare. Dove e come posso riconoscerli e riceverli? Ho la capacità di afferrarli?

Ho accettato ciò che doveva accadere, ho osservato impaurito e impotente, ho cercato di capire e ho trovato sommariamente risposte e consolazioni. Mi sono sistemato provvisoriamente sotto un riparo arrangiato al momento; ho trovato conforto e sollievo per un po’, pensando ingenuamente di averlo trovato per sempre. Il riparo tuttavia si è sciupato rapidamente, come doveva accadere; nel mio intimo sapevo che ciò sarebbe avvenuto. Svanito il riparo è sparito tutto, consolazione, accettazione. La realtà ora si è fatta chiara e nitida, ho la percezione che ciò che è avvenuto è assolutamente naturale, ma allo stesso tempo innaturale, impensabile, contrario a ogni logica. Non ne colgo il significato, non ne capisco il senso. Ho accettato che quella notte mi venisse detto «è morta», ma ora non capisco. Ho visto il corpo di mia madre senza vita, immobile.

Ho accettato perché ero spaventato, ero stato colto alla sprovvista, ero spaesato, disorientato, confuso. Ho osservato l’indebolimento del suo organismo, fino al suo arresto definitivo. L’ho osservato impotente, incredulo. Ma ora è diverso, mi rimane il vuoto, tra le mani non mi è rimasto più nulla, solo cenere.

Un evento di questa portata, così forte e destabilizzante, porta a confrontarsi con i propri limiti, con il proprio essere finito, mortale, ma in modo nuovo. Altera la percezione della mia realtà, il mio mondo, le mie certezze, la mia vita. Sento la fragilità degli esseri umani, la mia.

Il senso di immortalità, di invincibilità, che caratterizza ogni giovane età, viene annullato.

La caducità e la transitorietà sono il peso e il tormento che l’essere umano si porta sulle spalle da sempre. L’urgenza di esprimere questa voragine interiore e universale ha dato origine a un’infinità di opere d’arte.

In questi pochi giorni passati a Roma in occasione della Pasqua, ho osservato questi capolavori, come facevo all’epoca dell’università, quando li studiavo. E ho constatato che ora anche un’opera d’arte per i miei occhi ha un sapore nuovo. La osservo con più attenzione, ne colgo pienamente il sentimento che traspare, il dolore, la gioia che esprime. Quanta importanza viene data alla morte, lo percepisco più che in passato. L’arte racconta la bellezza, l’uomo e la sua mortalità, esalta la sua imperfezione, i suoi limiti; descrive la caducità.

Un tormento che si protrae da tempi immemori e che va avanti, finché esisteranno l’uomo e la vita.

Il significato della vita, ieri come oggi, viene cercato nel soprannaturale, nelle divinità.

Mi confronto con chi crede, cerco rifugio, risposte, un po’ alla cieca, a istinto. Mi sento una pecora, seguo istintivamente, senza riflettere, chi ha trovato la fede o la sta cercando; non so muovermi da solo, sono spaesato. Mi avvicino a questa moltitudine che cerca conforto in un aldilà, in un mondo migliore che l’uomo ha concesso a se stesso.

Provo a capire, ma la nostra natura finita mi spaventa, non riesco proprio a coglierne il significato. Siamo involucri, il nostro spirito si separerà dalla materia, ma nessuno sa provarlo. Come faccio a fidarmi e ad avere fiducia/fede?

Dov’è mia madre?

Ci vorrebbe uno sguardo dall’alto, esterno, distaccato, completo, pieno, assoluto, incondizionato.

Lo scrissi tornato dal mio primo viaggio in Groenlandia:

La mia visione antropocentrica confonde e oscura. E’ come vedere il mondo attraverso un caleidoscopio. Ho percezione di tutte le facce, di tutte le sfumature, tuttavia quando le metto insieme la realtà mi sembra falsata, per quanto affascinante. Non riesco a coglierla nella sua totalità, manca la visione d’insieme, vorrei avere uno sguardo assoluto, incondizionato, libero, pieno.

Torno sempre lì, a questa riflessione; è un’idea che non so chiarire, come faccio a uscire da questa gabbia?

SILENZIO ASSORDANTE

Ho trascorso le vacanze di Pasqua con mio padre e i miei parenti. L’assenza di mia madre era palpabile, ma la permanenza a Roma, scandita da spostamenti e visite, passata serenamente e in armonia, ha attenuato il senso di amarezza e di dispiacere.

Rientrato a casa, ho percepito un grande e incolmabile vuoto; si è presentato come se mi trovassi stretto e avvolto da folate di vento freddo. Dov’è mia madre? Non la vedo, non la sento.

Ho sentito un silenzio assordante.

E’ stato come raschiare e sfregare il corpo contro una parete ruvida e appuntita. Era dolore autentico, desolante, avvilente.

La sua perdita mi sta disorientando, stordendo. In questo momento, a oltre un mese di distanza, si è ripresentato il dolore acuto che ho conosciuto all’inizio. E’ un dolore tollerabile e insopportabile insieme. E’ penetrante, profondo, immenso. Oscuro, indecifrabile.

Mi calmo.

Il dolore torna a scendere in profondità e la ferita si richiude.

Cosa si sta manifestando dentro di me?

Questi frangenti mi spaventano, sono eruzioni che vengono dal mio cuore, da angoli che non vedo, che non conosco a fondo e che non controllo. Sensazioni e stati d’animo che mi porto appresso quotidianamente, di cui sono consapevole; mi sgomenta la forza e la potenza di cui sono fatti e con cui inaspettatamente si presentano.

Rivivo spesso il momento in cui la vidi senza vita. E’ un’immagine che mi procura sofferenza. Mi fa ricordare le sue ultime settimane di vita, quando non aveva più forze per combattere. Quando era debole.

Sento la sua mancanza in modo violento e intenso; la distanza, la separazione. Mi sento solo, disarmato.

E’ stato un lungo sogno fino a oggi, la morte, il funerale, la sua assenza, la cremazione, il certificato di morte. Come se nulla di tutto ciò appartenesse a mia madre.

Mi sto risvegliando dal lungo sonno e giorno dopo giorno ho sempre più coscienza della realtà, dura, brutale, dolorosa. Mi sottraggo a essa, cerco di evitarla, ma sono debole, incalza, mi sovrasta e pesa su di me.

La realtà mi schiaccia e vedo solo sofferenza, è tutto più grande di come dovrebbe essere. So che sarebbe necessario fermarmi e semplificare; fare in modo che questa sensazione si restringa, acquisisca le giuste misure. Siamo esseri così piccoli e fragili, come possiamo sopportare sofferenze così grandi?

Ho compreso che sto avvertendo ciò che molti definivano il grande vuoto. «Ti si presenterà in seguito, e sarà una sensazione spiacevole, proverai un dolore cocente».

E’ vero, e sperimentarlo su se stessi è sconfortante.

Quando vedo un essere umano, non penso al mistero che si cela dietro al senso della vita, vedo solo i suoi gesti semplici, percepisco le cose più piccole, quelle che possono sembrare insignificanti, innocue, anche grottesche, goffe, buffe, ma che alla fine spiegano e raccontano la nostra esistenza. Quanta vita si percepisce attorno a un tavolo imbandito la sera di Natale o di Capodanno; o durante un compleanno, un matrimonio, una ricorrenza. Si avvertono calore, sicurezza, eccitazione. Sono sensazioni positive e piacevoli, soprattutto tangibili.

La morte disorienta, spaventa; porta dolore, sofferenza. Attribuisce ai defunti un ruolo inatteso, inaspettato. Non ero preparato a questa metamorfosi. Improvvisamente la persona amata cambia; perde le sue caratteristiche di sempre e diventa indefinita, indeterminata, acquisisce profondità. Il sorriso muta in serietà. Tutto si fa grande, incomprensibile, oscuro.

Si passa dal piccolo all’immenso.

Perché mi succede questo?

Perché ora quando penso a mia madre mi perdo in questo oceano profondo e fatico a trovarla? I suoi gesti semplici, i suoi saluti, i suoi sorrisi, le sue parole, i suoi movimenti, tutto di lei si è trasformato in mistero. Ai miei occhi è diventata un essere superiore, quasi una divinità, ma questo mi spaventa; e non mi convince. Dov’è finita la semplicità, la naturalità? La morte non può portarsi via anche questo. E’ come se mia madre fosse diventata grande come l’universo, un modo di essere inconciliabile con il mio, incompatibile.

Mi trovo in un oceano profondo forse perché mi è stata momentaneamente tolta la vista. Devo riuscire a riaprire gli occhi per ridimensionare questa percezione falsata che ho di lei.

Desidero ritrovare la semplicità, rimpicciolire tutto, ritrovarla com’era. Rivedere il suo sorriso e salutarla con serenità nei miei pensieri.

RITORNO A TRIESTE, LA SUA CITTA’

Il ritorno a Trieste, avvenuto due mesi dopo la sua morte, è stato complesso e articolato, ho provato insieme sensazioni opposte; intense e violente. Gioia, tristezza, allegria, dolore nello stesso tempo. L’amarezza e il dispiacere sono una costante di fondo, inarrestabile, persistente. La mia esistenza è cambiata. Devo convivere con questo senso di vuoto; l’unica certezza che ho è la sua assenza; il suo silenzio.

Mi rimane il ricordo.

Quando rido, penso «come posso ridere con questo peso nello stomaco?». Quando il dolore mi stringe e mi domina penso «dovrei abbandonare i pensieri tristi e cercare di sorridere». E’ un groviglio inestricabile di emozioni, non sono ancora capace di controllarmi. Subisco e mi sento vinto.

Camminando per le strade di Trieste mi sono sentito un usurpatore, mi sembrava di rubarle la sua città. Non solo io ma tutte le persone che camminavano per le strade mi sembravano inadeguate, irrispettose di un luogo che apparteneva a mia madre. Era come se lei ne conoscesse gli angoli più remoti e significativi, i segreti accessibili a pochi.

Eppure mai come oggi mi sono sentito a casa. Trieste ha acquisito un significato ancora più profondo di prima, è un luogo e un’idea; è la sorgente, è il principio, l’inizio di un percorso.

In autobus, mentre tornavo a Contovello, ho letto un paio di pagine del libro Dieci domande alle quali la scienza non può (ancora) rispondere di Michael Hanlon. Una frase mi è rimasta impressa e in quel momento, non saprei dire perché, mi ha dato un po’ di sollievo: «Einstein scrisse alla sorella di Michel Besso, un suo amico appena defunto: Il fatto che Michel mi abbia preceduto abbandonando questo strano mondo non è importante. Per noi fisici la distinzione tra passato, presente e futuro è un’illusione».

Se tutto è un’illusione, Trieste è un bellissimo inganno, un sogno tangibile, reale. Mi sento parte di essa, è una sensazione viva.

La vita continua, ora sono pienamente cosciente di questo, di cosa si prova. Ho vissuto le prime esperienze senza mia madre, e fatico ad accettarle. Mi sembra di essere sull’orlo di un precipizio, in bilico. E’ molto più difficile di quello che immaginavo. E’ logorante; ogni movimento, ogni azione, ogni luogo è senza di lei. Come faccio a spegnere questo tormento?

La sua presenza è il vuoto, è costante, insieme a noi.

Ci siamo noi e la sua assenza, sempre.

I suoi sorrisi, i suoi saluti, sono sempre più lontani.

Visualizzo costantemente alcune immagini.

La giacca verde che usava d’inverno. Mi commuove la vista di quell’indumento, evoca ricordi felici, la montagna, la neve, le passeggiate in montagna. E ricordi tristi; aveva quella giacca quando uscì dall’ospedale dopo l’intervento del 3 dicembre. Dallo specchietto retrovisore della mia macchina osservavo preoccupato mia madre che si avvicinava alla portiera, era lenta e affaticata, irriconoscibile. Ma stavamo tornando a casa, insieme.

E poi un’immagine che torna periodicamente. Lo sguardo confuso, spento, fisso; distesa sul letto dell’hospice, ci osserva. Era l’ultimo giorno in cui ha fatto sentire la sua presenza, poi è entrata in coma.

Era magra, le guance infossate, il viso pallido e cinereo; era annebbiata e ottenebrata dai farmaci che le giravano nel sangue. Quello sguardo rivolto a noi mi tormenta. In quel momento sembrava dire: «sono in un altro mondo, sto per andarmene; voi siete da una parte, io da un’altra». Le ho stretto le mani e le ho detto una frase qualsiasi strappandole un sorriso che in quell’istante mi ha riempito di gioia. Eravamo giunti alla frontiera che divide i morti dai vivi.

Tuttavia quello sguardo non va più via. Ai miei occhi esprimeva paura, tristezza, vuoto.

Poteva essere l’effetto dei farmaci, ma mi aveva trasmesso un enorme senso di infelicità.

Vivo questa nuova vita con rassegnazione. Mi oppongo e mi ribello inconsciamente, manifestando rabbia e livore.

Poi mi accascio e crollo.

Alle persone che incontro e con cui parlo dico che il suo ricordo è così forte e presente che mi sembra ancora viva. E’ una sensazione che posso provare solo io, che sono suo figlio. Posso percepire ciò che gli altri vedono e provano; il loro è sicuramente un punto di vista più obiettivo e realistico, vedono un’assenza, una persona che non c’è più.

Sono cosciente di questo, ed è ciò che percepisco pure io. Tuttavia sento anche la forza e l’intensità del ricordo, di una vita passata insieme. E’ un elemento in più che è destinato a pochi; lo custodisco con cura e mi dona calore nei momenti di grande dolore. E’ la carezza e l’abbraccio che non ci sono più.

Scrivere mi aiuta a capire, a ordinare le idee, ma mi dà anche la netta percezione di essere caduto nell’autocommiserazione.

Sono fermo al momento della malattia e dell’addio.

Persisto nel cercare risposte nei libri di natura scientifica e mi perdo nell’insensatezza dell’infinitamente piccolo e dell’infinitamente grande.

Osservo un’ape morta sul pavimento di casa. Niente più che un oggetto. Immobile. Cosa c’è di diverso dal corpo senza vita di mia madre? Il mistero della vita. Cosa siamo? Cos’è la coscienza? Perché esistiamo?

Ci ostiniamo a perpetuare il genere umano senza sapere il perché della nostra esistenza.

Osservo l’ape, in silenzio.

 

 

4.

DISORIENTAMENTO

RONGBUK. Ghiaccio bianco, silenzio vellutato

TIBET, 2013

Il desiderio di dare seguito alle mie esperienze nel mondo artico muta e si rinnova nella volontà di cercare il silenzio in altri luoghi di questo pianeta.

Per il contesto in cui si colloca, l’esperienza vissuta in Tibet occupa uno spazio esclusivo nei miei ricordi.

Ciò che segue è una successione di fotografie di luoghi e del mio stato d’animo. Sono delle istantanee che rivelano esattamente ciò che sentivo nel momento stesso del viaggio. Forse ancora più spontanee rispetto alla sequenza di immagini raccolte in Groenlandia.

Desideravo un viaggio che riducesse la mia identità ai suoi elementi essenziali, per vedere quali sono, per trovarli. Per ritrovarmi.

«In un’epoca in cui il turista è la norma e il mondo è un manifesto affisso al muro che si può consultare al prezzo di un biglietto»[20], questo desiderio ha il sapore dell’utopia. Forse sono davvero un idealista, ma sognavo un viaggio di ritorno, un viaggio verso le origini, verso l’assenza di complessità e di finzioni che quotidianamente mi distraggono e mi snaturano.

In poche settimane è difficile raggiungere questo obiettivo. Ciò credo possa avvenire poco per volta, viaggio dopo viaggio, esperienza dopo esperienza. Perdere, lasciare, abbandonare, significa guadagnare semplicità, innocenza. Osservo in me questa metamorfosi, iniziata in Groenlandia, continuata nei tristi mesi invernali a cavallo tra 2012 e 2013, e proseguita in Tibet.

Tutto sta contribuendo a rendere di me un essere nuovo; è una continua evoluzione. Viaggi all’interno di un lungo viaggio alla ricerca di risposte, di me stesso; e del silenzio.

Percorrendo la strada che conduce verso l’aeroporto di Milano, per un breve istante rivedo immagini del passato, ritorno all’infanzia, ai viaggi in Germania, a quelle autostrade che agli occhi di un bambino sembravano non finire mai, a quei paesaggi che osservavo dal finestrino; ricordo i campi coltivati, il sole, i boschi, il piacere di riempire lo sguardo di panorami mai visti, il desiderio di conoscere, di esplorare. Oggi in macchina siamo solo mio padre ed io; è un pensiero che emerge silenziosamente e che si fa spazio con prepotenza; e rimane a lungo.

Mi sento ancora distante dall’essere viaggiatore, resto in attesa di capire cosa emergerà, cosa sentirò quest’anno, cosa cercherò. Sarò viaggiatore? Viaggerò attraverso dei luoghi o dentro me stesso? La meta scelta mi aiuterà a trovare la strada per raggiungere una serenità e una pace interiore perse da mesi?

Lo scalo intermedio viene fatto nel mezzo del deserto, atterriamo nell’affollato aeroporto di Doha in Qatar. E’ quanto di più distante da ciò che ho cercato negli ultimi anni: caldo soffocante e infinite distese di sabbia. E’ una successione di veli in testa, di tessuti colorati e di tuniche bianche. Osservando un’umanità che al primo momento mi disorienta, avverto che la mente si alleggerisce e che i pensieri cominciano a poco a poco a fluire verso l’idea del viaggio, emerge a rilento il desiderio di esplorare mondi che non conosco; e di leggerezza… Tuttavia questo aeroporto è un luogo neutro, è un contenitore impersonale, sterile, privo di una sua tipicità, di una nota distintiva; ma le persone che vi transitano o che vi lavorano destano la mia attenzione e la mia curiosità.

L’aeroporto di Kathmandu all’opposto, nella sua estrema semplicità e immediatezza, riempie gli occhi e incanta. Sono in Asia, ed è una assoluta novità per me (i ricordi del viaggio che feci in Siberia nel lontano 1988 si perdono ormai nella memoria). Immagini di libri, di film, di documentari, si sovrappongono a ciò che vedo e scompaiono, letteralmente spazzate vie da un mondo reale che mi scuote.

Nei miei ultimi viaggi ho cercato ciò che più mi rappresenta come individuo. Mi piace il freddo, la montagna, i ghiacciai, il Nord. Alla ricerca di suggestioni e di me stesso mi sono imbattuto in luoghi che anche se non fanno parte dell’Europa, ne mantengono comunque un legame, seppur sottile.

Il desiderio di poggiare lo sguardo sulla catena dell’Himalaya, sull’imponente Everest, mi ha condotto in terre davvero lontane, in un mondo per me completamente nuovo.

L’anno scorso ho vissuto un’esperienza importante e intensa, mi sono perso e ritrovato in un contesto fatto di natura. Ho ritrovato il mio io primordiale, che chiedeva solo di essere, non più di avere.

Questa nuova esperienza sarà palesemente più varia, non ci sarò solo io e la natura, ci sarà anche una cultura millenaria che si sta svelando ai miei occhi. Sono semplicemente incantato da ciò che ho intravisto oggi.

Il fascino del mondo inuit, popolo che mi ha conquistato nel corso dei due viaggi precedenti, traspare dal rapporto istintivo e spontaneo tra uomo e natura, nei confronti della quale non viene esercitata alcuna azione dominante e prevaricante. Gli inuit professano un equilibrio con il mondo che ha il sapore dell’utopia, tanto ingenuo quanto lo sono loro stessi, che non hanno avuto la forza di contrastare il processo di colonizzazione imposto dagli europei e dal cristianesimo.

Nonostante la apparente ingenuità (agli occhi di un essere umano che vive nell’epoca della globalizzazione), il loro è un modello di vita ideale, basato esclusivamente sull’essere, in netto contrasto con il mondo che conosco e col quale convivo, incentrato prevalentemente sull’avere. E’ stato necessario andare di persona in quelle terre ghiacciate per coglierne l’essenza. Gli inuit praticavano una forma di animismo che attribuiva uno spirito a ogni cosa o essere vivente. In questa ottica non è la terra ad appartenere all’uomo, ma è l’uomo che appartiene alla terra. In alternativa a templi, chiese, monasteri dove professare un credo, un luogo considerato sacro, più degli edifici costruiti dall’uomo, è la natura stessa. E’ la massima espressione del divino.

E’ inevitabile, dopo un lutto importante, riflettere sulla propria natura finita, sul senso delle religioni, sulla fede verso…cosa?

Anche questo mi ha indotto a desiderare di vedere di persona un altro modello, questo è il mio primo contatto con il mondo induista e buddhista.

In questi luoghi, che per il momento ho avuto modo di osservare solo confusamente, la presenza dell’uomo è visibile ovunque. E’ questo semplice e banale pensiero che mi fa riflettere. Gli inuit non hanno lasciato quasi alcun segno. Solo piccoli ammassi di pietre, stele pagane, i cairn.

Il caos di Kathmandu mi ha portato a fare un unico pensiero: siamo animali, anche se spesso siamo portati a negarlo o a nasconderlo.

Gli esseri umani che ho visto oggi sono più consapevoli? La loro fede li aiuta? Sono esseri che credono o che sperano? Qual è il nostro destino?

Osserviamo le nostre differenze, il nostro appartenere a origini e culture che parlano lingue reciprocamente sconosciute. Quello che ho visto oggi sembra un mondo senza apparenze, senza finzioni, spoglio; più consapevole?

Il benessere del cosiddetto mondo occidentale porta all’apparenza e alla denaturalizzazione dell’essere umano che finisce col non riconoscersi più. Ho l’impressione che la mia esistenza sia stata un continuo togliere “illusioni”, certezze non tali, fantasie.

Scoprire l’essenza della vita in questo modo mi sembra doloroso. Bisognerebbe partire da altre basi per arrivare alla consapevolezza. Io sto cercando di raggiungerla sfrondando, abbandonando parte di ciò che mi ha portato fino a dove sono ora.

Questi esseri umani nascono e crescono con modelli più “corretti”, più vicini alla nostra natura?

Tutti quei cellulari che ho visto oggi, e le belle televisioni nei negozi della città, consegneranno anche a questo popolo le illusioni che sto cercando di eliminare? Saranno sufficientemente attrezzati per farne un uso consapevole?

Le piccole scimmie che ho visto oggi, peregrinano in cerca di cibo e vivono nei luoghi dove l’uomo ha eretto gli stupa.

In un lontano futuro cercheranno un significato nei loro stupa? La coscienza di sé le porterà a erigere monumenti e a teorizzare l’esistenza di divinità a loro immagine e somiglianza?

Tutto evolve, tutto cambia; dopo questa fase ce ne sono altre? Le religioni manterranno un ruolo di primo piano? Manterranno un ruolo?

Questi dubbi mi portano a vedere con un certo scetticismo questo abbandono in un credo così profondo e radicato. E’ invitante e allo stesso tempo mi sento distante, e forse nell’intimo desidero mantenere la distanza da ciò che vedo. Apprezzo la spontaneità, la genuinità, la purezza. Per come sono fatto io non so come si riesca ad affidarsi con così grande fiducia e trasporto ad un credo, qualunque esso sia. Riconosco che è un mio limite.

La forte compenetrazione tra Induismo e Buddhismo che ho visto oggi documenta una atipica e ammirabile forma di tolleranza, così come, nel contempo, una alterazione (termine al quale voglio attribuire un significato privo di connotazioni negative) del Buddhismo, convertito compiutamente in religione, da sistema di pensiero, filosofia di vita.

Cosa vedrò in Tibet? Vedrò una religione o una pratica per raggiungere la consapevolezza?

Questi pensieri, ingenui e raffazzonati, non vogliono esprimere giudizi o pretendere di essere spunti per un saggio sulla storia delle religioni, ma sono solo frutto di una ricerca personale volta ad accettare la nostra natura finita e la conseguente perdita di chi mi è (o mi è stato) vicino. Sono riflessioni che scrivo per fare chiarezza a me stesso, per capire dove sono arrivato, quali sono i miei pensieri più intimi. Quest’anno sarà l’osservazione dei miei simili ad aiutarmi a comprendere? O torneranno ad essere gli spazi infiniti che per due anni ho visto in Groenlandia e che quest’anno presumo di vedere in Tibet? O semplicemente entrambe le cose?

Avevo un’idea di Lhasa che non corrisponde alla realtà. E’ un cucciolo di animale in gabbia. E’ una città assediata, un’intera cultura mortificata, un’identità smarrita. Vedo un mondo che forse aveva trovato una via per raggiungere la consapevolezza, un modello ideale. Ma è un mondo che si sta sgretolando, che stanno riducendo in polvere. Non c’è neppure una compenetrazione tra culture diverse, una convivenza anche forzata. E’ semplicemente un’invasione. E’ davvero un genocidio.

Il Putala è un’idea appesa a un filo destinato a spezzarsi; l’ultima roccaforte di un mondo che sta per crollare.

E’ un ricordo che alberga nella modernità, un passato intriso di spiritualità annacquato in un presente/futuro asettico e insipido.

Sono rimaste una gestualità e una ritualità che in questo nuovo contesto sembrano spogliate del loro significato più profondo. E’ triste pensare che questa metamorfosi sia stata indotta con la forza.

L’essere umano era giunto anche a queste altezze, alle pendici delle catene montuose più alte del mondo. Era rispettoso di questi luoghi, consapevole dell’unicità del posto, al quale chiedeva ospitalità e risposte.

Chi vi è giunto in questi ultimi decenni è irrispettoso del luogo, del popolo che vi viveva e della sua cultura. Non c’è un accenno di armonia in quello che ho visto oggi, è una stonatura continua.

In nome della supremazia sui propri simili, l’uomo è capace di tutto. Distrugge, rovina, cancella pur di dimostrare la propria forza. E’ possibile che siamo esseri così arroganti?

Troverò comunque delle risposte? Qui o fuori da Lhasa?

La magnificenza del Putala e del Jokhang giustifica il grande afflusso di turisti che tuttavia rende impossibile una benché minima concentrazione.

I pellegrini tibetani si confondono in mezzo ai rumorosi turisti cinesi e ai pochissimi turisti occidentali. Loro trovano un senso confusi in questo assembramento, un senso che io fatico a trovare. Ma come tutte le grandi attrazioni turistiche vanno osservate e interpretate altrove, dopo averle viste. Lontano dal caos.

Dal Putala, posto in una posizione dominante sulla grande vallata, si vede una folle distesa di costruzioni nuove. Un tempo c’erano terreni e un piccolo villaggio; ora un’anonima e fredda città cinese, geometrica, funzionale, senza anima. Cardi e decumani sistemati sul territorio senza tenere conto del contesto; piuttosto, quasi a volerlo maltrattare e umiliare. Funzionalità replicabile. Città prefabbricata.

«Di derivazione geomantica è l’antica città cinese. La geomanzia, detta l’arte di Fenahui (il tracciare figure geometriche sul suolo secondo metodi di divinazione), è una diretta filiazione dell’antica concezione cinse dell’ordine del mondo. Affascinati dalla ricerca delle corrispondenze piuttosto che dalle relazioni tra causa ed effetto, gli antichi cinesi e a loro volta il confucianesimo e il taoismo, vollero trovare nelle città l’esatta corrispondenza alle loro teorie divine. Pechino infatti corrispondeva all’ordine cosmico e terrestre dei cinesi. (Gentelle)»[21].

Dov’è finito questo rispetto per il mondo, per l’uomo?

La breve passeggiata tra le vie di Lhasa antica finalmente mi ha offerto la possibilità di poggiare lo sguardo sul popolo tibetano. Non è successo nulla di particolare, ma ho visto un briciolo di questo mondo che stavo cercando, e che non speravo più di trovare. Osservo questo popolo e penso che la sua salvezza stia proprio nei suoi monasteri, simbolo di un’identità molto forte che può quantomeno contrastare l’assedio.

Non sono un attivista, un sostenitore della causa del Tibet, sono solo un osservatore. Avrei potuto raccontare la sensazione di stupore nel vedere le famose bandiere colorate, gli effetti dell’altitudine, i colori e le forme delle case tibetane; i paesaggi nel tragitto dall’aeroporto a Lhasa. Avrei potuto descrivere le tipicità del luogo, gli interni dei monasteri, le alte statue che raffigurano i diversi Buddha, le tuniche rosse dei monaci; i monaci stessi.

Non l’ho fatto perché questo, purtroppo, è risultato solo contorno.

Ai miei occhi si è presentato un mondo calpestato, insultato. Un popolo esiliato entro i propri confini. Ciò è emerso in modo così violento che è l’unico vero ricordo di questi primi giorni in Tibet.

Riconosco che il dedalo di vicoli della città vecchia mi ha toccato in eguale misura, e intuisco che mi ha offerto una via per afferrare la vera identità di questo luogo. Nell’oscurità scorgo una luce intensa che desidero raggiungere.

Il Monastero di Drepung e il Monastero di Sera offrono un’immagine più autentica dell’antico Tibet. Riesco a cogliere con migliori risultati, ma ancora non completamente, il senso di spiritualità che incanta i tanti pellegrini che dalle loro campagne giungono fin qui. Mi concentro sul loro lungo viaggio di preghiera e ignoro l’insolito contesto in cui vivono. Desidero comprendere la tradizione religiosa di questa terra, i valori di questo popolo. Questi monasteri sono un po’ più isolati dal contesto urbano e sono meno affollati; il significato che simboleggiano e che custodiscono è più accessibile, è più evidente, è manifestato in maniera più chiara e autentica. Mi lascio suggestionare dall’ambiente che evoca apertamente immagini di altre epoche e di altre culture e osservo i monaci e i tibetani stessi camminare lentamente tra le strette vie che costeggiano i muri bianchi delle residenze e dei templi di questi grandi monasteri.

All’interno le sale profumano di incenso e di burro di yak. E’ un odore forte, pungente, al quale ci si abitua e che lentamente acquista una sua identità. E’ il profumo di questi monasteri, che si sente anche all’esterno. Per la strada viene bruciato lo stesso tipo di incenso. Sono rami secchi di una pianta di rododendro che ha una curiosa somiglianza con il qajaasaq groenlandese. Lo stesso profumo di incenso si sente anche nelle strette vie di Lhasa vecchia.

I monasteri sono magnifici e meritano di essere visitati, ma anche oggi la passeggiata nella città vecchia mi ha comunicato spontaneamente una genuinità che mi ha subito e nuovamente conquistato. Sono due mondi diversi, ma queste vie piene di vita, di bambini che giocano all’aperto, di cibo, negozi, odori, rumori, riescono a distogliermi dall’idea dell’identità calpestata. I monasteri sono le roccaforti che contrastano l’assedio accettando compromessi inevitabili ma visibili. Sono destinati, in un futuro non così lontano, a diventare contenitori sbiaditi di una cultura spenta, annichilita.

Questo vecchio quartiere parla ancora, afferma con animo la sua identità. E’ destinato a diventare un ghetto, ma non ci penso e mi perdo nuovamente in questo dedalo come ho fatto ieri.

Qui ritrovo il mio io viaggiatore.

Anche questa mattina il tempo è bello. I rilievi che circondano Lhasa sono impreziositi dall’azzurro intenso del cielo e dalle luminose nuvole bianche. L’aria è tersa, pulita, il clima è secco. Sono i cieli che ho visto nei miei viaggi verso il nord del mondo, ma forse sono persino più cristallini, più puri, più nitidi, più puliti.

Prima di partire osservo ancora una volta la corona di montagne che incornicia la città, suo elemento distintivo che la contiene e la custodisce. Sono lì, alte, così ben visibili, nette, distinte, che sembra quasi che la loro presenza sia scontata. Ne riconosco pienamente il valore, la forza e lo splendore ora che dobbiamo partire.

Lasciamo le aree urbane e entriamo in un altro mondo.

E’ il Tibet che immaginavo, dove la natura è padrona assoluta. E’ un paesaggio assolutamente inaspettato. La vallata dove scorre il fiume Bramaputra ha le sembianze di un deserto.

Dune di sabbia e rilievi alti oltre quattromila metri si combinano e offrono dimora al Tempio di Dorje Drak. E’ piccolo e raccolto; in questo contesto, sprofondato nella natura, fa pensare al silenzio, all’intimità, al raccoglimento, all’ascetismo. E’ un luogo vivo, non è un oggetto solo da osservare, non è un museo. Qui colgo il senso di spiritualità che con grande fatica ho percepito a Lhasa.

Per essere un “viaggio della meditazione” come quelli effettuati in Groenlandia, ora bisognerebbe abbandonare i mezzi che ci accompagnano, e vivere, sentire questa natura immensa.

Lo sguardo si perde, gli spazi si fanno infiniti. Alle nostre spalle emergono in lontananza alte cime innevate.

E’ l’inizio di un viaggio itinerante, vedrò paesaggi e realtà lontane dalla modernità e dalla mia quotidianità.

Mi sento più leggero, indosso le vesti del viaggiatore, mi spingo verso l’ignoto.

Le tipiche case tibetane annunciano l’arrivo al centro monastico più antico del paese: il monastero di Samye. Il villaggio sorto vicino al monastero è piccolo ma vero, autentico.

La forma delle abitazioni è rettangolare e simmetrica, si accede da un cortile interno delimitato da una recinzione in pietra. La casa si sviluppa su due piani e il tetto è piano, viene sfruttato per essiccare le riserve invernali di cibo. Ai quattro lati del tetto sono posti i kenchira, rami che vibrano nella brezza diffondendo benefici e protezione sui campi circostanti. I dettagli ornamentali caratterizzano e impreziosiscono tutte le case, anche le più semplici e dimesse; sono colorati e tutti finemente rifiniti. Porte e portoni di questo villaggio sono gioielli preziosi. Osservo la genuinità dei suoi abitanti, gente povera che vive dei prodotti della terra.

Contemplo questo angolo di mondo dall’alto della collina di Hepo Ri. Il panorama si apre a trecentosessanta gradi e si perde a vista d’occhio. Oltre al villaggio e al monastero, solo natura, senza confini.

Dopo cena la gente del posto si riunisce nel bar vicino all’albergo e si concede tè e anguria. Questo popolo sorridente mi conquista.

Nei corridoi dell’albergo mi accompagna il profumo di incenso, presente ovunque in questo paese.

Una ciotola di riso, due bastoncini, un thermos di tè appoggiati nell’incavo di una finestra di una residenza del tempio di Dorje Drak;

cavalli con selle colorate che sostano sotto gli alberi;

uno stambecco nel cortile del monastero di Samye;

stoppini che annegano nel burro di yak;

nuvole bianche come il latte;

i rettilinei di pietra e rami sulle dune di sabbia;

i fiori azzurri e le bandiere colorate che si agitano al vento;

le porte ornate delle case tibetane;

gli abitanti del villaggio di Samye.

Sono immagini che oggi sono rimaste fotografate nella mia mente e che regalo a mia madre.

Penso spesso a lei, questa notte l’ho vista in sogno. E penso a questo viaggio, al suo significato. E’ innegabilmente interessante vedere luoghi lontani e ricchi di fascino, ma quest’anno non è solo questo. Desidero allontanare i pensieri, ritrovare una serenità andata in pezzi, ritrovare il sorriso di mia madre nei miei pensieri e nei miei sogni. Ritrovare me stesso.

Il monastero di Samye è un luogo di pace, è profumato di incenso, è isolato, è raccolto e genuino come il suo villaggio e i suoi abitanti. Non posso dire di avere ritrovato la serenità, ma questo angolo di mondo tranquillizza e quieta.

Samye è senza tempo, è il senso di spiritualità che si respira nel monastero, è la semplicità della vita di campagna, è il silenzio.

Lasciamo questa isola e ci immergiamo in un paesaggio fatto di verdi rilievi macchiati dal bianco delle pecore che pascolano e dal giallo della sabbia. Sono spazi senza confini e non urbanizzati. La strada è un lungo serpente che costeggia il fiume e che taglia la lunga vallata. L’acqua è torbida, la sabbia abbonda ed emerge ai lati e al centro del fiume. In lontananza, immancabili, le alte cime innevate. Il suono del tamburo, dei lunghi corni usati per le cerimonie religiose è in perfetta armonia con questi spazi che si dilatano e si perdono all’orizzonte. E’ un suono lungo, profondo, vivo, che pulsa. Sogno ad occhi aperti, cerco ospitalità in questa straordinaria immensità, tanta quiete induce al raccoglimento. Abbandonato felicemente sul sedile posteriore del fuoristrada osservo questo mondo dal finestrino e appunto nel mio quaderno impressioni, immagini, fantasie.

L’incanto si interrompe all’improvviso. Dal nulla, in questo meraviglioso paesaggio, compare la città di Tsetang. E’ un pugno nell’occhio, non tanto per il fatto di vedere spuntare una città in mezzo a una natura di rara bellezza, quanto perché è un frammento di Cina, peraltro artefatto, inserito violentemente e in modo assolutamente disarmonico. E’ una visione sgradevole. Dove sono le piacevoli case tibetane? La coerenza, la proporzione, l’equilibrio? Stento a capire e persisto nel focalizzare l’interesse sulle bellezze di questa terra, senza prestare attenzione agli obbrobri introdotti volgarmente dalla Cina.

E’ un viaggio dello spirito, alla ricerca di un perché.

Dopo una prima fase in cui è prevalso lo stupore, il disorientamento, la sorpresa; in cui ero intento a capire dov’ero, confuso dai vari trasferimenti, prima Nepal e Kathmandu, poi Tibet e Lhasa; ora gli equilibri si sono aggiustati e il pensiero del decesso di mia madre è tornato forte come prima. E’ un vuoto incolmabile.

Vedere questi monasteri, questi templi, i pellegrini, i monaci, dà un po’ di consolazione. E’ un’immersione in una dimensione fortemente spirituale. Ogni giorno, ogni visita a un monastero è l’occasione per leggere dentro me stesso e per cercare di trarre un po’ di serenità.

Sentivo la necessità di staccare. Un viaggio è un’ottima medicina, ma non volevo un’esperienza superficiale e priva di significato. Non sentivo neppure il richiamo verso suggestioni di natura religiosa o il bisogno di abbandonarmi a esperienze mistiche. Cercavo solo un modo per staccare e riflettere su ciò che è accaduto. Grandi paesaggi e antichi monasteri sono il connubio ideale.

Liberare la mente accogliendo impressioni cariche di significati da portare via e custodire con cura dentro se stessi: cercavo questo.

Viali di salici, sabbia che si arrampica sui rilievi, vallate verdi su cui scorre placidamente un fiume. La friendship highway inizia.

Occhi pieni di paesaggi e colori.

E’ il giorno della memoria, del rimpianto del passato, delle bandiere di preghiera, dei “cavalli del vento” che portano le preghiere in alto nei cieli.

La strada sale rapidamente e giunge al passo Kampa La (4870 metri) dove mio padre ed io disponiamo con cura la prima serie di bandiere colorate in ricordo di Lucia.

Al di sotto si apre una splendida vista del lago Yamdrok, e in lontananza si vedono cime innevate dominate dalla vetta del Nojyn Kang Sa (7200 metri). Sulle sponde del lago mio padre sistema la seconda serie di bandiere. La terza la ancoriamo tra le rocce del passo Karo La (5010 metri).

E’ una successione mai vista di paesaggi meravigliosi: dune di sabbia in prossimità di Tsetang, verdi terrazzamenti e isolate case tibetane, acque color turchese del lago, una estesa vallata con vegetazione spoglia simile alla tundra, e maestosi e imponenti rilievi coperti di neve e ghiacciai. Il paesaggio si fa poi più dolce e verde, tagliato da un fiume color cobalto, prima di arrivare nella città di Gyantse. Lungo il percorso solitari villaggi del colore della terra, tende nere, pastori di pecore e di yak.

Trovo due carte da gioco abbandonate per strada, un re di cuori nel villaggio di Danang, all’inizio del percorso, e un jack di cuori nell’ultimo passo prima di arrivare a Gyantse. Mi piace ingenuamente pensare che rappresentino mio padre e me stesso in questa giornata tacitamente dedicata a mia madre. E mi piace pensare che Lucia ci stia seguendo, che sia in qualche modo qui con noi, in mezzo a questa natura imponente. Che sia il senso di meraviglia che suscita questa natura straripante.

E’ un altalena, l’umore sale quando mi concentro sul viaggio e quando la mente si libera. E’ un tuffo al cuore quando richiamo alla mente il suo decesso. Accetto, cos’altro fare.

In camera, prima di andare a dormire, scrivo un po’ e mio padre legge. Metto una luce bassa, soffusa; oggi è un giorno in cui i ricordi emergono spontaneamente, non mi oppongo. Questo semplice gesto mi richiama alla memoria un dettaglio che in apparenza pare irrilevante, ma che per me ha la stessa capacità evocativa di un profumo dimenticato, di un odore che quando ritorna porta con se un mondo di ricordi: rivedo le poche luci, morbide e calde, che mia madre accendeva quando arrivava sera. Anche in ospedale, in quei tristi mesi autunnali e invernali, prima di salutarla e di lasciare la sua stanza, alcune volte mi era capitato di tirare le tende e di lasciarle accesa solo la lampada sul comodino. Le fievoli luci che anticipavano e conducevano delicatamente verso il momento del riposo.

Presente e passato si confondono e continueranno a farlo. Non è il mio io viaggiatore che scrive ora, sono momentaneamente scivolato nel mio vicino passato; non oppongo resistenza, forse sono un po’ più debole, mi lascio sopraffare dai ricordi.

Riemergo dall’oscurità e mi abbandono al fascino del piccolo nucleo tibetano di Gyantse. Sullo sfondo l’insieme sacro composto dal Palkhor Chode e dal Kumbum raccolti entro mura bianche. Profumo di incenso e moltitudini di pellegrini ne impreziosiscono la visita. Osservo la ritualità dei gesti, un avvicendarsi di lunghe trecce ornate e colorate, di sguardi incuriositi di bambini, di anziani ingobbiti che versano burro di yak nei lumini chiamati chömay, di mani che offrono denaro alle statue. Riempio gli occhi dall’alto del castello, il paesaggio si apre a trecentosessanta gradi, la vallata è incorniciata da rilievi di un colore che sfuma dal marrone al verde scuro. La vastità disorienta, si vorrebbe cogliere l’insieme ma è troppo. Dall’alto si vede il piccolo villaggio tibetano, un gioiello in miniatura. Nella sua semplicità è quasi più evocativo del complesso sacro. Animali da pascolo legati ai portoni d’ingresso come fossero guardiani, sculture sacre poste all’entrata a tutela del modesto rifugio; strade sterrate dello stesso colore delle case, essenziali ma sempre riccamente decorate. Osservo in silenzio, con lo stesso riguardo e discrezione con cui mi addentro e mi muovo nei monasteri, assaporo il fascino di un ambiente arcaico che evoca una molteplicità di immagini e sensazioni, che incanto!

Uno spaccato di vita contadina è ciò che mi viene offerto oggi. Poco fuori da Gyantse inizia una rassegna di case costruite nel rispetto della tradizione, si attengono tutte al caratteristico stile tibetano. Molte delle recinzioni che danno forma al cortile interno sono realizzate con mattonelle di sterco essiccato di yak. Altre assomigliano a recinti ma sembrano piuttosto architetture di sterco predisposte esclusivamente per il suo essiccamento. Lo sterco viene utilizzato anche come combustibile per riscaldare le case nei lunghi e freddi inverni. E’ un elemento prezioso e letteralmente senza prezzo, impagabile.

Estesi e vasti campi di orzo fanno da barriera tra una casa e l’altra. Serre disseminate nei terreni forniscono considerevoli quantità di cocomeri; considerata l’altitudine è quanto mai insolito scoprire che il cocomero è un frutto molto apprezzato in Tibet.

Il paesaggio che osservo dal finestrino è come un enorme quadro in movimento, riccamente ornato da cieli incredibilmente azzurri, macchiati dal bianco candido delle nuvole, gonfie e voluminose. L’aria è tersa e pulita.

Le città e i villaggi sembrano proprio sorgere dal nulla, da distese senza confini che permettono di sognare a occhi aperti. Immagino i nomadi che corrono con i loro cavalli a briglia sciolta, per lunghi giorni, senza mai fermarsi. Sento il rumore ripetuto e cadenzato degli zoccoli che battono il terreno; in lontananza odo il canto dei monaci provenire da un remoto e lontano monastero.

Parte di queste immagini si traducono in realtà, o è la realtà che muta in sogno. Il piccolo monastero di Shalu e il suo villaggio appartengono a un’altra epoca, sono uno spaccato di un mondo ancestrale. La suggestione cresce all’interno del monastero, non c’è luce e le statue dei Buddha affiorano dal buio, esseri impenetrabili, celati nell’ombra.

Pitture risalenti all’XI secolo rivestono le pareti delle sale interne, conferendo ulteriore valore al luogo e alimentandone il fascino. I grandi portacandele colmi di burro di yak, posti di fronte alle statue, sembrano rappresentare il mondo terreno, con quell’odore pungente che arriva dalla terra circostante.

Lungo la strada uomini e donne con le pale in spalla, gerle, attrezzi da lavoro e il rosario al collo.

E’ un mondo in movimento, l’ambiente contadino si confonde e si amalgama in un paesaggio che, inizialmente appena accennato, diventa presto urbano. L’arrivo di una città viene annunciato da incessanti lavori disseminati lungo la strada. Superato il viale di salici posto all’ingresso di Shigatse, quel mondo contadino tipicamente tibetano sembra essere stato risucchiato, polverizzato e rigettato fuori sotto forma di un’anonima parata di edifici squadrati e pedantemente geometrici.

Il Tibet e la Groenlandia sono due luoghi paesaggisticamente meravigliosi. Sono luoghi fragili che soccomberanno sotto l’effetto della globalizzazione. Guardare coi propri occhi queste mutazioni, ancora in potenza o già avviate, comporta l’elaborazione di una forma di rassegnazione e di accettazione verso ciò che genericamente definirei cambiamento, evoluzione. Il termine “impermanenza” è l’essenza di questo viaggio, nulla resta per sempre, prima di tutto noi stessi e chi ci sta vicino, chi amiamo.

Forse ciò che bisogna imparare a fare è saper apprezzare; e saper dire:

«ho avuto la fortuna di vedere quel luogo con i miei occhi»,

«ho avuto l’onore di vivere a fianco di quella persona».

E’ mio compito non sprecare mai niente, devo far crescere dentro di me ciò che vivo, che sento, che vedo. E trasmetterlo, comunicarlo.

Se due occhi e un cuore si spengono, devono continuare a parlare attraverso gli occhi e il cuore da essi generati.

E questi luoghi devono essere raccontati da chi ha avuto la possibilità di visitarli e di apprezzarne la bellezza.

Il complesso monastico del Tashilumpo, residenza del Panchen Lama, è maestoso, è un piccolo villaggio che oggi ospita un migliaio di monaci.

Mi catturano i volti dei pellegrini, cerco di imprimerli nella memoria, ma sono così tanti. Volti scuri, grinzosi, bruciati dal sole; in mano portano il sacchetto giallo con il surrogato del burro di yak e banconote per le offerte.

I loro sono gesti meccanici, indotti, o sono frutto di trasporto sincero e di una illuminazione raggiunta? Mi limito a osservare affascinato i loro rituali che infondono serenità. I volti stessi di queste persone sono sereni e senza esitare in prolungate e inconcludenti riflessioni, questo è l’insegnamento che ricevo.

Limpidi, aperti ed estremamente comunicativi sono i sorrisi dei tre bambini che incontriamo lungo la strada per Sakya; esprimono il senso di pace e di leggerezza che infonde questa terra.

Il paesaggio scorre davanti ai miei occhi, mi sistemo comodo sul sedile del fuoristrada e contemplo. Un’ampia vallata pianeggiante circondata da rilievi aridi e brulli; macchie di giallo intenso delle piante di colza e di soia; piccoli villaggi del colore della terra e infinite coltivazioni di orzo. Mucche e yak pascolano in questo scenario impreziosito dai magnifici cieli azzurri. E’ incredibile sapere che tutto ciò che vedo si trova oltre quattromila metri di altitudine. Prendo il mio quaderno e registro le sfumature e le variazioni di paesaggio che si succedono senza interruzione:

un carro trainato da un asino; sullo sfondo case tibetane;

un campo di orzo, una contadina china sulla terra coltivata;

famiglie sedute sotto un ombrellone azzurro, una pausa dal faticoso lavoro nei campi;

donne con cappelli colorati in testa;

un mulinello di vento alza la terra sfumandola nel cielo;

un piccolo agglomerato di case, persone sedute all’ombra e un cortile impreziosito da alte campanule dai colori vivaci;

paesaggio brullo e verdi terrazzamenti coltivati che convivono in armonia;

profondità e serietà negli sguardi dei bambini.

Non sazierei mai la vista in questi luoghi. La catena himalayana dal passo Tsuo Là (4700 metri) è una sequenza di sfumature di marrone, verde scuro, terra di Siena, ocra. Più si sale e più i colori si fanno severi, e la vita si contiene. E’ come quando si trattiene il fiato, i polmoni si gonfiano, si gonfiano, e per un attimo tutto si ferma. Scendendo dal passo il paesaggio si addolcisce, torna un verde più intenso, più vivace. E riprende l’attività fisica, il movimento incessante di uomini e di animali. Osservo un piccolo assembramento di persone nel cortile di una casa, sono impegnati a sistemare i mattoni in terra cruda seccata al sole. Più in là un grande gregge di capre nane tibetane al pascolo.

Affogata nelle montagne, in lontananza si vede Sakya, che si rivela un vero gioiello. Al nostro arrivo alcuni rilievi vengono spruzzati di neve. Le mucche, accompagnate dai loro pastori, tornano dal pascolo e transitano davanti al grande monastero che ha le sembianze di un castello medievale. E’ un angolo di mondo isolato, lontano, perso nel nulla; evoca immagini di epoche antiche ormai perdute. E la mia mente si perde in un gioco di immagini che vengono sia dalla realtà che dalla finzione, dalla storia e dalle favole. Di notte si sente il suono profondo dei corni provenire dall’interno del complesso sacro.

Sei mesi oggi.

Desidero ricordare mia madre in questo luogo speciale, in questo suggestivo monastero. Lascio un’offerta, un dollaro, e penso a Lucia sotto lo sguardo indulgente di Sakyamuni, il Buddha del presente, il Buddha storico, seduto a gambe incrociate sul suo trono di fiori di loto.

Assisto alla cerimonia dei monaci. Il loro canto viene saltuariamente appoggiato sul suono dei lunghi corni, del tamburo e dei piatti. Assisto al rito alla luce delle candele. I pensieri fluiscono, scorrono via, il cantilenare ripetitivo è ipnotico, il tempo si ferma, si interrompe. Sospensione.

Questo luogo, come gli altri monasteri, induce a riflettere sul senso della vita, sulla transitorietà.

Nonostante il pensiero ricorrente, questo viaggio mi sta regalando un po’ di quiete e un po’ di serenità che non provavo più da lungo tempo e che stavo cercando. Lucia mi manca immensamente, ma assorbire quotidianamente in questi monasteri parole e concetti della filosofia buddhista è consolante, anche se non risolutivo.

«Attaccamento e avversione sono funi che legano allo stesso modo. ll liberato li trascende entrambi, stabilendosi nella pace e nella felicità. Tale felicità è incommensurabile. Il liberato non si attacca alle visioni errate della permanenza e del sé; ma neppure si attacca a visioni ristrette riguardo all’impermanenza e al non sé»[22].

Respiro il senso di libertà che mi suggeriscono gli spazi ampi e vasti che osservo dal finestrino. Vorrei correre e perdermi in questa immensità e non pensare a nulla.

Attraversare prati e campi a piedi nudi; correre, correre, correre, fino a perdere il fiato.

Saltare da un picco all’altro di questi alti rilievi e spiccare il volo come fanno le aquile.

Raggiungiamo il passo Gya Tsu Là (5283 metri). Siamo nel mezzo della catena himalayana, non dovrei stupirmi, ma è inevitabile: si apre una vista miracolosa, una corona di montagne innevate alte sei, sette, otto mila metri. Lo sguardo si perde, è impossibile raccogliere questa immensità. In fondo, sotto coltri di nuvole, si intravede l’Everest o Chomolangma, in tibetano; in italiano Dea Madre dell’Universo.

Il Tibet, il tetto del mondo; osservare da queste altitudini questo panorama fa sentire vivi. E infonde un’energia e una carica che desidero accumulare e usare quanto più a lungo possibile.

Anche se ormai muniti di moto, immagino nuovamente i nomadi di questi luoghi, la cui fisionomia mi ricorda quella degli indiani d’America, con le loro trecce ornate di rosso e avvolte sul capo, cavalcare lungo queste ampie vallate che salgono e scendono, che si rincorrono, e dalle quali si innalzano queste maestose montagne che toccano il cielo.

Ammirare queste bellezze naturali, vivere in stretto contatto con esse, inevitabilmente porta a interpretare in modo più vero il proprio essere, la propria condizione. Mi sento meno essere umano e più animale, meno cittadino e più semplicemente creatura. Ci stiamo scordando che in fondo siamo organismi naturali e che abbiamo un profondissimo legame con la natura. Non si può separare la civiltà dalla natura, dipendiamo totalmente da essa.

Gli imponenti paesaggi che vedo ora hanno la stessa forza degli ambienti immacolati della Groenlandia.

Rifletto sul grande fronte glaciale che ho visto per due anni consecutivi; rifletto sul suo rapido arretrare.

Nel nostro inconscio siamo tutti immortali, è inconcepibile riconoscere di dover affrontare la morte. Allo stesso modo riteniamo che i mutamenti del nostro pianeta non ci riguardino, li reputiamo talmente dilatati nel tempo che siamo portati a pensare che se accadranno, ciò avverrà in un lontano futuro.

Non pensiamo mai che possano avvenire nei pochi anni in cui noi stessi viviamo su questo pianeta.

In realtà proprio ora è in corso un mutamento epocale, provocato dagli stessi esseri umani. Lo scollamento tra civiltà e natura è cresciuto a tal punto da farci dimenticare chi siamo, da portarci a ferire e offendere la nostra terra e alla fine noi stessi.

I nostri avi coniavano nomi impegnativi e carichi di significati per identificare le meraviglie che vedo in questi giorni; la grande Dea Madre dell’Universo. Che senso di rispetto e di riguardo che evoca questo nome; e noi? Abbiamo ereditato tutto ciò, e cosa facciamo? Il riscaldamento globale è una realtà, è il risultato della nostra ottusità.

Prima di cena rimango a osservare il paesaggio, la pianura sconfinata che cerco di abbracciare con lo sguardo, gli imponenti picchi himalayani.

Tutto quello che ho visto oggi lo dedico a mia madre.

Il termine Ama in lingua tibetana significa Madre.

Giochi di luce e di ombre sui rilievi. Nuvole oscurano il paesaggio.

E’ un momento del viaggio particolarmente significativo, ci avviamo verso il campo base della Dea Madre dell’Universo. Superiamo l’ennesimo posto di blocco cinese, attraversiamo un piccolo villaggio, e iniziamo la salita.

La meta che stiamo per raggiungere richiama alla mente le innumerevoli spedizioni nate con l’intento di sfidare altezze impossibili, limiti quasi invalicabili. Solo l’idea di pronunciare le parole «ottomila ottocento metri» fa tremare le gambe, fa mancare il fiato. Eppure queste spedizioni sono partite esattamente da dove mi trovo ora.

A bordo di un fuoristrada il tragitto è fin troppo agevole, la strada si inerpica sulla montagna, raggiunge un passo, scende, percorre una vallata e risale fino al campo base. Arrivarci a piedi, come accadeva in un passato non troppo lontano, era un’avventura che richiedeva un paio di giorni; poi iniziava la vera sfida, da affrontare con un equipaggiamento che oggi risulterebbe del tutto inadeguato. Quanto coraggio ci voleva, quanta risolutezza e audacia.

Mentre seguitiamo a salire rifletto sulle sensazioni che tale grandiosità poteva suscitare nei popoli che vi vivevano in prossimità, in epoche più remote. La soggezione, la venerazione; la devozione e il rispetto che hanno indotto queste genti a coniare un nome così importante.

Il turbinio di pensieri si interrompere all’improvviso, la vista della Dea Madre dell’Universo e delle altre cime dal passo Pang La è mozzafiato. I piani collinari bruni si elevano e svetta maestoso uno schieramento di cime innevate. Che imponenza, che enormità!

Osservarle da qui, che siamo ancora distanti, incutono timore, mettono soggezione; osservarle da vicino, dal basso verso l’alto, deve essere inesprimibile, una visione gigantesca, colossale.

Scendendo da questo primo passo incrociamo alcuni “indiani” a cavallo delle loro moto. La discesa procede e la strada attraversa un piccolo nucleo di case, un villaggio dimenticato, sperduto. Dei bambini ci salutano, donne, animali da pascolo e qualche cane fiancheggiano la strada. E’ un’isola in mezzo a questo mondo solitario e sconfinato del colore della terra; mille sfumature di marrone, mille alture, colline, montagne che si inseguono e sovrappongono.

Passiamo un’altra serie di villaggi, campi coltivati e costeggiamo un fiume. Gli abitanti di questi villaggi non possono che vivere di autosussistenza, persi come sono in mezzo al nulla. Gli ovili dove gli animali da pascolo dimorano la notte sono recinti alti meno di un metro realizzati con piccole pietre accatastate una sull’altra. Sono disseminati lungo il percorso, in mezzo alle lande infinite e vicino alle abitazioni.

Uno yak solitario e sparsi fiori viola annunciano il ritorno delle cime innevate. La strada riprende a salire e costeggia un torrente dalle acque grigie. Avvolto da nuvole che di volta in volta ne celano e ne scoprono diverse porzioni, la Dea Madre dell’Universo si mostra di fronte a noi. Facciamo una breve sosta all’interno di una tenda di nomadi adibita a rifugio e cucina, prima di raggiungere il campo base, situato a 5200 metri di altitudine.

La Dea Madre dell’Universo è come un oracolo. Si fa osservare con riverenza. Ne vediamo una parte dietro la quale si erge maestosa la parete più alta, appena accennata dietro alle nuvole. Che imponenza, che grandiosità.

Ora apprendo il significato della montagna sacra, la montagna che è il pilastro del mondo e che regge il cielo, si fonde con esso; lassù dove sta Zeus.[23] E dove si può squarciare almeno un poco il silenzio del cielo.

«Nei suoi empiti mistici l’uomo che ha intravisto nella montagna sacra la struttura che legava la terra al cielo ha aspirato raggiungere la cima della montagna stessa, e in tal modo toccare il cielo, attingere alle divine virtù che solo le sfere celesti potevano assicurargli. La concezione della montagna sacra si trova nelle religioni orientali, nel buddismo e nell’induismo, e si lega a culti particolari, come l’ascensione simbolica alla montagna sacra rappresentata culturalmente dal tempio, riproduzione della montagna asse del mondo e terminale, sulla sua vetta, della grande ascensione rituale che portava al cielo, a contattare la divinità»[24]

Mio padre ed io sistemiamo in questo luogo solenne l’ultima serie di bandiere in ricordo di Lucia. I cavalieri del vento si agiteranno e oscilleranno a lungo davanti a questa grande montagna.

Scendiamo al monastero di Rongbuk, il più alto al mondo; da qui il panorama è incomparabile, l’accostamento dei due ambienti, sacro e naturale, accentua le specificità di entrambi e le combina in un insieme armonico e altamente evocativo. E’ abitato da diciassette monaci e da quindici monache. E’ il monastero più raccolto, caldo e ospitale tra quelli visitati. E’ piccolo, si snoda in poche stanze semplici e sobrie. La cucina è un ambiente accogliente anche se quasi appena abbozzato. Non vi è pavimento, si cammina sul terreno, ben spianato e liscio. Al centro c’è la stufa, alimentata con lo sterco essiccato di yak. Tutto attorno ai lati, giacigli su cui sdraiarsi. Il monastero è l’unica struttura, oltre alle tende dove abbiamo mangiato, che offre riparo in prossimità del campo base. Verrebbe voglia di restare qui per un po’ di giorni, ad ammirare il paesaggio e a osservare da vicino la vita di questo monastero.

E’ l’ora del pranzo e nella cappella principale i monaci e le monache mangiano dalle loro ciotole lo tsampa, alimento base dei tibetani, preparato con farina di orzo mescolata con tè al burro di yak.

Raggiungiamo i fuoristrada e cominciamo la discesa verso Ting Ri; il tragitto che percorreremo si rivelerà il più bello dell’intero viaggio. Fotografo mentalmente alcune immagini:

yak al pascolo in ampie vallate verdi e collinari;

una famiglia che mangia sul prato;

l’”halo” quasi urlato dei bambini di un isolato villaggio;

stambecchi che si inerpicano sulle rocce;

alture tondeggianti che sembrano dipinte con colori ad acquerello, mille sfumature di marrone, verde, viola, ocra.

Sprofondo in questo scenario sterminato, la valle si apre ulteriormente e lo sguardo si perde nell’infinito. E‘ una somma di paesaggi che si alternano e si susseguono. E’ troppo per l’occhio umano. All’improvviso compare un piccolo canyon, terra rossa, e le immancabili cime innevate. Poi nuovamente l’immensità.

Vivo il presente, portare dietro tutto questo è impossibile. Questa vastità ti rammenta quanto siamo piccoli, deboli. Ed allo stesso tempo è la porta per accedere al sacro Tibet, al Tibet dei lumini tremolanti delle lampade a burro.

Osservo incantato.

Greggi di pecore lungo il percorso e un villaggio in lontananza. Una pausa, scendiamo dalla macchina e…il silenzio.

Due “indiani” a cavallo di una moto e le prime luci del tramonto.

E’ una giornata leggera, nessun pensiero, nessuna riflessione, provo un forte senso di tranquillità. Mi sento a casa in questi luoghi.

Dal cortile dell’albergo osservo la maestosa Dea Madre dell’Universo in tutta la sua bellezza, chiara, ben visibile, senza più nuvole. Le bandiere staranno sventolando laggiù, in quella vallata silenziosa e solenne.

Partiamo all’alba. Un branco di cani si lancia di corsa tra i prati dell’ampio pianoro in fondo al quale svetta la Dea Madre dell’Universo. Che senso di libertà..

I colori dell’alba ammorbidiscono le forme del paesaggio di ieri.

Tende sparse sui prati; del fumo suggerisce l’idea di una tenda adibita a cucina.

Rovine del colore della terra lungo la strada a ricordare l’occupazione nepalese.

Le prime luci del sole e le ombre che si allungano sui prati.

Grappoli di case tibetane sparsi lungo il fiume, ognuna immancabilmente con la sua bandiera rossa, tacito segno di accettazione dell’invasione in corso. Un assedio molto più subdolo rispetto agli antichi fortini nepalesi.

Sullo sfondo svetta la maestosa cima del Shisha Pangma (8013 metri) al confine con il Nepal, talmente bianca da confondersi con una nuvola. Ma è solo un’anticipazione. La strada si alza di quota e si intravede la catena himalayana. Non ci si può abituare a questo spettacolo, lo stupore è vivo come sempre. Lo sguardo si fa vigile e si imbeve di questo miracolo. Vedere svettare mastodonti alti ottomila metri, da un’altezza di cinquemila metri, è un’immagine incredibilmente potente.

E’ la potenza della natura.

Come può tanta bellezza non avere alcun significato? Essere fine a sé stessa? Perché chiede di farsi osservare/osservarsi?

Scendiamo di quota e si cominciano a vedere i primi campi coltivati. Una strada militare si inerpica su una montagna per sconfinare nell’ormai vicino Nepal. Più si scende e più si intensifica la presenza di villaggi e di esseri umani. Il paesaggio, pur sempre pietroso, comincia a farsi meno aspro. Macchie di vegetazione tra le rocce.

Un centro abitato con edifici alti e moderni simboleggia, in un contesto simile, l’arroganza dell’uomo. La stonatura è giustificata dalla vicina presenza del confine con il Nepal.

Ricompaiono gradualmente prima gli arbusti e poi gli alberi che, tornante dopo tornante, cominciano a ricoprire i rilievi e a modificare l’aspetto del luogo. I panettoni di pietra dalle mille sfumature di marrone sono ormai lontani, così come le sterminate e infinite valli dell’altopiano tibetano.

Lo sguardo è compresso e ridotto, inizia una stretta insenatura e la strada improvvisamente si tuffa in una profonda gola ricoperta da foreste di sempreverdi, solcate da cascate e fiumi impetuosi. Spegniamo i motori e sentiamo solo il rumore dell’acqua. Che pace, che colori. Sarà per la discesa improvvisa, per l’idea di uscire dal Tibet e di arrivare alla conclusione del viaggio, ma sento che il mio sguardo chiede ancora un po’ di quella quiete e vastità dell’altopiano, ormai lontano, là in cima.

L’ultimo centro abitato prima del confine, Dram, è abbarbicato sulla montagna. Si sviluppa lungo una serie di tornanti. E’ una città-dogana, grande e piena di vita, di negozi, di merci. Quanta confusione, dove sono finiti gli ampi spazi abitati solo dai nomadi? Al loro posto grandi camion Tata parcheggiati ai lati della strada, peraltro stretta, in attesa di passare il confine. C’è un’atmosfera animata e frenetica, e considerato il brulichio di Kathmandu, suppongo che da qui fino alla fine del viaggio la quiete e il silenzio verranno sostituiti dal trambusto e dalla confusione.

Entriamo in Nepal, nel versante opposto della stretta vallata. La città alla frontiera, Kodari, è il disordine; case evanescenti a più piani, baracche, gente per la strada; galline, animali, colori, odori. Si è aperta una porta verso un altro mondo. Scendiamo affiancando il fiume, un serpente bianco come il latte che scorre in una vallata sempre più lussureggiante e verde. Il panorama montano del Nepal è caratterizzato da isolate abitazioni arroccate sulle montagne con un po’ di coltivazioni in prossimità dell’abitazione e qualche animale da pascolo.

Più scendiamo e più il paesaggio seguita a cambiare, le coltivazioni aumentano, si vedono terrazzamenti in ogni dove. Riso da qualsiasi parte si volti lo sguardo.

E quante fontane. Ogni piccolo agglomerato di case ha la sua fontana posta lungo la strada. Vengono lavate le stoviglie e i vestiti; l’acqua fresca che scende dalla montagna è anche un toccasana per rinfrescarsi; il clima ora è caldo umido. L’aria tersa e frizzante del Tibet è ormai un ricordo.

Dell’ultimo tratto di strada, prima di arrivare a Dulikhel, mi rimangono impressi due colori: il verde intenso della vegetazione e il rosso deciso della terra.

Il Nepal è un mondo completamente diverso dal Tibet, lo stacco è netto. Qui tutto è così, mi si passi il termine, sfacciatamente vero, immediato, schietto, da lasciare storditi. C’è un continuo movimento, c’è affollamento in ogni angolo, lo sguardo è attirato dalle tante abitazioni disseminate lungo la strada, dai suoi numerosi abitanti, dagli animali; dinamismo e vivacità. Indigenza e miseria.

I maestosi paesaggi del Tibet, quasi disabitati, infondevano un senso di intimità, di riservatezza. Qui, al contrario, ciò che vedo mi induce a pensare a due termini che esprimono altre sensazioni: apertura e disinvoltura. E mi accorgo che le mie riflessioni si fanno più pungenti, più severe.

La morbida carezza del Tibet, che mi ha guidato nei miei momenti di raccoglimento, offrendomi conforto e consolazione, cede spazio a un gesto ruvido e spigoloso, che mi mostra con estrema spontaneità e immediatezza la vita nella sua più cruda realtà. Questo luogo mi affascina e allo stesso tempo mi disorienta. La povertà costringe a sottrarre, a vivere con poco o anche con niente. Tutto è esposto, è pubblico. Non sembra esserci riservatezza. La vita si svolge all’esterno, non ci sono mura domestiche a proteggere la sfera privata. E i pensieri arrivano diretti, subito a fuoco, non c’è bisogno di elaborazioni e di interpretazioni. Osservo la vita nella sua essenza, semplice e spontanea.

Baktapur è un bellissimo centro riconosciuto dall’Unesco come uno dei luoghi facenti parte del Patrimonio dell’Umanità. Osservo affascinato, è impossibile non rimanere colpiti dalla raffinatezza artistica degli edifici, dalla vita che si muove in ogni direzione nelle strette vie.

Ma è il centro sacro delle cremazioni, Pashupatinath, che arriva dritto al cuore, e che rianima le mie sofferenze.

Il rituale legato alla morte da noi è vissuto con intimità, in silenzio, quasi di nascosto. La morte da noi non si vede, non si vuole esporre, non fa parte della quotidianità.

Qui al contrario è mostrata, esposta, condivisa, resa pubblica, è tangibile. E forse è giusto così. Il rito funebre è brutale nella sua naturalezza. Non riesco a guardare, sono immagini che mi procurano dolore, il ricordo della morte di mia madre è ancora fresco.

Affollamento, animali, corpi cremati; gente accalcata in ogni dove che osserva. E’ come se rivivessi quel triste momento con gli occhi di mille persone.

In un altro periodo della mia vita avrei guardato pure io; e in futuro guarderò. Voglio prendere le distanze dal nostro modo di allontanare la morte.

Anche i tibetani sono incoraggiati ad assistere alle loro cerimonie funebri e a confrontarsi apertamente e senza timore con la morte, ritenuta un potente mezzo di trasformazione e di progresso spirituale.

Siamo noi che neghiamo la morte e la malattia. La teniamo separata da noi e dalla nostra quotidianità.

La nostra morte è quella che avviene dentro gli ospedali, avvinghiata alla tecnica, dove si praticano le terapie intensive, dove capita di morire per desistenza terapeutica.

Ritrovo un po’ di quiete nel pomeriggio. Con mio padre torno a vedere il grande stupa di Boudanath, l’antico monumento buddhista di Kathmandu che vedemmo il primo giorno e attorno al quale ruota la vita della comunità tibetana in esilio. Risento i profumi dell’incenso e il salmodiare dei pellegrini. Compiamo una serie di kora, ossia giriamo in senso orario attorno all’imponente chörten. Poi saliamo sul monastero dove i pellegrini si siedono a gambe incrociate e pregano rivolgendosi a Buddha. Li osservo e li ascolto, e mi abbandono al cantilenare dolce e monotono che si leva in alto sotto i grandi occhi assorti dello stupa di Boudanath.

Sono gli spazi senza confini e una cultura profondamente pervasa dal senso religioso gli elementi fondamentali di questo viaggio. Inscindibili e complementari.

Osservare questi pellegrini mi precisa il significato e il valore di questo viaggio.

I monasteri e lo stesso altopiano, illimitato, vasto, dominato da vette che sfiorano il cielo, si equivalgono; sono luoghi fortemente permeati di sacralità, meta di un personale pellegrinaggio inconsapevole e allo stesso tempo desiderato.

La religione popolare del Tibet abbraccia sia la dottrina buddhista che la religione locale bön, fede animista, sciamanica. Si basa sul culto e la pacificazione degli spiriti, che risiedono nelle rocce e negli alberi, in fondo a laghi, fiumi, pozzi; nelle montagne, nell’aria. Questo ha portato i nomadi tibetani a vivere in equilibrio perfetto con il loro aspro territorio, ne hanno riguardo.

E’ la stessa forma di rispetto verso la natura che ho osservato in Groenlandia.

Ciò che ne consegue è un rapporto diretto e vero anche verso se stessi, verso ciò che realmente siamo, fragili ospiti di questa terra.

«Eternità degli elementi e inconsistenza della persona, tempi lenti e lunghi delle pietre, dell’acqua e dell’aria contro tempi veloci e brevi degli uomini e delle loro ridicole preoccupazioni»[25].

Perché devo percorrere migliaia di chilometri per rintracciare la semplicità, l’essenza delle cose, la mia natura, il mio essere uomo, animale? Perché il mondo in cui vivo, all’opposto, è così arido, finto, fittizio?

Quando mi immergo in queste terre incontaminate in un primo momento provo la sensazione di sentirmi inadeguato, è come se all’improvviso mi accorgessi di avere un’armatura che mi impedisce di sentire, di vedere. Sono al riparo dall’esterno e da me stesso. Cosa vedo? Perché sono qui dentro? Chi mi ha messo o mi ha indotto a mettere questa armatura? La tolgo e mi sento perso, disorientato.

E’ la stessa armatura che si è frantumata da sola questo inverno, quando mia madre è morta. Sono rimasto inerme, senza difese, di fronte alla nuda realtà delle cose.

Vorrei riappropriarmi del mio essere animale di questa terra, sentirmi parte di essa per ciò che realmente sono.

In questo luogo di pace, osservo gli oranti, la loro gestualità, i loro riti per espiare colpe o per liberarsi dal ciclo delle reincarnazioni. Sono rassicuranti, infondono tranquillità. In questo contesto ripenso con più distacco al rito della cremazione, a quel modo corale di vivere la morte; così ferocemente genuino e sincero.

E’ questo che voglio assorbire e portare via con me. Non è affatto un ricordo rassicurante ma è lo specchio della realtà, nitido e pulito. Voglio tenermi lontano dalle menzogne e dalle illusioni.

«Alla solitudine l’uomo d’oggi non sembra più capace di abituarsi, uso com’è ai fragori, al dinamismo, al tumulto della vita urbana, alla stessa condizione virtuale del suo rapporto con il mondo. Tutto ciò, associato alla perdita della natura – come fine della sfida che dà senso all’esistenza – e alla perdita del paesaggio, come contenitore di valori e di memorie, ha effetti sconcertanti nel momento in cui l’uomo si rende conto di questo vivere inautentico. Abbiamo come reazione la fuga verso l’Oriente, le religioni del silenzio e della meditazione, o verso gli spazi rigeneranti del Terzo Mondo, dove ormai non è più l’esotismo che conta, quanto la possibilità di contattare gli ultimi lacerti di un mondo di natura da tempo perduto altrove»[26].

 

5.

RISVEGLIO

HOPAR. Ghiaccio screziato, silenzio vitale

KIRGHIZISTAN, XINJIANG, PAKISTAN, 2014

Terre di cime imponenti e altopiani che si elevano sul resto del mondo; sono partito alla ricerca dei miei “ampi spazi aperti”, di luoghi pervasi dal silenzio, non antropizzati.

«Quale silenzio avvertirò in queste terre? ». Mi chiedevo.

Ho sentito quello minaccioso, interrotto da tuoni e fragori causati dai movimenti dei grandi ghiacciai della Groenlandia. Ho sentito quello dell’altopiano tibetano, morbido, che ti avvolge come una coperta.

Ancorato nel mio mondo, alla ricerca di conferme, in questa nuova esperienza ho faticato a ritrovarmi, cercavo ciò che volevo vedere e sentire, ma i miei occhi e le mie orecchie vedevano e sentivano altro. Desideravo una continuità con le esperienze precedenti. Ciò è avvenuto, ma in un contesto diverso. Ho riaperto gli occhi sul mondo, ho ripreso a guardare, ad ascoltare altro oltre al silenzio, a osservare i miei simili, di ieri e di oggi.

L’anno scorso ho poggiato lo sguardo sulla catena montuosa dell’Himalaya, in Tibet, e quest’anno ho viaggiato in prossimità delle alte cime del gruppo montuoso del Karakorum. Ho idealmente guardato il mondo dall’alto, da fuori. E osservare il mondo dalla cima di un monte, pare fermo, immoto, esala il silenzio dei paesaggi geologici, che hanno mutamenti lentissimi.

Per cogliere la visione d’insieme, per capire, per conoscere sono poi sceso da quelle alte cime e sono lentamente entrato nei villaggi, nelle città, nei loro frastuoni; quest’anno li ho vissuti di più rispetto al viaggio fatto in Tibet, li ho sentiti palpitare. Mi sono imbattuto in terre di plurisecolari stratificazioni storiche; in luoghi che mi hanno offerto la possibilità di aggiornare il modo di osservare il mondo che vivo; di interpretarlo con un desiderio di conoscenza per me forse inedito.

Si parte e non si sa cosa si trova.

Nelle mie “fotografie” descrivo paesaggi, esprimo lo stupore nel vedere luoghi tanto belli; ma sono luoghi che grondano, trasudano storia. Ho avvertito all’istante il fascino di sapere chi aveva poggiato gli occhi prima di me su quelle terre, in quale contesto; e chi le stava osservando e vivendo in quel momento.

«Questa dimenticanza o invisibilità degli attori del passato sembra propria di una società come la nostra, tutta assorbita nel presente, tesa a bruciare i doni della natura, poco sensibile ai tempi lunghi della storia, poco riconoscente nei confronti delle generazioni precedenti, le quali nel mondo pre-moderno erano rispettate e tenute presenti come portatrici di valori sui quali la società basava ogni suo agire. […] L’insensibilità verso la dimensione storica d’altra parte è anche il portato della cultura d’oggi, che è tutta rivolta a consumare, a bruciare il presente, poco sensibile a coltivare la memoria di ciò che è assente, cioè il passato, e quindi di tutto ciò che dà sostanza storica al paesaggio. Il quale poi, rispetto al dinamismo del nostro tempo, ha una sua fissità, una sua immobilità ed appare perciò stesso come scontato, ovvio, acquisito, senza importanza: non lo si pensa soggetto a mutamento, a una sua vita, che è poi la vita dei sistemi territoriali e la vita della natura che di tali sistemi è il fondamento»[27].

KIRGHIZISTAN

Quante etnie, quanti colori della pelle. In volo verso Biškek osservo l’alba e cerco di orientarmi nell’infinità di volti che ho incrociato nei vari aeroporti.

Oltrepasso confini e sorvolo città che hanno nomi che incantano: Bakü, Almaty, Dušanbe, Ürümqi, Bukhara, Kashgar. Sapore di Russia, di Cina, di antico, di lontano, di storia. Fin da età remote i popoli kirghizi sono stati incrocio di culture, religioni, tradizioni ed etnie differenti.

Kirghizistan, paese da sempre in balìa dei venti e dalle straordinarie diversità.

I primi abitanti furono gli Sciti, nati dall’unione di Echidna, mostro dal corpo di donna e di serpente, con il figlio di Zeus, Eracle. In queste zone si spinse Alessandro Magno; si succedettero i Parti, i Turchi, gli Arabi, gli Uiguri. Terra di imperi caduti, l’Impero Mongolo di Gengis Khan e l’Impero Russo. Terra di montagne coperte da nevi e ghiacci perenni; terra attraversata dalla Via della Seta, nella quale si professava il Buddismo, il Manicheismo, lo Zoroastrismo.

Terra in cui la bellezza del paesaggio umano e naturale si equivalgono.

Avverto il consueto senso di spaesamento quando mi allontano dall’aeroporto. Poche ore fa ero a Venezia; ora sono in un luogo che non conosco, un luogo da esplorare, da capire, da conoscere. Gli spostamenti in aereo hanno il dono di accorciare le distanze, ma trasferiscono solo il corpo. Ci vuole tempo per abituare la mente al cambiamento.

Trasparenti, sospese in aria, le montagne innevate emergono dalla foschia, dalla sabbia del deserto che arriva dal vicino Kazakistan. Tratti somatici asiatici in un mondo dalla forte impronta sovietica. Urbanistica a scacchiera e senso di povertà. Osservo un altro, l’ennesimo, esempio di colonizzazione. Si lambisce appena l’idea del viaggio, questo luogo non incanta, mi comunica tristezza. A Biškek è difficile percepire la bellezza che si cela nelle terre del Kirghizistan, bisogna avere pazienza. Questa città non aiuta a sognare, anche i pensieri sembrano venire catturati, ordinati e strutturati in modo freddo e impassibile. Il programma di spersonalizzazione progettato da Stalin qui è fin troppo palpabile.

La bandiera del Kirghizistan simboleggia l’apertura sulla sommità delle yurte, e raffigura un sole giallo con quaranta raggi, che rappresentano le quaranta tribù kirghise. Simboli e magia di un mondo che in questo contesto urbano è impossibile percepire.

«Il nomadismo contrapposto alla sedentarietà genera da sempre un conflitto metafisico: cosmopolitismo dei viaggiatori nomadi contro nazionalismo dei contadini sedentari, l’opposizione attraversa la storia dal neolitico fino alle forme a noi più vicine dell’imperialismo. I nomadi prediligono sopra tutto la libertà, percorrono vaste distese spinti unicamente dalla preoccupazione di sopravvivere e assicurare la perennità della tribù; i contadini quando si insediano costruiscono, innalzano, edificano villaggi, città, inventano la società, la politica, lo Stato, dunque la legge e il diritto, sempre sostenuti da Dio e dalla religione»[28].

Osservo le persone del luogo che sembrano avere facce antiche, facce che arrivano da mondi estinti, facce che raccontano ciò che questa città cela. Sono i volti dei nomadi kirghisi.

I colori di questa città sono sbiaditi, la città stessa e la vita che si conduce sembra sbiadita.

Tutta questa geometria, questa rigidità non si addice al vecchio mondo nomade dal credo animista. E’ una città imposta, simbolo di una libertà rubata.

I paesaggi sconfinati si aprono subito fuori dal centro urbano, spazi aperti delimitati dagli alti rilievi innevati, le Montagne Celesti, la catena del Tian Shan, confinante con la provincia cinese dello Xinjiang.

Osservo il panorama lungo la strada che conduce verso il lago Ysykköl, aree dimenticate e solitarie e minuti agglomerati si distribuiscono equamente. Si transita attraverso mercati abbozzati ai lati della strada, un tuffo silenzioso in una dimensione geografica e umana per me inedita. Mi avvicino con rispetto e senza fretta a questo popolo che sa di Oriente. Volti di dungani, i musulmani di origine cinese; volti gentili di una famiglia kirghisa che ci offre un pranzo cucinato col cuore e gustato tra le mura della loro casa. Assaggio il plov, un misto di riso e carne, e lo shorpo, una zuppa preparata cuocendo insieme carne e verdure. Meloni e angurie quasi più dolci di una gustosissima confettura di fragole che assaporo instancabilmente da quando sono seduto a tavola. Caramelle, frutta secca; una gazzarra di colori, di oggetti, di decori, di guarnizioni. Avverto una vitalità e una vivacità che definirei scombinate, incoerenti, ma così confortevoli da farti sentire a casa.

C’è anche il tempo di tornare temporaneamente in Europa, un’Europa remota, perduta, che risale agli anni dell’Illuminismo, racchiusa tra le mura domestiche di una famiglia mennonita, residuo delle deportazioni dei tedeschi della Repubblica Socialista Sovietica Autonoma Tedesca del Volga.

Ci ospitano nella loro casa, semplice ed essenziale, con sincera cortesia. Negli occhi hanno un lampo d’orgoglio, sono fieri della loro Germania, ma quel mondo da cui provengono ha più il sapore di una chimera. Intonano e cantano malinconiche canzoni che hanno un’anima palesemente russa. Quel mondo tedesco è così distante, e quanto più lo bramano e lo inseguono tanto più percepisco quella terribile ferita inferta dalla Russia stalinista.

Usciamo dalla città di Tokmok e continuo a osservare; cerco di comprendere la realtà del luogo, la sua complessità, le sue difficili interazioni. Quanti mondi convivono in queste terre.

Sono gli esseri umani ad arrivare dritti al cuore in questo primo giorno di viaggio. La natura è lì in fondo, quei rilievi innevati sono in attesa di emergere, di erompere.

I pioppi svettanti disegnano e caratterizzano il paesaggio.

Il sito archeologico con il minareto di Burana nella Valle di Chui racconta un passato lontano e non più visibile; la Via della Seta, Gengis Khan, a metà tra immaginazione e realtà.

La strada segue le montagne, spoglie e senza vegetazione, fino a incrociarle e a farsi spazio tra severi rilievi di pietra. Quando il paesaggio si apre osservo un ambiente simile all’altopiano tibetano, gobbe arrotondate che sembrano dune di sabbia e toni di colore che sfumano dal verde al marrone illuminati dalla luce del tardo pomeriggio. Un piccolo chiosco raccoglie un’umanità che comincia già ad essermi familiare.

La valle si allarga e lascia spazio al grande lago Ysykköl. Una leggera foschia rende visibili solo le cime innevate, una lunga linea bianca sospesa in cielo, sopra le acque del lago.

Čolponata, capoluogo del distretto di Ysykköl. C’è uno sconfinato silenzio su questa tavola ricoperta di petroglifi. Tutta la fetta di mondo che ho sorvolato e quel poco che ho cominciato a vedere, inizia ad avere un senso, qui, tra questi segni scavati nella roccia, tra queste pietre e queste acque che hanno accolto tanta umana inquietudine. Ma avverto una disarmonia, una dissonanza di fondo che mi disorienta. Sono combattuto tra il desiderio di vedere spazi non antropizzati e la brama di farmi assorbire da questi luoghi, pregni, ricchi di storia. Il mio sguardo si somma ad un’infinità di sguardi che mi hanno preceduto, ed è uno sguardo insicuro, che cerca di cogliere frammenti di una totalità difficile da afferrare.

E’ arduo qui trovare l’identità di un popolo. Mi sento ubriaco, fatico a trovare punti di riferimento. Immerso in un contesto maestoso, circondato da rilievi innevati, questo luogo parla più lingue, passate e presenti. I villaggi che osservo lungo la strada sembrano zattere appoggiate in questo flusso continuo e incessante, dove solo le montagne rappresentano una certezza, suggeriscono un senso di solidità, uno scenario che ha ospitato un continuo avvicendarsi di popoli.

Per il momento rimango osservatore, lascio scorrere, e mi lascio portare lungo questa porzione della Via della Seta.

Terra brulla, spazi aperti privi di vegetazione, qualche pioppo che svetta.

Misuro le mie emozioni che fatico a interpretare. Del viaggio in Tibet mi è rimasta l’intensità con cui l’ho vissuto, complice il contesto in cui l’ho fatto. Intimità, sacralità, sono i termini che utilizzerei per descrivere quell’esperienza. Ho scavato in profondità alla ricerca di risposte.

Sto cercando un nesso con quel viaggio e con quelli fatti in precedenza. Viaggiare serve per conoscere, per soddisfare le proprie curiosità. Il mio viaggio ideale è alla ricerca di se stessi ed è seguendo questo obiettivo che vorrei si muovesse questa nuova esperienza. Vorrei dare continuità e ritrovare quell’intensità. Osservo e ascolto con forte curiosità. Desidero però sentire accendersi la scintilla.. Osservo le strade, i volti, i villaggi, in attesa che si accenda..

Deserto e montagne, che connubio, uno scontro di immagini che ai miei occhi, abituati alle Alpi, appartengono a due realtà inconciliabili. Una inedita armonia già sperimentata in Tibet, ma alla quale non mi sono ancora abituato. Gli spazi si dilatano, le montagne si alzano e i luoghi si spopolano.

Respirarne la polvere, toccare la terra, vivere queste sfumature di marrone. Vorrei perdermi in questa valle, lievemente tinta d’azzurro: un lago e una mandria di cammelli. Un profumo intenso di artemisia arricchisce e caratterizza questi spazi.

Nelle pause che intercorrono tra uno spostamento e l’altro respiro l’aria piacevolmente fresca e cerco di catturare il senso di questi posti.

Sono a tremila metri circondato da rilievi. I colori sono tenui e le linee sono smussate. Tende di nomadi e cavalli sul passo Dolon. Uno sguardo timido e curioso di una bambina e il sorriso di un bambino che saluta dal suo cavallo. Volti ampi e sorridenti. Un luogo che sembra dimenticato dal mondo, accarezzato dalla luce del sole e vestito di verde. I nomadi sanno che qui il tempo ha un’altra dimensione.

Scendendo dal passo il paesaggio si distende e la luce del tardo pomeriggio dona calore. E’ un luogo incantevole che percorro da ore, immerso nel silenzio. Di tanto in tanto appaiono singole tende che palesano la misurata presenza dell’uomo. Morbidi panettoni del colore della terra e mucche che tornano dal pascolo.

Un enorme cimitero annuncia l’arrivo a Naryn, una città inserita in un contesto che combina montagne, steppa e deserto. Questo centro è situato sulle rive dell’omonimo fiume che sorge dalle montagne del Tien Shan e scorre lungo la Valle di Fergana, valle che in epoca antica faceva parte della Transoxiana, una provincia dell’Impero Persiano che svolse un ruolo importante nei commerci tra Cina, Medio Oriente e Europa, lungo la Via della Seta. Una valle che è situata ai confini con l’Uzbekistan, con la Regione di Andijan, una fetta di mondo fatta di sabbie, foschie, acque, pioppeti, di suggestioni evocate da culture remote, ma anche tormentata in anni più recenti da violenti contrasti di natura religiosa.

Andijan è anche la città natale del sultano Babur, discendente di Tamerlano e di Gengis Khan. Visse quarantotto anni, ma in questo breve lasso di tempo riuscì a fondare, nella prima metà del 1500, il grande regno islamico noto col nome di Gran Moghul. E’ sbalorditivo cosa possa comportare la forza e la determinazione di un essere umano. L’esistenza di un uomo che causa la fine di una civiltà, la civiltà indù, che per secoli condizionò e si impose sugli attuali India e Pakistan.

Gli ultimi pensieri prima di addormentarmi in una yurta.

Ho perso il filo rispetto agli ultimi viaggi. Sarà un viaggio fine a sé stesso o si calerà nell’intensità e nella profondità che sto cercando? Alcuni elementi mi distraggono e mi trovo ad essere solo osservatore; manca spessore. Attraverso paesaggi mozzafiato ma non riesco a coglierli. Forse non so cosa sto cercando. Mi sto scontrando con le mie aspettative e non riesco a sognare. L’anno scorso ho vissuto ogni momento della mia esistenza con un’intensità tale da emozionarmi davanti a qualsiasi cosa. Guardavo in profondità, vivevo una condizione nuova e difficile. Ora non so dove mi trovo. Forse sto cercando di uscire da quella profondità, ma non so che direzione prendere. L’idea di unire il bisogno di ritrovare me stesso attraverso viaggi importanti e la necessità di trovare un senso negli eventi dell’anno scorso, forse mi sta confondendo. Quest’anno se collego questi elementi mi perdo. Credevo si potessero combinare subito e spontaneamente e invece oggi ho proprio perso il filo. Considero il viaggio altro rispetto ad una sequenza di immagini e di luoghi. Voglio leggere me stesso in un contesto a me nuovo.

Forse l’esperienza vissuta lo scorso anno in Tibet, ricca di sacralità, ha avuto nella sacralità stessa, involontariamente trovata, un suo senso, un suo significato. Non è stato un semplice viaggio, è stata un’esperienza che ha toccato le mie corde, in profondità.

Quanta poesia c’era nei cavalieri del vento, nelle bandiere colorate; la magia dei monasteri. Cerco il silenzio; e qui so che c’è, oggi l’ho trovato, ma a intermittenza, non sono riuscito a coglierlo.

Devo darmi tempo, devo permettere al mio sguardo di riaccendersi, di cogliere le suggestioni di questa esperienza nel momento stesso in cui le vivo, senza alterarle, senza inquinarle di aspettative; devo sottrarmi a ciò che lo sguardo e l’udito vorrebbero vedere e sentire.

Il mattino seguente metto da parte pensieri e riflessioni e mi lascio andare.

Il viaggio prende forma, assorbe quel lento nomadismo che caratterizza questa terra. La strada sale verso il passo Torugart, sito ad un’altezza di 3.700 metri, prossimo al confine con la Cina.

La forza magnetica del luogo è smisurata, aste immaginarie puntano rigorosamente a Est, a Oriente, a un altro mondo, oltre il Kirghizistan. Mollo gli ormeggi.

Terra rossa, ne riempio le mani e respiro l’aria fresca del mattino. Ampie praterie e un’imponente silenzio.

Costeggiamo un torrente nei primi chilometri di salita, e il paesaggio si allarga.

Vegetazione rada e colline ondulate, morbide, lisce, come dune di sabbia. Questo luogo infonde un senso di quiete. Osservo incantato. Alti rilievi sullo sfondo persi nella foschia e nella luce bianca del sole: la catena delle Montagne Celesti.

Non ci sono animali, non ci sono esseri umani, solo un immenso senso di infinito.

Torno nei miei “wide open spaces”.

Sabbia e terra friabile; sfumature rosse di arenaria. Il paesaggio cambia, si appiattisce, si distende e compaiono sporadici insediamenti, fattorie e i luoghi di sepoltura dei nomadi kirghisi, unici abitanti di queste lande solitarie.

La strada taglia un vasto pianoro circondato da vette innevate. Ho la sensazione di essere su un veicolo silenzioso, potrebbe essere una nave, una mongolfiera; questo immenso anfiteatro è fluido, sembra muoversi, libero; tutto è in movimento.

Strada sterrata, terra su terra, polvere, steppa, yurte, e il lago Chatyr-Kul, il lago celestiale.

Do spazio ai pensieri e abbandono ogni forma di razionalità. Come non immaginare un’altra vita attraversando questi maestosi spazi vuoti?

Rinascere qui, uomo, cavallo, animale. Vivere la terra, seguire i ritmi della natura, riappropriarsi di sé stessi, non conoscere condizionamenti. Sperimentare da zero i propri sensi. Come sono oggi non saprei vivere questi luoghi, li osservo e li sogno. Li attraverso senza conoscerne i pericoli, la durezza.

Filo spinato, un retaggio del mondo sovietico, corre in prossimità della strada, e poi sette lunghi chilometri separano il Kirghizistan dalla Cina, terra di nessuno, a 3700 metri. Qui sembra finire il mondo; e intuisco che il gelo invernale stringa questo luogo in una morsa di silenzio. Quanta vastità e grandiosità.

XINJIANG

E’ sorprendente il cambiamento di paesaggio una volta attraversato il passo. Il versante cinese si presenta immediatamente più arido, più desolato, aspro, minaccioso. E’ un’esplosione di arenaria, rocce rosse, nuvole scure. La poca vegetazione che accenna timida isolate macchie verdi, è soffocata dalle pietre.

I grandi massi rocciosi stringono sempre di più la strada che finisce col districarsi in un una stretta gola. Maestose pareti cadono a picco sul letto del fiume. E’ un luogo sempre più duro, più cupo, sempre più stretto. Pochi rivoli di acqua marrone nel letto del fiume suggeriscono una sensazione di aridità, di mancanza di vita.

E’ affascinante e opprimente insieme. E’ un’immagine che evoca l’idea della terra bruciata, secca, spaccata.

E’ una versione prosciugata e ristretta delle ampie valli degli ultimi tratti del Kirghizistan.

Tanta durezza viene lentamente addolcita dalla comparsa di qualche arbusto e dei primi pioppi. Il cielo minaccia pioggia in questo luogo spettrale battuto dal vento; disabitato. Percorro questo primo lembo di Cina, lo osservo nel tentativo di iniziare a cogliere qualche nota distintiva, ma è ancora troppo presto. Tanta severità si placa senza fretta, i contorni si livellano gradualmente, e pian piano i colori si fondono in una percezione visiva uniforme, dove prevalgono le sfumature di marrone. La strada ora lambisce il deserto di Taklamakan ai margini del quale si trova Kashgar, città della provincia autonoma dello Xinjiang, celebre punto di incontro dei percorsi meridionale e settentrionale della Via della Seta, antica oasi nel deserto a nord delle montagne del Pamir. E come potevo supporre avverto fortissima la frattura con quel mondo remoto, relegato ormai nei libri di storia; riemerge la stonatura avvertita lo scorso anno in Tibet. A Kashgar, antico snodo tra Asia e Europa, la metamorfosi da antica città di impronta islamica a impersonale, grigia, piatta, anonima città cinese è ormai in uno stadio avanzato.

Anche questa regione autonoma ha difficoltà a mantenere la sua identità. La popolazione cinese sta superando in numero quella originaria costituita principalmente da uiguri, nonché da tagiki, uzbeki e kirghisi. Come in Tibet anche qui il governo cinese sta risolvendo il problema dell’etnia locale favorendo la politica della cosiddetta “sommersione etnica”, facendo emigrare nella regione sempre più cinesi han e favorendo la spersonalizzazione del luogo.

Il caso del Tibet ha molta più risonanza nel mondo, probabilmente favorita dalla presenza del Dalai Lama. Gli scontri nello Xinjiang sono altrettanto violenti ma l’attenzione dei media sembra concentrata solo sul Tibet.

Come al tempo del Grande Gioco asiatico tra Impero russo, Cina e Gran Bretagna, il nodo del Pamir, dove si incontrano Russia, Cina, Afghanistan, Pakistan e India è il centro dal quale controllare tutta l’Asia. Pechino vuole concentrare i suoi sforzi sul Pamir per arrivare alle coste pakistane e indiane, per controllare l’Iran e il Golfo Persico, l’asse della sua correlazione strategica con il Mediterraneo, e per controllare il Pacifico orientale[29].

La regione dello Xinjiang è cruciale in questo disegno, il suo controllo e il suo assoggettamento sono necessari.

Osservo il frenetico viavai di gente per le strade della città, e mi chiedo se come a Lhasa anche a Kashgar coglierò l’anima di questo luogo tra le strette vie della città vecchia.

Kashgar, profumo di spezie, vicoli impolverati, negozi, frutta, angurie, meloni, vetrine di angusti studi odontoiatrici e di barbieri. Volti, tanti volti, veli in testa, pelle scura. Moschea che appare come una grotta trasparente intimamente raccolta tra filari di pioppi. Tempesta di sabbia e acqua, cielo nero e marrone. Calca nel sottopassaggio. Via della Seta, etnie, popoli che osservo. Bazar, mercati, clacson, stoffe colorate.

Ubriaco la mente e la vista. E’ un fiume che scorre. Navigo in mezzo.

Veli blu e arancioni, doppa verdi, barbe lunghe e bianche. Lineamenti turchi e cinesi; volti giovani e vecchi; grazia femminile espressa sotto i veli, abiti uiguri, odore di cibo, cumino, tè, gente che parla, che parla nel sottopassaggio, lingue che non capisco ma che ascolto, frenesia, tempesta, aria di pioggia, vento. Aria che si riempie di luce gialla, pulviscolo color seppia.

Per quanto si possa mortificare una città, cambiarla, renderla artificiale, scaratterizzarla, la gente che vi abita ne mantiene l’anima. Questa città è leggibile attraverso i suoi abitanti, appartenenti a mondi che si sono incontrati e fusi nei secoli. E’ uno scrigno artificiale pieno di segreti. Se riesci ad aprire il coperchio puoi sognare, ne vedi l’anima. Stavo cercando altro da questo viaggio, ma a dispetto di quanto potessi immaginare, questa città mi ha incantato.

Macellerie e animali al guinzaglio, spezie, frutta secca, profumi.

E’ questa città che è riuscita a strapparmi dal mio mondo e dai miei pensieri, a capovolgerli per orientarli altrove. E’ stato il caos, la vita, e non il silenzio.

Chiusa, quasi sigillata tra anonimi edifici di nuova costruzione, sprofondata nel grigio artefatto di un mondo che non comunica, la città vecchia finalmente si svela. Oggi arrivo alla fonte di quel fiume ininterrotto di emozioni, colori, profumi, volti che ieri mi aveva conquistato; quel fiume che colorava un ambiente altrimenti spento e sbiadito. In questi vicoli avverto calore, mi inoltro in un indefinito labirinto di case ed edifici in terra cruda che custodiscono corti interne colorate, botteghe di artigiani, di generi alimentari, di minutaglie di varia natura. C’è un’umanità che non ha nulla del mondo cinese. Donne con il capo avvolto in foulard marroni, conducenti di carretti trainati dagli asini che urlano Posh! Posh! per farsi strada, minareti e muezzin a ricordare che Kashgar è una città musulmana. Ma è un mondo tanto affascinante quanto ormai affogato in un amalgama inedita fatto di artigiani e di uomini d’affari, di strumenti musicali finemente lavorati e di telefoni cellulari, di fango e di plastica, di autentico e di artefatto. Questo luogo è destinato a diventare un museo della cultura uigura a cielo aperto, bonificato ad uso turistico.

Il progetto di demolizione della città vecchia ha un nome: “progetto di ridislocamento dei residenti”, ora sistemati in un’area che si trova fuori dalla città; in insignificanti edifici moderni.

Nuove costruzioni a immagine e somiglianza di quelle antiche stanno invece sorgendo a pieno ritmo nel cuore di Kashgar; adobe dei giorni nostri, non più fatto di argilla, sabbia e paglia essiccata al sole, ma di materiale più bello, più funzionale, più sicuro; più pulito; splendente.

Senza anima.

E’ evidente che le autorità cinesi hanno deciso di fermare quel fiume in movimento, vivo, impetuoso e travolgente, e di assumere il controllo sulla comunità uigura, colpendola dritta al cuore. Nella grande piazza che osservo dall’albergo campeggia una enorme statua di Mao col braccio alzato, a indicare la strada, una nuova strada..

Osservo un mondo che non vuole dissolversi, che continua a pulsare dentro e fuori questo universo in terra cruda, che porta avanti le sue tradizioni; sembra quasi di udirlo: posh! posh!, fate spazio! Assisto al taglio della gola di una capra; una bacinella raccoglie il sangue che sgorga dalla ferita e lentamente l’animale si spegne tra le mani esperte del suo carnefice, il gestore di una macelleria. Usanze tanto forti e intense quanto esposte, pubbliche e consuete.

L’effetto di questa immagine, alla quale non sono abituato, si amplifica dentro di me e mi accompagna per tutto il tempo della visita al grande mercato del bestiame, poco fuori dal centro urbano. In questo posto sperimento una miscela di sensazioni che fatico a descrivere, emerge prepotentemente la mia natura cittadina, avverto di essere in un luogo che non mi appartiene e che, nonostante la sua assoluta semplicità e immediatezza, non riesco a cogliere; mi rassegno, non sono in grado di accedervi. Osservo colmo di curiosità dalla porta d’ingresso, ma mi sento così fuori luogo, inadatto: provo un misto di soffocamento, di istintività, di irrazionalità, di brutalità. E’ un mondo immutato da secoli, questi erano i mercati all’epoca della Via della Seta. Terra, sabbia, sudore, calca, caldo, fragore, baraonda, agitazione, una babele di uomini e animali; cammelli, pecore, capre, yak, mucche, asini, cavalli, stipati, assembrati. Camion, automobili e carretti carichi di bestiame fanno la fila per entrare al mercato; uomini che entrano anche con una sola pecora o una mucca, nella speranza di realizzare qualche piccolo guadagno. Lungo il perimetro vengono disposti i chioschi dove grandi pentoloni carchi di carne e di zuppe cuociono, bollono, fumano.

Qui c’è l’anima di questo popolo, che vibra; accesa, palpitante.

Comincio però a provare un po’ di stanchezza, ho passato una notte tormentata, ho sognato confini, nazioni che mi evocavano sensazioni di paura, di pericolo.

Ripenso alla recisione della giugulare della capra, ho osservato i suoi ultimi istanti di vita, il sangue che colava nel catino. E’ così…semplice, un taglio e una vita che si spegne. E’ tutto così…freddo.

Dopo tanto caos e tensione ora desidero poggiare lo sguardo sulle alte vette del Pamir e del Karakorum.

E’ sufficiente percorrere un breve tratto di strada per avere piena percezione del contesto in cui si trova la città. L’insolita, ai miei occhi, e abbondante quantità di sabbia che al mio arrivo aveva alterato il colore del cielo, sui minareti della moschea, indicava la vicina presenza del deserto, che ora osservo, illimitato, inafferrabile.

Una pausa mentre percorro un tratto di strada nella terra arida.

Qui si spegne tutto e si riparte.

Attraverso una combinazione di foschia, terra, sabbia e desolazione si giunge in un piccolo centro che si sviluppa lungo la strada. Il dinamismo di Kashgar non sembra affievolirsi, osservo la stessa agitazione, la medesima esuberanza, l’accurato senso di abbandono. E’ lo stesso caos addensato in un piccolo borgo; ai lati della strada si avvicendano venditori di cocomeri, di meloni e di pane uiguro; è un’esplosione di immagini nella quiete del deserto.

Così com’è comparsa, la vita sembra svanire all’istante, appena fuori dall’abitato. Pare ritirarsi nelle basse case in terra cruda disseminate in questa interminabile landa; terra sulla terra, impermanenza, transitorietà.

Un po’ di azzurro, per quanto incerto e sbiadito, emerge su tanto tenace color tabacco: compare un fiume, quasi evanescente. Al lato del suo letto si alzano a picco dune di roccia, incise con tagli verticali. E’ come se il deserto si fosse accartocciato su sé stesso.

E’ questo l’inizio della Karakorum Highway.

Linee secche, dure, decise. Il colore della terra che predomina su tutto. Rocce rosse, massi, pietraia. Stratificazioni di colori: scarlatto, nero, bianco. Le montagne stringono la strada, dissestata, irregolare. E’ un paesaggio austero e severo, ingentilito dalle nevi perenni del Pamir che risaltano sullo sfondo.

Rilievi sempre più alti, sabbia che cola dalle pendici; ghiacciai in lontananza.

La strada si avvicina al Corridoio di Wakhan, una stretta vallata di territorio afgano che divide la regione tagika del Gorno-Badakhshan dalla provincia Nord-Occidentale del Pakistan. Questo stretto lembo di terra venne assegnato all’Afghanistan nel 1905 da una commissione internazionale per separare la Russia dall’India.

Nel minuscolo agglomerato di edifici che prende il nome di Ghez viene fatto un controllo dei passaporti.

Il paesaggio è sempre più lunare e minaccioso, assolutamente privo di vegetazione.

La strada inizia a salire e la valle di sabbia e ghiaia scompare alle mie spalle. Il miracolo cinese è arrivato fin quassù. Osservo sbigottito una centrale elettrica appena terminata, custodita tra queste inaccessibili guglie, e una nuova strada appena tracciata che faciliterà il traffico di camion tra Cina e Pakistan. Nonostante il tentativo dell’uomo di alterare questo ambiente, la sua essenza rimane inviolata. E’ una natura assolutamente indomabile; pare di avvertire la sua calma imperturbabile, indifferente alla presunzione e all’arroganza dell’uomo. Solenne, sembra intrattenersi in un gioco di contrasti, si distrae sovvertendo principi innati, divertendosi alle mie spalle. Le renne, simbolo di terre ricoperte di neve, qui sono sostituite da docili cammelli che invece di affrontare distese di sabbia, si muovono pigramente su pendii bianchi che sanno di mondo artico, polare. Sono stordito, ma infondo tutto quadra: questa effettivamente era terra di carovanieri, di caravanserragli che indicavano l’itinerario dell’antica via della seta. Nella sua presunta incoerenza l’immagine dei cammelli sulla neve rivela l’unicità di questo luogo. Questi animali sono i sonnacchiosi guardiani dell’imponente Muztagata, “padre delle montagne ghiacciate”, la seconda vetta più alta del Pamir, 7.546 metri.

E’ un paesaggio onirico.

Ammutolito rivolgo lo sguardo verso questo mastodonte, il nuovo “oltre” dei miei ultimi viaggi.

Tanta fierezza e severità induce al silenzio.

Le sue pareti si specchiano sul Lago Nero, il lago Karakul, il secondo più alto al mondo, trecentosessanta0 metri. L’anfiteatro che circoscrive queste acque lisce e impassibili è perennemente ricoperto di neve ed è prossimo alla congiunzione delle catene montuose del Tian Shan e del Kunlun Shan.

Una spruzzata di yurte sulle sponde a indicare la presenza di qualche nomade.

Stupore…

In silenzio sul lago lascio scorrere le preoccupazioni, i crucci, fuori dalla mia testa e godo di tanta immensità. Assorbo e rinasco. Contemplo questa natura che esplode davanti ai miei occhi. E mi accorgo della discreta presenza di un cimitero proprio al cospetto di questa meraviglia; potrei esprimere un desiderio, quando sarà il momento…

Ritornano i luoghi che prepotentemente mi riconducono a riprendere il filo che quest’anno avevo trovato, ma legato ad altri contesti. Qui riconosco i “miei luoghi”.

L’imponente montagna si distende dolcemente e per breve tempo tornano i pendii color terra, gli yak e le case in adobe.

Poi la strada riprende a salire. E’ un incessante saliscendi, è un’immersione tra imponenti catene montuose, ovunque si volti lo sguardo. Mi trovo in mezzo a tutto ciò. All’orizzonte vedo altre catene innevate, il Karakorum, le Montagne Nere. Tutto attorno il plateau illuminato dalla luce del tramonto. Questo paesaggio evoca immagini di fiabe antiche, di nomadi, cavalieri, profumi di spezie, principi e principesse, regni scomparsi. Una colossale arena di catene montuose, lo ripeto, lo ripeto, è favoloso! Come faccio ad assorbire questa immensità? Vivo il presente, ora! Estensione, vastità. Catene che si intersecano e si sommano l’una sull’altra, una successione continua. E’ un’esplosione di bellezza.

Quanta fortuna hanno i miei occhi.

Alture increspate come la pelle grinzosa di un elefante; canne d’organo si elevano ai limiti della valle.

Oggi la scintilla si è accesa, mi sento vivo, pienamente consapevole, calato definitivamente in questi luoghi. E’ galvanizzante. Queste immagini si stanno fissando nella mente.

In serata una rassegna interminabile di lampioni azzurri e di bandiere cinesi annuncia l’arrivo a Tashkorgan.

Tashkorgan in lingua uigura significa “collina (o torre) di pietra”, in omaggio al forte, oggi in rovina, eretto sulla roccia in epoca medievale. In questo centro, posto a trecentosessanta0 metri, vi transitò l’astronomo e geografo greco Tolomeo che lo descrisse come la stazione carovaniera all’estremità più occidentale della Cina. Vi transitò anche Marco Polo; e ben prima, nel II secolo a.C., il viaggiatore Zhang Qian, emissario imperiale nel mondo esterno alla Cina.

Dopo una passeggiata in un ampio pianoro verdeggiante ai margini della città, mi siedo ad un incrocio ed osservo la vita di questo centro. Di quel passato così ricco e importante purtroppo rimane assai poco. Non ne colgo nulla, fatico a immaginare il passaggio di carovane, di cammelli carichi di mercanzie. Tanto fascino e tanta magia vengono cancellati dal filare azzurro di lampioni che vedo in lontananza, e dai consueti e inespressivi cardi e decumani che modellano la città.

In questo luogo artificiale, come a Kashgar, l’anima emerge dagli abitanti, approdati qui da diversi mondi, dalla Cina, dal Tagikistan, dal Pakistan. Sono loro cha fanno parlare quel passato consumato nel tempo e ora soffocato sotto il cemento.

Ci sono i cinesi, nei loro negozi di generi alimentari e di elettronica, che offrono impressioni contrastanti di un oriente moderno, forse un po’ stonato, per quanto vincente. Ci sono i tagiki con i loro abiti tradizionali, che sembrano più legati ad un mondo arcaico, alle loro origini nomadi. Le donne indossano lunghi abiti dai colori sgargianti e in testa portano un caratteristico cappello piatto su cui poggiano veli colorati: un travolgente flusso di colori.

C’è poi un viavai costante di pakistani, anche se più visibile nei pressi della dogana. Hanno la pelle più scura e i caratteri somatici indiani; mi perdo a osservare i loro lunghi camici dalle tinte tenui, abbinati a pantaloni ampi e abbondanti dello stesso tessuto. «E’ questo un assaggio di ciò che vedrò da qui in avanti» penso.

Affronto l’estenuante controllo alla frontiera cinese per il timbro d’uscita. L’attesa è davvero lunghissima. Il tratto di strada che porta al passo Kunjerab viene fatto sotto scorta. Alla frontiera viene organizzata una carovana di mezzi che non ha nulla della magia dell’epoca dei caravanserragli. In ogni veicolo sale un soldato e dopo un paio d’ore il convoglio finalmente si avvia verso il passo; verso il Pakistan.

Sono confini molto caldi e l’attenzione cinese è al limite del ragionevole. Probabilmente non passano spesso turisti da queste parti e subiamo lo stesso trattamento riservato al traffico pakistano/cinese in entrata e in uscita. Non ci sono deroghe, compromessi, casi particolari.

La strada costeggia un fiume e taglia una vallata prevalentemente desertica circondata da catene montuose con le punte spruzzate di neve. «E’ una continua immensità» penso. In lontananza vedo altre montagne ancora. Questo spettacolo non cenna a scemare, all’opposto si amplifica, da giorni.

La mente mi porta al Pakistan, terra che a breve raggiungerò. Terra dalle mille facce. Mi evoca splendore e paura; si, paura, lo confesso. Il Pakistan è una terra incantevole, ma io ne avverto anche il suo lato più segreto, più nascosto, quello che intimorisce; forse questo aspetto vive più nella mia mente, nei miei pensieri.

Sparse lungo la valle osservo delle yurte, delle case in terra cruda, animali da pascolo, uomini con i consueti vestiti dai colori scuri, spenti, e con il capo coperto con il berretto tipico.

Salgo a 4500 metri, arrivo al passo Kunjerab, e varco la terza porta che mi fa accedere ad un altro mondo, dopo il Kirghizistan e la Cina, ora sono in Pakistan.

PAKISTAN

Immortalo ogni angolo di questo posto con la macchina fotografica; il desiderio di brindare con una bottiglia di vino della regione del Xinjiang non si riesce a soddisfare; non trovo l’apribottiglie e l’entusiasmo, la frenesia, l’eccitazione è talmente tanta che vince l’istinto, non c’è spazio per l’organizzazione, non ci si riesce a fermare. E’ un momento di grande eccitazione, la razionalità e la calma le riserviamo per altre occasioni. Due poliziotti di guardia alla frontiera vengono immortalati in una sequenza di fotografie, saluti, strette di mano; si prestano affabilmente al gioco.

Montagne innevate a perdita d’occhio spiccano su un cielo luminoso ornato di nuvole bianche. La strada scende lungo una stretta valle che ha il sapore della magia, vigilata e protetta da grandi colossi neri spolverati di neve; Karakorum, montagne nere, nome quanto mai adatto a queste pareti corvine. E’ un paesaggio spoglio, cesellato da un corso d’acqua, il fiume Kunjerab.

La strada scende lungo gole sempre più strette, compressa tra mostri di pietra. I picchi che incombono sopra di noi sono taglienti, acuminati e assottigliati; fungono da barriera e arrestano il freddo siberiano.

Qualche macchia verde annuncia il cambiamento di panorama che si arricchisce gradualmente di alberi e di vegetazione. Alberi di albicocche e camion decorati ornano questo luogo fosco e scuro.

Il fiume Kunjerab esibisce solenne una abbondanza di tonalità di nero e di grigi, lucidi, brillanti; è come il manto di una pantera.

Osservo una farfalla bianca che volteggia in questa oscurità. Sembra una creatura nata dai bianchi ghiacciai che ammantano le vette. Sono così vicini che pare quasi di poterli sfiorare con le mani. Danno l’impressione di gettarsi in questa gola impervia e scoscesa. Tanta verticalità trasmette la sensazione di precipitare, di cadere, di franare a valle. E velocemente la Karakorum Highway scende nella valle del fiume Hunza, punteggiata da una serie di oasi ricavate terrazzando minutamente i fianchi della montagna e canalizzando l’acqua dei ghiacciai che incombono sulla strada.

E’ affascinante valicare confini via terra, porta a seguire il letto dei fiumi, a lasciarseli alle spalle e scoprirne di nuovi; conduce lungo vallate, dentro canyon, giù per stretti canaloni e attraverso estesi pianori. Consente di osservare il graduale cambiamento dei paesaggi, e l’avvicendarsi di popoli e di volti.

Uomini vestiti di tessuti del colore di queste rocce ci porgono un saluto dalla strada; a dire il vero è un susseguirsi di saluti, di sguardi carichi di curiosità. Apprezzo questa viva cordialità, è un’accoglienza che un po’ mi coglie di sorpresa. E’ un comportamento che penso sia stimolato dal desiderio di conoscere, oltre che dettato da una calore e da una espansività che reputo spontanei, forse innati. Ma cosa può comunicare la mia presenza in questi luoghi? Non ci sono solo io, il mio sguardo, le mie parole, i miei gesti; dietro a questo c’è il mio mondo, una presenza astratta che mi segue e che può essere quanto mai scomoda e di impaccio.

Sono partito alla ricerca di silenzi mai sentiti, da scoprire in terre che ospitano le vette più alte del pianeta. Ma riemerge dal profondo la mia curiosità verso il Pakistan, paese dai confini difficili, stretto tra Cina, Afghanistan, Iran e India. Lambirò appena questo mondo, ne osserverò questo spaccato fatto di montagne, ma i miei occhi inconsapevolmente cercano, scrutano, osservano più in là del movimento delle mani che si agitano per dare il benvenuto; assimilano dati per cercare di afferrare almeno i contorni di un mondo che è molto lontano da quello in cui sono cresciuto.

Un mondo che è alla ricerca della sua natura, della sua essenza, fondato in fretta da una Gran Bretagna in fuga dalle responsabilità coloniali, che ha tracciato confini destinati ad andare in pezzi.

Un mondo nato tra gli anni ’30 e ’40 del 1900, quando emerse la volontà di fondare uno stato islamico indipendente sia dalla Gran Bretagna che dall’India. Il risultato del consueto desiderio di schiacciare una realtà per orientarla verso valori e pratiche di un’altra realtà, in nome di una presunta superiorità, o in nome del guadagno. Ma questa è la storia, o la storia dell’uomo, che si ripete ininterrotta. E’ così diverso da ciò che ho visto in Tibet, nello Xinjiang, nel Kirghizistan, in Groenlandia?

Questa esigenza, questa spinta iniziale, per quanto dettata da desideri autentici, doveva e deve ancora scontare un certo indice di ingenuità, forse di imprudenza. Appena nato, c’era da trasformare un’espressione geografica qual era il nuovo Pakistan, in un paese omogeneo non solo per la religione ma anche socialmente, culturalmente ed economicamente.

I confini tracciati grossolanamente consegnarono a territori induisti popoli di fede musulmana e viceversa. Divisioni secche, mine pronte ad esplodere. Ciò che rattrista è proprio questo aspetto, l’incomunicabilità e l’insofferenza che nascono da differenze di credo, le scissioni che si creano tra comunità religiose e che sfociano in azioni di guerra. Il Pakistan è un mondo che nasce anche da questi conflitti irrisolti.

In queste terre, e in questa esperienza di viaggio in generale, si avverte con forza il concetto di fugacità, di provvisorietà, di instabilità; l’idea che sia i confini che i popoli siano sempre in divenire. Lo è anche il contesto naturale, ma le metamorfosi si compiono nell’arco di millenni, di tempi interminabili. I terremoti, le eruzioni vulcaniche, le valanghe, le forze compressive che generano le montagne, rammentano che la terra si muove, si trasforma. Non osserva immobile le inquietudini degli esseri umani, è inquieta pure lei…

«Anche le pietre muoiono. Esplodono, si smembrano, si sfaldano, presto diverranno sabbia, polvere destinata alle clessidre compagne dell’angoscia degli uomini. L’altro ieri la massa impenetrabile, il blocco infrangibile: ieri la frattura, i frammenti, il pezzo, i blocchi; domani la polvere, simile a quella dei corpi ripuliti dalla morte ed essiccati dal lento lavoro del tempo»[30].

Non solo la terra, ma l’universo è inquieto. «La meccanica quantistica e gli esperimenti con le particelle ci hanno insegnato che il mondo è un pullulare continuo e irrequieto di cose, un venire alla luce e uno sparire continuo di effimere entità. (…) Un mondo di avvenimenti, non di cose»[31].

Le grandi “cattedrali” della Valle dell’Hunza sono ancora tese, nervose, taglienti. Più in basso, dove l’acqua ristagna, si ammorbidiscono e diventano sabbiose. La catena del Karakorum è giovane, farinosa e sgretolabile.

Sulle pareti delle montagne appaiono stratificazioni bianche a indicare una remota presenza di laghi morenici. Proprio una porzione di queste acque ha dato origine al fiume Hunza. Che imponenza, che solennità. Questo luogo mi evoca immagini di eventi immensi, travolgenti; quasi impensabili per la mente di un essere umano. E’ una manifestazione irruenta e impetuosa della natura. I ghiacciai che vestono questo anfiteatro sono incontenibili, si incuneano nella roccia e la scavano, la schiacciano, la spezzano, la frantumano. L’incessante erosione delle rocce causa smottamenti e frane che di frequente provocano l’ostruzione della strada. La sua percorribilità è minacciata anche da altre circostanze. Proprio ora siamo fermi sopra un corso d’acqua. Il movimento di un ghiacciaio ha causato lo spostamento del corso del fiume che ha completamente sommerso la strada. Lo guadiamo, e poi un altro ancora. La Karakorum Highway si fa decisamente accidentata.

Dopo giorni intensi e colmi di immagini ed emozioni mi sento ubriaco, non riesco più a descrivere ciò che vedo. E’ sempre di più, da quando è iniziato il viaggio. Qui in Pakistan ho l’impressione che ci sia il culmine, l’apice di tanta bellezza. Ciò che vedo ha ormai la parvenza di un sogno; è una combinazione di luce e di ombre. E’ la natura solenne e minacciosa che cercavo.

Mi addormento a Gulmit, piccolo borgo a 2400 metri, il cui nome, in iraniano, significa “valle dei fiori”.

E istintivamente la mente ritorna alla valle dei mille fiori, quella fetta di mondo che ho amato, appoggiata sulle sterminate lande di ghiaccio.

Gulmit è un piccolo centro nella parte alta della Valle dell’Hunza, nella Regione del Gilgit-Baltistan.

E’ una porzione di Pakistan immersa in un meraviglioso contesto naturalistico, che vive una tormentata tranquillità.

Nascosta ai miei occhi, si protrae da tempo una tensione etnica e religiosa.

Gli Ismaili sono la comunità più piccola fra le tre correnti nell’Islam odierno e costituivano la maggioranza in questa valle e nella Regione del Gilgit-Baltistan. Gli Ismaili, come gli sciiti, sono tacciati di aver abbandonato la retta via dell’Islam. La tensione in queste aree è dovuta al rapido aumento di immigrati sunniti nella città di Gilgit che si sono insediati come funzionari statali, ufficiali, poliziotti o commercianti. Oggi la popolazione di confessione ismaili e sciita supera di poco la metà.

L’economia del Gilgit-Baltistan sembra inoltre essere molto arretrata. Molti dei suoi abitanti vivono in povertà. Oltre la Karakorum Highway sono state costruite pochissime altre strade, e nella Regione non esistono industrie. Il turismo, nonostante la spettacolarità dei suoi paesaggi, con le sue vette di settemila e ottomila metri, è in crisi. Ho incontrato solo un paio di ciclisti e qualche singolo escursionista amante della montagna. Al momento è rimasto solo il turismo locale. L’agricoltura sembra rimanere l’unico sbocco occupazionale, dato che i posti di lavoro nei servizi pubblici sono riservati ai pakistani provenienti da altre province.

E’ un tessuto sociale stressato, o forse rassegnato. O forse desideroso di riscattarsi.

Con un occhio osservo le torreggianti cime, e con l’altro mi concentro sul paesaggio umano.

La visita ad una scuola secondaria mi permette di raccogliere qualche sensazione che registro in modo sommario, non ho elementi sufficienti per capire. Gulmit è un piccolo borgo con un impolverato ma incantevole museo, nascosto e custodito in un minuscolo edificio, simile alle abitazioni che si dispongono sulle pendici del monte. E’ un villaggio raccolto, quasi inafferrabile, il colore della terra si confonde con quello delle case. Ci sono uno o due bar, un paio di negozi, sobri ed essenziali, e poco altro. In questo contesto la scuola occupa uno spazio importante, e suppongo accolga i bambini di tutta la zona. Oggi è il primo giorno di scuola dopo il rientro dalle vacanze estive. In questi luoghi, nei Territori del Nord, dove il ghiaccio e la neve dominano incontrastati per lunghi mesi, le vacanze estive durano poco, solo un paio di settimane. Le attività si chiudono invece per quasi tre mesi nel periodo invernale.

La mia sensazione è che questa sia una dimensione diversa da quella che ho intravisto ieri lungo la strada, da quella del laboratorio di tappeti che ho appena visitato, e da quella che vedrò oggi, e nei prossimi giorni. In una scuola, per quanto semplice e modesta, le possibilità sono tutte aperte, c’è la speranza, il desiderio di imparare, di conoscere, di studiare per andare altrove o per costruire nel proprio luogo di nascita.

Percorro un tratto di strada sul tetto del pullmino. Allontano i pensieri e respiro l’aria di montagna, mi lascio carezzare dal vento, e ammiro le guglie innevate. In montagna nulla è fermo, c’è un lavorio incessante che devia i torrenti e i fiumi, provoca frane e crea laghi.

Il percorso è interrotto proprio da un lago di recentissima formazione, generato dallo sgretolamento delle rocce e dalla conseguente formazione di una diga naturale che ha sommerso la strada e i villaggi contigui. In attesa del completamento della ricucitura della strada, il percorso prosegue includendo circa cinquanta minuti di navigazione. Mi calo definitivamente in un mondo che mi affascina. Osservo i volti, i vestiti, i colori, i camion decorati in modo minuzioso e bizantino. Il lago è attraversato da zattere che trasportano camion e veicoli di varia grandezza.

Acqua grigia e cerulea, pareti che scendono a picco sul lago. Rumore assordante del motore della barca; fumo nero. Battelli in legno colorati, rosso, azzurro, bianco, verde e nero.

Sull’altra sponda decine di camion sono in attesa di oltrepassare il lago. Inizio a riconoscere e a identificare questo posto, osservo la vita e il contesto in cui si conduce, cerco dettagli che contraddistinguano il luogo. Sono i colori, la polvere, la sabbia che si alza e sulla quale si cammina, la terra arida, priva di odore; i kurta, la smania di riconoscersi, di fiutarsi. Le persone sembrano il ritratto di queste montagne, sono asciutte, spigolose, scarne.

Mi confonde tanta umanità, sparsa tra le rocce, sguardi che mi disorientano.

Lasciamo questa specie di rocca abitata da esseri che paiono fatti di creta; la strada sterrata si avvolge sulla montagna per proseguire nella parte bassa della valle dell’Hunza. Una cornice, o più cornici di montagne si susseguono e circondano la valle, e lo spettacolo si fa un’altra volta più imponente. Alloggiamo a Baltit, tra colossi di oltre seimila metri a perdita d’occhio; una corona sontuosa, maestosa, monumentale, su cui domina il gigantesco Rakaposhi, alto 7788 metri.

Baltit, il capoluogo della provincia di Hunza, è un antico regno di Mir, signori di terre impervie e leggendarie per la loro inaccessibilità. Fortezza inespugnabile, circondata e protetta da enormi pareti di roccia. Mi chiedo come riuscivano ad arrivare fino a qui i mercanti, con le loro spezie, le loro carovane di cammelli o di cavalli; era un partire senza sapere se ci sarebbe stato un ritorno.

Il forte di Baltit testimonia l’influenza tibetana sulla cultura di questo posto. La popolazione della vicina Regione del Baltistan, spesso definito ‘Piccolo Tibet’, è costituita in maggioranza dai Balti, di etnia tibetana.

La rocca, protesa verso l’alto, è permeata di quiete, sprofondata nella natura; fa pensare al silenzio, all’intimità, al raccoglimento, all’ascetismo. D’istinto avverto una forte somiglianza con i monasteri che ho visto l’anno scorso, non la accosto subito alla residenza dei Mir.

Che vette da quassù…

Da un campo di polo, dove ora si sta svolgendo una partita di calcio, si diffonde musica del luogo, che si disperde nella valle. Fra due giorni verrà celebrata la giornata dell’indipendenza del Pakistan e l’eccitazione è tangibile. La musica risuona fino a sera, dall’angusta arena che pare appesa alla montagna. L’euforia del pubblico e dei giocatori viene sollecitata per l’intera durata della partita dalle note irrequiete e travolgenti prodotte da strumenti a percussione e da flauti.

Scendo lungo la strada e mi lascio alle spalle il forte e il campo di calcio; ai lati negozi, un barbiere, semplici case.

Sono giorni che vivo in luoghi di una bellezza unica; mi fermo lungo la strada ad osservare, mi fermo; mi fermo!

E’ un paradiso Baltit. Dominata dal ghiacciaio Ultar, dal Rakaposhi, dalle mille montagne che racchiudono la valle. Mi fermo e stordito sogno. Osservo le albicocche e le more di gelso appoggiate su un muretto a seccare.

Volti di un mondo a me lontano, case arroccate sulla montagna, piccole finestre e balconi che si aprono su mondi di neve. Cammino con l’ultima luce del sole. Sono rapito, c’è della magia nell’aria di questo villaggio. Una magia che non conosco, non appartiene alle mie montagne. Provo sensazioni inedite. E’ il centro Asia che scuote, che regala tanto stupore.

Questo è un luogo “sacro”, ecco cos’è. Ci si potrebbe fermare e pregare, agnostici, atei, credenti, qualsivoglia aggettivo si voglia trovare. Mi fermerei e pregherei. E’ un luogo tanto incantevole quanto la mia amata Groenlandia; e il piccolo villaggio di Samye.

Lascio spazio al mio lato idealista e sognatore, non guardo oltre, resto in superficie, sfuggo dall’oscurità che si cela in questi posti.

«…il corpo […] cessa di essere confinato in una identità immobile e diventa pietra, acqua, diventa animale o luce, diventa spazio, e si estende ai limiti dello spettacolo della natura. La coscienza si diluisce nel grande tutto, il processo di identificazione col mondo subisce una accelerazione. Allora sicuramente si sperimenta il panteismo così come lo hanno sperimentato i primi uomini: paure, timori, angosce, miscela di sentimenti, turbamenti davanti all’immensità che ci avvolge, ci sopraffà e ci assorbe. L’origine della religione si trova probabilmente nel sentimento esistenziale e viscerale sperimentato in mezzo e di fronte alla natura senza limiti. Un tempo, genuflettersi davanti a una vasta distesa marina, di fronte allo sprofondare di una montagna, in presenza di un torrente ha sicuramente creato dèi e legami con la magia del mondo»[32].

Cielo caliginoso, strapiombi dal colore livido, un fiume selvaggio, massi precipitati da un “alto” imprecisato, case in terra cruda, una gola che si incunea nella montagna. E’ la strada per arrivare nella Valle del Nagar, adiacente a quella dell’Hunza.

La gola si chiude e il sentiero prosegue come se fosse scavato nella roccia. Poi il paesaggio si riapre, quasi all’improvviso, e compare un pianoro che si spinge fin sotto la montagna. E’ un mondo contadino che si presenta con gli sguardi curiosi dei bambini e con il volto grinzoso di un anziano che ci osserva, curvo. La strada procede tra campi coltivati, alberi di albicocche, case costruite con la terra, pioppi, covoni di paglia, e si chiude nel villaggio di Hopar, sopra la lingua dell’omonimo ghiacciaio.

Costeggio il letto di questo immenso mondo di ghiaccio e osservo il grande anfiteatro dal quale scende. Ghiaccio screziato. Cammino in questo luogo silenzioso, coperto di nuvole bianche, scottato dai raggi del sole; sabbia e terra si alzano ad ogni passo. Mi sento piccolo, osservatore quasi evanescente; e mi inebrio del profumo di artemisia che c’è nell’aria.

Nessun rumore; raggiunto il fronte del ghiacciaio, avanzo lungo la morena laterale. Sintonizzo il respiro e procedo nel cammino; sento il mio cuore, il mio respiro, le mie giunture. Dopo un po’ mi fermo, e ritorna il silenzio.

E’ un santuario, un luogo sacro, che inizia davanti ai miei occhi, con gli aspri e pungenti ammassi irregolari di ghiaccio, e termina in fondo, lontano, sul bacino del ghiacciaio. E’ rilucente; la montagna di neve scivola verso valle, sospesa in una totale assenza di suoni. E’ come se tutto fosse concentrato sulla sua bellezza, sulla sua solennità. E’ un silenzio che sa di rapimento, di incantesimo. Questo santuario è più un enorme essere, scollegato dalla vita che conosco e che mi appartiene. Ha un’esistenza a parte. Anche lui respira, si gonfia, straripa, si contrae; si muove.

Lascio alle mie spalle questo tempio incuneato nella roccia e proseguo verso Altit, un villaggio con un mirabile forte edificato dai tibetani.

“Volo” ancora più in alto, e dall’Eagle Nest si apre un panorama inarrivabile. Ho lo sguardo di un’aquila, osservo le cime che ruotano attorno a me. E’ una danza di immense montagne. E’ l’immagine della maestosità. Ora, quando userò questo termine, avrò piena coscienza del suo significato.

E’ la mia ora preferita: le luci del tramonto allungano le ombre in un morbido gioco di colori e di oscurità. E’ un incantesimo, è poesia.

Questo è l’ingresso per accedere alle meraviglie dei Territori del Nord del Pakistan.

«Ci sono posti in cui le porte del cielo si aprono e sembra di poter comunicare con chi non c’è più»[33].

E questo è uno di quei posti. Ti dedico questo immenso spettacolo, Lucia.

Osservo alcune famiglie con i loro veli e le loro vesti ampie ed eleganti che si fotografano con questi scenari, madri, padri, figli, mi sembrano immagini di una poesia infinita. Mi abbandono in questo spazio di luce.

E mi lascio inondare di luce.

Profumo di artemisia.

Armonia con la natura.

Ascolto Aguirre II dei Popol Vuh. C’è una consonanza di immagini; una leggera nebbia mi riporta alla natura fosca, brumosa, scura che associo ai film di Werner Herzog. Le enormità che sto vedendo in questi giorni, ma anche solo il “santuario di ghiaccio”, sono quanto mai appropriati all’idea di natura come sede di un eterno contrasto tra inferno e magnificenza; e alla scenografia di un film di Herzog.

Sono appassionanti i suoi personaggi, il loro desiderio di spingersi oltre il “limite” in un atto di sfida contro le stesse leggi della fisica; il loro rifiutare la realtà delle cose nella convinzione che questa sia imperfetta e nell’illusione di poterla cambiare, renderla migliore al di là di ogni moderata interazione con essa. Il loro rapporto con la natura è sempre tragico ed estremo, oltre la misura e la ragione. Nel loro tentativo di oltrepassare le Colonne d’Ercole, di conoscere, soccombono sotto una natura imperturbabile, inaccessibile, impenetrabile[34].

E tale mi sembra l’immenso Rakaposhi, alto 7788 metri, che osservo dall’impetuoso torrente che scende dal suo ghiacciaio. Cosa può significare raggiungere quella vetta, così in alto, così “oltre”? Lo osservo e mi chiedo cosa spinga l’essere umano a compiere tali imprese.

Nella cultura cinese classica alla montagna viene attribuito un significativo valore: serve per conoscere se stessi come parte necessaria all’intero universo, e viceversa, per conoscere tutte le altre parti dell’universo che risultano necessarie all’esistenza di quella singola parte che ciascuno chiama ‘io’. Ma nel contesto cinese ciò che conta nel rapporto dell’essere umano con la montagna è il cammino più che la sommità da raggiungere; è un invito alla sosta, alla preghiera e alla meditazione[35].

L’imponenza espressa dal grande Rakaposhi pone davanti a un bivio; osservandolo credo di interpretare i pensieri di uno scalatore: cercare e superare l’”oltre” o entrare in comunione con esso? Oltrepassare le Colonne d’Ercole o fermarsi prima?

L’acqua del torrente è freddissima, poggio mani e piedi, e rimango immobile, stregato da questa bianca e miracolosa parete.

Sono talmente intriso di vastità che l’arrivo alla città di Gilgit mi disorienta; è pur sempre circondata da alte vette, che dominano su un grande pianoro desertico. Ma è un Pakistan più duro, più conforme alla realtà quello che vedo qui. La concomitante giornata dell’indipendenza e la partita di polo, esercito contro polizia, scalda gli animi della gente. Il contesto più urbano e meno naturalistico scopre le carte, svela l’anima del posto; e mi distrae.

«Ma la città non dice il suo passato, lo contiene come le linee di una mano, scritto negli spigoli delle vie, nelle griglie delle finestre, negli scorrimano delle scale, […] ogni segmento rigato a sua volta di graffi, seghettature, intagli, svirgole»[36]. A differenza di Kashgar, qui non ho il tempo di ritrovare e ricucire le tracce di chi ha vissuto in altri tempi. Osservo il presente.

Gli “uomini di creta” dall’aspetto biblico, in attesa di oltrepassare il lago, interpretavano una versione forse meno autentica di questo popolo, che oggi vedo in un altro contesto, più vero. Il mio io idealista cessa per un po’ di osservare e cede spazio al mio lato più razionale che avverte il nervosismo, l’eccitazione, l’inquietudine espressa da una città e dalla sua gente.

Passeggio sul lungo ponte sospeso, una bellissima struttura tremante in legno e cavi d’acciaio. C’è un continuo avvicendarsi di persone, a piedi o in moto per portare merci e generi alimentari da un lato all’altro del bazar. Questa città oggi è un’esplosione di umanità, è come un fiume in piena, bisogna domarlo, vincerlo, e ciò richiede una presenza completamente diversa rispetto a quella che ero abituato ad avere davanti a scenari naturali che chiedono riflessione e quasi abbandono.

Vento e polvere, superficie arida e pietre si confondono con le ampie vesti del colore della terra, quasi mimetizzate in questo ambiente desertico. La consonanza di colori definisce l’ambiente.

Lungo la strada appaiono sentieri appena accennati che si alzano sulle pareti di ghiaia. Ciò che vedo assomiglia ad un paesaggio lunare, assolutamente privo di vegetazione. Pare disabitato e dimenticato, eppure qui c’è l’ideale incontro tra Cina, Afghanistan e India: sono al Junction point of three hights mountain ranges of the world, il punto di unione dell’Himalaya, del Karakorum e dell’Hindu-Kush. Proseguendo per seicento chilometri lungo la Valle dell’Indo si raggiungerebbe il Monte Kailash, la montagna sacra.

Non si può avere piena coscienza di ciò che si vede nel momento stesso in cui si vivono certe esperienze. Bisogna portarsele a casa per assimilarle e per metabolizzarle. Solo allora si ha percezione di ciò che si ha visto e si è vissuto.

Arrivo stordito in questo luogo, dopo giorni passati a osservare l’infinito. I miei occhi e la mia mente, allenati all’abitudine, da sentirsi alle volte quasi ciechi e sordi, qui si perdono, cercano un punto fermo, stabilità. Osservo smarrito, per quanto sia incantato. Sono talmente pieno da abbandonarmi completamente, e da farmi afferrare e ghermire da questo paesaggio. E dall’idea che esso rappresenta.

Dovrei guardarmi dall’alto, da molto in alto, per capire esattamente dove sono. Ma non si può.

Mi lascio rapire dal fascino di questa fetta di mondo.

Lasciamo la Karakorum Highway e proseguiamo verso sud-est, lungo la valle dell’Indo, verso Skardu, nella Regione del Baltistan, ai confini col Kashmir indiano.

Un ponte traballante collega le due sponde. I camion avanzano lentamente sopra le acque del fiume, uno alla volta, prima in un senso e poi nell’altro. Le loro decorazioni affiorano e scompaiono in questa uniforme distesa di marrone. I colori dell’acqua e delle rocce non si distinguono, percepisco solo tante tonalità di un unico colore. Qui finisce il mondo e comincia una sorta di lunga sospensione; la natura si riprende completamente ciò che è suo e ci riceve nelle sue austere profondità. La gola in cui siamo entrati si chiude sempre di più, la strada è scavata nella roccia viva, a strapiombo sul fiume impetuoso. Osservo in basso le acque turbolente, dieci, venti, trenta metri sotto di me.

Ci si muove con la dovuta prudenza lungo un tragitto essenziale, senza guard-rail. I rilievi che cadono a picco sul fiume non riescono a scrollarsi di dosso le nubi che rendono ancora più severo e minaccioso questo luogo solitario, desolato, pietroso. Quando si incrocia un camion che arriva nel senso opposto la strada sembra quasi allargarsi, c’è miracolosamente spazio per entrambe le vetture. Chiudo gli occhi un po’ turbato. Un terrazzamento in cima a una rupe, a strapiombo sull’acqua, pare annunciare il lento dissolversi di questo territorio remoto e dimenticato. La gola comincia a dischiudersi e in lontananza riappare un’altra successione di montagne a perdita d’occhio. Un secondo ponte traballante ci consegna nell’ampia Valle di Skardu, desertica, chiusa tra silenziose sommità.

Alloggio nel K2 Motel, luogo di partenza di numerosissime spedizioni tra cui anche quella che ha appena celebrato i sessant’anni dalla conquista italiana del K2.

Foschia e nuvole bianche rafforzano l’aspetto onirico di questo luogo che disorienta per i suoi decisi contrasti. Sono nel deserto o sono sul “tetto del mondo” in un contesto di alta montagna? Fatico a trovare punti di riferimento, ma questa indeterminatezza mi affascina. Non riesco a capire cosa mi trasmette questo posto. Osservo il fluire del fiume nella valle, i colori tenui, sfumati, il cielo bianco che copre le cime e che scende fino quasi a terra, a lambire la sabbia.

La mia mente non avrebbe mai concepito un luogo simile; ma forse proprio per questo motivo mi incanta. E’ una combinazione per me inedita.

Caligine e umidità; un velo di foschia copre e sfuma il paesaggio: il tempo cambia. Il sole ha scaldato luoghi e pensieri per buona parte del viaggio, ma ora si nasconde. Rilievi in sequenza si susseguono uno dietro l’altro e svaniscono in un chiarore indistinto. Che immagini maestose e intense: è un mare di sabbia sotto cieli plumbei; è un deserto senza dimensioni, fatto di sfumature, di marrone scuro, di pietre nere vulcaniche, di silenzio. E’ una natura capace di vedere le meraviglie che contiene; sembra presentarsi compiaciuta di se stessa, nella sua bizzarra ricchezza.

Il canto di un muezzin si confonde nella foschia, nella luce indefinita, catturato nella nebbia.

Il villaggio di Shigar è quasi un’anomalia in questo inesauribile deserto, una verdeggiante oasi tagliata da un fiume che scende dalla montagna e confluisce nell’Indo. Una moschea, un forte e poche case ne costituiscono il centro, riparati da una folta vegetazione.

Quanti sguardi lungo la strada, dai pullman che incrociamo, dalle macchine, dai negozi dei villaggi, sguardi che esprimono curiosità, da sotto i pakol, i tipici berretti di lana, sguardi vestiti di tessuti che richiamano i colori di queste terre. Sorrisi autentici scaldati dalla calda luce della sera.

Strade accidentate, nere e marroni, un minimale via vai di mezzi che si incunea tra le pareti rocciose scavate con fatica. Lunghe strade che sembrano portare ai confini del mondo.

Khaplu è un’altra oasi nelle montagne. Ci arrivo col buio e con febbre elevata che supera di poco i 39°C, non distinguo bene ciò che scorre davanti ai miei occhi, ma percepisco che è un luogo incantevole, vedo filari di alberi e boschi di pioppi. Immagini che sfumano, senza contorni, sembra un villaggio di montagna, ma sono così stanco…

Ombre e poi tutto si placa, mi addormento.

Khaplu e i suoi dintorni sono luoghi carichi di fascino. L’abitato è in una macchia verde rigogliosissima spruzzata nel deserto; montagne e ghiacciai emergono appena fuori dal paese. Un ponte traballante in legno transita oltre il fiume in una landa desertica, un letto di fiume ormai arido, senza acqua. Sullo sfondo monumentali pareti che si alzano e si avvicinano al cielo, montagne alte oltre settemila metri, vicino al confine con l’India.

Sguardi sorridenti e sguardi assorti e pensierosi dei bambini che vivono lungo questo tratto di strada. Donne e uomini che mangiano, seccano frutta, raccolgono, zappano. In prossimità dei villaggi è tutto un filare di pioppi cipressini, muretti in pietra come protezione dalla sabbia e dal sole. Piccoli torrenti al lato della strada e casupole in pietra con porte in legno raccontano una vita contadina, dura, ridotta all’essenziale. Donne che lavano le loro vesti colorate nelle fredde acque del torrente; colori appoggiati sulle pietre. Covoni lungo il sentiero. Un villaggio di montagna che risplende sotto le pareti innevate: Machulu, che meraviglia.

Osservo il brulichio di bambini vicino alla trebbiatrice; fiori di zucca gialli e terrazzamenti sembrano decorazioni. Uno spettacolo agli occhi di un turista. Due occhi scollegati dal contesto che osservano con rispetto. Un salotto in movimento, purtroppo è questo ciò che ogni tanto provo muovendomi in questi luoghi con il piccolo pullman. Due mondi che si incrociano e non si toccano.

Qui è netta la sensazione che l’agricoltura sia l’unica risorsa, l’unico sbocco occupazionale. I miei occhi vedono un mondo arcaico, ormai perduto, potrebbe sembrare un sogno, ma si tratta del più profondo istinto di conservazione e di sopravvivenza. Entro in questo mondo in silenzio, ma è sempre il mio bagaglio invisibile a parlare per me. Bisogna davvero saperlo portare questo bagaglio, bisogna imparare a tenerlo sulle spalle con naturalezza, e arrivare a non sentirne il peso, la sua presenza. Mi sento goffo, ci vuole esperienza per offrirsi nella propria semplicità; ma non solo in questo luogo; ovunque. Offrire se stessi, l’essenza di ciò che siamo, ripulita da tutto ciò che ci condiziona e ci domina. E vorrei possedere due occhi che sappiano vedere senza preconcetti.

Osservo gli effetti della repressione attuata in questa regione. Il Gilgit-Baltistan è un altro Tibet, un altro Xinjiang.

Sulla rivista Limes n. 1/2008 c’è un intero capitolo dedicato a questa regione, il titolo dell’articolo è Gilgit e Baltistan, l’ultima colonia del mondo. «La remota regione settentrionale del Pakistan, a maggioranza sciita, vive da decenni sotto il tallone di ferro di Islamabad. Esercito, sottosviluppo e ‘sunnificazione’ gli ingredienti di una sistematica repressione, attuata in nome dell’unità della patria»[37].

Nell’articolo viene citato il rapporto Kashmir: present situation and future prospects di Emma Nicholson presentato in una sessione del 2007 del Parlamento Europeo. Questo rapporto critica aspramente il Pakistan deplorando le violazioni documentate dei diritti umani da parte dello stato e dichiarando che la popolazione del Gilgit-Baltistan si trova sotto il governo diretto dell’esercito e non gode di alcuna democrazia; vi è assenza di diritti civili e di uno status costituzionale. Critica la soffocante arretratezza della regione, deliberatamente perseguita dallo Stato, che ha ridotto la popolazione in una condizione di povertà, analfabetismo e arretratezza. Il tasso di alfabetizzazione si attesta al 33%. L’amministrazione pakistana, sottolinea l’articolo, è stata artefice di una lunga campagna volta ad alterare il profilo demografico della regione e a ridurre a una minoranza le popolazioni sciite e ismaelite locali. La regione soffre anche del sottoutilizzo delle proprie risorse naturali; nonostante l’altissimo potenziale di produzione idroelettrica, il sistema di produzione energetica non è in grado di soddisfare il fabbisogno della regione stessa. Il Pakistan sembra avere distorto la percezione internazionale del problema, definendola una questione risolta[38].

Si aggiunge anche il fatto che la Cina ha ampliato in questa area la propria presenza militare e i suoi progetti strategici. La Karakorum Highway è un esempio evidente, una cerniera colma di interessi.

Il Pakistan per la Cina è la porta per i mari del sud, così come l’Iran è il passaggio imprescindibile a est per l’espansione economica e i rifornimenti petroliferi, ed è la porta verso il Golfo Persico, letto da Pechino come centro geopolitico della sua espansione verso il Mediterraneo e il Corno d’Africa[39].

Proprio nell’area di Gilgit passerebbe il progettato oleodotto che dall’Iran arriverebbe alla Cina.

Con che occhi posso guardare queste persone? E’ una manciata di umanità stritolata, annullata, che svolge una vita ridotta all’essenziale.

«Tra gli inuit trionfa l’ozio» permesso dalle sovvenzioni dei loro colonizzatori; «è un popolo disorientato, ignaro delle proprie tradizioni, privato della sua identità, svuotato della sua sostanza. […] L’omologazione è in agguato, la planetarizzazione vive di queste distruzioni, le crea, le alimenta e mette tutta la potenza del capitalismo liberale al servizio di questa mondializzazione che gli consente il governo universale delle cose, dei beni, delle ricchezze, dei popoli, delle idee e degli uomini»[40].

In questi luoghi non è neppure permesso l’ozio, c’è solo il duro lavoro dei campi, senza alcuna possibilità di riscatto.

Ciò che può motivare queste persone è l’attaccamento alle proprie tradizioni, ai propri valori, che gli inuit sembrano invece avere perso.

Una anziana signora, quasi spaventata dalla nostra intrusione, richiama in casa una bambina brandendo un bastone con atteggiamento ostile.

Non sono io, è il mio bagaglio che provoca questa reazione; porto l’immagine dell’uomo occidentale, dell’uomo che ha l’illusione di avere costruito un mondo alla sua misura, arrogante nei confronti della sacralità della natura.

Mi sembra quasi di sentirla dire «Stai lontana da quegli uomini!», nel tentativo di preservare le nuove generazioni; di tenerle lontane dalle illusioni di un mondo che non esiste e del quale noi ne siamo i principali fruitori.

Mi sento “sporco”.

Salgo su quelle montagne che da un po’ di giorni vedo dal basso. L’Altopiano di Deosai, situato a 4100 metri, è un’immensa chiazza verde scuro; un’immagine che mi dona un senso di pace dopo tanto deserto e dopo tante emozioni.

Osservo vette bianche in lontananza; stelle alpine e genziane. Pochi chilometri mi separano dal Kashmir.

Ho lo sguardo pieno, intriso di fiumi, deserti, montagne, volti. Sono imbevuto di realtà diverse dalla mia, le sto assorbendo da molti giorni ormai, e forse sono arrivato al punto di non riuscire più a contenerle.

E’ una successione interminabile di pensieri, paesaggi, esperienze; ho testato la mia curiosità ma anche la mia fragilità nei bazar, nei centri abitati, nei villaggi.

Di sera osservo il cielo e penso alla mia ricerca del silenzio.

«…la materia. Una manciata di tipi di particelle elementari, che vibrano e fluttuano in continuazione fra l’esistere e il non esistere, pullulano nello spazio anche quando sembra non ci sia nulla, si combinano assieme all’infinito come le venti lettere di un alfabeto cosmico per raccontare l’immensa storia delle galassie, delle stelle innumerevoli, dei raggi cosmici, della luce del sole, delle montagne, dei boschi (…) e del cielo nero e stellato di notte»[41].

Nelle nostre città si è persa la percezione notturna della volta celeste; i silenzi e i misteri di quel mondo, là in alto, causano smarrimento, rammentano l’incapacità di dare risposte certe. Nel mondo che l’uomo si è costruito non c’è più spazio per ciò che è inafferrabile e inaccessibile; nel mondo illusorio ci sono solo risposte sicure, concrete, razionali.

L’uomo moderno «è rimasto solo da quando la natura si è svuotata degli dei ed il divino, un tempo così intimo ad ogni moto del suo essere, tanto fisico che spirituale, al punto che egli vi poteva dimenticare se stesso, è fuggito nell’inafferrabile»[42].

Dallo sguardo dell’uomo moderno sembra scomparso il divino.

A Taxila, cuore dell’antico Regno di Gandhāra, osservo statue e sculture degli antichi regni indo-greci. La potenza di Alessandro Magno aveva permesso un’affascinante commistione di pratiche religiose greche, induiste e buddiste, e il fiorire di una singolare arte greco-buddista.

Quanta ricchezza si cela in questa fetta di mondo. Lo sguardo si perde nei drappeggi tipicamente ellenici scolpiti sul corpo di un Buddha. Penso agli uomini dei tempi antichi, al loro modo più prudente e discreto di confrontarsi con la natura, alla loro forma di rispetto e soggezione verso di essa, verso il mondo. L’uomo contemporaneo riacquisterà quella spiritualità e consapevolezza ecologica ormai perdute?

Poche ore fa ero nell’aeroporto di Skardu, un lembo di deserto, una pista recintata da mura in terra cruda, accolta tra le alte catene montuose del Karakorum e dell’Himalaya, maestose, avvolgenti; un puntino in un oceano rugoso, increspato, ruvido, solido.

Il piccolo aereo ha sfiorato queste estremità, sfidandole. Sembrava di toccarle quelle vette, bastava allungare una mano, tanto vicine erano al mio sguardo. Monumenti che svettavano nel cielo a perdita d’occhio. L’aereo era immerso in quel contesto, non lo sorvolava, ci passava in mezzo, seguendo l’Indo e volando oltre le pareti bianche del Nanga Parbat.

Tanta enormità mi ha fatto sentire così piccolo, trascurabile, marginale.

Fritjof Capra scrisse che «per comprendere la natura umana noi studiamo non solo le sue dimensioni fisiche e psicologiche ma anche le sue manifestazioni sociali e culturali. Gli esseri umani si evolsero come animali sociali e non riescono a cavarsela bene, fisicamente o mentalmente, se non rimangono in contatto con altri esseri umani. Più di ogni altra specie sociale, noi ci impegniamo nel pensiero collettivo, e così facendo creiamo un mondo di cultura e di valori che diventa parte integrante del nostro ambiente naturale. Così i caratteri biologici e culturali della natura umana non possono venire separati. L’umanità emerse attraverso il processo stesso della creazione di cultura e ha bisogno di questa per la sua sopravvivenza e la sua ulteriore evoluzione»[43].

Quando l’ambiente naturale si impone e si manifesta in tutta la sua enormità, torniamo piccoli e perdiamo le nostre sicurezze. Per sopravvivere siamo obbligati a tenere uniti questi due mondi. Siamo vincolati dal nostro essere “uomini”, il che ci induce spesso a non voler vedere altro se non il nostro mondo di cultura e di valori. Questa è insieme la nostra salvezza e la nostra condanna.

Eugenio Turri scrisse: «Ma se ci chiediamo – come viene da chiederci – di chi è la regia di tutto quel movimento e di quella sorta di rappresentazione che gli uomini del luogo recitano nella natura, restiamo perplessi. Ci sono almeno tre diversi livelli di risposte. Il primo è quello che ci fa invocare il mistero che fa vivere le cose, quindi la dimensione metafisica di quello scenario, di quel paesaggio, il suo dato invisibile e misterioso; e c’è poi l’altro livello, che razionalmente riconducendoci al concreto, al reale, al biologico e al sistemico, ci fa riconoscere nell’uomo il regista dello scenario e di tutto ciò che in esso si muove, insieme alle cose che ne fanno parte e il cui pulsare sta in relazione con il sole e la luce del giorno. Ma alla fine […] i veri registi siamo noi, perché siamo noi a dare un significato e un valore alle diverse cose che vediamo».[44]

La mia ricerca del silenzio è la ricerca dell’invisibile, del non accessibile, dell’inafferrabile. Questa ultima esperienza di viaggio mi ha inondato di sensazioni, riconducendomi anche al concreto, al reale, al mondo in cui l’uomo è il regista.

Astratto e tangibile si sono mescolati.

E il mio sguardo ora è saturo.

All’ombra delle gigantesche vette, del Muztagata, del Rakaposhi, del Nanga Parbat, di quell’infinità di guglie, maestosi teatri delle inquietudini di noi fragili esseri umani di ieri e di oggi, si avverte un silenzio distintivo, un silenzio che esprime vita, movimento. Sono luoghi assediati, sfuggiti dal rumore del mondo di oggi, chissà per quanto ancora.

 

6.

NUOVA COSCIENZA

DURANG DRANG. Ghiaccio celeste, silenzio spirituale

KASHMIR, LADAKH, 2015

«Più si perdeva in quartieri sconosciuti di città lontane, più capiva le altre città che aveva attraversato per giungere fin là, e ripercorreva le tappe dei suoi viaggi, e imparava a conoscere il porto da cui era salpato, e i luoghi familiari della sua giovinezza, e i dintorni di casa …»[46].

Ho osservato i luoghi della mia infanzia prima di partire. E ho camminato nel quartiere dove è nata mia madre, ho passeggiato sotto quella che potrebbe essere stata la sua casa. Non desidero sapere quale era tra le tante che ho visto, mi piace vivere nei ricordi raccontati, dargli una forma mia; e sentirli come fossero miei. Immagino un appartamento in un piano alto, un luogo che appartiene ad un’epoca passata, e vedo una vita che si appresta a sbocciare. Immagino i suoi desideri di bambina e di ragazza, presto diventati ricordi, e ora mutati in sensazioni che scorrono dentro di me.

Osservo vite che passano e che insegnano. Percorro la mia, tra luoghi conosciuti e altri che diventeranno pure loro ricordi; e chissà se diventeranno emozioni che faranno vibrare le corde di qualcuno oggi più giovane di me.

I suoni – più delle le parole – che ho realizzato in questi anni sono fiumi che si inabissano nelle crepe del terreno; sembrano venire inghiottiti nella terra, per poi erompere con forza raddoppiata, senza controllo. Non sono ragionati, sono un’esplosione spontanea di emozioni. Sono ritratti reali della mia esistenza. Sono desideri tramutati in ricordi che potrebbero a loro volta mutare in desideri e sensazioni nelle vite di altre persone.

«La città sognata conteneva lui giovane; a Isidora arriva in tarda età. Nella piazza c’è il muretto dei vecchi che guardano passare la gioventù; lui è seduto in fila con loro. I desideri sono già ricordi»[47].

La mia vita, ora, è fatta sia di ricordi, sia di desideri, dosati in maniera uniforme. La mia è l’età del perfetto equilibrio.

La Patria delle Nevi, l’Himalaya, è un filo che li tiene uniti, ricordi e desideri, ed è ancora lì che andrò quest’anno, alla continua ricerca del silenzio, e di una consapevolezza che forse potrò raggiungere osservando in profondità questo pianeta.

«L’Himalaya è dunque un grande tempio della natura e dell’uomo, uno dei luoghi preziosi ove la ricerca può abbeverarsi, ove i naufraghi prostrati da consumo, rincorse, affanni, aggressività, materia arida, spettacoli precotti, applausi comandati, menzogne sulla vita possono approdare per nutrirsi di altezze e semplicità, per riassaporare paure e stupori, bisogni originari e sapidi, per ritrovare l’emozione del sogno lontano che costruiva la freschezza di mondi incantati, puri e intatti»[48].

Ma non mi si fraintenda! «Noi che ci diamo arie di himalaysti, noi che ci riempiamo la bocca con parole come avventura, impresa, conquista […]»[49], scrive Stefano Mazzoli nel suo diario di viaggio. Questa frase mi ha fatto sorridere, ma soprattutto riflettere. Quando racconto dei miei viaggi forse le persone mi immaginano capace di imprese eccezionali ed inarrivabili. Nel mio cammino, cominciato in Groenlandia, mi sono sempre mosso in modo impacciato e maldestro. Sono solo spinto da una infinita curiosità e voglia di conoscere. Non sono temerario, ardito, penso di essere l’esatto contrario. Mi blocco davanti ad uno strapiombo, le grandi altezze mi intimoriscono, rinuncio a salire su una funivia se si inerpica vertiginosamente su pareti troppo verticali. Ma questo non mi frena. Sicuramente non scalerò mai l’Everest, ma ho ammirato da vicino quel miracolo della natura, e ho visto le genti che hanno pazientemente e caparbiamente imparato a convivere con quelle altezze, traendone sostentamento per il corpo ed elevazione per lo spirito.

1. KASHMIR

Devo uscire dal mio guscio, dal mio mondo, e riprendere il viaggio da dove l’ho lasciato. Devo usare i nuovi occhi che ho ricevuto; oggi, più dell’anno scorso, li so aprire e so vedere. Se non altro sono consapevole di poter vedere. Quanto tempo e quanta fatica, ma ora sono pienamente cosciente di questo regalo. Chi ti saluta per sempre lascia un dono, ma bisogna accorgersi di questo dono, e di quanto sia prezioso. E’ un nuovo sguardo verso il mondo, è la consapevolezza che vengono trasmessi. Questo inestimabile lascito va coltivato; il viaggio è uno degli strumenti che uso per nutrire e alimentare il mio bisogno di conoscenza. Aprire lo sguardo sul mondo aiuta a riflettere sulla nostra natura, sul nostro esistere.

Penso alla frase di Fritjof Capra «gli esseri umani […] non riescono a cavarsela bene, fisicamente o mentalmente, se non rimangono in contatto con altri esseri umani. Più di ogni altra specie sociale, noi ci impegniamo nel pensiero collettivo, e così facendo creiamo un mondo di cultura e di valori che diventa parte integrante del nostro ambiente naturale»[50].

In questo nuovo viaggio la mia attenzione si è alternata tra il piacere di comprendere un mondo di cultura e di valori estraneo al mio e il bisogno di osservare un ambiente naturale ancora puro, intoccato.

Forse la strada che devo percorrere è ancora molto lunga, riuscirò ad allontanare la mia attenzione dal nostro mondo di cultura e valori? È corretta questa strada?

Chiudo gli occhi e in modo discontinuo riesco a dormire durante il lungo viaggio per Nuova Delhi. E’ notte e dal finestrino dell’aereo anche volendo non si vede nulla. Un veloce cambio di aereo e con le luci del mattino atterro a Srinagar in Kashmir.

L’impatto è immediato; appena uscito dall’aeroporto vengo inondato da un mondo di suoni. Clacson innanzitutto, e poi tabla, sitar e il caratteristico canto indiano traboccano dall’autoradio dell’automobile sulla quale salgo. C’è una composta frenesia, che si placa sulle calme acque del lago Dal dove sono placidamente disposte in lunga sequenza le house boat, reminiscenza delle colonie inglesi. E’ lo stesso mondo che l’anno scorso avevo visto dall’altra parte del confine, dal Pakistan. Ci sono delle evidenti similitudini. Percepisco subito il contrasto tra la palese tensione di natura politica, sociale e religiosa, resa evidente dal gran numero di polizia schierata lungo le strade, e la tranquillità della vita che si svolge attorno al lago. Una tensione solo apparentemente meno marcata rispetto a ciò che avevo visto in Pakistan, stemperata dall’immagine dei pescatori che osservo dalla riva.

Vivo in un piacevole caos. Il silenzio, così come l’acqua dei ghiacciai, scende dalle montagne e scorre nei giardini costruiti all’epoca del lontano Impero Mughal. C’è un che di signorile nelle pose e nelle vesti delle persone che osservo in questi angoli bucolici di Srinagar. Sono ritratti di una domenica pomeriggio. Il canto del muezzin impreziosisce le tinte sfumate del tramonto che cala su questi eleganti giardini. E si riaccende di sera; è un canto lento e ripetitivo che si diffonde tra le luci che brillano sul lago. E’ una melodia che ammalia.

L’acqua è l’elemento che caratterizza la giornata. La pioggia incessante a Nuova Delhi, l’acqua termale e quella dei ghiacciai che scorre nei giardini imperiali, dove i bambini giocano e gli adulti cercano refrigerio. L’acqua del lago che culla le house boat dove alloggio e che mi separa dalla città. Le shikara, piccole imbarcazioni a remi, fanno da ponte tra la riva e questi accoglienti palazzi fluttuanti.

Oscillando, la notte scivola via.

Un ininterrotto cinguettio sulle acque del lago è il primo suono del giorno. C’è un gran numero di uccelli che vola e si poggia sull’acqua e sull’estremità della vegetazione che emerge in superficie. La luce dell’alba rende ancora più bello questo luogo.

Raggiungo terra dopo aver percorso un breve tratto di lago a bordo di una shikara e mi addentro nelle caotiche vie della città che osservo dal sedile posteriore di un’automobile. Antico e moderno, tradizione e novità si mescolano. Legno, mattone e lamiere forgiano case ed edifici che ai miei occhi sembrano sempre più o meno fatiscenti, come fossero perennemente sul punto di crollare. I clacson suonano senza sosta. E’ il centro Asia, con le sue mille confluenze, un amalgama di popoli e di culture. La città apre i suoi negozi e diventa un grande mercato all’aperto, ricco di frutta, verdura, carne, utensili ed esseri umani in continuo movimento. Turbanti, barbe, kurta e veli colorati inondano le strade. E’ un fiume in movimento che lentamente comincio a identificare.

Dopo tanti vicoli e strade più o meno anguste si apre uno spiazzo ed affiora una grande moschea, un bellissimo esempio di sincretismo culturale che include forme del precedente tempio induista. Assaporo un momento di raccoglimento nella successiva moschea fatta di legno, di verde, di silenzio, e pure in questo caso di rimandi al precedente tempio induista. Tutt’attorno distinguo solo il volo dei colombi e una leggera brezza. Osservo due vasi di fiori dipinti ai lati della stretta porta d’entrata; le decorazioni di questo edificio sono quasi dei ricami, trapuntati di oro, verde, viola, giallo, rosa e bianco. Due donne all’entrata sembrano rapite da ciò che l’interno dell’edificio cela, appaiono incantate, quale forza le richiama a sé? O forse, più concretamente, possono accedere all’interno dell’edificio?

Attorno a questa moschea c’è un continuo avvicendarsi di case in legno e mattoni disposte in modo ingarbugliato, e un susseguirsi di inesauribili sfumature di marrone. All’entrata dell’edificio assaggio una manciata di riso al curry e pollo appena cucinato, nonostante abbia fatto colazione non di più di un’ora fa; questa è una forma di adescamento molto insidiosa per me e mi lascio sedurre con piacere dal sapore di paesi lontani. Con le mani ancora imperlate del condimento al curry, risalgo in macchina, già ubriaco di emozioni, e osservo la città e i suoi abitanti con assoluta inconsapevolezza. Non sono mai stato in India e ogni particolare che incrocio con lo sguardo per me è motivo di stupore. Uno dei militari che incontro per la strada è un Sikh, riconosco tre dei cinque elementi che li contraddistinguono: i capelli e la barba lunghi, il braccialetto di ferro al polso e il pugnale. Con sicurezza e disinvoltura indossa il caratteristico turbante, il Dastaar. E’ proprio un mondo che si cela sotto la neutra divisa marrone, penso.

Vecchie api nere sfrecciano lungo le strade. Il traffico, con un suo preciso caos, alza polvere e terra. Le foglie degli alberi vengono raccolte ai lati della strada per poi essere bruciate. Altri piccoli fuochi ai bordi delle vie vengono accesi per cuocere il granturco e per sciogliere il catrame. Vespe, motorini, fuoristrada, macchine, pullmini con posti a sedere all’interno e sul tetto generano un continuo movimento, un traffico scombinato e ingarbugliato, imposto più dalle strade strette che dall’effettiva quantità di mezzi. E’ un brulichio senza sosta, rumoroso; un carretto trainato da un asino aggiunge colore al quadro che osservo dal finestrino. Assisto ad un litigio che si accende al bordo della strada: pugni e schiaffi, una moltitudine di persone fa capannello vicino alla rissa. E’ una baraonda. Poco più avanti vedo dei cavalli che brucano erba e mucche distese lungo lo spartitraffico. La confusione si placa fuori dalla città. Ma si ripresenta a singhiozzo. Camion Tata decorati mi ricordano i veicoli pakistani decorati in modo minuzioso; ne osservo le mille sfumature di colore, anche se qui sono molto più sobri.

Alla ricerca del silenzio per il momento sono circondato da suoni e umanità, ma è una sensazione piacevole e osservo questo mondo con particolare curiosità.

Lascio Srinagar alle mie spalle e mi dirigo verso Gulmarg, importante località turistica situata in una nuova Valle dei Fiori; quante volte si ripete questo nome, penso. L’ultima Valle dei Fiori che ho visto era in Pakistan, ed era poco distante da dove mi trovo ora. Sono sullo stesso parallelo di Rawalpindi, il trentaquattresimo, e il confine è molto vicino. A rievocare ricordi di quella passata esperienza sono i pioppi cipressini, presenza costante in questi ultimi viaggi. A parte queste antenne che si levano dritte al cielo, il paesaggio è ancora contraddistinto da campi e coltivazioni, e aumenta il numero di venditori di granturco. Le lunghe file di appetitose pannocchie disposte su vecchie casse di legno si alternano a confezioni di plastica contenenti junk food, appese nei chioschi disseminati in gran numero lungo la strada.

Ma pian piano lo scenario cambia e più salgo e più l’ambiente diventa alpino. L’odore di smog che ammorba l’aria gradualmente diminuisce, fino a cessare. Sembra di essere sulle Dolomiti, ci sono mucche sulle strade, margherite sui prati e aria fresca e profumata di montagna. Le donne donano una nota di colore al paesaggio; i loro veli hanno il colore dei fiori che crescono sui prati. Non ci sono solo margherite; sotto tutti questi petali bianchi si nascondono macchie viola, rosa, gialle, una infinità di fiori che giustifica il nome della valle. Ma questa non è la sola caratteristica del luogo. La costante e a momenti accresciuta presenza dell’esercito è altrettanto peculiare. L’unico nesso che vedo e che unisce due mondi così distanti sono le sfumature di verde, quelle dei camion e delle divise dei militari e quelle degli abeti e dei prati.

Entro in un’ampia vallata circondata da montagne, popolata dagli ‘uomini di creta’ che cavalcano avvolti nei loro kurta. La presenza di una moschea dona ai miei occhi una nota esotica al luogo. A poca distanza c’è un tempio indù e una chiesa cristiana. E poco più in là ancora, una cabinovia che si inerpica sul monte.

Faccio una passeggiata nel bosco sotto una pioggia appena accennata. In lontananza osservo le vette dell’Himalaya. Ascolto il silenzio di questa valle. Il confronto con altre parti di questo pianeta è diventato quasi una necessità. Ma più vado alla ricerca del silenzio e più, ultimamente, finisco anche per immergermi nella folla. Mi sembra in una certa misura un controsenso. Fatico a darmi una risposta. Questo percorso iniziato tra i ghiacciai della Groenlandia forse acquista un significato nuovo. Forse cercavo il silenzio, o forse desidero affrancarmi da un mondo, il mio, che non riconosco più, o del quale oggi ne vedo solo i difetti. Forse desidero zittirlo, spegnerlo. Il silenzio nasce dal bisogno di rimpossessarmi dei miei sensi, del mio udito, della mia vista, saturi di inutilità e di artificio. Quanti significati si celano dietro al termine ‘silenzio’.

Dove trovo ciò che sto cercando? Negli anfratti più remoti di questo pianeta, possibilmente coperti di ghiaccio, o tra le pieghe di un’umanità meno viziata e guastata?

Un’altra notte scivola via ondeggiando placida sul lago Dal. Sul comodo letto della house boat addolcisco i pensieri e mi addormento sereno. Mi alzo alle cinque di mattina e ancora assonnato percorro con la shikara un tratto di lago rischiarato dai primi raggi di sole. Il cielo è terso e il lago è uno specchio d’acqua per quanto ancora parzialmente oscurato dalle ultime ombre della notte; il paesaggio si riflette su di esso e si riproduce ondeggiante sulle sue acque. Pare una sua duplicazione onirica, ma suppongo che questa sensazione sia indotta dal mio essere ancora intorpidito dal sonno. Assisto al risveglio della natura e di riflesso al mio riemergere dal torpore. Ma l’essere ancora in parte addormentato ammorbidisce e sfuma il mio modo di sentire e di percepire ciò che osservo, e fa risaltare la sensazione di seducente irrealtà che questo luogo comunica. Il cinguettio degli uccelli è accompagnato dal suono ritmico dei remi che affondano nell’acqua; in armonia con il contesto, in lontananza si sente il canto del muezzin. A regnare tuttavia è un silenzio ovattato che è l’espressione della calma e dell’intimità; sembra il ritratto del mio attuale stato d’animo.

La vegetazione affiora abbondante dalla superficie del lago. Orchidee e case sulle palafitte galleggiano leggere e non ne percepisco lo spessore e la loro profondità. L’impressione è che tutto sia abbozzato, o che sia confluito in un disegno tenue e inconsistente, aeriforme, un dipinto trasparente che descrive il movimento incorporeo e rallentato di un getto di vapore. Non si distingue quasi il limite del lago, che sfuma indefinito verso riva. Mercanti di frutta, di verdure e di fiori trasportano i loro prodotti sulle shikara. Un vociare rilassato annuncia l’avvicinarsi del mercato, fluttuante sull’acqua; in questo posto nulla si posa sulla terra. I mercanti barattano le proprie merci da una barca all’altra.

Fronde di salici che cadono e si muovono nell’acqua, orti che galleggiano su terreni sospesi che sembrano barene, e riflessi di molteplici gradazioni di verde sono ulteriori elementi che caratterizzano questo luogo. Così come orchidee e fiori di loto che convivono in una inedita combinazione insieme ad abitazioni incurvate e a moschee galleggianti. Traggo beneficio da questo ambiente dall’atmosfera rarefatta e sognante, risvegliato del calore tenue delle prime luci del giorno. Me ne servo in abbondanza, per sentirmi vivo; assorbo, faccio scorta per il futuro. Lentamente, forse a malincuore per il timore di interrompere questo particolare momento, mi risveglio pure io e torno a terra.

Una tale sensazione di serenità e di quiete stride con l’idea che in questi luoghi viga una costante tensione che talvolta sfocia in atti di violenza pura. Da un luogo che sembra uscito dai sogni di un bambino, dalle sue ombre che non si vedono, di tanto in tanto sgorga orrore e ferocia.

Mi confonde la complessità culturale e storica di questi luoghi. Ci sono contaminazioni, divergenze e incompatibilità che disorientano. L’essere umano si dà un ordine sulla base di principi sociali e religiosi che differiscono in modo sostanziale da luogo a luogo. Ne percepisco un’ossatura comune che sta alla base della nostra natura, ma le differenze rendono difficile trovare dei punti di riferimento, delle abitudini in cui riconoscersi.

Ora è necessario spogliarsi dello sguardo da viaggiatore, ma osservare, comprendere e imparare richiede fatica.

Siamo esseri che in gran parte cercano una ordinata routine e un contesto in cui riconoscersi. Uscire dai propri confini e dai propri limiti mette a disagio, e qualsiasi tentativo di interpretazione di luoghi che non ci appartengono diventa impegnativo e difficile. Questo territorio ha una storia estremamente complessa, nato dall’unione di principi divergenti e forse inconciliabili. Si può analizzare il contesto sociale, politico e religioso, leggere libri e articoli. Ma cosa significa vivere la propria vita qui, la propria quotidianità? Cosa vuol dire convivere con una costante tensione? Con una molla che può saltare in qualsiasi momento? Esiste una ordinata routine, un senso di appartenenza?

Cos’è in realtà quel placido lago sulle cui acque si riflette la città di Srinagar?

«Lo specchio ora accresce il valore alle cose, ora lo nega. Non tutto quel che sembra valere sopra lo specchio resiste se specchiato. Le due città gemelle non sono uguali, perché nulla di ciò che esiste o avviene a Valdrada è simmetrico: a ogni viso e gesto rispondono dallo specchio un viso o gesto inverso punto per punto. Le due Valdrade vivono l’una per l’altra, guardandosi negli occhi di continuo, ma non si amano»[51].

Srinagar e l’immaginaria città di Valdrada descritta da Calvino paiono così simili. Sembrano derivare dalla duplicazione di una originaria unità articolata su principi opposti.

La musica, i veli e i camion colorati; i clacson, i kurta e le forme architettoniche di questo luogo sono stilemi di un mondo diverso dal mio. Guardo le divise degli studenti, una tunica nera e il velo bianco per le ragazze; camicia e cravatta per i ragazzi. Per me, che non abito qui, ogni elemento è motivo di curiosità. Chissà quali sono i loro sogni, le loro aspirazioni, le loro occasioni. Cosa comporta nascere qui?

Mentre osservo questo mondo dal finestrino dell’automobile e rifletto, le montagne si fanno sempre più vicine e la strada sale, costeggiando il fiume Sind. Seguo con lo sguardo il volo elegante di un’aquila che si alza sulle colline scolpite da terrazzamenti, una tipologia di paesaggio che mi ricorda la regione del Nepal al confine con il Tibet.

L’effetto delle contaminazioni è riconoscibile nelle forme architettoniche degli edifici sacri. Osservo delle moschee lungo la strada e noto un dettaglio che smentisce o quantomeno contrasta con l’idea che può imporsi istintivamente con uno sguardo frettoloso e poco attento. E’ un dettaglio che avevo già notato il primo giorno, ma che ora acquista valore. La parte terminale delle moschee, distribuita su più tetti, è fatta sul principio della pagoda. Lo stampo induista-buddista delle moschee comunica un atteggiamento di apertura mentale e di convivenza compiuta. Il contesto sociale e religioso di questi territori è particolarmente complesso e decido di non spingermi in considerazioni avventurose e azzardate. Scelgo di rimanere osservatore e aspetto di avvicinarmi ai grandi ghiacciai che intravvedo in lontananza.

Il Gagangir, custodito da soldati armati che presidiano l’area, è la prima ‘lastra di cristallo’ che osservo quest’anno da vicino; avverto solo il suono del fiume che gli scorre vicino. Sembra che tutto nel frattempo sia svanito. Le poche case con i tetti in lamiera, la vegetazione e le persone stesse, eccetto i soldati, paiono scomparsi. Il paesaggio è più aspro e spoglio, e mi sembra la dimora ideale per questi giganti bianchi, saliti fin quassù intenzionalmente, per isolarsi, per mettersi in disparte.

Il Thajwas si impone allo sguardo, è solenne e grave. E’ lontano, aggrappato su un’alta cima. In Groenlandia i nomi delle montagne, dei fiumi, dei laghi, hanno un significato preciso. La torreggiante montagna dell’Ulamertossuaq, traducibile in come un libro aperto, esprimeva il senso di quel paesaggio nordico. Anche in questo posto solitario le parole hanno un preciso significato; il termine Thaj in lingua urdu significa palazzo. Appartati sulle cime, quasi a sfiorare il cielo, questi esseri somigliano ai monasteri buddisti, palazzi staccati dal mondo, vedette solitarie assorte nella contemplazione del mistero divino; ed entrambi tendono l’orecchio ai rumori lontani dell’umanità.

I tormenti e le inquietudini dell’uomo in verità sono giunti fin sotto questi speroni rocciosi.

Sul lato opposto dei ghiacciai, una catena di montagne delimita il confine con il Pakistan; un’area alquanto vulnerabile e delicata che nel 1999 fu teatro di un conflitto tra Pakistan e India per l’occupazione del Kashmir.

In prossimità di Sonamarg una lunga fila di camion dell’esercito blocca la strada e il tragitto procede a rilento. L’area è popolata esclusivamente da militari. Lungo il fiume vedo solo le loro tende, non ci sono più edifici, case o villaggi.

Nell’attesa che la strada torni percorribile leggo alcune pagine del libro di Giuseppe Tucci sulla storia della filosofia indiana; mi coinvolge il paragrafo dedicato al tema del dualismo, ritornano concetti sui quali avevo riflettuto lo scorso anno:

«Siffatto sopravvivere delle scuole realistiche basterà a farci cauti prima di affermare che l’India abbia negato valore e consistenza al mondo della natura; di fatto i più antichi sistemi indiani, la maggior parte di essi, hanno un preciso carattere realistico. Jainismo, Buddhismo antico, Nyaya, Vaisesika, Mimamsa, Sankhya stanno a testimoniarlo; tutto quello che vediamo e tocchiamo, l’universo nel quale viviamo, è reale. Ma non meno reali sono le esperienze dalle quali mosse la ricerca di un principio unico, la cui certezza non è costruita razionalmente ma direttamente sperimentata nel rapimento dell’estasi. Onde un dualismo si afferma: da una parte il mondo della natura, il divenire, dall’altra la realtà suprema, immota […].

Il ragionamento che noi facciamo intorno alle cose ed il desiderio di conoscere, che ci urge, o la conoscenza che possiamo conseguire della separazione dei due mondi, non hanno nulla a che vedere con quella realtà, quell’Essere, quel satyam, perché la ragione, la conoscenza dialettica e discorsiva appartengono a questo piano, non a quello e fra i due non v’è comunicazione. La ragione ha un valore terapeutico, serve per eliminare le impurità e gli errori, le illusioni che nascondono quell’essere; ma essa stessa è funzione propria di questo piano. Appunto perché è una funzione non può essere la verità: la conoscenza razionale è molteplice e la verità è una ed immota. […] La ragione serve solo a darci la consapevolezza che il razionale è falso e illusione: il reale è nel Brahman, nell’atman, nel purusa, nel jiva, intelligenza pura, ma così pura che questa intelligenza inerte, questo pensiero senza pensato e senza oggetto o rasenta la incoscienza o è lo specchio sul quale, senza modificare la sua natura, si riflettono le immagini che esso da se medesimo emana, in una illusoria obiettivazione»[52].

Astratto e tangibile ritornano. La ricerca del silenzio sta prendendo una forma precisa. Forse desidero davvero trovare e riconoscere ciò che può essere definito l’inafferrabile e l’inaccessibile, non contemplato dal mondo illusorio e artefatto nel quale vivo ogni giorno, incline ad avere solo risposte sicure, concrete e razionali.

Che astratto e tangibile siano forse inconciliabili? può essere che l’astratto assopisca la ragione, portandola alla contemplazione e all’immobilità? O che invece sia l’intuito la chiave per superare la concezione dualistica del mondo, considerando unitamente astratto e tangibile? Intuito in quanto illuminazione?

In fondo la duplice natura, sia corpuscolare sia ondulatoria del comportamento delle particelle, esiste anche in natura, e ha un nome ben preciso, si chiama dualismo onda-particella. E la natura corpuscolare e ondulatoria non va scissa; va considerata (ma non osservata) unitamente.

Una conoscenza, per quanto molto superficiale, della storia, del pensiero e delle tradizioni spirituali dell’Asia lo reputo un motivo di riflessione. Non sono alla ricerca di suggestioni effimere o fantasiose. E non desidero rinunciare alla mia pregressa esperienza di vita (soprattutto spirituale) per accoglierne una nuova. Sono piuttosto spinto dal desiderio di una continua messa in discussione dei miei valori al solo scopo di progredire, di conoscere e di crescere, io, come individuo, in questo mondo. Vorrei poter non dare nulla per scontato, non rinunciare a priori ad accogliere ciò che non mi è mai appartenuto se ciò mi viene in aiuto. Per afferrare il senso del predominio del tempo sull’eterno.

Alzo lo sguardo e osservo la situazione dal finestrino del fuoristrada. Era un grande masso, franato dalla montagna, che bloccava la strada e il traffico. Con grande fatica un nutrito numero di soldati e di operai che lavora lungo questa remota arteria, è riuscito a liberare il percorso, e a evitare critici cambi di programma. Non sarebbe rimasto altro da fare che montare qui le tende, e attendere. Fortunatamente, invece, la strada lentamente si è liberata e, attraverso questo paesaggio spoglio, adornato solo da ghiacciai e sparsi greggi di capre, raggiungo il passo Zoji La ad un’altitudine di 3529 metri, ed entro nel territorio del Ladakh. D’inverno questa strada è completamente inabissata sotto cumuli di neve e lastre di ghiaccio, ed è limitatamente transitabile, se non addirittura chiusa. L‘accessibilità subordinata alle condizioni climatiche espone in modo laconico lo stile di vita delle persone che vivono questi ambienti, conformato spontaneamente al succedersi delle stagioni.

2. LADAKH

Sul passo mi attende una farfalla arancione, posata su una superficie di colore grigio quasi argento; sembra un gioiello incastonato tra le rocce, impreziosito dall’azzurro del cielo terso e nitido, la cui intensità è propria di questi luoghi. E’ un’immagine gentile, in assoluta antitesi con il senso di inquietudine che in ugual modo esprime questa zona, costantemente sorvegliata dall’esercito, quasi a comprovare il concetto di dualità che si compenetra, che si fonde. Ritorna l’immagine di una originaria unità articolata su principi opposti, ma indivisibili; che si muovono all’unisono. Diversi memoriali di guerra disseminati lungo la strada ricordano le recenti vicende belliche.

Dall’altro lato della montagna, sul versante pakistano, si trova l’Altopiano di Deosai. Ritornare in quel posto con la mente mi dà un senso di serenità. Anche allora il cielo era limpido e sereno e il sole scaldava, nonostante i tremila e più metri di altitudine, esattamente come oggi. Guardo le donne che lavorano nei campi, chine e intente a formare covoni di paglia o a battere il riso; altre le colgo in un attimo di pausa, sedute sul prato a riposare.

Negli ultimi anni ho abituato gli occhi a osservare i paesi del Centro Asia. La novità e lo spaesamento hanno ora ceduto spazio a una sorta di senso di familiarità verso questi luoghi. Ne so apprezzare la genuina vitalità che esprimono, e i ritmi più rallentati ma allo stesso tempo, e a loro modo, convulsi. Mi sento un po’ meno estraneo.

Prima di arrivare a Kargil faccio una rapida sosta nel piccolo centro di Drass, ritenuta la seconda città più fredda al mondo, stando a quanto c’è scritto sull’insegna posta all’ingresso del paese. Drass è un modesto agglomerato di case calato in un contesto naturalistico tanto imponente quanto severo, assuefatto a condizioni climatiche particolarmente rigide. Il villaggio sfuma rapidamente e si dissolve nella valle. Provo a immaginarlo quando scomparirà sotto la neve, quando per molti mesi si confonderà con l’ambiente e si faticherà a distinguere i profili delle case. Ne avverto il senso di immobilità e di vuoto sperimentato solo in Groenlandia; e comincio ad avere un’idea dell’essenza di cui è fatto il Ladakh.

Mi allontano da Drass e dal finestrino osservo alcune case in stile tibetano e i mattoni in terra cruda a seccare, elementi che cominciano a descrivere un altro mondo. I ricordi del Pakistan lentamente lasciano il posto ai ricordi del Tibet. In questi luoghi il mondo musulmano e quello buddista colano l’uno nell’altro. Il passaggio non è netto, si vedono stilemi dell’uno e dell’altro mondo che convivono. Il Jammu Kashmir è uno stato dell’India fondato sulle diversità, sui contrasti. E’ affascinante osservare questo lento cambiamento.

Poco oltre Kargil, in un’area ancora fortemente musulmana, mi fermo ad ammirare un Buddha inciso su una roccia. E’ un lascito culturale posto a lato della strada, mimetizzato tra gli arbusti; è una testimonianza che proviene dal passato e che illumina in modo mite chi desidera avvicinarsi a lui, nascosto com’è tra pietre, alberi e terra.

La trasformazione graduale interessa anche il paesaggio che con l’intensificarsi dei tratti distintivi del mondo buddista, evolve e piano piano introduce colori e profili pressoché opposti a quelli del Kashmir. Il verde intenso dei boschi e dei prati cede spazio ad un livido e pallido verde che si fonde con infinite sfumature di marrone e di grigio; l’ambiente è più brullo e spoglio, forse più severo, ma acquisisce profondità; e accende il desiderio di raccoglimento, di ricerca introspettiva.

I centri abitati diminuiscono e assisto ad un costante spopolamento. Il trambusto attorno al lago Dal è ormai lontano, è entrato a far parte dei ricordi, e lascia spazio ad un ambiente austero e solitario.

Transito attraverso sempre meno villaggi, ma prima di entrare nella Valle del Suru, un piccolo centro in particolare mi incanta. Sankoo si sviluppa lungo un’unica via sulla quale si affacciano le botteghe che vendono merce di vario tipo, dal cibo, ai vestiti, ai libri di scuola e qualche articolo per la casa. Assaggio un chapati caldo e croccante, cotto al momento. E lungo la strada incrocio il sorriso di tre bambini che sono il ritratto della felicità e della spontaneità. Una bambina ha dei ciuffi di capelli che si alzano verso l’alto, all’oscuro dell’esistenza della forza di gravità. Ha l’espressione di chi ha commesso una innocente marachella, così come il bambino che le sta accanto. La terza bambina ha un sorriso aperto e sincero, è una nota di serenità che scalda il cuore. Li osservo, ricambio i sorrisi e penso che l’innocenza e la purezza di un bambino si armonizza appieno con la semplicità di questi luoghi.

Ma come sempre ciò che pare meraviglioso rivela altre verità, meno affascinanti e sulle quali è difficile fantasticare. Quando la neve si scioglie, e termina il periodo del grande gelo, durante il quale non c’è altro da fare che spalare neve, inizia la stagione del lavoro nei campi; si passa da una fatica all’altra. Fuori dal centro il paesaggio si fa sempre più brullo e pietroso e osservo un ragazzo intento a spaccare delle pietre che utilizzerà per trarne materiale da costruzione. Io cosa saprei fare qui?

Il senso di appartenenza ad una comunità è quanto mai necessario in simili posti, questo è il pensiero ricorrente che ho in testa. Le stagioni e le attività connesse scandiscono e danno un senso al tempo e alla vita; e il lavoro, da condividere con i membri della propria famiglia, è strettamente necessario alla sussistenza.

Io sento di essere un fruitore, un operatore di strumenti; cosa so fare con le mie mani? E’ forse da questa mia inquietudine che nasce il mio desiderio di comunicare? Di usare le parole, i suoni? Di provare ad essere un artigiano dei suoni e delle parole?

Molti alberi hanno le radici coperte di panni per evitare che gli animali le mangino. Più ci si addentra nel territorio ladako e più la vegetazione dirada, e i piccoli alberelli dal tronco sottile, utilizzati nelle abitazioni e nei monasteri, vengono custoditi scrupolosamente. Ci si deve ingegnare in ogni modo per trarre il massimo da ciò che la natura concede in questo luogo difficile.

La strada sale e si cominciano a vedere le pareti ghiacciate dei monti Nun e Kun (m. 7.135), battezzate le twin mountain. I due colossi bianchi dominano sui pochi villaggi, isolati e, d’inverno, coperti di neve. Come non provare una sensazione di smarrimento? Come non sentire il silenzio?

Qui, dove tutto sembra scomparso, dove solo la natura governa e decide, passo davanti ad una costruzione bassa e mimetizzata tra le rocce: è un albergo in pietra; o sono pietre a simulare un albergo? La presenza dell’uomo sembra schiacciata, vinta; non mi sono ancora reso conto, ma forse da qualche parte ho varcato una porta, e questa è la soglia di un mondo che è riuscito a domare e piegare l’uomo. O, forse, concretamente, è l’esatto opposto, è un ambiente volutamente non antropizzato. L’unica certezza che ho è che, seppure per breve tempo, avrò il privilegio di vivere questo posto così particolare e per farlo dovrò entrarci spogliato da apparenze e falsità. Devo essere quanto più autentico possibile.

A questo luogo piace lesinare sui centri abitati, e quando questi compaiono, sembrano quasi scortati da singolari guardie del corpo. Su Panikar, situata a circa 3500 metri di altitudine, si erge l’omonimo imponente ghiacciaio che vigila e protegge le poche case distribuite sotto di lui. Poco distante, incoronati da nuvole bianche, spuntano altri colossi, lo Tsirep, e, più vicino, lo Shafat. Ma chi si occupa di loro e del loro rapido ritirarsi?

La strada continua a inerpicarsi, e, in prossimità del valico, un piccolo stupa, candido come le grandi lastre di ghiaccio, oltre a rappresentare un luogo sacro, delimita il confine tra il territorio mussulmano e quello buddista e apre la vista su un’ampia vallata, che, per quanto solitaria e disabitata, ha un aspetto più dolce dopo tanta pietraia.

3.VALLE DEL SURU

Si risvegliano anche i profumi. Se ne distinguono due in particolare, che caratterizzano questo luogo. Le delicate piante di artemisia e di timo diffondono un aroma che è in piena armonia con l’ambiente, sempre più essenziale e autentico; primigenio.

La vista si perde in una infinità di ghiacciai, appoggiati sulle cime dei rilievi; in una successione di macchie di colore che emergono dalle lastre bianche e che scendono a valle; nell’avvicendarsi di lunghe striature, verdi e marroni, lunghe pennellate diagonali date con impareggiabile maestria. E’ un paesaggio che si rincorre. Giro lo sguardo e cerco di catturarlo, ma è una successione di colori, tutto attorno a me, da far girare la testa. Mi trovo in un enorme spazio delimitato da alti rilievi che sembrano dipinti. Questa immensa valle sembra un luogo sacro, e sembra respirare e avere un’anima. La sua essenza è contenuta nel monastero di Rangdum, appoggiato su un colle, che pare affiorare dalla vastità in cui è immerso.

Sarà per una serie di circostanze, quali le ultime luci del giorno, il senso di libertà che mi travolge, la consapevolezza di essere nel pieno di un altro importante viaggio, ma entrare nuovamente in un monastero è un’emozione; provo una sensazione di grande intensità. Respiro l’odore del burro di yak, il vero profumo di questi luoghi; e osservo i colori, quei marroni, quei gialli, quei rossi che spuntano dalla penombra. Illuminati dalla luce di una torcia guardo gli antichi volumi con gli insegnamenti del Buddha; e poi i tamburi e le statue. All’interno fa freddo, ma è un luogo accogliente e ospitale. Mi sento protetto qui dentro e avverto una forte carica vitale, una sensazione positiva.

Mi siedo e resto qui per un po’ a pensare, in silenzio. Provo la stessa sensazione che mi aveva pervaso lo scorso anno a Baltit, ma qui c’è la magia dei monasteri che accentua questa sorta di rapimento esistenziale. Che sia questo il luogo più illuminante tra quelli visti fino ad oggi? Più di Uunartoq, più del fronte del ghiacciaio Qalerallit? Più di Samye e Baltit? Amo stare qui. Mi commuovo. Uscendo dal monastero ho la sensazione di lasciare una dimensione, non un luogo.

Poco distante dal monastero mi sdraio sul prato, costellato di stelle alpine e osservo i rilievi innevati che mi circondano. Sarà questo il mio letto questa notte; un cielo stellato a 3900 metri di altitudine. Sorrido e guardo le stelle cadenti, continue luci nel cielo. Mi accendo, mi sento vivo, e recupero il senso del mio lungo viaggio.

Mi sveglio presto e sciacquo mani e volto con le acque del torrente. In lontananza le prime luci del giorno illuminano il monastero, sulla cima del rilievo, e le montagne lentamente si rischiarano. Faccio un giro su me stesso per cogliere con lo sguardo questa valle nel suo insieme ed è come sentire un abbraccio. Lascio asciugare al sole il volto ancora bagnato. Mi sento pulito, mi sento rinascere.

Giochi di forme, di linee e macchie di colore. Questi rilievi increspati sembrano un’esclusiva collezione di quadri astratti realizzati con pochi elementi, quali terra, pietra, acqua e vegetazione. Strisce rosse segnano le pareti e caratterizzano il paesaggio. Poi si susseguono tinte bianche, marroni e verdi. La valle è un generatore di sfondi in movimento. La percorro lungo la sua unica strada sterrata e rifletto sul fatto che non c’è alcun elemento di disturbo; e tutto è accessibile, i ghiacciai, la vita dei pastori, gli animali, i fiumi. Tutto nella sua più naturale purezza. Questa è una fetta di mondo incontaminata che si estende di valle in valle, e l’insieme è così grande e vasto che ai miei occhi sembra estendersi senza fine. Ogni cima ha il suo ghiacciaio, è una successione interminabile di bianche creature. Più la strada si alza di quota più questo sembra il regno dei ghiacciai.

Faccio una sosta in prossimità del lago sacro Pentso. Sono a 4400 metri, in un luogo dove sento solo il fischio delle marmotte e il soffiare del vento. Mi sdraio sulle sponde dove si abbeverano gli yak e mi godo un sole pieno che mi riscalda. Il prato verde è tempestato di stelle alpine. Dopo un decina di minuti mi alzo e passeggio lentamente, incantato da così tanta bellezza. Il lento camminare è necessario, non tanto per l’altitudine, ma per vivere ogni centimetro di questo paradiso che osservo in completo rapimento estatico. Mi sento in perfetta sintonia con queste montagne. La terra si alza ad ogni passo sollevando nuvole bianche che vengono portate via dal vento. Cammino in direzione del passo Pensi-La come se fossi attratto da una forza che chiama. Non lontano da me, a contrassegnare il passo, c’è una successione di bandiere del vento che si muovono e lasciano volare le preghiere verso l’alto.

Giunto al passo, si apre uno spettacolo impressionante. Sto per varcare la porta di accesso alla Valle dello Zanskar, il regno delle nevi e del silenzio. L’ingresso è sorvegliato da un gigantesco guardiano, il ghiacciaio Durang Drang. Osservo in piedi, quasi in segno di rispetto, la lunga lingua di questo fiume ghiacciato, le sue maestose strisce bianche e grigie. In religioso silenzio mi lascio muovere dal vento freddo che arriva da quella valle che scende da altezze impossibili e che sembra scollegata dal resto del mondo. La sola visione di questo ghiacciaio arricchisce. Questo luogo esprime la potenza della natura. E’ la raffigurazione di un canto eroico.

4. VALLE DELLO ZANSKAR

Le poche case in pietra dei pastori sono le uniche testimonianze della presenza umana in questi luoghi. Sono costruzioni molto primitive, ad un solo piano e ad utilizzo esclusivamente stagionale.

Non ci sono altre presenze o infrastrutture. Ciò che ieri mi aveva incantato, la vallata sede del monastero, non era altro che la porta di accesso ad una sequenza interminabile di valli e ghiacciai.

E’ un mondo sconfinato e inesplorato, preservato dall’artificio da cui rifuggo; ci sono davvero pochi abitanti che durante il lungo inverno rimangono completamente isolati.

Mi fermo a osservare la vita che si svolge in una di queste case in pietra, che dall’aspetto potrebbe ricordare una malga. Assaggio del formaggio posto a essiccare su grandi teli, dal sapore forte e piuttosto acidulo. I pastori stanno essiccando anche lo sterco per l’inverno. Recintata da un muretto di pietre, la cucina sembra allestita in modo improvvisato; su due grandi fuochi sono posti due pentoloni nei quali bolle il formaggio. Una ragazza lavora con un grande mestolo il composto bianco ancora liquido, tra sbuffi di fumo e muggiti di mucche che pascolano attorno alla casa. E’ uno spaccato di vita genuino e semplice ma allo stesso tempo è come se fosse immaginario, forse perché è inserito in un contesto talmente isolato e lontano da sembrare fiabesco.

«Si ripropone l’eterno dilemma tra la conservazione di uno stile di vita tradizionale – povero ma sapiente – e l’impatto con la modernità – spesso stolta ed arrogante, ma anche liberante dalla fatica ed allargante al mondo -; modernità che tra l’altro risulta, per questi ultimi arrivati, solo scarto tecnologico del mondo ricco ed omologazione acritica a stili di vita stranieri. Ed ecco quindi l’impegno di futuro – per noi come per loro – di trovare una nuova sintesi tra innovazione e tecnologia, apertura alla comunicazione, e saggezza consegnata dal passato e consapevolezza della propria originale identità»[53].

Dopo la sosta ad un altro rifugio di pastori, l’autista del fuoristrada, un ragazzo molto giovane, mi manifesta la sua gioia per avere appena acquistato un piccolo yak. Mi sento incapace di entrare in credibile sintonia, mi sento impacciato. Devo fare uno sforzo e cercare il mio lato più genuino e spontaneo, desidero trovare quello stato di primordiale stupore che si possiede quando si è bambini. Solo così posso cogliere l’essenza di questi posti.

Scendo a 3500 metri e mi fermo a Tungri, nei pressi di Padum dove torna un po’ di vegetazione a colorare il paesaggio.

«Se il Ladakh è Tibet dal punto di vista ambientale e dal punto di vista etnico, non lo è di meno da quello religioso. Venire in contatto con questo mondo religioso provoca emozione; affascina vedere una spiritualità che permea tutta la vita dell’uomo e che si effonde anche nelle case e nella natura. I monasteri, che qui chiamano Gompa, cioè “luogo sacro”, caratterizzano il paesaggio ladako; essi sono costruiti in luoghi alti e dominanti»[54].

Per vedere questi luoghi e questi monasteri occorre spogliarsi delle proprie abitudini.

Striature di ossido di ferro e vasti ed estesi ghiaioni risaltano sull’azzurro del cielo e sul bianco delle nuvole. Sono colori che si dispongono casualmente, sembrano chiazze di petrolio che si disperdono nell’acqua. Il paesaggio torna ad essere sabbioso e brullo, e il terreno è cedevole al punto che la strada per il monastero di Zangla è bloccata a causa del crollo di un ponte. Tutte le esistenze, gli oggetti, i luoghi sono destinati a mutare; sono lampeggiamenti effimeri che durano soltanto per un momento e scompaiono non appena sono comparsi. Il concetto di impermanenza è quanto mai presente e percepibile; qui tutto si sfalda e si riforma spontaneamente, alla luce del sole. Non c’è nulla di stabile e immobile, e nulla dà la sensazione di fissità, nonostante si abbia la percezione, ingannevole, di essere in un ambiente compatto e saldo. Le catene montuose svelano la loro instabilità. Gli esseri bianchi che ghermiscono le cime ora mi sembrano ancora più fragili e delicati, a dispetto della loro grandiosità.

I fiumi, placidamente e inesorabilmente, scavano, erodono e modificano il paesaggio. Nel loro continuo movimento sono essi stessi responsabili di instabilità, generati proprio dalle bianche creature che in silenzio svigoriscono fino a spegnersi.

Ai lati di uno di questi fiumi, lo Dzaska, sorge il monastero di Tsazar che associo al suono delle spighe al vento; il campo di grano, completamente giallo, risalta sul bianco delle pareti del monastero. Questo edificio è così piccolo che si confonde con le abitazioni dell’omonimo villaggio. Si sente un profumo, proviene dal cortile di una casa, è delicato e viene da una pianta che le persone del posto chiamano ‘Jennifer Tree’. Osservo il paesaggio e penso a queste distese senza confini bianche di neve e di ghiaccio. Ciò che vedo potrebbe essere un enorme campo di calcio o di polo, ma mi immagino partite disputate da giganti, non da esseri umani; forse dalle marmoree creature che di tanto in tanto rotolano giù dalle cime?

Scritte sui cippi di pietra lungo la via e un gregge di pecore tibetane annunciano l’imbocco verso il monastero di Stongdey, arrampicato sulla montagna.

Ciò che distingue i paesaggi dei luoghi da cui provengo è l’essere squadrati e rigidamente regolari.

La vallata che osservo dall’alto, dal monastero di Stongdey, è varia e priva di regolarità, le ripartizioni del terreno sono arrotondate, amalgamate senza troppe forzature nel contesto naturale. Non c’è il freddo, ordinato e meccanico disegno dei campi, ma linee irregolari, espressione della libera iniziativa individuale, di un’agricoltura di sussistenza; non certo di un’economia di scala.

E’ una visione verticale verso il basso da questa altezza, è da capogiro. Sembra di osservare l’infinito in punta di piedi, e di essere sospesi nel vuoto, appesi ad un filo. Potrei esserci arrivato in volo tanto è a strapiombo sulle valli che domina; è come essere in un nido d’aquila. Nella semioscurità del monastero, nei suoi indelebili silenzi, questo paesaggio diventa un ricordo, un pensiero, una sensazione che si adagia e poi soggiorna nella mente.

Il silenzio si dilata mentre percorro la strada per il monastero di Zongkhul. Per arrivarci entro in un ambiente spoglio e severo che mi ricorda la Valle del Nagar, vicino a Baltit, in Pakistan.

La strada si insinua tra le pieghe e i ghiaioni della montagna ed entra in un luogo sempre più solitario. Il colore rosso delle venature di ossido di ferro che ornano le pareti delle montagne risalta sulla terra nera della strada. Il monastero è incastonato proprio in una di queste pareti, quasi pigiato in uno spazio remoto e angusto che sembra antico, perduto. Il monastero e il paesaggio si specchiano l’uno nell’altro. Sono il riflesso di una stessa immagine, sono il simbolo o l’incarnazione di un’idea, di uno stile di vita. Sono messaggeri delle forze che permeano la natura.

«Di paesaggio non si parla nelle culture etnografiche. Per esse esistono delle realtà spaziali concrete, degli oggetti ordinati nello spazio e nel tempo, delle forze che permeano la natura. Il paesaggio – non scoperto culturalmente come immagine o proiezione di queste realtà – è la percezione o il sogno di tali presenze (il paesaggio come sogno o come liquido amniotico che ci avvolge prima di nascere alla coscienza)»[55].

L’unico elemento che suggerisce il passare del tempo è una cascata che erompe dalla cima di una montagna e che sembra dissolversi nell’aria prima di toccare terra; è una testimonianza solitaria dell’incessante scorrere del tempo. Il fiume che si agita sotto il suo getto sembra una lastra d’acciaio illuminata dalla pallida luce della sera.

In prossimità dell’entrata del monastero si sente un profumo singolare, riconosco l’aroma della salvia, ne distinguo le foglie tra la rada vegetazione che spunta dalle rocce. Tuttavia è forte anche l’odore pungente di burro di yak.

Ma è una grotta o è un monastero? Alte scale si alzano sulla montagna ed entro nella caverna sacra, vecchia più di mille anni. Il mistico e monaco buddhista Naropa pregava qui, dove l’acqua sacra sgorga, goccia dopo goccia, dalla montagna.

Cosa vuol dire sperimentare la solitudine in questo luogo austero, a 3700 metri di altitudine? Cosa si prova a rimanere così profondamente distanti da tutto? Qui si riesce a sperimentare il puro pensiero?

Mi sveglio nel campo tendato in prossimità del lago sacro Tuthot Dechendal Sani. Mi lavo con l’acqua del torrente, allietato dai sorrisi di un gruppo di bambine che dimora nella tenda a fianco alla mia. Sono piccole monache con la testa rasata. Solo una di loro ha i capelli lunghi, nascosti sotto un grosso cappello di lana. Due anziane monache tibetane provvedono a loro, ricoprendo il ruolo di maestre, di madri e di guide spirituali.

A Padum c’è un viavai composto. Molta gente arriva dalle zone limitrofe per festeggiare la giornata dell’indipendenza indiana. La manifestazione si svolge su un ampio piazzale nel centro del paese ed inizia con l’esibizione di bambine e ragazze delle scuole locali. In questi spazi aperti che somigliano al Tibet, se non ancora più remoti, isolati e incorrotti, induismo, buddismo e islamismo si intrecciano. Questo è un luogo di grandi contaminazioni e questa festa ne è una perfetta testimonianza. Musica islamica proposta ad un pubblico in buona parte composto da monaci buddisti muta rapidamente in musica indiana. E’ un groviglio di popoli che si muove all’unisono in questa piazza circondata da rilievi innevati. Ora si libra nell’aria un canto che esprime il candore orientale espresso con delicati movimenti delle braccia e delle mani.

Il posto di fatto remoto e la partecipazione delle scuole dona alla cerimonia una genuinità che nelle grandi città si sarebbe persa, dove facilmente avrebbe acquisito un aspetto politico considerata la complessità del tessuto sociale.

E’ un flusso di umanità, di etnie, di trecce, cappelli, abiti, tuniche, caratteri somatici orientali. Pelli chiare, scure, pelli grinzose e lisce. Veli, fazzoletti, berretti di lana, arancioni, neri. Faccio parte pure io di questo flusso. Partecipo con lo spirito al suono dei tamburi che echeggia nella valle. Vivo la festa con gli occhi di un bambino che scopre e vede per la prima volta un mondo che non conosce.

Ieri sera, al calare del sole, quando tutto era silenzioso e tranquillo, quando le penombre oscuravano le strade, famiglie sedute ai lati della strada, o a passeggio, osservavano le macchine in arrivo dalla regione per la grande festa. Un passatempo serale che palesava l’euforia dell’attesa. Ho avvertito un senso di appartenenza alla propria terra e alle proprie tradizioni che fatico a riconoscere. Io rifuggo dal mio mondo fatto di artificio. Che diverso approccio alla vita.

«In questi luoghi il volto dell’uomo, non manipolato dalle illusioni dell’apparente, è ancora capace di raccontare storie e suscitare emozioni, è un libro aperto sull’interiorità che insegna l’attenzione delicata verso le persone»[56].

Mi allontano da Padum e quando sono abbastanza distante da quel piccolo centro, osservo questo lembo della smisurata Valle dello Zanskar.

«[…] e così facendo creiamo un mondo di cultura e di valori che diventa parte integrante del nostro ambiente naturale»[57]. Perfettamente amalgamato nel paesaggio, incastonato nella roccia, il villaggio di Karsha e il suo omonimo monastero rendono più verosimile il contatto tra queste due realtà.

Osservate da lontano, fatico a immaginare che nelle microscopiche macchie bianche sulla parete della montagna si celi un mondo abitato. «Jou-lee jou-lee!» salutano i monaci mentre salgo verso il monastero. La luce del crepuscolo proietta sui rilievi le forme delle nuvole, animando un gioco di ombre cinesi; figure impalpabili e ondeggianti. Piccoli legni sulle sommità delle case, chikara ai quattro lati dei tetti, rovi di paglia e pietre sono gli elementi che modellano il villaggio.

Arrivato in cima la testa mi gira come le ruote delle preghiere. Aggrappato sulle rocce, anche questo monastero è un nido d’aquila; esposto al vento e orientato verso l’infinito.

La giornata si conclude con un saluto urlato da un gruppo di bambini accalcati sul retro di un camioncino, sorridenti, complice la giornata di festa. Gioisco pure io di tanto appagamento.

Il giorno dopo ripercorro a ritroso la Valle dello Zanskar, impreziosita da cieli azzurri immacolati, senza la scia di un aereo, da bandierine con i “cavalli del vento” che portano le preghiere in alto nei cieli, da stupa bianchi come i ghiacciai e da ruote delle preghiere. Non ci sono elementi di disturbo, è una valle intatta e incontaminata, dove mancano persino le pompe di benzina.

Risalgo il passo Pensi-La imbottito di tachipirina per riprendermi da un’improvvisa alterazione, ho trentanove di febbre e mi sento stordito. Osservo dall’alto del passo la strada sterrata, l’unica, un serpente che si perde nella vallata. Ammiro rapito per la seconda volta il ghiacciaio Durang Drang che mi riconduce nella valle del monastero di Rangdum, un concerto di mille pieghe e di sfumature di marrone, di bianco e di nero; questi sono ambienti che sembrano immutati da più di mille anni.

5. VERSO LEH, passando per LAMAYURU E SKITCHAN

In sogno il ricordo di chi non c’è più.

Mi allontano momentaneamente dal mondo buddista e mi avvicino di nuovo a Kargil, centro di credo mussulmano. Il campo tendato dove dormo si trova in prossimità di un fiume e di un prato; un enorme rilievo bianco troneggia da lontano. Con la prima luce del giorno alcune bambine del piccolo villaggio attiguo passano vicino alle tende per portare al pascolo il bestiame. Si siedono su una pietra strette una a fianco all’altra e osservano incuriosite l’intrusione. Per loro è un’occasione insolita per spezzare la quotidianità e per far tacere anche solo per pochi minuti la consuetudine. Nei loro gesti e negli sguardi dissimulati e coperti sotto i veli si avverte insicurezza e sospetto. Dubbiose osservano, ma la loro resistenza, inesistente tra i bambini che ho visto nella Valle dello Zanskar, si stempera e si attenua lentamente con un manciata di dolci albicocche.

In prossimità di Kargil ricompare un mondo più complesso. La presenza delle caserme e dell’esercito è massiccia e ha una funzione deterrente considerati i vicini confini con il Pakistan. Gli equilibri sono molto fragili e i media sono amplificatori di situazioni poco controllabili; le ripercussioni si sentono anche in luoghi così remoti.

Ciò nonostante la vita procede regolarmente. Lungo il primo tratto della strada che da Kargil porta a Leh si vedono scolari di diverse età che camminano ai bordi della strada, ordinati ed eleganti. Le distanze sono lunghe e ogni tanto passa qualche pullmino che raccoglie gli studenti; talora sono stipati fin sul tetto.

“Education is the soul of society”, puntualizza una scritta su una parete della Springdales Public High School Wakha Mulbakh Kargil Ladakh nelle vicinanze dell’antico bassorilievo del Buddha Maitreya. Per arrivarci si percorre una strada fatta di pietra, terra e ghiaia. ‘Uomini di creta’ vestiti con il kurta spaccano le pietre e costruiscono la strada che ora, per la prima volta in questo viaggio, è asfaltata.

Pian piano riappaiono le case in stile tibetano.

Il percorso prosegue tra rilievi di arenaria che sembrano dune di sabbia, completamente prive di vegetazione, e concrezioni di pietra che somigliano a grinze di elefante. C’è un unico colore che domina l’ambiente, una tonalità di marrone che indica l’ingresso in un’area desertica. Dai passi Namikala e Fotula si vede un paesaggio arido e brullo dove il vento soffia con forza. Non si distinguono più le macchie verdi dei pioppi e neppure le macchie rosse dell’ossido di ferro. Ma presto ricompariranno.

Il monastero di Lamayuru è sospeso su guglie verticali; in verità è un complesso di edifici incuneati nella roccia che include anche l’omonimo villaggio. Tutto attorno lo scenario è livido e diafano.

Il monastero è un luogo dedicato al silenzio. Al suo interno un monaco recita una preghiera accompagnato dal suono monotono del tamburo e dal tintinnio di un campanello.

Nella penombra osservo il panorama illuminato dalla luce della sera; è un proliferare di stupa e di templi. Si sente il soffiare del vento e lo scampanellio delle ruote delle preghiere. Sono suoni che si perdono nel vuoto.

Grotte, cunicoli, corridoi e gradini in pietra conducono al piccolo tempio della tana del leone. Ogni cosa è fatica in questo monastero, manca il fiato a causa dell’altitudine.

Poco più su, nel tempio di Avalokitesvara, faccio un’offerta per la tua sofferenza passata, Lucia; e osservo un monaco intento a pregare. Viaggio in luoghi che sembrano impregnati di consapevolezza, nei quali ogni gesto, apparentemente insignificante, ha valore. La vita dei monaci che vivono in questi monasteri è così enormemente diversa dalla mia che non sembra esserci alcun punto di contatto tra me e loro. Li osservo con un po’ di rassegnazione. E’ come se per un breve lasso di tempo fossi stato strappato a quel sonnambulismo che, afferma Roberta De Monticelli, ci condanna a vivere senza lucidità gran parte del nostro tempo. [58]

«La cultura scientifico-tecnologica, con le sue sorprendenti e continue vittorie, ha travolto tutto: ciò che resta fuori dal suo mondo – il sacro, il mistero dell’uomo – viene eliminato. I corpi dei defunti sono diventati materiale da smaltire con la cremazione o da riciclare con la donazione degli organi. Le immagini religiose e filosofiche sono state distrutte e l’uomo è diventato cosa e materia. Così anche il senso della morte è stato vanificato, rimosso»[59].

Alloggio nella Greenland House, un nome quanto mai evocativo.

I giorni passati in tenda hanno contribuito ad accentuare il valore dell’esperienza in sé e del luogo. Nella Valle dello Zanskar si entra come ospiti, e tali si rimane fino alla fine. La valle accoglie come una madre, accudisce, insegna e una volta compiuto il percorso, saluta.

Che rimanga intoccata, penso egoisticamente. E’ un grembo dove rifugiarsi alla ricerca di un proprio equilibrio. E‘ un luogo sacro come i templi che accoglie in sé. Oggi, adesso, la immagino come una creatura, un essere con una sua anima. Lo percepisco ora ai piedi del monastero di Lamayuru.

L’uomo ha bisogno di calore.

Quando si confondono razionale e irrazionale, ragionamento e intuito, la mente perde i suoi punti di riferimento, penso osservando questo villaggio.

Leggo due passi di un testo di Eugenio Turri. Lui fu viaggiatore di professione, ma un viaggiatore che amava occupare una minuscola parte della scena, non il centro. Era un osservatore che si metteva in disparte, per far posto a tutto il resto.

«I paesaggi possono essere osservati oggi non più prescindendo dalla conoscenza scientifica, perché scientifico è il fondamento della nostra cultura, nata da secoli di tormento conoscitivo, anche se ciò non esclude che il paesaggio sia godibile come fatto estetico, o come ritrovata comunione con la natura, quindi come fatto nostalgico, di ritorno all’origine. […] Il godimento è certo più vero e autentico se alla gioia e alla contemplazione fine a se stessa del paesaggio si unisce la conoscenza delle relazioni che intercorrono tra i vari fatti, le ragioni che li muovono, le necessità che legano l’uno all’altro. La vecchia storia che i tramonti sono rossi e meravigliosi non sono più godibili se si sanno le ragioni che li rendono tali (notoriamente il fenomeno è dovuto alla maggior capacità penetrativa dei raggi infrarossi, con minor lunghezza d’onda) è solo una forma di difesa dei poeti, nessuno infatti mi impedisce di godere egualmente i tramonti. Piuttosto è importante che l’interpretazione scientifica non resti fine a se stessa, ma che entri in tutto un insieme di relazioni, delle quali sono partecipe io stesso, uomo che ha palpiti ed emozioni insieme a capacità raziocinanti»[60].

«Il paesaggio, comprensivo di manifestazioni naturali e umane, organismo vivo intessuto di relazioni interdipendenti tra le forme che lo compongono, è il paesaggio come si propone oggi alla nostra coscienza scientifica. Paesaggio nel quale si trova oggettivato l’uomo, ormai giunto a vedere se stesso e il proprio mondo «dal di fuori», come può fare l’entomologo quando studia gli insetti nel loro ambiente»[61].

Eugenio Turri stesso era giunto a vedere se stesso e il mondo «dal di fuori».

Il contatto cosciente con il paesaggio e con la natura permette di avere uno sguardo oggettivo, ma che tuttavia non aiuta a comprendere la realtà complessa nella quale vivo. Lo sguardo raziocinante aiuta a vedere «dal di fuori», a oggettivare la propria presenza nel mondo, ma ciò facendo temo di rafforzare la mia visione dualistica, tipica del mio mondo. Sono un buon lettore di testi di divulgazione scientifica, ne sono sempre stato attratto, spinto da un desiderio di conoscenza. Mi sono allontanato dalla visione antropocentrica, ma forse ciò non è sufficiente. E’ il superamento di ogni dualismo ciò a cui dovrei tendere. In fondo sono affascinato sia dallo sguardo raziocinante che dallo sguardo interiore, dall’inconscio. Dovrei unirli in un unico sguardo.

Ciò che faccio con i suoni non è una riproduzione della realtà, una sua semplice descrizione. Sto provando a eliminare la distanza tra me e ciò che mi circonda; e far perdere me stesso, e il potenziale ascoltatore, nelle continue metamorfosi del vuoto senza forma, da cui tutto ha origine e in cui tutto finisce. E’ con la musica che probabilmente mi sento più libero. Lo scrivere mi aiuta a capire, ma è forse espressione del mio lato più razionale.

Mi servo spesso di espressioni come ‘maestoso’, ‘grandioso’, ‘immenso’ per descrivere le emozioni che il paesaggio mi trasmette. Dò spazio al sentimento estetico, più labile e sensazionalistico. Con la musica forse mi avvicino invece di più al mondo dell’inconscio; e forse inconsapevolmente è proprio attraverso la musica che desidero arrivare alla perdita del sé e all’identificazione nella natura, nel tutto.

Di mattina presto, dagli edifici prospicenti il monastero, sento il salmodiare dei bambini, e intenso è il profumo di pane tostato. Le mucche vengono fatte salire al pascolo attraverso gli stretti sentieri sterrati del villaggio. Da poca distanza si ha l’impressione che il monastero, inserito tra rilievi che sfumano dal marrone al verde, al viola della lavanda, sia balzato fuori da una favola.

La strada per Dah e per gli altri villaggi della ‘restricted area’ tra India e Pakistan, panoramica ed esposta, è una sottile striscia disegnata a mezza costa sulla montagna. Pare di essere costantemente sulla cima del mondo, e tutto quel poco che cresce a questa altezza è profumato. Ci sono i cardi, pungenti e belli come questo paesaggio, e tantissime piante di capperi.

Osservo in basso il fiume Uan-La che taglia la valle; lo scenario è da capogiro. Mi tengo vicino alla parete della montagna, ma nonostante le vertigini sono attratto dall’immensità che mi circonda. E’ tutta una piega, una cresta, un rincorrersi di rilievi a perdita d’occhio, un susseguirsi di montagne che si spingono fino al confine con il Pakistan, e oltre. Ogni luogo ha una sua commistione di elementi che lo rende caratteristico. Questo, nonostante i chorten disseminati ovunque, mi ricorda il Gilgit-Baltistan e in generale i Territori del Nord del Pakistan.

Ci sono le linee dritte dei pioppi cipressini che macchiano di verde, c’è la stessa terra brulla, la medesima verticalità delle montagne che cadono a picco, severe e ruvide come il Karakorum, la Montagna Nera. Ci sono le pietre con sfumature che vanno dal bianco al marrone; i fiumi che le tagliano implacabilmente e le cui rive vengono collegate da ponti dalla struttura caratteristica. Di tanto in tanto c’è una spruzzata di arancione delle albicocche messe a seccare.

Osservo macchie viola e verdi che colano dalle pareti, causate dalla presenza di ferro e di rame; c’è il quarzo che dà origine a striature bianche come la neve; e l’ematite che genera venature color ocra. Oltre alle albicocche ci sono noci, mele e vicino ai villaggi nella ‘restricted area’ c’è anche l’uva. Che ricchezza, che varietà a queste altitudini.

Qui Avalokitosvara comunica la sua presenza, assumendo le sembianze di una montagna e illuminando costantemente la notte. In realtà sono i minerali in essa presenti che fanno da specchio alla luce lunare, ma oggi rifuggo dal razionale; la capacità di suggestionare di questo luogo è fuori misura, e mi abbandono all’irrazionale.

Amerei vedere questi posti d’inverno, catturarne la loro essenza in un contesto più severo.

Ma intanto provo una piacevole sensazione di ritorno. Percorro un’altra parte del letto dell’Indo, fiume che è ormai una costante di questi ultimi viaggi. Sembra quasi che dove scorra questo fiume l’ambiente circostante debba necessariamente farsi maestoso.

In Pakistan l’Indo è gravido e vorticoso, qui è ancora un fiume docile; ciò nonostante un’alluvione appena avvenuta impedisce di arrivare nei villaggi più interni della vallata, ma per un giorno sento rinascere le sensazioni provate lo scorso anno in Pakistan. Mi sdraio su una pietra in riva al fiume dopo aver raccolto un po’ di albicocche; osservo e ascolto, appago i sensi.

Più tardi, dopo un lungo tratto di strada percorso ascoltando musica tradizionale ladaka, fatta di suoni ripetitivi, monotoni e incessanti, arrivo alla base della salita per un monastero che pare dimenticato. Sono incantato, frastornato, ipnotizzato dalla musica, mi sembra di essere entrato in un’altra dimensione. C’è un silenzio che quasi stordisce. Questo luogo ha un che di irreale. Ma dove sono? Tutto assume l’aspetto di un sogno. Seguo le otto simbologie buddiste e raggiungo il monastero di Skitchan nel villaggio di Semiarlan, a 2800 metri. Non c’è nessuno.

Giunto in cima entro nel Cave Temple, fresco e accogliente. Riprendo fiato e mi siedo sui tappeti da meditazione.

«L’alta montagna è infida, soggetta alle più libere manifestazioni dei fenomeni geologici e meteorologici, espressione massima per noi della natura non annessa, non facilmente imprigionabile dai nostri mezzi di umanizzazione concreta; quando dopo una scalata ridiscendiamo dalle cime alpine, riprendiamo i sentieri e riscopriamo le valli con i paesi, i campanili, i campi coltivati, le strade, i prati, allora ritroviamo veramente l’uomo, i suoi segni: è il paesaggio umanizzato»[62].

Osservo un’aquila che vola in cielo. La percezione che gli animali hanno del paesaggio non possiamo conoscerla; probabilmente per essi esiste solo un serie di riferimenti funzionali entro un territorio vitale. Come vedono il mondo possiamo saperlo soltanto prestando loro i nostri sensi e il nostro sentimento. Voglio ridiscendere dalle cime e osservare con i suoi occhi il tratto di strada che porta a Leh, voglio riaprire così gli occhi sul mondo. Voglio vedere me stesso, da lontano, salire sull’aereo per Nuova Delhi, e tornare poi a posare lo sguardo sulle alte vette dell’Himalaya.

Volo sopra un arco di terre limitato da catene montuose e verso l’interno da terre desertiche. Posso arrivare ad abbracciare con lo sguardo per intero questo panorama, sino a 400 km di distanza e oltre. Sento il freddo pungente dell’aria sul mio nuovo corpo. Lo spazio è esteso e non ci sono confini definiti intorno al paesaggio che conosco. La vista funziona da memoria e da riferimento delle altre percezioni, insostituibile per la percezione che ho dello spazio. Sui pendii innevati vedo orme di piccoli mammiferi, potrei seguirle per sapere dove sono, dove si nascondono, per cacciare. Proseguo e oltrepasso il limite della mia esperienza geografica di questo luogo; entro in un mondo inesplorato, mi sento invulnerabile, veloce nel volo e rapido nei movimenti.

Sulla dorsale più alta che cinge una valle c’è un piccolo villaggio con le sue case tutte distese al sole lungo il versante che guarda a mezzogiorno. Il fondovalle è percorso da un grande fiume. E poi gli uomini, piccoli cortei di gente in prossimità di una città. Ero uno di loro pure io, un tempo. Ma avevo dimenticato l’essenza delle cose, il loro spettacolo perenne. La magia del mondo. Non sento vita spirituale adesso, assaporo il momento, l’attimo in cui vivo. Sento il cuore che pulsa. Non c’è razionale o irrazionale, non emerge l’immagine di una unità articolata su principi opposti, c’è solo un libero abbandono a ciò che vedo, a ciò che sento. Eterni sono i miei movimenti, eterno questo attimo in cui batto le ali, eterno il mio atto di respirare. Ecco, qui c’è il «vivo».

 

7.

ESTENSIONE DELLA CONOSCENZA

QILIAN SHAN. Ghiaccio immaginato, asciutto, silenzio come un frastuono

GANSU, QINGHAI, XINJIANG, KIRGHIZISTAN 2016

Silenzio come un frastuono, pare illustrare e accomunare due opposte condizioni, estranee tra loro, ma sovrapposte.

Silenzio come un frastuono, sembra presentarsi sia quando l’aspetto geologico prevale su quello biologico, sia quando l’aspetto biologico prevale su quello geologico.

Sono indivisibili, sono necessari l’uno all’altro?

La vastità trasfigura l’essere umano in frammento; le infinite distese di ghiaccio, i moribondi paesaggi desertici, le solitudini della montagna sono sommersi da un silenzio assordante. L’assenza di suono disorienta, tanto quanto l’eccedenza, la sovrabbondanza di suoni.

Non ci resta che fuggire da quel silenzio, non ci resta che coprirlo di rumore.

Nell’inesorabile evolversi della vita io sono testimone di una contraffazione di un mondo passato, manipolato e danneggiato dall’uomo.

Il mondo tormentato dell’uomo si è innestato nella fissità, nell’immobilità geologica; il frastuono nel silenzio. Io osservo questa fissità, ascolto il silenzio dal mio mondo fatto di rumori.

«Sotto un cielo fosco crescono foreste di innumerevoli palazzoni e le autostrade s’intersecano in reti più fitte di quelle fluviali; la merce in vendita in mercati e centri commerciali è una festa per gli occhi; sulle strade, viavai di gente e ingorghi di automobili; e, poi, il trionfo chiassoso dei cartelloni pubblicitari e delle luci a neon, night club e centri massaggio in serie; negozi di estetica e saloni per il massaggio ai piedi, uno dietro l’altro, fitti come denti di un pettine.

La vertiginosa crescita economica ha cambiato tutto repentinamente, abbiamo compiuto una sorta di salto in lungo da un’era di penuria materiale a un’era di spreco indiscriminato, dalla supremazia della politica a quella del denaro, dalla frustrazione degli istinti agli impulsi più sfrenati»[63]

Viaggiare attraverso quel lungo cordone chiamato “Via della Seta” significa anche esplorare un paese sterminato come la Cina. Può esserci uno scarto temporale di decenni tra regioni ricche e povere di questo paese. E’ un viaggio nel tempo e nella storia; non solo nella storia dell’umanità, ma anche nella storia dell’epoca in cui vivo.

Una frase di Eugenio Turri riemerge tra i pensieri:

«Questa dimenticanza o invisibilità degli attori del passato sembra propria di una società come la nostra, tutta assorbita nel presente, tesa a bruciare i doni della natura, poco sensibile ai tempi lunghi della storia, poco riconoscente nei confronti delle generazioni precedenti, le quali nel mondo pre-moderno erano rispettate e tenute presenti come portatrici di valori sui quali la società basava ogni suo agire. […] L’insensibilità verso la dimensione storica d’altra parte è anche il portato della cultura d’oggi, che è tutta rivolta a consumare, a bruciare il presente, poco sensibile a coltivare la memoria di ciò che è assente, cioè il passato, e quindi di tutto ciò che dà sostanza storica al paesaggio. Il quale poi, rispetto al dinamismo del nostro tempo, ha una sua fissità, una sua immobilità ed appare perciò stesso come scontato, ovvio, acquisito, senza importanza: non lo si pensa soggetto a mutamento, a una sua vita, che è poi la vita dei sistemi territoriali e la vita della natura che di tali sistemi è il fondamento»[64].

Il dinamismo della nostra epoca e l’apparente immobilità del paesaggio sono la chiave di lettura di questa nuova esperienza, nella quale non sembra esserci spazio per il termine equilibrio o misura; è un viaggio negli eccessi e nei contrasti; nel rumore e nel silenzio.

L’anno scorso scrissi: «E’ il superamento di ogni dualismo ciò a cui dovrei tendere. In fondo sono affascinato sia dallo sguardo raziocinante che da quello interiore, dall’inconscio. Dovrei unirli in un unico sguardo».

Se voglio andare alla ricerca del silenzio, devo andare anche alla ricerca del rumore.

Tempo fa scrissi: «Però io non so se sono riuscito a ricambiare il tuo prezioso regalo. Ho sempre la sensazione che non riesco a ricordarti nel modo adeguato, tanto quanto meriteresti. I ricordi cominciano a sfumare, ma c’è l’essenza che permane, è l’amore. Si, proprio l’amore, non può essere altro.

Io sono qui, tu sei altrove, dove? C’è, esiste un punto d’unione?

Silenzio; come un frastuono.

E’ proprio questo ciò che provo. Il tuo silenzio è enorme, come comunichi ora? Dove sono le parole che bramerei sentirti dire? Dove sono le emozioni che mi regalavi? Il mio limite è non sapere e non potere uscire da questo confine, dove sei? Sei oltre il silenzio e il rumore?»

«La Cina della Rivoluzione culturale e la Cina di oggi potrebbero essere paragonate all’Europa del Medioevo e a quella contemporanea […] a un europeo servirebbero quattrocento anni per sperimentare due epoche tanto antitetiche, mentre ai cinesi ne sono stati sufficienti quaranta»[65].

Il mio viaggio inizia a Pechino e continua nella Cina del Nordovest; per poi proseguire in Kirghizistan.

Yu Hua scrive che i cinesi di Pechino vivono nell’Europa del presente e i cinesi del nordovest nell’Europa di quattrocento anni fa; ne consegue che nella Cina di oggi non esistono solo disparità storiche, ma anche nella stessa realtà.

Secoli di storia e di avvenimenti che hanno segnato il destino di popoli e culture si sono riversati su di me come un fiume in piena, senza distinzione temporale, tutti insieme. In Cina non mi sono quasi mai perso in luoghi dimenticati dall’uomo. In alcuni casi ho cercato di poggiare lo sguardo solo sulle bellezze naturalistiche, omettendo volutamente l’attenzione sul contesto in cui si trovavano.

Il luogo più isolato e de antropizzato che ho visto è la cosiddetta terra di nessuno che separa la Cina dal Kirghizistan. In un futuro non così lontano, saranno questi luoghi a restare intoccati e protetti, per motivi politici, militari e strategici?

L’impatto con il mondo cinese è stato come una scossa di terremoto. Ho aperto gli occhi, ho affrontato la realtà; per poi abbandonarmi nell’immaginazione appena varcati i confini con il Kirghizistan. Sognare è insito nella mia natura, non riesco a vivere solo di realtà. Ma la curiosità mi spinge oltre, e quest’anno mi ha portato qui.

E’ impossibile rimanere imperturbabili di fronte a un meraviglioso paesaggio che senza alcun preavviso viene irrimediabilmente guastato dalla presenza di anonimi grattacieli completamente asettici e impersonali; a un incrocio, fermi al semaforo, intenti a capire in quale città ci si trovi, perché quell’incrocio è uguale ovunque, perché le città sono tutte uguali, le nuove città. Cos’è avvenuto? Dov’è la Cina dei fasti imperiali? «Tra quali pieghe di questo mondo capitalista posso trovare i segni della sua cultura millenaria?» mi sono chiesto mille volte nel corso del viaggio.

Mi sono immerso nella lettura in cerca di risposte.

Il viaggio è risultato complesso, per l’inevitabile necessità di moltiplicare gli sguardi.

Tenere un diario, ‘scattare le istantanee’, come ho fatto in passato, è risultato più difficile di quanto potessi immaginare. E’ stato come se avessi perso il bagaglio all’inizio del viaggio e mi fossi dovuto arrangiare con quel poco che avevo. Sapevo di andare a vedere alcune regioni della Cina, ma ero partito con l’idea di trovare pure qui luoghi dimenticati dall’uomo.

Molti giorni dopo l’inizio del viaggio ho trovato la chiave di lettura di questa esperienza, mi ci è voluto più tempo del solito, ma quando ciò è avvento, ho capito quanta ricchezza in termini culturali storici e geografici avevo sotto gli occhi. La Cina è un paese troppo complesso per riuscire a capirlo in così breve tempo.

Mi sia perdonata la franchezza dei miei pensieri.

1. GANSU, QINGHAI

Sono in viaggio verso Istanbul, la vecchia Bisanzio, Costantinopoli; il punto di contatto sanzio, Costantinopoli, leeote.coniato il terminei dire?tra il continente europeo e quello asiatico, l’inizio della Via della Seta. Prima di imbarcarmi sul volo per Pechino, trovano posto nella mia memoria le luci sul Bosforo. E’ un’immagine delicata che si contrappone al pensiero della guerra nella vicina Siria. Cala la notte e dopo molte ore di aereo arrivo a Pechino; penultimo scalo prima di atterrare a Lanzhou, città che dall’alto osservo gemere invisibile attraverso lo smog.

A Lanzhou il futuro è entrato con la veemenza di un uragano. Alti grattacieli si stagliano a ridosso delle montagne e marcano in modo indelebile il territorio. Tanto cemento e tanta geometria sterile non mi riconducono alla Via della Seta, mi proiettano in un mondo funzionale e iper-razionale. E’ il mondo del commercio interpretato dalla nuova società cinese che è legata al suo passato da fili sempre più immaginari e poco tangibili. Il passato è più una serie di note a piè di pagina di un libro che parla di un futuro che si sta compiendo oggi.

Il filo più resistente si dipana lungo il Fiume Giallo, dove tutto ebbe inizio.

Nelle teche del Gansu Provincial Museum osservo le glorie di un popolo di favolosa raffinatezza.

Il nuovo potere del commercio che si svolge lungo nuove direttive che cosa produce di altrettanto favoloso? vedo solo luci pubblicitarie e plastica.

Guardo ammirato il cavallo volante realizzato al tempo della dinastia degli Han Orientali e proveniente dalla tomba di Leitai a Wuwei. Risale a più di duemila anni fa, eppure per quanto lontano mi sembri, i primi rapporti tra il mondo greco-romano e l’Oriente asiatico avvennero anche prima di questo periodo. Più precisamente nel 300 a.C., quando Alessandro Magno attraversò l’Hindu Kush, soggiogò le tribù stanziate nell’odierno Afghanistan, occupò Taxila, la capitale del regno di Gandhāra, e raggiunse l’Indo.

Sembrano imprese che sconfinano con la mitologia, ma sono avvenute davvero. E questo elegante cavallo che prende il volo proviene da quelle epoche.

Osservando i manufatti e soprattutto le vie della città «intuisco che nulla di quanto mi aspetta sarà omogeneo, costante. Seguire una strada significa seguire la diversità: un flusso di voci che discutono nella polvere»[66].

Una grande statua di Nüwa e Fuxi posta lungo il Fiume Giallo sembra osservare i grattacieli che incombono ovunque e le montagne deturpate. Cammino per le strade più inquinate della Cina. I tre milioni di abitanti di Lanzhou sono sparsi in un’area di venticinque chilometri lungo il fiume tra raffinerie di petrolio, impianti tessili e chimici.

Il pullman esce dalla città e si inerpica serpeggiando tra colline di loess. E’ tutto così funzionale che non si percepisce l’autenticità del luogo. Non è solo la lontananza geografica a rendere difficile interpretare un mondo che non si conosce. Sono i suoi valori che è necessario cogliere e ammetto di fare fatica a capire i valori favoriti da questa forte spinta alla funzionalità che sembra ripercuotersi in modo netto sulla vita delle persone. Nonostante venga professato il rispetto per la natura.

I valori e gli splendori della Cina di un tempo sembrano sbriciolati, polverizzati e sepolti sotto questi enormi grattacieli, schiacciati dal loro peso. Fuori dalle città, sembrano si siano ricompattati in concrezioni di loess, roccia sedimentaria friabile, spinta fuori dai nuclei urbani, e unitasi per far fronte al nuovo mondo che è avanzato e che oggi domina. Assisto alla collisione tra l’armonia delle strutture naturali in loess e la stonatura delle dilaganti strutture di cemento.

Il loess è ricco di minerali e ciò permette di sfruttare la capacità produttiva del terreno; le coltivazioni lungo la strada sembrano il retaggio di un passato che resiste e perdura, e che proviene dalla Cina contadina, dalla Cina dei mandarini, delle dinastie dei ming e dei qing.

Sotto una tettoia che assomiglia ad una pagoda, cinesi di etnia hui, han, uigura e tibetani osservano il fiume. E’ uno spaccato della Cina di oggi che osserva la Madre Terra, il Fiume Giallo, simbolo che riporta questo popolo in dietro di millenni.

Le concrezioni di loess si estendono lungo il fiume, nelle sue insenature, fino all’imponente statua del Buddha nelle grotte del Tempio Binglin; le Grotte degli spiriti, la Terra dei centomila Maitreya. Nei fori dei rilievi circostanti, simili a torri bucate dal vento e fragili come arenaria, si credeva ci fossero le anime degli antenati.

In questi anni, oltre alle grandi catene montuose, sto vedendo i fiumi più lunghi della Terra; l’Indo, il Fiume Giallo, fiumi che hanno visto sorgere importanti civiltà.

La mente torna a Taxila, all’arte del Gandhāra, l’esito di diversi influssi artistici, indiani, iranici, ellenistici. Penso al Buddha che ho appena visto, alto ventisette metri, e penso all’immagine antropomorfa del Buddha, aniconico fino alla confluenza di culture che incontrandosi hanno cominciato a dialogare. Penso alla via della seta e all’intreccio di strade che correvano da un mondo all’altro.

No, non riesco a trovare il punto di contatto tra l’odierno razionalismo cinese e il ricco passato del celeste impero.

Il sincretismo culturale era la forza di questi luoghi; perché oggi la cultura, propria e altrui, viene soffocata, piuttosto che assorbita? Dove sbaglio a non vedere? Sbaglio?

L’immagine di scintillanti tetti dorati mi riporta al presente, arrivo al Monastero di Labrang, grande complesso che si estende lungo un’ampia vallata non lontano dal fiume Daxia. E’ uno dei sei più grandi monasteri tibetani dei Gelugpa, l’ordine dei Berretti Gialli del buddhismo tibetano. Una quarantina di monasteri minori affiliati a Labrang sono sparsi sulle montagne circostanti. Han, hui e tibetani convivono in questo territorio.

Non è un luogo solitario ma osservarlo induce a riflettere, a fermarsi. Salgo su una collina per ammirarlo dall’alto. Sono in attesa di sentire il profumo degli incensi e delle candele di burro. Arrivato in cima al colle, ho la sensazione di riprendere un percorso della mia vita iniziato quattro anni fa, parallelo alla mia quotidianità.

Il monastero è gremito di gente, è un museo a uso e consumo del turismo locale e cinese. Colate di cemento hanno coperto le vecchie strade sterrate. Ma il fascino del monastero rimane inalterato, almeno ai miei occhi. Cammino lentamente e mi fermo vicino ad uno dei grandi incensieri che brucia rami di ginepro. Seguo con lo sguardo il fumo che sale e che si allarga in grandi volute sopra il monastero, in alto, verso il cielo. Gli orli in tessuto sulle facciate degli edifici si muovono al vento; il loro moto ondulatorio mi rasserena e mi mette tranquillità. Gli stivali di feltro nero dei monaci sono ammucchiati nel portico del santuario. All’interno degli edifici, le teche, i vasi colmi d’acqua, le statue di buddha e i piccoli mandala risvegliano ricordi dei passati viaggi; mi muovo tra i colori sgargianti scuriti dal fumo delle candele che ardono nella penombra.

Dei bambini mi fermano per chiedermi da dove vengo. Lo chiedono in modo gentile e rispettoso. Osservano le mie pagine di diario scritte in una lingua a loro ignota.

Il monastero si trova a Xiahe, un centro relativamente piccolo, situato a 3000 metri di altitudine, circondato da montagne. Ha mantenuto un aspetto sobrio e ordinato, lontano dal funzionalismo impersonale che ho visto finora. Gli edifici, finemente decorati, hanno gli elementi strutturali tipici dell’architettura tibetana.

Mi siedo sul ciglio della strada principale e osservo la città; nell’aria sento profumo di cumino.

L’aspetto delle persone è cambiato rispetto a Lanzhou. Hanno la carnagione più scura e i tratti somatici tibetani. I monaci passeggiano lungo la strada; il colore delle loro tuniche si armonizza con i colori degli edifici. Motociclette con i sedili foderati con coperte colorate sembrano cavalli in fremente attesa di essere lanciati al galoppo.

Avverto il respiro del passato, la quiete dei paesi di montagna, la delicata bellezza del mondo orientale. Cerco e vedo questo negli sguardi degli abitanti di Xiahe. Due bambine con in mano delle racchette da tennis appena comprate saltano sotto il getto d’acqua proveniente dal camion per la pulizia delle strade. Un anziano avanza lentamente su una bici con un rimorchio artigianale realizzato con pezzi di legno e metallo. Quattro uomini, seduti ad un tavolo all’entrata di un negozio, giocano a carte. Nulla di diverso da ciò che potrei vedere nei luoghi dove sono nato, è la semplice quotidianità di un piccolo centro posto quasi agli antipodi rispetto alla città in cui vivo. Osservo esseri umani che semplicemente vivono, ma in un contesto che non è il mio, e che sto cercando di capire.

Appena fuori dalla città compaiono le piccole case in terra essiccata, in tipico stile tibetano. Lo sviluppo urbano sembra seguire il modello ad anelli concentrici: c’è il nucleo attorno al monastero, una fusione di mondo tibetano, hui e han; c’è il quartiere periferico che si sviluppa in senso verticale, ottimizzando l’utilizzo dello spazio e lasciando libero il contesto naturale circostante che, sempre più fuori dalla città, è armonicamente disseminato di edifici in terra cruda, perfettamente combinati nel paesaggio. Oltre ancora prati e colline dove di tanto in tanto pascolano gli dzo, animali nati dall’incrocio tra uno yak e una mucca.

Il pullman si inerpica sulle colline e la geometria sterile e perfetta dei grattacieli della periferia di Xiahe diventa presto solo un ricordo. Procede, facendosi strada attraverso lande lussureggianti fino a giungere ad un valico dal quale si apre un paesaggio senza confini, fatto solo di praterie e colline di un verde brillante che sembrano velluto. Sono le Praterie di Gānjiā, il punto di unione tra due delle maggiori culture asiatiche, quella tibetana e quella mongola. L’ambiente stesso è una perfetta combinazione di elementi propri sia dell’altopiano tibetano, sia della Mongolia. E’ un ‘mare verde’, proprio come il nome mongolo, Koko Nor, della provincia nella quale sono appena entrato, lo Qinghai. Sembra più un oceano verde, dal quale di tanto in tanto emergono piccole macchie bianche, le tende dei nomadi.

La strada sale fino a giungere al Passo Huneilahi, a 3600 metri di altitudine, dove ondeggiano i cavalieri del vento. Dopo pochi chilometri raggiungo Shung Peng Xi, un incantevole villaggio rurale del colore della terra che mi ricorda i villaggi del Baltistan; mancano solo le albicocche a essiccare sui tetti.

I rilievi, dopo essersi ricoperti di alberi, tornano a inaridirsi, scoprendo una terra del colore del rame che si mescola al giallo dei campi coltivati a frumento. La statua dorata di un Buddha, in armonia con le tonalità del posto, conduce al complesso monastico di Tongren e all’annessa scuola d’arte religiosa. In queste valli la pittura è un’arte che viene esercitata con grande passione e che si affina tramite anni di esperienza; viene insegnata a tutti i bambini per tramandare l’arte dei thangka, le icone votive dipinte su seta. Quanta poesia vedo in questo luogo schiacciato fino a epoche recenti da un neofeudalesimo intransigente, e stretto tra il mondo islamico dello Xijnjang, il mondo tibetano e quello mongolo. Utopicamente immagino che in queste valli isolate l’eterogeneo e complesso universo religioso venga tenuto sotto controllo con l’arte della pittura.

L’ossido di ferro sembra essere estremamente diffuso sui rilievi di questa regione; la sua presenza determina una ricchezza di colori che vanno dal giallo, al rosso, al marrone. Le montagne rivelano la loro fuggevole bellezza e perfezione. Pareti spigolose, chiazzate di verde, cadono a picco su un affluente del Fiume Giallo. Rocce appuntite invece di inasprirsi, si placano lungo il percorso e assumono le sembianze del velluto, morbide e lisce, alternandosi alle increspature rosso rubino. Pioppi svettano verso il cielo.

Imbocco l’autostrada cha fiancheggia piccoli villaggi tibetani e la magia gradualmente si spegne.

Questa commistione di funzionalismo e segni di epoche passate mi stordisce. Grandi grattacieli si elevano e prendono il posto dei pioppi. La magia del nome Via della Seta in questi frangenti viene smorzata e violentata a tal punto da farmi indurre a pensare di riadattare il termine in Via del Cemento e della Plastica. L’entrata a Xining è devastante. Questo razionalismo estremo insegna che tutto si può fare, anche deturpare un paesaggio e consegnare a chi abita in questi lugubri edifici una vita più facile di quella dura che si svolgeva nelle campagne, ma insapore e fredda. Sembra un’esasperazione del modello urbanistico sovietico. Non c’è nulla di esteticamente bello. Gli edifici sono impersonali, tutti uguali al punto da rendere le città simili le une alle altre. Sembrano luoghi fatti solo per lavorare e dormire.

«Le città sono un insieme di tante cose: di memoria, di desideri, di segni di un linguaggio; le città sono luoghi di scambio, ma questi scambi non sono soltanto scambi di merci, sono scambi di parole, di desideri, di ricordi» [67], ma dove avvengono in questa città?

Eppure di sera osservo la vita notturna tra le vie del mercato che, per quanto ‘inscatolata’, chiusa in queste fredde strutture, pulsa ed esplode. Il profumo di cibo si diffonde ovunque.

A Xining ha sede il monastero di Kumbum che, come il monastero di Labrang, è un importante sito della comunità tibetana cinese. Ho la percezione che l’affollamento delle grandi città si sia riversato in questo luogo distorcendone il suo significato, come succede nelle città simbolo italiane, Venezia e Firenze. E’ impossibile avvertire il profumo dell’incenso e delle candele di burro. E’ un luogo che inghiotte esseri umani intrisi di laicità che, camminando distratti, ne annullano la sua sacralità. Sembrano una reincarnazione artificiale dei loro avi. Confusi tra loro, un numero davvero ridotto di pellegrini si approccia ai templi con ostinata devozione. C’è uno stravolgimento del senso di questo luogo. Sento il frastuono di un mondo difettoso emerso da un passato virtuoso e che ora si è momentaneamente smarrito nella corsa sfrenata al capitalismo.

«Già Hegel nella sua Logica scriveva che un popolo senza metafisica è come un tempio senza il sacro, e quindi è un tempio vuoto di tutto ciò che è proprio del tempio».[68]

Il terremoto provocato dallo stravolgimento dei valori, avvenuto con la Rivoluzione Culturale, e prima ancora con Mao Tze Tung, mostra ancora le fratture. Io avverto questo, ma sono ovviamente opinioni personali.

Mi allontano dal monastero e torno a viaggiare tra valli e montagne. In prossimità del passo Dabashan si apre una valle glaciale della catena del Qilian Shan; sono rimasti solo i residui morenici, non c’è più traccia delle lingue di ghiaccio che sono abituato a vedere in questa fetta di mondo. E’ simbolica la vista della valle; questo luogo è un’impronta, porta con sé il fascino di ciò che è (stato), ma senza mostrarsi. E’ la rappresentazione del mio stato d’animo. C’è sempre qualcosa che mi frena nel cogliere fino in fondo il fascino di questi luoghi, di queste città e di questi monasteri: c’è, ma bisogna scovare. Nelle pieghe di questi luoghi si cela una pianta dal nome evocativo, snowlotus, smarrita in una piazzola sotto il passo Da Ba Shan, straripante di pullman e di turisti. Mi concentro sui luoghi in cui mi trovo: sto attraversando una grande valle del colore dell’oro, coltivata a colza, che si estende sotto le pareti innevate della catena Leng Long Ling, terra di linci e di leopardi delle nevi; dall’altro lato della catena si estende il Deserto dei Gobi; sto procedendo in direzione del monte Bayan Qalan, dove sorge il Fiume Giallo.

Osservando in modo consapevole, la magia di queste terre emerge; si amplifica in un campo tibetano organizzato sotto la vista severa di un monte innevato e immerso in un paesaggio che ha il sapore della Mongolia. La gentilezza delle persone e dei bambini che mi accolgono mi rimette in sintonia con questi ampi spazi.

Dal passo Qin Jang Li (3767 m.) la macchia verde si espande senza misura, in un susseguirsi continuo di valli e montagne che sfumano in lontananza verso il blu al confine con la zona di cultura tibetana.

Qui sento sgorgare in me un’esultanza familiare: l’aspettativa di rivedere qualcosa di conosciuto che pochi anni fa tanto mi aveva emozionato negli alti passi del Tibet. E’ una rotondità di sensazioni, sia nuove, sia già vissute, alcune elaborate ma che riaffiorano e che ‘definiscono’ una continuità con le passate esperienze di viaggio. La strada si incunea tra le montagne e mi riporta nella regione del Gansu. Scende da un terzo e ultimo passo e percorre un paesaggio che mi è familiare ed è quasi uno stato d’animo. Lo voglio chiamare il paesaggio del benessere, della bellezza e dell’armonia. L’ho già vissuto nei tre viaggi precedenti e ora me ne nutro consapevole e appagato. Mi rendo conto di avere legato il ricordo di Lucia anche a questi paesaggi e ciò addolcisce i miei pensieri.

«Per millenni il corridoio del Gansu aveva attirato tribù nomadi verso sud-est, nel cuore della Cina, e incanalato mercanti ed eserciti nella direzione opposta. Era in continua agitazione»[69].

Il corridoio del Gansu era un punto nevralgico della Via della Seta, stretto tra l’altopiano tibetano ed il deserto del Gobi, e prossimo alla regione dello Xinjiang. È brulicante di storie, saturo di vicende, accoglie i resti di antiche civiltà umane, strati su strati di memorie remote in collisione con le invadenti e straripanti città di oggi che assediano e stordiscono. Lanzhou è il capoluogo della provincia del Gansu, un prodigio di modernità in un mondo in perenne movimento.

Un lampo, un attimo, e all’orizzonte si profila la città, Zhangye, con le sue strade in movimento, con i brusii delle folle, i fragori delle macchine; per quanto qui tutto sia molto più contenuto rispetto a Lanzhou. E da Zhangye si scorge in lontananza il paesaggio dell’armonia, che si sovrappone ai pensieri e alla vista come un sogno infantile, un’utopia, un’illusione ottica.

A colazione mi siedo al tavolo insieme a una famiglia cinese. Le loro bacchette si mettono all’opera e il pasto viene consumato in silenzio; conto solo i risucchi disinvolti a indicare l’apprezzamento del cibo. Ho fame pure io e assaggio piatti indicati più per un abbondante pranzo che per una colazione.

Sazio, mi dirigo verso il Tempio del Buddha dormiente e osservo un gruppo di persone che pratica il Tai Chi in una piazza della città. Sono concentrati a raggiungere il loro stato di equilibrio e di benessere interiore e io sono curioso di vedere questo spaccato di vita quotidiana, questo desiderio di andare oltre il grigiore dei grattacieli; forse di immaginare un’epoca remota, diversa.

Nel tempio il grande Buddha emerge dalla penombra e mi osserva da sotto le palpebre pesanti, con un’espressione antica. Si dice che il suo non sia un sonno mortale, ma l’accesso al Nirvana. E’ una silenziosa presenza che scruta e che cela segreti. E’ un essere che ignora il frastuono delle macchine, i suoni della guerra, i fragori delle città. Come posso uscire da qui e credere che gli uomini siano capaci di offendere la natura, di trasformarla, di denigrarla? Nella semioscurità del tempio mi prefiguro le vicine montagne arcobaleno come il luogo ideale di evasione, un rifugio esclusivo. Dove forse capirò il significato delle mie evasioni, della mia esistenza.

All’opposto, così non è. Lascio la città e, illuminate dalla luce del mattino, osservo avvicinarsi le meravigliose montagne colorate. Rimango sbalordito. Ma improvvisamente mi appare la realtà. In questo luogo dove sarei venuto a pregare, dove avrei cercato un contatto esclusivo con la natura, dove mi sarei sciolto in uno scenario che è realmente mozzafiato, ora c’è solo una grande baraonda. Mi muovo tra la calca e cerco di cogliere la bellezza del paesaggio. Si riduce semplicemente ad essere il mio momento turistico. Non sono diverso dalle migliaia e migliaia di visitatori venuti qui apposta per ritrovare le immagini prima godute su internet o sui dépliant di agenzie turistiche. Non percepisco il silenzio, vedo solo uno scenario di monti in attesa di essere visti da altre migliaia di esseri umani, giorno dopo giorno, dopo giorno. E’ uno splendido luna park incapace di comunicare la sua bellezza e la sua unicità. Gli altipiani tibetani e i silenzi dei monasteri buddisti e della Valle dello Zanskar non ingannano, non mentono.

La strada verso Jiayuguan sprofonda gradualmente nel deserto; le montagne ora emergono confusamente dalla foschia e passo accanto a letti di fiumi asciutti e inariditi. Su questa desolazione avevano viaggiato centinaia di carovane e in diversi periodi ogni sorta di merce era passata di qui.

Un grande silenzio rompe di soprassalto il vociare dei nuovi invasori di queste terre, che paiono ignari e poco consapevoli delle remote storie dell’uomo, muniti di tecnologie, non più di spezie e di tessuti. Nelle tombe sotterranee di Xincheng Dixia Hualang, risalenti a più di 1500 anni fa,

rmati di tecnologie uomini, inavvicinabili Tanta aridit, che non è la stessa di ul’orologio si ferma ed emerge un passato non mio, non nostro. Un passato di altri uomini che hanno seguito i ritmi della natura, i tempi ciclici del giorno e della notte, delle stagioni. Da quante migliaia di anni siamo abituati a vivere su questi ritmi. Apparentemente immote sotto la luce del sole, la terra e le rocce seguono i loro processi geologici, lontanissimi da quelli biologici. Le ceneri di questi uomini si sono ora adattate ai lunghi tempi geologici. Il paesaggio circostante si disfarà, e le sue mutazioni inesorabili seppelliranno e rigenereranno i segni dell’uomo; segni che ora mi appaiono in tutto il loro spessore vitale, calati nella storia, chiari, concreti, tangibili. Appaiono estranei alle lacerazioni millenarie della terra:esti deserti, a una prima serie di posti di avvistamento, torri, posti di controllo allo sbocco di passi o di vie obbligate, le popolazioni del Gansu aggiunsero modeste fortificazioni che nel tempo furono unite tra loro da brevi tratti murati; è questo l’inizio di ciò che sarebbe stata definita la Grande Muraglia. Esempio supremo della smania costruttiva, dell’operosità e del genio degli uomini.

La Muraglia sembra avere la stessa geologica fissità dei monti circostanti ai quali sembra unita per trasmettere alla loro maestosità e imperturbabilità un po’ del turbamento di noi esseri umani. Un meraviglioso accordo, un’armonia che è durata per secoli.

Accanto a una imponente acciaieria con due enormi torri di raffreddamento che fumano ininterrottamente, percorro a piedi un tratto della stazione terminale di Jiayuguan della Muraglia.

L’area circostante è adibita a coltivazioni e a grandi cantieri, sparsi ovunque, dove sorgeranno case e industrie.

Ogni tentativo di lasciarsi andare allo stupore viene parzialmente smorzato dalla violenza effettuata sul territorio. L’esplosione del capitalismo è dirompente. Cosa succederà quando questa corsa verso il progresso ‘esploderà’? Quando la popolazione aumenterà ancora?

Assomiglia a un confuso monologo interiore ciò che sto vedendo da un po’ di giorni, sto per caso vivendo all’interno del sogno di Humphrey Chimpden Earwicker? Pare di assistere ad un ‘flusso di coscienza’ culturale, ad uno scontro di epoche storiche, di passato, presente e futuro.

Esco dalla grande fortezza tra suoni replicati di bombe, voci urlate al megafono e schiamazzo incessante e mi addentro nel deserto. Il forte vento e il cielo plumbeo, così evocativi, sono realtà o sono finzione? Cerco l’orizzonte e l’oltre per estraniarmi da tanto artificio e osservo la sabbia del deserto che si alza e svanisce nel cielo insieme ai fumi delle acciaierie.

Non mi allontano, mi volto lasciando il deserto alle mie spalle e mi inabisso di nuovo nella realtà.

Furono le popolazioni mongole a edificare questa imponente acciaieria fuori dalla Muraglia? Faccio fatica a chiamarla Grande Muraglia, è un nome che significa tutt’altro rispetto a ciò che vedo. I miei passi vorrebbero seguire ciò che non si trova fuori dai miei occhi, ma dentro; vorrebbero salire sulla torre di guardia per osservare un’altra realtà, più genuina e meno artefatta. Nell’inesorabile evolversi della vita io sono testimone di una parodia di un mondo passato, sopraffatto dal turismo di massa e dall’inquinamento.

E’ un ibrido in evoluzione ciò che vedo, il purismo non c’è più, non va cercato. Mi devo confondere come un pesce nell’acqua per capire la pluralità di questo mondo. Quest’anno non è possibile sfuggire alla realtà. Cerco di affrontarla da un paese implacabilmente proiettato verso il futuro.

Ciò a cui sto assistendo è un nodo di culture che non va sciolto, ma va interpretato nel suo insieme, pure nelle sue contraddizioni. Forse le acciaierie sullo sfondo della fortezza della Grande Muraglia sono l’immagine più chiara che mi sia arrivata in questi giorni. Non devo scindere. Ciò che vedo è simile al mio contesto culturale, ma è portato all’estremo. E’ questo il mondo in cui vivo. Dovrei gradatamente disintegrare la descrizione della Grande Muraglia e sfumarla nel contesto circostante, fonderla, unirla alla realtà che osservo e mischiarla alle bellezze naturali. Ne verrebbe fuori un mosaico articolato, irregolare, discontinuo. Non è la stratificazione la chiave di lettura, ma una visione caleidoscopica.

Un’esperienza nella natura selvaggia è più facile da affrontare, si può ottenere ciò che si cerca e si sa cosa si trova. In un viaggio come questo è necessario trovare la chiave di lettura del luogo per riuscire a interpretarlo.

James Joyce di Ulisse o David Foster Wallace di Infinitive Jest avrebbero descritto magistralmente questi luoghi.

La Cina odierna è colma di contraddizioni, oscilla tra innumerevoli poli opposti, senza preoccuparsi dello sguardo disorientato e turbato di chi la osserva, spiazzato dalla palese evidenza di questa ambiguità.

«La Muraglia cinese è un’opera costruita per delimitare (più che difendere) un regno, una civiltà, un grande e omogeneo mondo culturale. Ma essa segna anche il confine tra due ambienti diversi, tra due distinte regioni geografiche: di fatto il gigantesco muraglione si sviluppa quasi per intero lungo la isoieta dei 380 mm, linea che indica il passaggio tra due condizioni climatiche, l’una predesertica e fredda, accentuatamente continentale, l’altra più temperata, fluviale, naturalmente più dotata rispetto alle possibilità colturali. Nei due ambienti si sono venuti così delineando due mondi culturali: l’uno sedentario, agricolo, con proprie complesse istituzioni culturali, l’altro nomade, pastorale, inquieto, culturalmente come irrisolto. Ma la Muraglia, in quanto «segno», nasce come interpretazione culturale di questa realtà naturale […] ecco così che natura e cultura interagiscono, si «tengono insieme» reciprocamente».[70]

Oltre la stazione terminale di Jiayuguan della Muraglia c’è ormai solo deserto. E’ un altro mondo rispetto a quello che mi sto lasciando alle spalle. I rilievi sono scomparsi, ed è rimasta solo un’infinita distesa piatta di terra e sabbia che di tanto in tanto si ispessisce, preme e si alza a formare corrugamenti che si perdono nella foschia. Una leggera pioggia, vento e nuvole basse conferiscono un aspetto minaccioso al paesaggio. Mi avventuro oltre la muraglia dei Ming, verso ovest, tra unni, mongoli e manciù. Dalla luce entro nelle tenebre.

Domani pregherò nelle Grotte di Mogao e chiederò di uscire vivo dal deserto del Taklamakan, come facevano i mercanti. Stanco, sorseggio tè salato in un locale hin prima di andare a dormire.

Ecco il fiore, un fiore raro, antico; si mostra oggi con i suoi lapislazzuli di colore azzurro-oltremare provenienti dall’Afghanistan, con il verde intenso della malachite. Mi distoglie dal pensiero di questo mondo in trasformazione dai colori sbiaditi e spenti. Apsara fluttuano nelle grotte, inghiottite nella fissità atemporale del deserto. L’eccezionalità del passato di queste terre sopravvive negli affreschi delle Grotte di Mogao, o Grotte dei Mille Buddha, dove ritrovo l’influenza indo-ellenistica che ammirai a Taxila. Queste cavità, brulicanti di storie, sature di poesia, imbevute di molteplici influenze -trovandosi ai margini della Muraglia di epoca Han-, sembrano fatte per condurre all’illuminazione, oggi come allora. Ferme nel tempo, scavando dentro a chi le osserva, aiutano a ritrovare la bellezza in questo mondo manomesso, a tollerare l’espansione distruttiva delle città, che sommerge e copre il silenzio.

Il Buddismo si affermò e prosperò dopo il crollo dello stato Han; avanzando da occidente verso oriente, favorì l’incontro tra diverse civiltà, e come i manufatti di Taxila, i Buddha e gli affreschi delle Grotte hanno il fascino di un antico sincretismo culturale.

Percorro un lungo tratto di deserto per raggiungere la stazione dei treni di Dunhuang. Qui il mondo è ancora grande. Le distanze sono lunghe e il tempo conserva un valore identico a quello che poteva avere secoli fa. Lascia lo spazio per riflettere. La stazione è persa in mezzo al deserto, collegata al mondo solo da una strada e dalle rotaie disposte in direzione di Turfan.

In treno continuo la lettura di Antropologia del paesaggio di Eugenio Turri:

«Il fatto di vedere il mondo industriale privo di coerenza e di intimi legami tra le diverse componenti che lo reggono dipende da condizioni oggettive, considerato che esso è in fase crescente e priorizza l’economia come fattore della sua affermazione globale; ma deriva anche dalla mancanza di prospettive globali, quindi da una sorta di cecità a cui siamo costretti dalla sua stessa complessità. I fatti culturali, come manifestazioni del rapporto uomo-mondo, cercano sempre una loro coerenza, sulla base di leggi che sono di tipo quasi biologico. Le esigenze di una società non sempre coincidono cioè con le esigenze della cultura; nel senso che la società deve alla fine adeguarsi al dialogo che la cultura intraprende con la natura. Non a caso la società capitalistica e industriale è oggi indotta a rivedere le proprie istanze, a correggere forse i propri rapporti con l’ambiente terrestre dopo le cieche ed esagerate forme di sfruttamento con cui ha mosso i suoi passi. Essa è nata infatti privilegiando la sete di possesso di una classe sociale»[71].

In prossimità di Hami si impongono alla vista i ghiacciai del Karlik Shan, nella catena del Tian Shan. Chilometri e chilometri dopo, dune rosse occupano uno spazio che si perde alla vista, chiuso tra il deserto di Taklamakan e la Mongolia. Qualcosa qui è cambiato, la lenta metamorfosi si è compiuta. Gli spazi aridi e desertici si sono allargati e il mondo sembra essersi spento, immerso in una sorta di grande rarefazione. L’aspetto geologico prevale su quello biologico, e come nelle regioni polari, nelle sue grandi distese di ghiaccio, in questi luoghi dove la sabbia viene spazzata dal vento e gli orizzonti non hanno fine, si verifica il fenomeno della Fatamorgana; l’oggettività e la ragione cedono spazio all’irrazionale. Fuori dalla Grande Muraglia il mondo sembra cambiato. Il Xinjiang sembra non appartenere alla Cina, è un luogo senza tempo. C’è solo spazio, smisurato.

Sono forse uscito dal mondo vinto dallo spirito del capitalismo?

2. XINJIANG

«Il Taklamakan milioni di anni fa era il fondo di un mare, ora è un immenso corridoio che taglia il Xinjiang. Per secoli questa terra è stata al centro del mondo. Da qui passarono le carovane di uomini e cammelli venuti da occidente lungo la Via della Seta a scambiare merci con l’Impero Celeste; da qui passò il cristianesimo con i primi missionari nestoriani; da qui passò l’islam con i conquistatori turchi; da qui passarono il monaco cinese Xuan Zang, alla vota dell’India in cerca delle sacre scritture buddiste, e Marco Polo. Qui si combatterono grandi battaglie. Regni sono stati vinti e persi su questo deserto. Qui oggi sono nascoste le installazioni nucleari cinesi. Eppure si respira un senso di desolazione e solitudine osservando queste distese aride e senza contorni».[72]

Turfan è un centro piuttosto piccolo la cui anima è palesemente uigura. Torno, dopo due anni, in una delle periferie della Cina, popolata da minoranze etniche e religiose; gli uiguri sono musulmani di lingua turcofona, con abitudini e tratti somatici molto diversi da quelli dei cinesi di etnia han.

Per quanto il contesto sia cambiato, so di non essere uscito dal mondo vinto dallo spirito del capitalismo.

Il fabbisogno cinese di idrocarburi è costantemente in aumento. La scarsa presenza di giacimenti di petrolio e gas nel cuore della Cina ha spinto Pechino a diversificare le fonti di approvvigionamento. Diversi paesi dell’Asia Centrale, come Turkmenistan, Kazakistan, Uzbekistan e Kirghizistan, sono ricchi di giacimenti gasiferi e tutte le infrastrutture che consentono il trasporto di idrocarburi da queste zone verso la costa cinese passano per il Xinjiang, a sua volta ricco di idrocarburi. La Cina ha stretto buoni rapporti diplomatici con i paesi dell’Asia Centrale, offrendo il proprio aiuto nella costruzione di strade, porti e ferrovie per ottenere in cambio gas e petrolio a buon prezzo[73]. E’ la stessa strategia adottata con il Pakistan per avere accesso ai mari del sud.

Yu Hua scrive che i cinesi di Pechino vivono nell’Europa del presente e i cinesi del nordovest nell’Europa di quattrocento anni fa[74]. Gansu e il Qinghai sono Cina del nordovest, eppure ho faticato a vedere questo divario. Il Xinjiang invece vive una condizione molto più confusa.

Attraverso un viale di pioppi e stretti vicoli; getto lo sguardo in piccole corti rurali, semplici e modeste; seguo il ghirigoro di minuscoli canali lungo la strada e rivedo le case basse che ho imparato a conoscere. Ci si può immaginare in testa ad una lunga carovana di cammelli in direzione del deserto che cinge la città. Se alzo la testa e osservo le nuvole, qui posso riconoscere figure che non potevo immaginare fino a pochi giorni fa: animali, cavalieri, volti umani. In molte delle città che ho visto finora si ha netta la percezione che la gente e i costumi siano cambiati più e più volte, non nei secoli, anche solo nei decenni; resta il nome, l’ubicazione e (pochissimi) reperti storici. Qui no. C’è qualcosa di antico che emerge, in attesa di essere sommerso da oggetti nuovi; in attesa di un ricambio non previsto. Turfan è un’oasi che da due millenni sopravvive grazie a un sistema di canali sotterranei che portano l’acqua dai ghiacciai del Tian Shan e dalle Montagne Fiammeggianti. Dal funzionalismo asettico della Cina odierna pare di essere entrati in un altro mondo, appartenente più al passato che al presente.

Il Xinjiang vive una doppia vita, suo malgrado. Il doppio orario è simbolico, questa regione segue sia i ritmi di un mondo remoto, sia i ritmi di un mondo avviato verso il futuro, ma quasi estraneo e sovrapposto. Il bianco del ghiaccio e il nero del petrolio si stanno attraversando e si stanno affrontando; la frattura è insita in questo imperfetto intreccio di tempi storici. Il petrolio ha cominciato a inquinare il sistema sotterraneo di canali; il futuro è entrato nelle acque di Turfan.

E’ una tipologia di viaggio che richiede una maturazione della mia capacità di ascolto e di osservazione. Anche se spesso risulta complesso, quando riesco a cogliere il valore di questi luoghi, il loro significato più intimo, quando scavo e osservo l’insieme, passato, presente e futuro, emergono una pluralità di sensazioni che mi svegliano e mi ridanno vita. E’ la varietà il valore aggiunto di questa esperienza, difficile ma ricca.

Nel primo pomeriggio, sotto un sole che brucia, passeggio per le vie quasi deserte di Turfan. La città si ferma sotto il caldo. Distante migliaia di chilometri da casa, alle pendici della catena del Tian Shan, in pieno deserto, si, sono appagato. Mi sento viaggiatore. Tornerò a casa con il ricordo dei grandi spazi attorno a questa città; e con il ricordo dell’uva, che gusto, dolcissima e saporitissima, all’ombra di un pergolato.

Nel Museo di Turfan leggo questa frase “Nel lungo corso della storia, numerosi gruppi etnici e razze hanno abitato qui nell’area di Turfan, cheshi, unni, han, tocari, turchi, tibetani, uiguri, mongoli, così come sogdiani, e indiani. Tutti hanno lasciato traccia della loro cultura e tutti hanno contribuito allo sviluppo della storia di questi luoghi. Religioni quali sciamanesimo, buddismo, zoroastrismo, manicheismo, nestorianesimo, islamismo e confucianesimo hanno influenzato questa terra. Oggi qui vivono uiguri, han, bui, okazaki, tuia, mongoli, tu, tibetani, miao, zhuang, dongxiang, ecc”. L’augurio di una convivenza pacifica suona palesemente artefatto.

Il Xinjiang è una regione che ha una storia recente molto simile a quella del Tibet. Gli han, che ora costituiscono il 40% degli abitanti del territorio, si sono stabiliti nelle terre del nordovest della Cina spinti da incentivi economici governativi; l’industrializzazione della regione è stata più un pretesto per usufruire dei suoi giacimenti petroliferi.

In aggiunta, la vicinanza geografica all’Afghanistan e al Pakistan rendono il Xinjiang un terreno fertile per il terrorismo islamico.

Entrare in questo mondo è davvero complicato. Quanti sguardi devo avere per cogliere questa enorme varietà?

La moschea e il minareto di Turfan profumano di uva; di sera, le strade profumano di carne, e la città si anima. Teste di animali, interiora e spiedini cuociono al fuoco; noodles in brodo bollono in grandi pentoloni e pane uiguro viene sfornato in quantità, caldo e saporito.

I vecchi insediamenti, Gaochang, Jaohe, cittadella reale, e le Tombe di Astana hanno acquisito la medesima fissità delle vicine catene del Tian Shan e delle Montagne Fiammeggianti. All’apparenza impassibili alle calamità naturali, in un paesaggio assediato dal deserto, dove infuriano tempeste di sabbia, sembrano fuggire all’agguato geologico tornando a diventare solo pietra. Nascosti e silenziosi, piccoli roditori e qualche rettile spuntano vicino alle piante di cappero; sono loro i nuovi abitanti. Ma loro non pregano nessun Dio, non danno un senso a questo grande vuoto che è il deserto. Loro sono un semplice fatto biologico.este di sabbia.

Una stretta via attraverso le Montagne Fiammeggianti conduce alle grotte dei mille Buddha di Bezeklik. Torno in un luogo del silenzio e del raccoglimento dove si intuisce la voce dei tempi infiniti. Osservando le antiche pitture, non riesco a pensare che questo luogo sia solo il prodotto di un semplice fatto biologico. Qui, per un attimo, viene meno la dimensione temporale del mondo.

Osservo il canyon tagliato dal fiume e bruciato dal sole. Le sue pietre corrugate sfumano in una serie di dune che gradatamente finiscono inghiottite in un polveroso orizzonte. La temperatura ha raggiunto 43 gradi centigradi. Vinto dal caldo, penso al contrasto tra la nostra fragilità e la potenza della natura. Rifletto sull’immutabilità delle leggi naturali e sull’inesorabile ricorsività degli eventi; sulla mutabilità dell’uomo e sulla brevità del suo sguardo sul mondo.

I due stretti sensi di marcia del tratto di autostrada che si incunea nelle Montagne Celesti sono separati da un fiume. E’ la strada che porta ad Ürümqi. Si insinua in un altro canyon, le cui pareti hanno colori tanto scuri da ricordarmi le sfumature cineree della catena del Karakorum; anche l’accentuata spigolosità sembra accomunarle. Le linee verticali dei pioppi intervengono per addolcire tanta severità. La bellezza del mondo si dispiega davanti a me, godo lo splendore e il fascino di un paesaggio che riconosco, mi immergo nello spettacolo delle montagne del Centro Asia. Viaggio dopo viaggio nella mia mente si stanno sedimentando tanti ricordi di esperienze vissute in Pakistan, Ladakh, Tibet e Cina. Ne ho percorso, e ne sto percorrendo, valli, alti passi, pianure, altipiani, ho visto lunghi fiumi, ghiacciai e deserti.

Ed è un viaggio nella storia e nelle follie di noi esseri umani.

Verso Ürümqi c’è un continuo fiorire di pale eoliche, sono così tante che sembra di vedere l’esercito di terracotta; soldati alti e bianchi con gli occhi vigili, pronti a difendere la città e il suo territorio. Questa immagine carica di suggestioni si sgretola di fronte alla realtà. La tensione etnica è palpabile. La città è un piccolo mostro abitato da tre milioni di abitanti, 90% han e 10% uiguri. Il controllo all’uscita dell’autostrada è capillare. La polizia ferma tutti i mezzi in entrata. In un contesto diverso, Ürümqi sta vivendo la stessa forma di controllo messa in atto in Tibet. Il governo cinese vuole contenere i movimenti indipendentisti e reprimere l’etnia uigura.

Entro nella città all’ora del tramonto; le vie sono affollatissime, ristoranti, negozi e chioschi sono tutti aperti. Il quartiere uiguro pulsa e si anima con le ultime luci del sole. Il bazar è un museo dell’umanità, più eloquente e verosimile della sezione antropologica del Museo della Regione Autonoma dello Xinjiang. Qui sembrano esserci tutte le popolazioni del Centro Asia. Cina, Stati Uniti e ex Unione Sovietica si sono sempre contesi il primato su ciò che è più grande nel loro territorio, il monte più alto, la piazza più grande, la nazione più popolata, il fiume più grande, il deserto più vasto. Qui, in questo bazar, così come in questa parte di Cina, assisto al più grande mix di razze che io abbia mai visto. Ricordavo nel viaggio fatto due anni fa lo stupore provato a Kashgar, ma oggi osservo con maggiore attenzione questo incontenibile movimento di esseri umani, le loro sfumature di colore e i diversi caratteri somatici. Penso a un prato fiorito, come si può restarne indifferenti?

La confluenza di tante etnie rende questo luogo affascinante, anche se idealmente bisogna uscire con la mente da questo intrico di grattacieli, di strade e di sopraelevate nel quale sono appena stato inghiottito insieme al bizzarro cocktail umano.

«La metropoli ha questa attrattiva in più, che attraverso ciò che è diventata si può ripensare con nostalgia a quello che era»[75].

Esco finalmente da questo groviglio di modernità e arrivo all’aeroporto che sembra avere l’aspetto di una enorme aquila. Volo verso Kashgar.

Dopo il decollo, mi abbandono sul sedile e godo di questa condizione di assenza di tempo tipica di un viaggio in aereo, in cui tutto sembra sospeso e interrotto, e pare di vivere un intervallo indefinito. Apro una confezione di aceto di grano che verso sul piatto; nonostante la grande produzione di uva, nel Xinjiang, per ovvi motivi religiosi, non viene prodotto né vino, né aceto. Questo liquido scuro serve per insaporire i ravioli ripieni e per preparare un piatto con verdure e strisce di pane che vengono letteralmente annegate nell’acqua di cottura e in questo aceto. Penso a questa specialità culinaria che ho assaggiato ieri sera mentre volo sopra montagne innevate. L’aereo si è alzato oltre i nove mila metri e sta passando sopra una cima di settemila metri, il Pobeda Peak del massiccio Khan Tängiri, e due ghiacciai, il Kayyngdy e il Juzh Engilchek.

Uiguri vestiti con abiti tradizionali si gustano il loro spuntino, ricontestualizzati in questo ambiente asettico e impersonale. Una volta atterrato provo solo il desiderio di conoscere. E’ l’euforia del viaggio che fa riemergere ricordi di esperienze passate, in un sommarsi di emozioni che rendono vivi.

Kashgar è esistita per durare nel tempo, fu una porta che univa occidente e oriente, un nodo cruciale della via della seta, incrocio di traffici, popoli e religioni. La solidità delle sue vecchie case si è alterata, sgretolandosi alla vista degli alti e grandi mostri grigi che hanno cominciato a rosicchiare la città dal suo interno. La stanno inghiottendo; cosa resterà di questo luogo colmo di storia?

In direzione del mercato del bestiame assisto allo scempio che è in atto e che sta avvenendo a una velocità impressionante. La città è cambiata ancora rispetto all’ultima volta che la vidi, due anni fa. Superato il Mausoleo di Akak Hodja, circondato da pioppi dondolati dal vento, mi immetto nel flusso di uomini e animali del mercato di animali. «Salām», «rahma», saluto di tanto in tanto in questo groviglio di esseri umani e animali. Gli anziani sono quasi tutti sdentati, ma, concluso l’affare, afferrano bramosi il loro spiedino di carne. E’ un contesto tanto fuori dal (mio) tempo quanto perfettamente raffigurante il Centro Asia. Catturo i suoni di questo luogo, ne porto via un pezzetto solo per me, insieme al mormorio che si sente fuori dalla moschea di Kashgar, il castello di vetro, inabissato in uno spazio liquido, acquatico, marino, come immaginai due anni fa.

Mi allontano da Kashgar, dai suoi respiri, dalle sue attività, dai suoi traffici, e dalle pianure del Xinjiang mi dirigo verso l’altopiano del Pamir per raggiungere il lago Karakul (3600 m.) alle pendici del monte Muztagata (7546 m.)

Torna il ‘Paesaggio dell’Armonia’, una variante più ombrosa e severa questa volta, nascosto da nubi bianche, lungo un tratto della Karakorum Highway. Un lungo filare di pioppi mi conduce in una vallata delimitata da grandi pareti rosse come il fuoco; l’ossido di ferro colora anche un lungo tratto di strada sterrata. I colori sono accesi ma scuri. Di tanto in tanto affiorano macchie verdi di ofiolite.

Una ruspa alza polvere rossa che si perde nell’aria e si confonde con i colori delle montagne. Ciò che osservo assomiglia sia ad un inferno dantesco che ad un paradiso terrestre. E’ un mio paesaggio del silenzio che assorbo ascoltando Alina di Arvo Pärt.

Non l’avrei mai immaginato, ma questa parte dell’Asia è diventata un luogo dell’anima. A questi colori e a questa fetta di mondo ho legato ricordi importanti della mia esistenza. E’ toccato a loro entrare profondamente nei miei pensieri.

La nebbia sale in prossimità di una gola chiamata bocca di tigre dopo il primo checkpoint vicino al confine col Tajikistan. Sale con la stessa delicatezza con cui si sviluppa e cresce Silenti di Arvo Pärt; si muove delicatamente sulle punte dei rilievi e li nasconde.

Seguo il letto del fiume Ghez e raggiungo un bacino artificiale posto a 3318 m., delimitato da dune di sabbia bianche come il cielo.

Per quanto sorprendentemente meraviglioso, questo luogo è fortemente soggetto all’intervento umano; lo stanno rifacendo e riedificando secondo logiche nuove e innaturali per far passare la Karakorum Highway. Di tanto in tanto compaiono avamposti degli uomini perduti, case dormitorio per gli operai, chiamati da ogni parte della Cina per aprire ferite che si rimargineranno solo in un lontano futuro. Questo luogo perderà l’atmosfera e il respiro così denso del paesaggio di alta montagna. Queste rocce sembrano concrezioni biologiche destinate ad essere via via demolite e spogliate del loro valore. Vana illusione dell’uomo quella di dominare la Terra, le mutazioni inesorabili del paesaggio seppelliranno i segni degli uomini.

Poggio lo sguardo altrove, sulle lingue terminali di alcuni ghiacciai che emergono dalla nebbia; sembrano colate di lava bianca. In lontananza si levano le tre grandi cime, il Muztag-ata, il Kungur e il Kongur, tutte oltre i 7500 m. Le pareti da cui scendono i ghiacciai sembrano lastre di acciaio; si confondono con il cielo, immense, alte, maestose.

Lassù, il silenzio…

Di sera, percorrendo la strada a ritroso, l’ultima luce del sole infuoca le montagne rosse che ricompaiono all’orizzonte. In questo istante, l’immagine spirituale evocata dalle grandi cime bianche e argentate coincide con il suo opposto; le montagne davanti a me non sono assenti, chiuse nel silenzio degli strati rocciosi, sembrano vive, pulsano, solide strutture che si elevano nel cielo come canne d’organo in fiamme. Il freddo e il caldo che si uniscono e si intrecciano come Nüwa e Fuxi.

Un lunghissimo filare di pioppi illuminati dalla luce del tramonto mi conduce nuovamente verso il deserto e torno a confondermi nel brulichio umano.

Tra il confine cinese e quello kirghiso c’è una sterminata terra di nessuno. Più che un paesaggio è una successione di paesaggi; tutti i paesaggi dell’armonia riassunti in cento chilometri di territorio: il Baltistan, il Tibet, le steppe mongole.

La terra di nessuno contiene tutti i miei luoghi dell’anima: qui ci sono le rocce corrugate come la pelle di un elefante che si macchiano di rosso e di verde, di ferro e di rame, e che lasciano intravvedere sullo sfondo un alto picco innevato; c’è il grande letto del fiume con i tanti rivoli; e poi questo verde e questo marrone, così caratteristici, sono come un odore che si riconosce, che risale su da un giorno lontano, dall’infanzia, e che irrazionalmente associo alla sensazione dell’infinito; forse perché questi colori sono legati in modo inscindibile con l’idea che oggi ho delle terre deserte e aride che ho visto ovunque in queste ultime esperienze di viaggio.

E poi ci sono i pioppi che si alzano verso il cielo; penso che se avessi una casa con un giardino pianterei dei pioppi.

Due ore di terra di nessuno; le striature di colore sono le medesime delle montagne arcobaleno, ma il contesto naturale è molto più vasto e assolutamente integro, puro. Osservo un susseguirsi di rilievi, dai più bassi ai più alti, fino alle cime innevate.

A 3600 metri di altitudine il confine separa due mondi molto diversi. Dalla Cina entro in Kirghizistan.

3. KIRGHIZISTAN

Altri sessanta chilometri di terra di nessuno in terra kirghisa; un altro luogo che pare uscito da un sogno. Potrei essere in Islanda, per la desolazione che comunica la strada, una linea dritta che si perde su una porzione di territorio e che si allarga più la percorro. Questo lato è più morbido rispetto a quello cinese; è ricco di prati dove di tanto in tanto vedo cavalli e greggi di pecore. L’effetto dell’erosione glaciale e i 150.000 milioni di anni in più rispetto al Pamir o all’Himalaya hanno reso queste montagne più morbide e più lisce. La presenza di vegetazione contribuisce a conferire una sensazione riposante a questo luogo.

La terra arida, secca, desertica e priva di piante è rimasta in Cina, insieme all’incessante brulichio umano. Passo attraverso le montagne del drago, una lunga porta d’accesso verso un mondo fatto di natura a perdita d’occhio e privo di esseri umani.

Pochi giorni fa ero indebolito dal caldo, dagli oltre 40 gradi centigradi, in un paesaggio moribondo, assediato dal deserto. Ora sono in un luogo che sembra Nord Europa, a 3000 metri di altitudine, e fa quasi freddo. Il caravanserraglio di Tasharabat è il nesso tra questi mondi così lontani tra loro; sono sempre lungo la via della seta, anche se circondato da marmotte e yurte abitate da nomadi kirghisi.

Sosto nel piccolo centro di Natyu.

Sento profumo di artemisia nell’aria mentre attraverso la valle che porta al lago Song-kul. E’ il primo vero profumo che sento provenire dalla terra. La valle è attraversata dal fiume Naryn che, dopo un lungo viaggio, confluirà nel lago d’Aral.

Il mondo kirghiso emerge in questo ambiente in modo delicato: le tombe sono come ciuffi di vegetazione, alberi che spuntano senza un ordine preciso e razionale; si mimetizzano nella natura, dove le anime dei defunti si augurano possano rinascere.

Esco dalla valle e mi addentro tra le colline. La popolazione non supera i sei milioni di abitanti e la superficie è pari a due terzi di quella dell’Italia. Il risultato è una ridottissima, quasi inesistente, antropizzazione del territorio. E’ uno spettacolo primordiale quello a cui assisto, sembra di essere all’inizio della storia dell’umanità. Che contrasto rispetto alla Cina. Salendo da due a tremila metri l’ambiente si popola di abeti.

Giungo al passo Moldo Ashu a 3246 m. sotto lo sguardo vigile di quattro grifoni che volano maestosamente in cielo e da qui si apre una valle così estesa che mi fa pensare alla Mongolia. Qualche tenda sparsa indica la presenza di nomadi e dei loro animali, soprattutto cavalli. Osservo colline verdi e morbide, e prati attorno al grande lago. Trascorro la giornata in un campo di yurte in riva al lago e in questo “wide open space” fatto di natura selvaggia ritrovo un nesso che lega questo lungo viaggio ai precedenti. Un breve contatto con una famiglia di nomadi mi porta ancora più lontano, in un’altra realtà possibile.

Assaggio la vita che di tanto in tanto cerco, scevra da artifici, la vita che so che non potrò mai vivere, ma che amo osservare per essere pienamente cosciente che essa esiste. Mi rattrista pensare al mio mondo, mi pare malato, zoppicante, decadente, sempre più distante da questa possibile realtà.

Io posso godere di queste meraviglie perché posso permettermelo, sono un privilegiato. Non c’è alcun sacrificio in cambio, godo di tutto ciò sapendo che poi tornerò ai miei agi. I grattacieli cinesi, alti e anonimi, che tanto mi hanno disturbato, sono molto più vicini al mio mondo rispetto a questo. Cosa dovrei davvero fare per raggiungere il silenzio che sto cercando? Quali esperienze di vita dovrei affrontare? La conclusione è sempre la stessa. Non posso fuggire. Devo affrontare e accettare la mia realtà per apprezzare questi luoghi solitari, puri e integri. Per non desiderarli e volerli, ma semplicemente per osservarli e amarli.

Non posso vivere più vite, non posso essere nomade tra le montagne del Kirghizistan, e allo stesso tempo cittadino europeo. Ma posso uscire ogni tanto dal mio recinto e continuare ad ampliare lo spettro di osservazione. Posso riempire la mia vita.

Quest’anno prendo in prestito gli occhi di un grifone e la lestezza di un cavallo di queste terre, ma senza negare la mia natura umana. Polimorfismo, necessario per attraversare mondi diversi.

Riposo un’ora nella yurta sotto una fitta pioggia; esco verso le sette di sera e vedo le cime che circoscrivono la valle bianche di neve, appena fioccata. Gradualmente la luce della luna piena illumina l’ambiente.

Che senso di libertà…

Nella yurta rifletto sulle contraddizioni che sto vivendo e metto insieme immagini che sto raccogliendo, così distanti tra loro:

Il calore del deserto / il calore del cemento

Polvere delle strade non battute / polveri sottili

Freschezza dell’aria di montagna / aria stagnante di città

I profumi delle oasi verdeggianti / le strade di città inodore e incolore

Gli odori delle città affollate / il profumo di artemisia in Kirghizistan

Infreddolito, mi addormento.

Ascolto Spiegel im spiegel di Arvo Pärt durante la passeggiata che faccio appena alzato. Le nuvole sono scomparse, da un lato c’è il grande lago di un vivo colore blu, dall’altro lato le cime appena innevate. E’ tutto talmente silenzioso che mi stupisce vedere quanto lontano si trovi il ruscello che questa notte mi pareva di sentire così vicino. Gli unici suoni che ci sono sembrano timorosamente avvicinarsi a chi li può ascoltare.

Sul passo Almata Sho (3400 m.) lascio un cavaliere del vento per Lucia.

Le dolci colline vellutate lasciano gradualmente il posto a un ambiente quasi desertico. Dopo tanto verde riemerge il colore della terra e le delicate sfumature di rosso, appena accennate. I paesaggi si susseguono senza soluzione di continuità, sembrano scenografie su più livelli: venature di ogni colore, rotondità e spigoli, righe spezzate e linee morbide; canyon e valli più ampie; catene montuose, e il profumo di artemisia nell’aria.

Sceso a valle torno a vedere i petroglifi di Čolponata. Dal fondo del tempo giunge un rumore silenzioso, la mia modernità entra in contatto con le radici dell’esistenza umana sulla Terra.

Come le morene, forme deposte dai ghiacciai all’atto del loro ritiro, testimoniano il lento e inesorabile rimodellamento del paesaggio e la sua ingannevole immobilità, così, questi petroglifi rappresentano idealmente lo svolgersi della vita dell’essere umano sulla Terra; il ritirarsi di esistenze e di sentimenti e il sopraggiungerne di nuove. La storia dell’uomo mi sta arrivando a ondate, recepisco un passato che giunge da sempre più lontano. E’ un messaggio genetico che si trasmette dal passato al futuro e che esiste nell’infinitesimo respiro di un mondo in continua evoluzione. Un mondo che sembra impassibile davanti al contio ro sbocciare e al loro deperire nuo succedersi di esistenze, al loro sbocciare e al loro rapido svanire. Brevi momenti dentro i lunghi tempi geologici. Le montagne attorno a Čolponata scrutano imperturbabili.

Anche di questa esperienza sono rimaste solo le parole che ho scritto nel mio diario; nel diario di un essere curioso di conoscere la Terra, di misurarne la vastità e la varietà degli spazi. Le rileggo ora, dopo che il ricordo di quei momenti si è allontanato.

Solo queste ora mi restano; non si vedono, non si toccano, ma danno forma a un vissuto.

 

8.

SILEO ERGO SUM

VATNAJӦKULL. Ghiaccio che ribolle, silenzio cristallizzato

ISLANDA, 2017

I segreti del mondo si nascondono nel silenzio. Nell’ultima esperienza di viaggio li ho cercati tra i rumori che insidiavano il silenzio. Quest’anno sarà più facile perdersi tra gli spazi e i ritmi della natura, alla ricerca dei suoni interiori, che sono lì, in attesa di essere ascoltati. Loro aspettano pazientemente e di tanto in tanto mi accorgo di loro, spesso, o solo, durante i miei viaggi.

«Il vero silenzio attivo, che si oppone alla percezione del silenzio esterno, consiste nel rendersi disponibili all’ascolto del mondo, nell’abbattere le frontiere fra sé e il reale, nel diventare paesaggio. I monaci certosini hanno ragione di dire che non si tratta di fare silenzio, perché il silenzio interiore non si costruisce, né di integrarlo, perché è già in noi, ma di farlo emergere. Secondo il filosofo Joseph Rassman, il silenzio spirituale è «l’essenza più intima di ogni essere e l’elemento che congiunge ogni essere con tutto ciò che esiste». Grazie al silenzio interiore si realizza l’accordo tra l’anima e l’armonia dell’universo, l’unione fra il silenzio dell’uomo e il silenzio della natura: Sileo ergo sum»[76].

«Ma non bisogna confondere solitudine e isolamento. La solitudine volontaria implica una pienezza che permette di attraversare il mondo con il sentimento di contenerlo, mentre l’isolamento taglia il cordone ombelicale che ci lega inevitabilmente a una comunità. Per evitare di sprofondare nella follia o in uno sterile stato selvaggio, il silenzio della natura non deve negare, ma fecondare gli scambi con i nostri simili»[77]

Dov’è il brulichio? Dov’è l’incessante movimento umano? Ormai abituato al groviglio di persone delle ultime esperienze di viaggio in Asia, mi sento quasi estraneo a questo ambiente che anni fa mi aveva sedotto. Erroneamente potrei credere di intraprendere un viaggio di ritorno, di pensare che sia un cerchio che si chiude. L’idea di parlare dei miei viaggi mi venne in occasione dell’esperienza vissuta in Groenlandia; in quell’occasione feci una breve tappa in Islanda. Ed eccomi di nuovo qui, sotto i cieli grigi di Reykjavik. Ma il mio sguardo ora è più ricco; non è un tornare sui miei passi, l’obiettivo non è quello di rivivere o ricordare esperienze già vissute. Più correttamente questo è un percorso che continua. E’ una nuova esperienza che si somma alle precedenti.

I viaggi che faccio ogni anno sono un’occasione per riflettere, fanno parte di un lungo percorso che non so se e quando avrà una fine, e se mi porterà a trovare ciò che cerco. Non c’è un vero filo conduttore in tutte le esperienze che vivo e descrivo. E’ più un resoconto del mio crescere come individuo. Cerco luoghi che permettano di stare lontani dalle consuetudini mirate all’esaltazione del sé. Cerco l’unione fra il silenzio dell’uomo e il silenzio della natura. Consapevole del mio essere un uomo di città, inadeguato e incapace di vivere nella natura selvaggia. Non idealizzo la natura, la osservo incantato e allo stesso tempo la temo.

Uno degli scrittori islandesi più conosciuti è Halldόr Laxness, autore del libro Gente indipendente, un romanzo che racconta la semplice e spietata storia di un uomo che non ha nulla di eccezionale, non è un eroe, non è un aristocratico, non ha virtù particolari; deve solo sopravvivere al freddo, alla fame e alle malattie. E’ la difficilissima vita di un uomo che, nei primi anni del ‘900, compra una fattoria in una zona sperduta della campagna islandese. La natura descritta da Laxness è sempre nemica, e «chi ci abita in mezzo non ha occhi per vederla bella»[78]. Non c’è nessuna idealizzazione romantica in questo libro, c’è solo spazio per descrivere il dolore di un uomo che lotta contro la natura e la solitudine.

Nei viaggi passati avevo già riflettuto sulla potenza della natura, sulla difficoltà dell’uomo di vivere in condizioni estreme come quelle narrate in questo romanzo.

«Leggere Gente indipendente significa entrare nella macchina del tempo ed essere catapultati nel mondo prima della civilizzazione»[79].

«Chi legge oggi Gente indipendente non vede attorno a sé, nella vita di ogni giorno, esseri umani come questi. Ma basta guardarsi alle spalle, arretrare di cinquanta, cento anni, alla generazione dei nostri nonni o bisnonni, per rendersi conto, per ricordarsi del fatto che un numero infinito di esistenze ha seguito questo corso, consumandosi in questo mesto torpore. Gente indipendente è, tra le molte altre cose, una lettura da raccomandare agli antimoderni propensi a idealizzare quel passato: se ne esce più cauti»[80].

Io osservo la natura, la descrivo, amo i grandi spazi aperti non antropizzati. Ma allo stesso tempo tutto ciò mi spaventa, sono incapace di vivere fuori dal mio contesto urbano.

Vivere temporaneamente questi ambienti aiuta a riconciliarsi con la propria natura; aiuta a rimanere ancorati alla realtà, a ricordare chi siamo e dove veramente viviamo. E’ altrettanto bello trovare conforto in contesti dove si percepisce la millenaria presenza dell’essere umano. Ma quest’anno torno in luoghi dove è la natura a dominare.

L’Islanda ha un suo tratto distintivo, ha una sua unicità. I clacson che suonano incessantemente e le strade colme di automobili sono, per me, degli iconemi, sono l’immagine di alcuni paesi dell’Asia che ho visto nei viaggi passati. Ora sono tornato all’assenza di rumori, alla quiete. Le strade poco popolate, le montagne spruzzate di neve, il colore nero della terra, i cieli annuvolati, le case basse e discrete di Reykjavik, sono gli iconemi dell’Islanda, sono l’immagine che mi sono portato dietro dall’esperienza precedente e che insiste ad essere tale ora che cammino per le strade di Reykjavik. Sono in attesa di ampliare l’immagine che ho di questa terra che avevo solo lambito e che si prospetta essere eterogenea e variegata.

Se si viaggia in aereo l’impatto iniziale racconta subito un luogo. Se ne respira l’unicità che poi, lentamente, si impara a conoscere nel corso dei giorni. Gli aerei sono delle catapulte che lanciano le persone lontane dalle loro case e dalle loro abitudini. Più i luoghi sono lontani, più l’impatto è destabilizzante. Quando, nel 2013, atterrai a Kathmandu rimasi sbalordito; ero disorientato ed esterrefatto. E’ impossibile restare indifferenti quando si vede un mondo tanto diverso da quello da cui si proviene.

L’Islanda non è così lontana dall’Italia, ma la sensazione di perdita di punti di riferimento è simile a quella provata in luoghi molto più lontani. E’ difficile confrontarsi con un luogo quasi completamente dominato dalla natura.

Le prime immagini che vedo sono ancora armoniose, pur nella loro oscurità di fondo.

Assisto ad un potente getto di acqua e vapore di un geyser e percepisco in modo molto netto il primo odore dell’isola, un odore forte che troverò un po’ ovunque: odore di zolfo.

Sedimentazioni laviche, macchie di colore grigio e verde, e una lieve pioggia: è il linguaggio della natura che si impone sui segni dell’uomo. Gullfoss è acqua glaciale che sale verso il cielo da una frattura nella terra, ed è acqua che erode con forza la roccia. E’ un angolo brumoso che si apre in un’ampia valle circondata da cime innevate e da ampi prati dove vivono solo cavalli, pecore e mucche.

Un cavallo nero, fiero e solitario, domina la valle, sotto una pioggia incessante. Il colore lo nobilita, lo rende elegante. E’ un colore che in questo contesto manifesta autorevolezza e forza. E’ un colore che ora si presenta così ai miei occhi. La sua vera natura verrà fuori e proromperà più avanti nel viaggio, quando diventerà un elemento caratteristico del paesaggio. Per il momento è solo un assaggio.

Un ghiacciaio si staglia all’orizzonte, regale, si impone sui prati.

Acqua e fuoco, ghiacciai e geyser si confondono e danno la misura della varietà di questa terra. L’Islanda è un’isola relativamente piccola, eppure dall’interno pare sterminata; è una sensazione che si prova frequentemente considerata la scarsa o quasi inesistente antropizzazione di questa terra. Di tanto in tanto ci sono case con i tetti rossi e balle di fieno raccolte in plastica nera, azzurra e rosa; in questo paesaggio scarno dominato da tinte scure, da un uniforme e vasto manto verde grigio, emergono questi colori vivaci che mitigano tanta severità.

«Oggi l’acqua cade incessantemente da ogni dove» penso mentre osservo la strada dal finestrino della jeep. Si riversa dal cielo; l’acqua ghiacciata della cascata Seljalandsfoss corre giù con forza dalle montagne. Acqua bollente erutta dalla terra. Tanta acqua che idealmente sembra voler placare l’ardente irruenza dei vulcani. Osservo all’orizzonte il mare con le sue acque fredde e agitate.

La jeep prosegue lungo la strada delimitata da due serie infinte di paletti gialli, altra nota di colore che spicca in questa landa fatta di materia inerte, immobile e fissa. Penso sia la quasi assenza di alberi a rendere tutto così statico. E’ tuttavia un’idea di equilibrio e di immutabilità solo apparente; sotto ai miei piedi, in verità, pur non avvertendo nulla, la terra si muove. E’ proprio questa duplice anima dell’Islanda a rendermi inquieto. Provo una sensazione particolare, è come se non mi sentissi al sicuro o al riparo. Tanta uniformità e immobilità può suggerire l’idea di un’imminente catastrofe; una colossale eruzione seguita da un forte terremoto e da colate di lava incandescente.

Anche i pensieri corrono su queste lande, sempre più veloci. «Forse è meglio frenarli», penso, mentre la jeep si addentra nell’isola, e lentamente mi allontano dal mare.

I fiumi tagliano più volte la strada e alimentano una ampia piana fluviale. Entro nella valle di Þórsmörk (o Thórsmörk) e i ghiacciai sulle cime delle montagne, che prima erano distanti e indefiniti, ora sono sempre più vicini, ne vedo i dettagli e le diverse sfumature di bianco e di grigio. I pochi alberi sono scomparsi e il paesaggio è ancora più spoglio.

Sono alle pendici del vulcano Eyjafjallajökull, sotto una delle sue tante lingue glaciali. La forza erosiva del ghiacciaio che aveva dato origine alle morene, ha ceduto all’impeto dell’eruzione vulcanica che nel 2010 ha spazzato via il lago glaciale e la morena stessa. Una spaventosa battaglia tra titani vinta dal fuoco.

Tutta l’acqua che vedo mi fa pensare ad un esercito pronto a domare l’ira del dio vulcano, schierato sotto di lui con fare minaccioso. Il contesto, fatto di montagne grigie e di terra nera, è severo e suggerisce un nuovo potenziale scontro tra le forze della natura. In questo luogo ci si sente davvero piccoli.

Più mi addentro nella valle di Þórsmörk e più sembra di entrare nella tana dei leoni. La terra qui ruggisce; è visibile tutta la sua potenza. Colate di lava formano le alte pareti rocciose.

Ma l’uomo esplora impavido e cerca sé stesso anche in posti così spaventosamente belli. Mi addormento nella mia tenda, sotto la pioggia, ai piedi del ghiacciaio Mýrdalsjökull.

Dopo un rigenerante sonno ristoratore, dal campeggio prendo il sentiero che porta al valico Fimmvörðuháls e mi addentro in quello che non potrei definire altrimenti se non un antro infernale. Nere pareti di roccia vulcanica sono impreziosite da un accenno di verde della vegetazione che si oppone tenacemente al rigore del luogo. Nell’aria si sente odore di zolfo e di timo selvatico, pianta dai fiori rosa, piccole gemme assorbite nell’oscurità.

Salendo, mi allontano dalla valle di betulle e l’ambiente si fa sempre più scarno. I pochi salici nani ora cedono spazio ai licheni, aggrappati con forza alla vita più che alla terra.

Raggiungo un altopiano dal quale osservo ghiacciai in ogni dove, un anfiteatro bianco e nero dominato da un silenzio assoluto. Mi siedo su una roccia e sfoglio un prezioso libro che ho messo nello zaino. Leggo un frase bellissima: «Il silenzio è la parte di eterno che accompagna il mormorio della vita».[81]

I pensieri si rimpiccioliscono e in me si fa spazio solo ciò che vedo. «E’ l’approccio infantile al mondo l’unico a permettere di fare l’esperienza della relazione fra tutte le cose senza far ricorso al linguaggio, per mezzo di quell’attitudine che ci toglie la parola e che ci lascia a bocca aperta, lo stupore».[82]

Cammino su strati di lava solidificata e, poco sotto il vasto altipiano, poggio i piedi nell’acqua gelata di un torrente glaciale. Il vulcano, temporaneamente sopito, occupa gli spazi e i pensieri, domina fisicamente e mentalmente. Tutto parla di lui, nonostante la bellezza dei prati di un verde scuro intenso che vedo più in basso, e del bianco immacolato dei ghiacciai. Percepisco un silenzio pietrificato, cristallizzato, pronto a esplodere e a tramutarsi in tuono.

Mi fermo un po’ vicino al placido torrente prima di salire sul sentiero a mezzacosta. Licheni, tappeti di morbidi muschi, piccole pietre e piante di empetrum nigrum addolciscono l’ambiente, dimora di rocce nere e ruvide che raccontano la violenza e la maestosità della natura; graffiate, espressive come statue di Giacometti. Il sentiero prosegue tagliando una sella sopra un lungo e profondo canyon. Lentamente si alza e si restringe, e le pareti di ghiaia e di lava solidificata cadono vertiginosamente a picco fino al torrente sottostante ora tramutatosi in fiume impetuoso; o almeno così pare ai miei occhi da quassù.

Avanzo in questo spazio che definirei sacro, dove il tempo sembra essersi fermato. Sono rapito e allo stesso tempo impaurito da tanta severità. Provo timore reverenziale. Osservo con profondo rispetto questa valle, tanto bella quanto minacciosa. Dalle lande cementificate che ho visto l’anno scorso in Cina, paese la cui vera essenza doveva essere faticosamente cercata, sono passato a luoghi in cui la natura sprigiona una forza tale che sembra di poterla toccare.

Stanco ma appagato, nel tardo pomeriggio scendo a valle.

Di sera osservo l’anfiteatro, lassù in alto, con i suoi ghiacciai, l’altipiano, il torrente. Nella mia tenda, chiuso nell’abbraccio caldo del mio sacco a pelo, continuo a sfogliare il prezioso libro. «Lo scintillio delle stelle e il viaggio di una foglia, lo sciabordio delle onde e lo scricchiolio dei ghiacciai compongono una musica che non ascolto con un atteggiamento da esteta, che rischierebbe di stravolgere la natura per renderla ideale, ma con uno spirito contemplativo. Grazie alla contemplazione, possiamo percepire le origini, la storia e il senso di quanto ci circonda, trovarvi rifugio e riconoscere le nostre radici e la nostra identità» [83]

La mattina dopo ripercorro a ritroso la piana fluviale, lascio alle mie spalle il vulcano Eyjafjallajökull, e torno verso il mare. Gli elementi rimangono gli stessi: la verticalità, questa volta delle scogliere, che cadono vertiginosamente a picco sulle fredde acque dell’oceano. I colori sono gli stessi. La sabbia è nera come la pece, con rade macchie verdi di vegetazione. Le onde che si infrangono sulla spiaggia sono bianche come i ghiacciai; formano una lunga linea che si perde all’orizzonte e che, voltandomi, continua sulle cime dei rilievi.

Qui tutto è così severo, la spigolosità delle rocce, il vento tagliente, i colori scuri. Eppure, nella sua severità, questo tratto di costa trasmette un senso di pace. L’acqua del mare, il cui suono rasserena, confluisce nell’acqua dei ghiacciai che scende a valle dai monti da cui provengo. Nel punto di incontro si creano grandi specchi di luce.

Gli spazi sono dilatati e lo sguardo vacilla; c’è così tanto da osservare. La spazialità è accentuata dall’ormai totale assenza di alberi. Un’ampia valle si espande a perdita d’occhio, la si può percorrere con lo sguardo, si vede perfettamente quando comincia ad alzarsi, quando si corruga e si tramuta in alti rilievi. Abituati alle nostre strutture squadrate, alle nostre pareti dritte, alle forme geometriche, precise e ben distinguibili, ci sentiamo confusi in ambienti dove le forme sono rigorosamente inesatte, non identificabili, molteplici e mutevoli; dove non ci sono precisi punti di riferimento.

E’ tanto bello spaziare con lo sguardo quanto soffermarsi sui particolari. Proprio sotto ai miei piedi delle bellissime orchidee dai fiori viola colorano un prato rado e spoglio.

Mi fermo a osservare la spiaggia nera di Hàlsanefshellir, dove nidificano le sterne e i pulcinella di mare, impreziosita da nuvole basse e grigie che coprono il sole.

Risalgo sulla jeep e osservo il paesaggio dal finestrino attraverso un velo di pioggia. La strada prosegue lungo la piana alluvionale, desolata e apparentemente sterile, dove si estende la tundra, che immagino completamente ghiacciata nei mesi invernali, inframmezzata da vaste colate laviche della serie di crateri vulcanici chiamati Laki. Sullo sfondo campeggia sempre il ghiacciaio Mýrdalsjökull sotto la cui calotta si cela il vulcano Katla.

Le colate che osservo appartengono all’ultima eruzione del Laki avvenuta nel 1874 a settanta chilometri più a nord. E’ impressionante per noi esseri umani valutare le dimensioni di fenomeni di tale portata. La sterilità del luogo è solo apparente anche se il processo di formazione della vegetazione è molto lento. Ciò che vedo è ancora una landa lunare, ma lì si nasconde la vita, che faticosamente affiora: licheni – questa curiosa simbiosi tra alga e fungo -, muschi e sparuti salici lanosi popolano un deserto privo di luce.

Una lingua lunga chilometri dell’enorme ghiacciaio Vatnajökull sembra separare e spezzare la linea continua dei rilievi che si perdono all’orizzonte. La morena di pietra e terriccio nero confina con una piana fluvioglaciale, un enorme deserto di origine alluvionale, chiamato anche sandur, dominato da un vasto anfiteatro di ghiaccio.

Il Vatnajökull è imponente, le sue lingue bianche scendono per chilometri dai rilievi. Salgo su un promontorio seguendo il sentiero che si muove fra bassi salici e betulle, e osservo dall’alto un lungo fiume marmoreo, increspato e grinzoso. E’ un’altra dimostrazione dell’imponenza della natura. Il ruggito degli iceberg che si staccano dalla lingua risuona fino a quassù. Più osservo questo luogo e più i pensieri si smorzano. Questa enorme immagine si impone nella mente, occupa tutto. La lingua di ghiaccio è talmente maestosa da sembrare irreale. Cosa sto osservando? E’ troppo per gli occhi di un essere umano? Cosa posso fare per portare con me tutta la bellezza che sprigiona questo luogo?

Lo sguardo si spinge più in alto, osservo la calotta glaciale che si perde verso l’interno; è un manto bianco che ricopre una parte consistente dell’Islanda.

Mi siedo e leggo. «Così, nei tempi in cui si sognava pensando, in cui si pensava sognando, la fiamma della candela poteva essere un manometro sensibile della tranquillità dell’anima, una misura della calma sottile, di una calma che scende fino alle cose minute della vita – di una calma che dona una grazia di continuità alla durata che segue il fluire di una rêverie serena. Volete ritrovare la calma? Respirate dolcemente davanti alla fiamma leggera che svolge pacatamente il suo lavoro di luce»[84].

Io respiro dolcemente davanti alla lingua del ghiacciaio, immagine che evoca tutto il suo spessore onirico; è lei ora la mia fiamma della candela, è lei che mi porta a sondare gli abissi sconosciuti della mia interiorità.

«Esiste un’altra attività della nostra immaginazione che nasce dal crogiolo del silenzio: la rêverie, quel vagheggiare che ci porta a sondare gli abissi sconosciuti della nostra interiorità. Si tratta di una vacanza della ragione in cui lo spirito, stimolato dai sensi, peregrina verso il Vasto Dentro, paesaggio interiore che sfiora il vuoto, mare senza fine in cui è piacevole abbandonarsi alle correnti contrarie e naufragare» [85]

«Il silenzio al quale aspiro non è quindi un silenzio assoluto, sorta di astrazione nata dalla coscienza umana, per far tacere i rumori che invadono le nostre vite e i disturbi che ingombrano il nostro pensiero più sottile. Il silenzio che amo non è l’assenza di rumori, è una disposizione dello spirito ad ascoltare il fruscio del mondo e i movimenti del mio mondo interiore» [86]

Sceso a valle, la jeep mi conduce in un laguna di ghiaccio, Jökulsárlón. Gli iceberg dai riflessi azzurri galleggiano imponenti sull’acqua gelida. Tutto ciò che vedo è contenuto all’interno di un immenso anfiteatro, bianco e regale, dominato dal Breiðamerkurjökull, una grande lingua di ghiaccio che discende dal versante meridionale del ghiacciaio Vatnajökull fino a dove mi trovo io ora.

Monto qui la tenda, in questa spiaggia uscita da un fiaba. Mentre pianto i picchetti della tenda, riappaiono i ricordi dei viaggi che ho fatto in Groenlandia, ormai radicati nella memoria, indelebili.

Ciò che osservo mi commuove e mi infonde una sensazione di pace interiore. Mentre riorganizzo lo zaino mi concentro sul suono dell’acqua che si infrange sulla banchisa e sugli iceberg. Qui non c’è spazio per le meraviglie costruite dall’uomo, per le culture millenarie in cui mi sono imbattuto l’anno scorso; non c’è il profumo dei monasteri tibetani. Qui c’è la magnificenza della natura che incanta e purifica. Non chiedo altro che osservare; e non posso che ringraziare per assistere ad un simile spettacolo.

Assaporo questa pausa dal mio mondo, dalla mia vita, dalle mie abitudini e, dopo avere contemplato il tramonto, nel tepore del mio sacco a pelo, prima di addormentarmi, leggo qualche pagina del prezioso libro. «La nozione di intervallo ha sempre meno valore nella frenesia della vita odierna. Nella nostra esistenza dal metronomo accelerato, il rumore di fondo del nostro paesaggio sonoro ci rassicura e, di notte, può anche cullarci. […] Come scrive il filosofo Duccio Demetrio, questa frequentazione della musica è pericolosa, perché rischia di alterare il nostro approccio al silenzio, senza il quale nessun suono sarebbe udibile. Il silenzio è infatti la culla della musica. Che cosa sarebbe la musica senza le pause? Senza il vuoto non c’è il pieno, questa è la regola dell’universo» [87]

Mi alzo presto per osservare l’alba che colora le lingue di ghiaccio e la laguna costellata di iceberg. Smonto la tenda e comincio a camminare lungo il sentiero che conduce, in fondo alla laguna, verso le gelide acque dell’oceano. Un gran numero di questi esseri bianchi preme verso il canale che fa fluire l’acqua dolce dei ghiacciai in quella salata e altrettanto fredda del mare. La spiaggia di sabbia nera, aperta verso l’oceano, è puntellata di diamanti, piccoli cristalli di acqua che si sciolgono al sole. Le prime ore del mattino le trascorro qui, in contemplazione del paesaggio, armonioso ed elegante; puro.

Nel pomeriggio, dopo questo momento di sospensione vissuto in un luogo che sembra frutto della mia fantasia, salgo sulla jeep e proseguo verso est, lungo la costa, oltrepassando lagune e aree agricole. Ogni valle lungo la strada ha una sua lingua del ghiacciaio. La punta più a est dell’isola, una delle zone geologicamente più antiche dell’Islanda, è ricca di fiordi e di insenature. La presenza umana è ridotta ai minimi termini; poche sono le fattorie sparse lungo la costa e il numero di macchine che transitano sulla strada è davvero esiguo. E’ un mondo dominato dagli eventi naturali. Le poche abitazioni sono funzionali, nei materiali, nelle forme, nei colori. Qui sembra che l’uomo sia tornato ad essere ciò che è: uno degli esseri viventi di questo pianeta, un punto nell’universo.

Osservo dal finestrino della jeep questi luoghi così desolati ed essenziali, e, dal momento che il viaggio è lungo, comincio a leggere qualche pagina di un libro di Eugenio Turri: «Abbiamo subito un atto di violenza, un affronto duro, irrazionale, nella città dove gli scontri tra individui sono continui, dove ci sbraniamo l’un l’altro per conquistarci lo spazio vitale nelle strade ingorgate di traffico. Quell’atto ci ha fatto salire il cuore in gola; il battito accelerò, il sangue corse alla testa e sentimmo salire dentro un’onda di aggressività, una voglia di ritorcere l’offesa. Poi lasciamo la città e scopriamo nella luce limpida di maggio […] l’ordine della campagna distesa, gli alberi allineati in perfetti filari, la razionalizzazione produttiva ed estetica del rapporto uomo-campo […]. Paesaggio che sta oltre i nostri impulsi, oltre la violenza, da noi percepito secondo un’idea del mondo ispirata dall’artificiosità come segno dell’uomo, della sua capacità di ordinare la natura secondo schemi regolari, placati. E’ questa la nostra doppiezza, la nostra disperante doppiezza».[88]

Questo luogo così selvaggio che ora osservo, e che nulla ha a che fare con l’ordine e il rigore delle campagne dei luoghi da cui provengo, mi induce a riflettere. Qui c’è la vera essenza della natura; qui domina la forza e l’irruenza dei processi naturali. L’Islanda fino al nono secolo era vuota. Poi cominciarono a sbarcare i primi esseri umani, ma «nei mille anni successivi all’insediamento non succede niente. Gli islandesi nascono, navigano, pescano, muoiono. I decenni scivolano via come pomeriggi».[89]

L’uomo qui ha faticato a esercitare la sua capacità di ordinare la natura secondo schemi regolari.

Da dove l’uomo ha imparato ad essere violento? Da dove vengono i nostri impulsi, la nostra violenza? Non sembrano altro che una riproduzione in scala ridotta dei tumulti naturali, delle eruzioni, dei terremoti che devastano e cancellano ciò che li circonda. Questa terra è la perfetta manifestazione della violenza della natura. Gli esseri umani sono figli di un mondo terribilmente bello. La nostra doppiezza, penso, è insita in noi, non possiamo farci nulla, credo.

La sopraffazione, oggettivamente crudele, pare essere l’unica regola. L’uomo cerca riparo nell’ordine, nell’equilibrio, nell’armonia, ma l’istinto lo porta ad essere ciò che è.

Scendo dalla jeep per una breve pausa. Mi sgranchisco le gambe e respiro l’aria fredda che arriva dal mare. Guardo la rada vegetazione che ricopre il terreno e scorgo dei bellissimi esemplari di Pinguicola, piccole piante carnivore che catturano le loro prede con secrezioni vischiose, le intrappolano e lentamente le digeriscono.

Una saporita marmellata di rabarbaro e le aringhe marinate, dolci e quasi cremose, del signor Ólafur, mi riconciliano con questa terra. I prati verdi davanti alla fattoria Berunes, dove ho dormito, si muovono come onde sul mare; è una giornata di forte vento e sole.

I primi chilometri in jeep, a stomaco pieno e con una meravigliosa luce che illumina il paesaggio, l’acqua blu dell’oceano e gli ampi campi coperti di vegetazione, mi mettono di buon umore. Le colate di lava sono alle mie spalle insieme alle infinite tonalità di nero e grigio. Ma in Islanda tutto muta rapidamente. La strada, virando verso l’interno dell’isola, nuovamente in direzione delle montagne, sprofonda dentro una cappa di nebbia che copre la visuale. Il paesaggio torna ad essere rado e brullo; a pochi chilometri dalla costa ricompaiono le ampie distese di arbusti nani, muschi e licheni. La nebbia avvolge ogni cosa, ma so che il Vatnajökull e lì da qualche parte, desideroso di farsi osservare.

La strada prosegue verso nord e, dopo un lungo sterrato, giungo a Holmatunga, una singolare spiaggia di sabbia nera. Scendo dalla jeep e osservo incredulo questo vasto tratto di costa che si estende sempre uguale per chilometri e chilometri fino a perdersi all’orizzonte. E’ un immenso spazio nero che separa le montagne dal mare artico. La terra è completamente livellata, omogenea, è come se fosse immobile, sembra un’enorme lamina di argento. Il cielo plumbeo e carico di pioggia rende il posto ancora più sinistro. Cammino nel nulla, in un nulla scuro e sconfinato dove emerge il silenzio. Fatico quasi a sentire il rumore dei miei passi. Guardo le tracce che lascio sul terreno. Pare non esserci altra presenza se non la mia, vedo solo piccoli segni lasciati sulla sabbia da animali, forse vivi o forse morti; orme di molluschi, di uccelli, di insetti.

E’ un deserto nero senza spazio, senza dimensioni, oltre la foschia si scorge solo la lunga linea dell’orizzonte. «Il tempo si è fermato?», mi chiedo. La giornata pare interminabile, una giornata infinita, al di fuori della storia. Sono immerso in una realtà per la quale un giorno equivale a un milione di anni. Il nulla non ha tempo, non ha dimensioni. Questo luogo potrebbe essere ed esistere così oggi, esattamente come in un qualsiasi altro momento nella storia del pianeta Terra. E’ il cielo ad emergere, non fa parte dell’allestimento scenico, è lui l’attore principale. E’ perennemente in movimento, è al contempo scuro e luminoso; è vivo. Raggi di luce scendono dal cielo e illuminano porzioni di questo deserto. Un arcobaleno nascosto tra le nubi dona un po’ di calore in tanta oscurità e desolazione.

Monto la tenda e sosto in questo ambiente lunare. L’Islanda è una terra di contrasti. Non è solo il clima a cambiare repentinamente; la pioggia e il sole convivono, così come il bianco e il nero, il mare e la montagna, l’acqua e il fuoco. L’uomo è in balia di queste contrapposizioni.

«Il silenzio attorno a noi può essere denso di significati, ma a me interessa soprattutto il silenzio che ho dentro. Che in un certo senso creo io. Ecco perché non cerco più il silenzio assoluto che ho attorno. Il silenzio di cui sono alla ricerca è una esperienza personale»[90]. Leggo un altro prezioso libro in tenda, prima di addormentarmi e rifletto sul viaggio che sto facendo, sulle esperienze che sto vivendo; ci vorrà tempo per assimilarle.

La spiaggia di mattina ha un aspetto meno grave, il cielo è quasi terso e la luce del giorno ammorbidisce il paesaggio. Lascio la costa e mi dirigo verso l’interno, in direzione del vulcano Herðubreið, attraverso una sconfinata zona desertica. Il Vatnajökull veglia su tutto ciò che osservo da giorni. Oggi, lentamente, mi allontano da quella enorme massa di ghiaccio, che tuttavia continua ad imporsi all’orizzonte. E’ sterminata, pare non esserci luogo da cui non si veda, dalla costa, dall’interno. La grande cappa di ghiaccio si estende fisicamente sul territorio e si fissa nei pensieri. Più mi allontano dal mare e più il paesaggio diventa vuoto ed essenziale. C’è solo la strada, sottile, confusa in un vasto nulla. Non cresce quasi niente in questo luogo completamente disabitato. Tanta materia inerte, tanto vuoto, si fanno spazio nella mente di chi osserva. Spazzano via i ricordi della calotta, del suo candore, della spiaggia nera e lucida come una lamina d’argento. In questo paesaggio moribondo «il nostro sentimento va e viene, tra essere e non essere, tra la forza di sopravvivere delle forme vegetali e il senso di cataclisma […] sotto l’infuriare delle tempeste […]: come una trasposizione del nostro sentire al dramma vegetale tra desertificazione e rigenerazione».[91]

Macchie rosa dei fiori di timo, polverose e rare chiazze di vegetazione, venature rosse di ossido di ferro sulle cime dei rilievi e qualche torrente che emerge dal sottosuolo, si sforzano di contrastare la soffocante presenza di pietre, sassi e terra.

Che estensione però, che profondità.

Non ci sono nuvole lungo la strada per Dettifoss. I miei occhi non avevano mai visto una simile vastità. L’anno scorso avevo osservato resti di civiltà nel deserto del Taklamakan. In questo deserto senza confini c’è il nulla. E’ tanto facile attraversarlo in jeep quanto estremamente rischioso affrontarlo a piedi. Cosa proverei a camminare per giorni interi in uno spazio sempre uguale? Senza punti di riferimento? E’ un’esperienza che mi attrae e nella quale allo stesso tempo probabilmente non mi ritroverei. Forse non cerco più neppure io il silenzio assoluto. Il silenzio di cui sono alla ricerca potrebbe essere l’esperienza personale di cui parla il mio prezioso libro. Il silenzio della natura non deve negare, ma fecondare gli scambi con i nostri simili; è una frase su cui riflettere.

Una enorme fenditura nella terra si apre all’orizzonte: il grande canyon Jökulsárgljúfur, frutto di millenni di erosione e di lotta tra gli elementi naturali, e le cascate Dettifoss rompono l’uniformità del luogo ed entrano impetuosamente nel paesaggio. Duecento tonnellate d’acqua del fiume glaciale Jökulsá á Fjöllum, che nasce dall’immensa calotta del Vatnajökull, si gettano ogni secondo nella gola e poi giù per il canyon. Il tempo sospeso percepito nel deserto viene scosso dalla furia e dall’impeto dell’acqua, poderosa manifestazione della potenza della natura; ennesima, in questa terra selvaggia.

In direzione di Húsavik il paesaggio muta ancora. Le scogliere sull’oceano artico, illuminate dal sole, donano un po’ di serenità nonostante il fortissimo vento, ulteriore nota severa di questa isola. Il verde e l’azzurro dominano la scena dopo tanta oscurità.

L’orizzontalità della landa da cui provengo, ora coperta di prati, e la verticalità delle montagne e delle scogliere che cadono a picco in mare, si neutralizzano a vicenda rendendo l’ambiente dolce e quasi rassicurante. Lungo la costa continua a non esserci quasi alcuna presenza dell’uomo. Una grande baia e uno specchio d’acqua color turchese annunciano l’entrata a Húsavik, un porticciolo di mare essenziale come i pochi altri centri attraversati lungo la strada. Non c’è spazio per l’esteriorità, per il piacere del bello. C’è solo funzionalità e pragmatismo. Osservo questo piccolo centro abitato con il sole. La durezza di un mondo schiacciato dal ghiaccio nelle lunghe giornate invernali non la conosco.

Passeggiando per il paese mi fermo a guardare i nomi sui citofoni, Einarsson, Jónsdóttir, Arnarsson, Gunnarsson, Daníelsdóttir, e i pensieri volano verso il Tibet. I tibetani non sanno cosa sia il culto degli antenati. «I tibetani sono forse gli unici che sono riusciti a trascendere quel culto degli antenati diffuso nelle altre culture. Essi credono che i loro progenitori stiano vivendo una nuova esistenza negli esseri che li circondano, di qualsiasi razza o specie. Non si tratta di una conquista irrilevante per una nazione»[92]. Il culto degli antenati inevitabilmente porta all’orgoglio per il proprio patrimonio genetico, all’ «egotismo proiettato nella discendenza»[93].

I tibetani non hanno bisogno di cognomi, e in Islanda, in modo quasi analogo, si usano i patronimici, in cui si riflette il nome del padre e non il cognome storico della famiglia. Non sono veri e propri cognomi in senso occidentale, accompagnano la persona nel corso della propria vita ma non si tramandano ai figli. C’è qualcosa che accomuna questi mondi così lontani tra loro, dominati dalle forze della natura. Manterranno entrambi queste usanze?

Dopo tanti giorni di tenda e di spostamenti in jeep, un buon bicchiere di birra bevuto in riva al mare mi rigenera e mi riconcilia con questa terra dura e austera. Una zuppa di pesce, calda e gustosa, impreziosisce la serata.

Osservo il tramonto sul mare e leggo qualche pagina del prezioso libro: «Conoscere l’alfabeto del silenzio ci permette di aprirci alla compassione, alla comprensione e alla condivisione delle nostre differenze» [94]

La mattina dopo lascio la costa e mi dirigo verso il centro dell’isola, in direzione della caldera dell’Askja, in una zona vulcanologicamente attiva dell’Islanda. Il tranquillo porticciolo diventa subito un ricordo; la serenità e il senso di sicurezza provati camminando tra le case color pastello svaniscono nei pressi del lago Mývatn. Il paesaggio diventa brullo e si popola di fumarole e di tuya (o moberg in islandese), grandi vulcani subglaciali. Qui la terra ribolle e l’acqua del sottosuolo evapora: è il profondo soffio che esce dalla viscere, un’immagine suggestiva e allo stesso tempo spaventosa. C’è fumo ovunque e io fatico a capire se questa valle colma di depositi gialli di zolfo, dal caratteristico odore di uova, mi inquieta o mi affascina.

A Hverir ampie pozzanghere di fango gorgogliano e l’odore, ora unicamente di bruciato, si fa sempre più pungente, si diffonde nell’aria, ed entra prepotentemente nelle narici. Le rocce macerano e minerali come lo zolfo, il manganese e il magnesio si depositano sul terreno. I vapori fuoriescono inarrestabili, producendo un suono potente e minaccioso. Tanta violenza colora di bianco e di giallo la terra scura; una raffigurazione inedita dell’inferno.

Cammino in mezzo alla lava solidificata a Leirhnjúkur, una vasta porzione della caldera Krafla. La riolite della collina è porosa per il calore geotermico e in diversi punti è diventata argilla. E’ tutto nero e fumante quassù. La terra è viva, ferve, sussulta. Sembra ci sia appena stata una guerra. Le fumarole fanno pensare a bombe esplose da poco. «La mente umana non riuscirebbe a concepire nulla di simile, di così vasto e di così violento» penso. Eppure le scorie della lava solidificata, bucherellate e leggere, nere da distante, da vicino sembrano gioielli preziosi, brillano e hanno incantevoli sfumature blu, viola e verdi. Come sempre qui la bellezza si cela negli angoli più bui e terrificanti. Questa terra insegna ad apprezzare i particolari, anche ciò che a prima vista si vorrebbe allontanare.

Mangio in una caldera prima di prendere la strada in direzione del vulcano Askja. Addentrandomi ulteriormente nell’isola, il paesaggio si fa ancora più brullo e desertico. All’orizzonte si stagliano il vulcano Herðubreið e l’immancabile Vatnajökull.

«Il sentimento di fusione con gli elementi è ancora più forte nell’ambiente che, più di qualunque altro, evoca la ricerca del silenzio, il deserto».[95]

La strada procede su sterminati campi di lava.

Assisto ad un lento mutamento della grande piana desertica: i cordoni di lava cedono il posto ad un paesaggio desolato che piano piano diventa sempre più sabbioso, sempre più ricco di materiale eruttivo. E’ un paesaggio onirico fatto di pochi elementi combinati con sapiente minimalismo. E poi la strada sfuma in un interminabile spazio fatto solo di terra bianca, un enorme manto di pomice, il materiale che ostruisce il vulcano, leggero, etereo.

Qui, ora, mi sento distante da tutto.

E’ come se il mondo fosse spento e immerso in una sorta di grade rarefazione, di inerte vuoto, di oceano immobile. In realtà gli eventi accadono come sempre, però distanti, non qui, non adesso. Nuoto in un liquido amniotico nel quale avverto soltanto il palpitare ritmico del mio organismo.

Finalmente qualcosa biancheggia nel buio.

Il silenzio soffice, la chiarità diffusa dentro il grande vuoto di Askja.

Sopra questa immobilità tumultuano i sentimenti degli esseri umani, che come me, giungono dalle artefatte e turbolente metropoli.

Salgo sulle pendici del vulcano Askja. Il paesaggio è immenso e di rara bellezza. Non c’è nessuno lungo il sentiero, non ci sono esseri umani, non c’è vegetazione. Solo rocce scure, lava, zolfo, pomice bianca, e un silenzio pietrificato.

Raggiungo un crinale dal quale osservo in basso il grande lago che si è creato nel 1875. Un’eruzione esplosiva di una potenza inimmaginabile fece crollare le pareti del vulcano. Dalle sue ceneri è nato il lago Ӧskiuvatn; trecento metri di profondità rendono parzialmente l’idea di cosa possa essere avvenuto in questo luogo. Colate laviche come fiumi scendono verso la grande piana. Costante è l’odore di zolfo nell’aria.

Nonostante la potenza spaventosa della terra e la sua straordinaria irruenza, riscontro una armonia che esiste solo in luoghi come questo. L’armonia della natura, che mi stupisce ogni volta che la colgo così direttamente, senza filtri.

Gli otto chilometri che mi separano dal rifugio dove alloggio sono difficilmente descrivibili. La terra sembra essersi rivoltata senza soluzione di continuità. Ci sono detriti e oscurità a perdita d’occhio. Ecco la porta attraverso la quale accedo all’Islanda.

E’ proprio questo luogo oscuro, che comunque mi accoglie; e mi commuove.

Non riesco a capire dove sto camminando. Più avanzo e più tutto sembra rimanere invariato. Camminerei per ore in questo luogo solitario. Il suo silenzio è minaccioso; da un momento all’altro potrebbe trasformarsi in un feroce ruggito.

Lava e detriti, lava e detriti; e chiazze di neve e ghiaccio.

Dedico questo posto, si, proprio questo posto, a te, Lucia. Qui sento il respiro lento e profondo della Terra.

Il caos di pietre afferma allo stesso tempo la presenza e l’assenza della vita; ma è l’osservazione lenta e costante che mi aiuta a capire meglio.

Louis Guillaume, in una poesia che ha per titolo Le vieux chêne[96], «ci colma, con tre parole, di rêverie: «Rogo di linfe» dice, per magnificare il grande albero. […] La sentenza poetica è lasciata alla cura del lettore»[97].

«Rogo di linfe» è un’immagine straordinaria, capace di evocare in me molto più di un grande albero; condensato in questa frase, trovo il senso di questo luogo. C’è il fuoco, c’è la furia della natura, ma c’è anche la vita che riappare. L’assenza di vita forse traspare solo al primo sguardo. I campi di lava nera sono potenzialmente pronti ad accogliere nuovi licheni e nuovi muschi.

Bachelard dice «Louis Guillaume ha unito in tre parole il fuoco e l’acqua. Vi è in questo un grande trionfo del linguaggio»[98].

Tornato al rifugio, osservo il tramonto sull’Herðubreið e sull’Askja, e, prima di addormentarmi, leggo alcune pagine del mio prezioso libro: «Il dolore, la perdita e la solitudine possono corrodere e distruggere il desiderio di comunicare. Ciò che resta è un silenzio sterile, che divora dall’interno colui che lo prova. Nessuna possibilità, in questo caso, di dare, di trasmettere, di condividere. Il cuore solitario che soffre è chiuso a chiave, invaso dai rovi, come una casa abbandonata e inaccessibile. La sofferenza passiva rode il cuore come un tumore e nega il silenzio che è dono, gioia, pienezza. Non conosce che una solitudine buia e piena di tristezza: la bile nera, la malinconia. Al silenzio che comprende tutte le parole si oppone il silenzio che le distrugge una a una». [99]

Il giorno dopo riprendo la strada sterrata che prosegue verso il centro dell’isola, in una zona chiamata Nyidalur, Nuova Valle, dove si trovano i campi di lava più giovani distribuiti in prossimità del vulcano Bárðarbunga, situato sotto la cappa di ghiaccio del Vatnajökull. La lava risale al 2014 ed è completamente nera, priva di venature grigie o di macchie di vegetazione. E’ un universo che pare fatto solo di catrame. E’ un campo sterminato, secondo per grandezza solo alle colate della serie di crateri vulcanici chiamati Laki. Mille quattrocento milioni di metri cubi di volume, ottantacinque chilometri quadrati di lava, una superficie pari all’ottanta per cento di quella di Parigi. Una gigantesca macchia nera, grinzosa, tagliente, acuminata. E’ un’immagine spaventosa; sono le viscere della terra rovesciate e solidificate.

Questo luogo vive oltre le storie degli uomini, oltre l’avvenimento quotidiano. L’uomo, sin dalla sua nascita, per dare un senso alla rabbiosità di simili eventi naturali, non ha potuto fare altro che pregare un Dio lontanissimo, che sta in una sfera inavvicinabile e incomunicabile. Non c’è altra via d’uscita di fronte a queste immensità.

Fisse, immobili, forme senza luce dispiegate nel paesaggio che non rivelano il segreto della natura.

Forse la risposta che cerchiamo è il silenzio. Dio è il silenzio?

In tanta oscurità emerge qualche minuscolo angolo bucolico vicino ai torrenti: i colori dei piccoli fiori, il blu del torrente, il verde delle piante e del muschio affiorano timidamente dall’ombra.

Ma sono sempre i cieli qui ad avere un ruolo importante, a creare movimento. Le nuvole basse e bianche nel cielo azzurro sono vive, scenografiche; i nuvoloni neri che coprono ogni cosa, rendono questi luoghi maestosi e imponenti. Osservo il loro movimento veloce e incessante, le linee mutevoli dei raggi di sole che calano a pioggia. Ma appena abbasso lo sguardo è come se sprofondassi nel buio, vedo una distesa immobile, sorda, sembra che tutto sia stato inghiottito nel vuoto. Per oltre cento chilometri, percorribili solo su strada sterrata, si estende una sterminata landa, una distesa arida di ghiaia e pietre ricoperta di lava a corde, dall’aspetto simile ad un deserto costellato di fossili di dinosauro.

Una devastazione violenta dell’ordine preesistete.

Questo grande accumulo di materia inerte è una creazione recente che attende di essere levigata da lenti processi che dureranno milioni e milioni di anni, se la Terra esisterà ancora. Avere coscienza del tempo geologico, che non è quello della gestazione biologica, pone l’essere umano dentro il precipizio del tempo.

La strada prosegue verso sud ovest attraverso lo Sprengisandur, una zona degli Altopiani d’Islanda tra i ghiacci eterni del Hofsjökull e del Vatnajökull.

Nel mondo minerale riaffiorano le presenze biologiche.

La violenza della lava cede spazio ad un paesaggio più dolce e meno austero. La terra torna a presentarsi come insieme di forme e di colori che si succedono una dopo l’altra. L’infinità e la monocromia del deserto cancella il tempo e lo spazio. La successione dà il senso della distanza e della varietà.

Ho bisogno di respirare l’aria di questo luogo, di fissarlo nella mente. Dalla sommità di una collina osservo monti, ghiacciai, grandi piane fluvioglaciali, laghi e fiumi. Alle mie spalle il grande mare nero di lava. E’ impressionante la potenza delle raffiche di vento; da quassù, dove non c’è alcun riparo, ti avvolgono come se ti volessero sollevare e portare via. A sud si vede il lago Ϸόrisvatn, il più grande dell’Islanda, circondato da montagne innevate, più spigolose e alte rispetto alle colline arrotondate dell’altopiano.

Il paesaggio piano piano si fa più mosso, sembra riprendere vita. Le montagne nere di roccia basaltica vulcanica prendono il posto del deserto. Il colore scuro unisce ancora questi paesaggi, dall’aspetto sempre severo. Ma proseguendo in prossimità di Landmannalaugar, tra il vulcano Hekla e le propaggini occidentali del Vatnajökull, compare un paesaggio fiabesco fatto di muschi, erba, saliscendi, colline morbide, laghi, macchie di terra rossa, e neve sulle cime delle montagne. La luce meravigliosa del giorno, l’aria pura, la bellezza del mondo che si dispiega nuovamente davanti me, rende i pensieri leggeri. E’ una apparizione inattesa, luminosa, emersa dall’oscurità.

Esplosioni di ceneri, gas, ossidiane e pomici hanno creato strati di roccia capace di cambiare colore dal grigio al verde al blu. Solfatare con colorazioni che vanno dal bianco al giallo, dall’arancione al rosso, e dal mattone al rosa si confondono con le sfumature verdi della vegetazione e dei muschi. E’ un paesaggio dolce e morbido. Di tanto in tanto emergono i vapori delle fumarole, bianchi come il grande campo di eriofori che si spinge fino alle pendici delle colline.

Il calore residuo delle eruzioni, in contatto con l’acqua abbondante che arriva dal ghiacciaio Vatnajökull, ha determinato la presenza di numerose sorgenti termali, nascoste nelle valli, oscure memorie di lontane attività distruttive.

Di notte, nel silenzio della mia tenda, in questo momento di totale immersione nella bellezza del mondo, cerco di cogliere il senso di questo viaggio.

Ho sentito il silenzio dell’uomo.

La ricchezza espressa dai vulcani, dai ghiacciai, dai paesaggi ombrosi, disabitati e vuoti, non ha colmato il mio desiderio di osservare l’uomo in un contesto così difficile. L’essenzialità delle case e dei centri abitati esprimono il bisogno di praticità e di funzionalità. Ma forse, ai miei occhi, sono anche l’espressione di un popolo contenuto, controllato e discreto, che non manifesta in modo esplicito il suo rapporto con questa terra. La contemplazione degli inferni danteschi che ho visto, e il terrore che tali luoghi possono suscitare, pare quasi un’esperienza individuale. O forse è un coro silenzioso che non riesco ad udire, probabilmente per la mia effettiva ridotta permanenza in quest’isola.

Perché desidero vedere ciò che nei miei viaggi in Groenlandia non cercavo? La sola immersione in contesti naturali vasti e sterminai non mi basta più? E’ questo ciò che dovevo capire quest’anno?

Mi piacerebbe affrontare con le mie sole forze, a piedi, il tratto di deserto che da Askja scende e confluisce negli altopiani centrali. Ma un’esperienza così solitaria cosa mi insegnerebbe? Camminare alle pendici del monte Kailash, confondendomi insieme ai pellegrini, da secoli intenti a perseguire il loro processo di perfezionamento per il raggiungimento della consapevolezza, mi permetterebbe di contemplare sia contesti naturali immensi ed estremi, sia l’uomo in cerca di armonia in luoghi che hanno acquisito un nuovo significato, datogli dall’uomo stesso. Non cercherei nulla di spirituale, solo il silenzio della natura in contesti dove si percepisce la millenaria presenza dell’essere umano e dei suoi tormenti.

L’imponenza di un enorme caldera di un vulcano, la sua potenza, la sua forza, credo sia troppa per due occhi solitari. Credo sia insito nella natura umana il bisogno di esprimere la sensazione di vertigine e di timore che evoca un’immagine così forte; di condividerla per conviverci, per spogliarla della sua violenza.

Per affrontare da soli un’esperienza di immersione nella natura, di attraversamento di deserti o di infinite distese di ghiaccio, è necessaria una lunga preparazione non solo fisica ma soprattutto mentale. Io amo osservare la natura, ma non amo affrontare situazioni estreme al limite della sopravvivenza.

La mia ricerca del silenzio è la ricerca di un equilibrio interno, in contesti naturali, ma non di assoluta solitudine.

Scrivo e lascio che le parole prendano il sopravvento, diario dopo diario.

Esperienza dopo esperienza, le parole acquisiranno profondità e spessore con gli anni.

Spengo la luce e mi addormento in mezzo alle fiabesche montagne multicolore di Landmannalaugar.

9.

BAM-I-DUNYA

NOSHAQ. Ghiaccio fragile, antico, silenzio e vastità negli sguardi

AFGHANISTAN, TAJIKISTAN, 2018

Spesso sognavo di vedere le torreggianti montagne che si trovano al confine tra Afghanistan e Pakistan. Le immaginavo così estese da perdersi alla vista, misteriose, temibili. Semplicemente lontane, isolate, nascoste in luoghi remoti di questo pianeta; esplorate nei secoli da ardimentosi mercanti, missionari, avventurieri. Teatro di conquiste e di battaglie, queste alte vette sono state spettatrici del grande processo di affermazione dell’uomo e della sua civiltà.

«L’Asia centrale – ha scritto Fosco Maraini – è un oceano di terra le cui onde, nei secoli, sono stati i popoli. Nessun’altra parte del mondo ha visto tanti rivolgimenti, tante trasmigrazioni nel millenario agitarsi, galoppare, combattere, sottomettere, distruggere, unificare e dividere. Tutto nell’oceano Asia centrale fluisce, scorre, si trasforma»[100].

Da bambino e da ragazzo ho frequentato spesso le Dolomiti; preso dall’incanto della montagna in tempi recenti mi sono trovato a percorrere strade e sentieri sulle più alte montagne del mondo; ho visto i grandi sistemi montuosi dell’Himalaya, dell’Hindu Kush, del Karakorum e del Tien Shan. Li ho fotografati, li ho raccontati; sto cercando di interpretare le emozioni che mi hanno trasmesso attraverso i miei suoni. Sono luoghi in cui ho cercato una breve pausa, per sottrarmi alle consuetudini, per rigenerarmi, per riprendere il controllo, per placare il gioco della vita quotidiana; per cercare il silenzio.

«Silenzio, parola controtempo: il silenzio sta fuori del tempo, fuori dal suo gioco, fuori dal sopravvenire del tempo»[101].

I viaggi che ho fatto in Centro Asia mi hanno permesso di osservare questo immenso territorio, calato indissolubilmente nel tempo, nella storia, immerso non tanto nel silenzio, quanto nel tempo dell’uomo, i cui diversi strati si confondono e si mescolano in ogni direzione; li osservo galleggiare, luoghi pieni di memorie, dove il silenzio è piuttosto un insieme di vari suoni, di memorie di chi ha vissuto e lasciato impronte. Forse non cerco più luoghi che sono puro spazio, o forse non solo. La mia ricerca è mutata. Stento ad ammetterlo, perché?
Al rientro dai miei ultimi viaggi sentivo che mancava un tassello: ne lambivo i confini, mi avvicinavo sempre di più, ma non ero mai riuscito ad entrare in Afghanistan. «Riuscirò mai a visitarlo?» mi sono sempre chiesto.
Osservo l’alba dalla terrazza di casa mia. Le prime luci del sole infiammano il cielo; è un altro giorno terribilmente caldo, ma è diverso dai precedenti, oggi è il giorno della partenza. Entro breve poggerò lo sguardo sulle cime del Piccolo e del Grande Pamir. È giunto il momento, è questo l’anno in cui varcherò i confini dell’Afghanistan.

«A differenza degli altri grandi sistemi montuosi che qui convergono – Hindu Kush, Karakorum e Tien Shan -, il Pamir consiste di un vasto altopiano interrotto da montagne e ampie vallate. Chiamato Bam-i-Dunya, Tetto del Mondo, dalle tribù che vivono nelle regioni circostanti, è quasi privo di insediamenti umani e di vegetazione» [102].

Faccio bene ad essere scettico nei confronti del mio mutato interesse verso la ricerca del silenzio. La meta del viaggio è un remoto villaggio nello stretto Corridoio del Wakhan, Sarhad-e Broghil, oltre il quale si apre un paesaggio fatto di ghiaccio e deserto, raggiungibile solo con le proprie gambe, o sul dorso di un mulo. Chiuso tra Cina, Tagikistan e Pakistan, rinserrato da passi e confini chiusi, in gran parte ad altissima quota, questo lembo di terra ospita un migliaio di nomadi khirghizi, fuggiti dal mondo e dalle guerre, abitanti di uno spazio senza tempo. Io mi fermerò poco prima, la strada per Sarhad-e Broghil sarà lunga. Passerò attraverso territori grondanti memorie, profondamente calati nel tempo dell’uomo, per poi avvicinarmi ad una regione nascosta nei più profondi recessi delle grandi montagne del Centro Asia, immersa nel silenzio; lontana da tutto. Fuori dal tempo.

Quali incontri, quali colori, quale luce conterrà questo nuovo viaggio?

Durante il decollo mi emoziono. Stanno diventando tante le esperienze importanti in questa fase della mia vita che inesorabilmente sta acquisendo sempre più profondità. Amo la solitudine ma allo stesso tempo mi piacciono gli aeroporti con il loro costante viavai di esseri umani, ognuno testimone della sua cultura. Mi piace vedere volti e abiti che non fanno parte della mia quotidianità. Mi piace osservare e sognare. Mi piace viaggiare.
Persone avvolte in ampi mantelli bianchi attendono di imbarcarsi verso chissà quale destinazione. Sono tanti, una lunga scia bianca che evoca un’immagine dal sapore sacro. Sono vite che passano davanti ai miei occhi in uno dei tanti gate dell’aeroporto di Istanbul. Non so chi siano, ma in questo momento sono loro a portare i miei pensieri lontano. Mente e corpo quest’anno sembrano viaggiare insieme, alla stessa velocità. Mi sento desideroso di proseguire la mia ricerca del silenzio.

«Il silenzio è un tuffo in se stessi, non per solipsismo ma per ricongiungersi invece con una parte di universalità. Il silenzio evoca una sosta sul mondo, una tregua nell’esistenza per sentirsi di nuovo pienamente vivi» [103].

Turri, come avevo già riportato nei miei diari, parla di una duplice modalità del conoscere, parla di guardare da vicino e da lontano. Dice che «occorre guardare nel silenzio, da lontano, come fuori dal tempo, per portare poi nel vissuto e nel rumore l’esperienza desunta dalla condizione di sospensione temporale».
Silenzio e rumore esprimono condizioni che vanno entrambe vissute. Per conoscere il mondo è necessario addentrarsi nelle città, nelle campagne, nei loro frastuoni, bisogna viverlo, sentirlo palpitare. Non si riesce a capire molto di una società e di una nazione se non si arriva ad una «osservazione partecipata» che permette di capire il rapporto delle persone con il loro territorio, per conoscerne le loro credenze, le loro abitudini.
Vivere e guardare il mondo al tempo stesso dall’alto e dal di dentro, da attori e da spettatori.
Attori, quando il paesaggio accoglie le nostre emozioni, le nostre memorie, i nostri affetti; quando ci si cala nella dimensione ‘dell’uomo’, quando siamo semplici abitanti, con le nostre esigenze del momento.
Spettatori quando si guardano i territori dall’alto dei monti, nella loro assorta fissità, in silenzio, come scenari del nostro esistere, del nostro operare.

«Da attori possiamo trasformarci, nelle pause del vissuto, in spettatori del nostro agire» [104].
Turri parla di duplice visione quando tratta il tema degli equilibri ambientali, di come una società sente e vive il suo territorio, di come interviene su di esso, danneggiandolo o rispettandolo. Il tema della duplice visione, disgiunta o unificata, mi affascina e può fornire lo spunto per capire qual’è l’approccio che si può avere quando si entra in contatto con luoghi che non si conoscono.

Tocca a Dušanbe il compito di stimolare la mia curiosità, e di condurmi in un altro mondo, in un pezzo di Oriente che associo alle cronache dei viaggiatori antichi, alle spie del Grande gioco, a civiltà passate.
Però capisco subito che Dušanbe è solo una parentesi, è un luogo che non lascerà grosse tracce nella mia memoria; intuisco rapidamente che il suo unico ruolo è di aiutarmi a capire il contesto in cui ora mi trovo. Non è certamente il cuore del viaggio.
La città è il risultato di un lungo processo di trasformazione, in continua e crescente evoluzione, durante il quale si sono sovrapposte diverse anime. Il mondo sovietico ha lasciato una forte impronta, ma l’essenza del variegato popolo tagiko sta riaffiorando, decisa a risplendere, non più obbligata a mimetizzarsi, o ad adeguarsi ai cambiamenti. La costruzione di un’identità tagika, sia culturale, sia nazionale, è un processo avviato ma per nulla concluso. Il Museo Nazionale sembra raccogliere l’eco della storia dell’attuale Tajikistan per consegnarlo al suo popolo e presentarlo al mondo.
I confini sono di recente definizione e tante sono le impronte che dovrebbero tracciare l’identità nazionale: indoariana, greca, persiana, musulmana, mongola, turca. E poi ci sono un’infinità di commistioni etniche. Tolto il coperchio, si è messo in moto un processo inarrestabile. Questo complesso mix di etnie è in cerca della sua unicità. È inevitabile, è il popolo che mi seduce, non i grandi palazzi del governo che invece distraggono. È questo eterogeneo insieme di essere umani alla ricerca di una identità che mi affascina.
Si capisce subito che qui gli abiti sono importanti; assisto ad una successione di vestiti variopinti indossati dalle donne, di copricapi di foggia uzbeka o kirghisa. Ma anche di capi d’abbigliamento in stile occidentale. Sono i vestiti che osservo per le strade a spiegare com’è la vita in Tajikistan, più degli edifici pubblici con i loro saloni e le loro ricche stanze ad uso di rappresentanza.
Dopo l’ottenimento dell’indipendenza dall’Unione Sovietica, il Tajikistan sprofondò nella guerra civile. In quei sei anni, dal 1992 al 1997, le differenze etniche ebbero ben più peso di quelle religiose, e gli abiti tutt’ora sono un vero e proprio simbolo di appartenenza etnico.
È un paese con molti impulsi, agli estremi c’è l’Islam radicale, presente lungo il confine tagiko-afgano, e poi c’è lo stile di vita occidentale, entrato tutt’altro che debolmente; in mezzo ci sono mille sfumature.
Pochi giorni fa due turisti americani sono stati uccisi dai “soldati dello Stato islamico” proprio nei pressi della città natale del presidente del Tajikistan Emomali Rahmon. Stavano girando il mondo in bicicletta; un sogno interrotto brutalmente, con ferocia e crudeltà. È stato il primo attentato compiuto dall’Isis in Tajikistan. Il presidente stesso è molto attento a limitare l’influenza dell’Islam estremo, imponendo cambiamenti anche nello stile di vita delle persone. Come nello Xinjiang, anche qui è stato limitato l’uso di portare la barba, tuttavia questa disposizione mi pare sia regolamentata in maniera più blanda rispetto allo Xinjiang, quello che io chiamo il nuovo Tibet, con la differenza che nello Xinjiang le azioni di repressione vengono compiute in modo ben più disumano che in Tibet. In Tajikistan sono state introdotte anche delle restrizioni alle importazioni dei hijab. È difficile esprimere un giudizio, i confini sono davvero caldi in questa fetta di mondo e le azioni folli di singoli criminali possono destabilizzare l’equilibrio che qui stanno faticosamente conquistando e che onestamente si percepisce passeggiando per le strade di Dušanbe.
Entro in punta di piedi in un piccolo museo di strumenti musicali, sento che è un mondo che devo ancora conoscere e che non mi appartiene, ma mi avvicino curioso e osservo. Tre musicisti, tra cui il proprietario del museo, improvvisano una serie di canzoni: alcune, suonate solo con uno strumento a corda che suppongo sia un rubab, sembrano preghiere musulmane, altre sembrano raccontare storie d’amore. Poi introducono uno strumento a percussione, un dayereh e, accelerando il ritmo, eseguono musica del repertorio tradizionale adatta per ballare. Immagino i variopinti abiti che ho visto oggi seguire le armonie di questi musicisti, agitarsi e ondeggiare. I loro gesti rapidi e leggeri sulle corde, e i colpi sempre più accesi sul tamburello, sono fatti di emozioni e di passione. La musica, se suonata col cuore, non mente. Sono cantastorie che mi fanno pensare alle fiabe d’Oriente, immagino che le loro parole raccontino i deserti e i grandi picchi di questi luoghi. Ora desidero uscire dalla città, ho voglia di vedere le alte montagne del Pamir, e di entrare nel vivo di questa nuova esperienza.

Appena fuori dalla città ci si immerge subito in spazi poco abitati. Le colline sono aride e la temperatura, nonostante Dušanbe sia situata a circa novecento metri di altitudine, è particolarmente alta. Il paesaggio è spoglio e i colori predominanti sono il marrone, il giallo è un po’ di verde. Dopo aver percorso la Friendship Highway che collega Lhasa a Katmandu, e la Karakorum Highway che collega il Pakistan alla Cina, ora mi trovo sulla Pamir Highway, che, esattamente come le precedenti, nulla ha dell’autostrada. Il tratto che sto percorrendo per il momento è comodo e asfaltato, è una strada a doppio senso di marcia con due corsie.
Scendo verso il sud del paese, e cerco di concentrarmi sul paesaggio che è parzialmente nascosto dalla foschia. Le prime immagini che colgo sono sfuggenti e imprecise. Sono impaziente di vedere subito le immense montagne e le sterminate vallate, ma devo avere pazienza. Devo arrivarci gradualmente, passando attraverso queste terre che hanno il sapore dell’Oriente e il fascino di antiche vie carovaniere. Mi dirigo verso la Diga di Nurek, costruita sul fiume Vahš, uno dei due rami sorgentiferi dell’Amu Darya, al tempo dei greci chiamato Oxus. L’altro ramo, il fiume Panj, mi accompagnerà per gran parte del viaggio e lo incontrerò fra un po’. Il termine Oxus mi fa pensare a remoti periodi storici, all’impero Achemenide, al Regno greco-battriano, ad Alessandro Magno. Inevitabilmente mi tornano alla mente i ricordi del viaggio in Pakistan, di Taxila e dell’arte elleno-buddista del Gandhara, straordinaria commistione culturale nata dall’incontro di popoli distanti tra loro sia geograficamente che culturalmente. Fritjof Capra scrisse «L’umanità emerse attraverso il processo stesso della creazione di cultura e ha bisogno di questa per la sua sopravvivenza e la sua ulteriore evoluzione» [105].

Attendo; il puro spazio lo vedrò più avanti, ora mi lascio affascinare dalla storia, da chi ha vissuto e lasciato impronte, e da chi vive oggi in questi luoghi, in passato incrocio di grandi vie commerciali, nodi fondamentali della Via della Seta. Lungo queste strade circolavano prodotti ricercatissimi trasportati sia dai mercanti occidentali, sia da quelli orientali. Scendo dalla mia ‘carovana’ e faccio una sosta in una piazzola sopra la Diga di Nurek.
Ordinatamente disposta a semicerchio lungo lo spiazzo c’è una successione di chioschi dove grandi pentoloni cuociono carne, cereali e legumi. C’è un ottimo profumo di cibo nell’aria. I bambini, in cerca di acquirenti, si aggirano tranquilli tra i chioschi con sacchetti di semi e frutta secca; le donne mescolano le zuppe, tagliano la carne e le verdure, e gli uomini aiutano nella preparazione dei piatti. È una sosta piacevole che mi fa entrare un po’ di più in contatto con le persone del posto e mi fa vivere un momento di gioia semplice e genuina. Incrocio gli sguardi, il taglio degli occhi allungato è un tuffo nel Centro Asia.
Risalgo sulla jeep e lentamente ambiente e persone escono allo scoperto: alberi di pistacchio, contadini in groppa ai muli, gli sguardi sorridenti dei bambini, la terra, il caldo, i pascoli, il fresco all’ombra di un albero. Questo è il ‘paesaggio perduto’, il paesaggio rurale non ancora segnato dall’uomo, non urbanizzato, non asservito alle sue esigenze. Non ci sono le colture geometriche e ripetitive a cui sono abituato; si percepisce ancora il semplice agire umano. È un luogo genuinamente poco trasformato, è un paesaggio che riesce ad emozionare nella sua semplicità.
Supero il piccolo centro di Danghara e continuo a procedere verso sud; fa ancora più caldo di prima e il sole brucia impietosamente. Fortunatamente la strada continua ad essere comoda e asfaltata; è un cordone che taglia una ampia valle sempre più arida e spoglia. Immagino cosa doveva significare intraprendere lunghe e faticose marce attraverso queste terre, sotto questo caldo o, d’inverno, quando le temperature sono gelide. Bisognava essere pronti a sfidare pericoli e ad accettare il fatto che il ritorno a casa non sarebbe stata una certezza. Il palazzo-fortezza di Hulbuk, che significa “profumo di menta”, doveva essere un’apparizione magica e confortevole. Oggi, quasi completamente ricostruito, rimane un documento storico, un’orma di società passate. Il direttore della struttura, e dell’annesso museo, con tenacia, ha deciso di ridare vita alle rovine dell’edificio, mosso dal desiderio di mantenerne intatto il suo valore memoriale e sentimentale, determinato a farlo sopravvivere nel tempo, e ad assicurare che rimanga un elemento significativo del paesaggio. La grande porta del palazzo si chiude rumorosamente e il viaggio prosegue verso il Passo Shurabad, transitando per la città di Kulob.
Riconosco gli elementi che caratterizzano questa parte del mondo, le strade che attraversano i piccoli centri abitati, le case basse fatte di impasti di argilla e di rami, di sassi e mattoni di fango, i canali di scolo, i mercati con le angurie, la sabbia e la polvere; il pane rotondo e schiacciato, i grandi tavoli nei cortili per riposare, bere il tè, parlare, una garanzia di pace e tranquillità, le donne e le ragazze che esprimono la loro femminilità nei loro abiti colorati e vivaci. Se a Dušanbe si vede un popolo incerto se vivere tra desideri urbani e tradizioni rurali, tra occidente e Islam, lungo questi viali di pioppi e questi campi di cereali, il grande dilemma sembra chiarito; qui, fuori dalla città, nelle campagne del Tajikistan, l’identità non è una cosa incerta, ma è qualcosa di integro e afferrabile.
La strada sale al passo Shurabad e il paesaggio si mantiene spoglio, i pendii color malto delle colline corrugate e grinzose hanno perso il rivestimento verde della primavera. Ora c’è solo ghiaia, polvere e sempre tanto caldo.
Oltrepasso un confine interno e accedo nella regione autonoma del Gorno-Badakshan, stretta tra Xinjiang, provincia afgana del Badakhshan e Kirghizistan. Vi si può accedere solo se muniti di un permesso chiesto preventivamente; è un confine a tutti gli effetti. All’ingresso le case costruite con i mattoni d’argilla e paglia cotti al sole, l’alto profilo dei pioppi e le ampie vallate sono il primo assaggio di quello che per me è diventato il ‘Paesaggio dell’Armonia’.
Scendo dal passo ed entro in una valle stretta e rocciosa percorsa dal secondo ramo sorgentifero dell’Amu Darya, il fiume Panj, a di là del quale si trova l’Afghanistan. Il confine sembra non esistere, c’è solo il fiume che separa i due stati. Osservo in silenzio le montagne dell’Afghanistan e il primo villaggio afgano al di là delle turbolente acque del Panj. Il paesaggio è mutato quasi bruscamente, non ha più nulla dell’armoniosità e della placidità del mondo rurale che ho visto fino ad ora. Le montagne si sono alzate e si sono strette attorno alla strada. L’ambiente mantiene la sua aridità di fondo, ma emerge l’imponenza del Pamir. Le pareti cadono a picco, ormai c’è solo roccia e la vegetazione è quasi del tutto scomparsa. È tutto talmente verticale che ogni parete sembra doversi lentamente sbriciolare per poi franare e schiantarsi al suolo.
Da entrambi i lati le strade sono sterrate, ma dal lato afgano più che strade sembrano mulattiere, Cosa troverò e dove viaggerò quando valicherò il confine?
Nel 2014 mi ero avvicinato molto al posto dove mi trovo ora, e le sensazioni erano esattamente le stesse: «Linee secche, dure, decise. Il colore della terra che predomina su tutto. Rocce rosse, massi, pietraia. Stratificazioni di colori: scarlatto, nero, bianco. Le montagne stringono la strada, dissestata, irregolare. È un paesaggio austero e severo, ingentilito dalle nevi perenni del Pamir che risaltano sullo sfondo. Rilievi sempre più alti, sabbia che cola dalle pendici; ghiacciai in lontananza».
Sono ritornato sui miei passi e una distanza davvero irrisoria mi separa dai Territori del Nord del Pakistan, ma l’austerità e la severità che avevo colto nel viaggio precedente ora è accentuata dall’incertezza che mi suscita questo luogo, causata probabilmente da una sensazione di diffidenza e insicurezza che non riesco ad allontanare. Grandi sassi bianchi posizionati in prossimità della sponda del fiume delimitano un’area minata. È un’immagine che indurisce il paesaggio, grave e spoglio, fatto unicamente di pietra. Di tanto in tanto militari presidiano il territorio. Dal lato afgano, in alto, costruito sulle rocce, a picco sul fiume, si erge un villaggio che sembra disabitato; è una piccola città silenziosa i cui abitanti sembrano scomparsi, non brilla neppure una luce nelle scure finestre delle case. Il sole cala sulle cime del Pamir e comincia a toccare l’orizzonte. Mi fermo a dormire a Kalaikhum (Qal’ai Khumb), capoluogo del Distretto Darvoz.

Mi sveglio con la luce del sole che si riversa nella stanza della guest house. Esco in strada e osservo le imponenti pareti che cadono a strapiombo sul fiume Panj, e i sentieri appena tracciati che tagliano la roccia. La vicinanza con l’Afghanistan aveva reso questo luogo inaccessibile fino a poco tempo fa. Quelle montagne dall’altro lato del fiume ai miei occhi sembrano indicare simbolicamente una sorta di sospensione degli eventi, di ogni attività, di suoni. Percepisco un silenzio che paralizza e che richiama immagini di sofferenza. Avvolti nel silenzio, mondi pericolosi si nascondono oltre quelle cime. La mia mente è piena di cliché sull’Afghanistan? Riuscirò a stemperare queste sensazioni nel corso del viaggio?
Due ragazzine si avvicinano con un grande sorriso per scambiare qualche parola e i pensieri si addolciscono. Getto uno sguardo alla gente di questo piccolo centro. Tutto sembra ingannevolmente pacifico. Vedo persone che fanno jogging, altre che vanno a lavorare i campi; le osservo sedute su terrazze che si sporgono sulle acque gelide e azzurre del fiume che scende dalle montagne e che si immette nel Panj. Rientro nella guest house e faccio colazione nel cortile interno, sotto un enorme albero da frutta. Ieri sera ero rimasto seduto qui fino a tardi, mentre calava il crepuscolo. La cena era abbondante, c’era yogurt, verdura fresca, una deliziosa zuppa calda, riso, carne e il classico pane rotondo e schiacciato. Questa mattina assaggio una squisita marmellata di ciliegie.
Dopo questa sosta, il viaggio riprende. Ieri ho percorso trecentocinquanta chilometri, oggi ne dovrò percorrere altri duecento ottanta, e la strada sarà tutt’altro che scorrevole. Seguirò il corso del fiume Panj e poi, nel pomeriggio, devierò verso est, nella Valle di Bartang, lasciando momentaneamente il confine con l’Afghanistan.
Una scorta di taniche di benzina è necessaria per affrontare il lungo tratto di strada.
Non distante da Kalaikhum passo davanti ad un ponte che collega i due stati; è il primo che vedo, ma è un punto di attraversamento riservato solo ai residenti. I confini sono pochi e quelli internazionali, almeno qui in Tajikistan, sono solo quattro.
L’acqua del fiume scorre impetuosamente e le due sponde sono sempre più vicine. Il paesaggio si mantiene pietroso con le montagne che precipitano verticalmente a valle. Tanta austerità viene tuttavia addolcita sporadicamente dalla presenza di piccoli centri abitati e da macchie di vegetazione di un colore verde intenso che si contrappone all’insistente marrone della terra. Alcuni paesaggi sono impregnati di una particolare energia. Sono portatori di suggestioni, pensieri, pericoli di cui è difficile conoscere la natura o di cui al contrario si è consapevoli. Ma si continua a procedere addentrandosi nella tana del lupo e a diventare sempre più vulnerabili. Continuano i segnali che delimitano le zone minate sia da un lato che dall’altro. Il fatalismo regna in questi luoghi, si sente di essere ospiti tollerati dalla natura e dall’uomo.
La Pamir highway, rovinata da erosioni, terremoti, valanghe e smottamenti, è anche chiamata ‘heroin highway’. Luci e ombre di questi luoghi, meravigliosi da un punto di vista paesaggistico, da rapimento estatico, che tuttavia evocano sensazioni che si oppongono.
Ma forse è solo il mio essere sospettoso che mi condiziona. Saluto un gruppo di bambini che gioca nelle acque del fiume Panj e la risposta è talmente calorosa che i pensieri negativi si dissolvono; il loro vivace vocio mi rassicura e mi fa sorridere. Il paesaggio stesso lentamente si fa meno severo. La valle si apre e compaiono grandi insenature nei pressi di Rushan, villaggio dal quale si devia verso est per entrare nella Valle di Bartang.
Il cambiamento di paesaggio coincide con un cambiamento di umore. I colori sono più tenui e la maggiore apertura della vallata rende tutto meno soffocante. Risalgo il corso del fiume Bartang e smetto di osservare con sguardo razionale; mi lascio travolgere da questo spettacolo. Pare di essere immersi in un oceano di forme il cui respiro si fa maestoso e imponente. Salire con lo sguardo sulle cime delle montagne è un po’ come immergersi nei segreti degli dei. I picchi innevati, le pieghe rocciose, le dorsali con qualche chiazza verdeggiante e manti di ghiaia e sassi; la perfezione nelle forme di queste sterminate formazioni di pietra, piramidi naturali, sculture. «La bellezza del mondo», penso; e la brevità del mio guardare.
Duecento ottantaquattro chilometri di strada sterrata, di natura selvaggia e intatta, di rilievi interminabili, di orizzonti senza fine, di sporadici segni umani che si confrontano quotidianamente con l’isolamento e la solitudine. Nel tardo pomeriggio arrivo a Siponj, un villaggio del passato, chiuso in fondo alla valle, un villaggio sospeso in una dimensione quasi onirica. Sarà per la lunga strada, sarà la fatica per raggiungerlo, o forse per il suo aspetto genuino, di semplice insediamento agricolo, ma me lo immagino scampato a un gigantesco cataclisma, restituito al silenzio originale.
Nonostante la stanchezza e lo stordimento del viaggio, qui, in questo posto davvero lontano, mi sento a casa.
Passo la notte in una fattoria circondata da alberi da frutta. È questo luogo che mi consegna definitivamente nella dimensione del viaggio; è il sorriso e la gentilezza della ragazza che fa gli onori di casa e che con dolcezza mi presenta il posto. È la regina della valle del Bartang, la valle del silenzio.

«La musica degli uomini ha bisogno del silenzio, è come l’ossigeno che la fa respirare. La musica non ha la presunzione di spiegare, di rivelare cos’è il silenzio, semplicemente ne fa parte. Musica e silenzio si alimentano una con l’altro: lo studio, la conoscenza, l’approfondimento della musica implicano sempre la ricerca del silenzio. Cercare il silenzio, dare spazio al silenzio nell’arte, nella musica, aiuta a concentrarsi sul senso profondo della vita in generale e distoglie l’attenzione tipico dall’esigenza dell’uomo di fare della sua centralità, anche nell’arte, il fine di ogni atto creativo» [106].
Gli occhi mi si chiudono, smetto di leggere e mi addormento sotto una calda trapunta.

Il primo vero profumo del viaggio proviene da una pianta di lavanda che cresce all’inizio di un sentiero che sale sulla montagna. Oggi dedico la giornata sulle cime che in questi giorni ho osservato dalla jeep. Oltrepasso un ponte di legno e comincio a salire verso il villaggio di Geiseu (Jizeu) percorrendo l’omonima valle. Geiseu è raggiungibile solo a piedi. Gli ambienti ombrosi e oscuri si vivacizzano con l’arrivo di un gruppo di persone che si dirige verso il villaggio per festeggiare un matrimonio. Il silenzio è momentaneamente interrotto e la gravità espressa dalle torreggianti pareti è per un attimo mitigata.
Mi affascina l’idea che ci siano posti così remoti e che qualche essere umano sia sfuggito alla vita urbana. Quello che sto percorrendo è un tipico sentiero di montagna e io compio il classico rito borghese della gita in montagna; le persone che incrocio invece non sono frequentatori occasionali di questi posti, non sono escursionisti, non sono venuti qui per guarirsi dentro, per fermare temporaneamente il tempo e per sentirsi di nuovo pienamente vivi. No. Loro vivono qui. Loro ogni giorno devono fare un paio d’ore di cammino per uscire da questa valle, semplicemente per scendere in un’altra valle che in più ha soltanto una strada sterrata, percorribile con le jeep. Ma i centri abitati sono lontani. Anche queste persone discutono dei fatti loro, di banalità quotidiane, anche loro si pongono le grandi domande, e allo stesso tempo celebrano rituali che sono gli stessi per tutti gli esseri umani, ma il confronto quotidiano con queste montagne, loro dimora abituale, li pone in una dimensione lontanissima dalla mia.
«Cosa vedrò nel corridoio del Wakhan?» penso. «Sarà tutto così, se non ancora di più estremo».
Intercetto più elementi insieme questa mattina, riesco a prestare attenzione sia alle vaste aperture del mondo, ai suoi arcani silenzi, sia agli anfratti più intimi dell’uomo, ai rumori che scorrono sopra il silenzio. Dimensioni differenti del reale, forse contrastanti, si intersecano, ma il percorso di introspezione continua e queste persone mi permettono di ritrovare un contatto meno aspro con il mondo. Al contempo l’ingresso in questo paesaggio, nel suo silenzio, mi permette di cogliere una sorta di sospensione che avvolge tutto, una bolla in cui mi trovo anch’io.
Sono le piccole cose che regalano gioie immense. Mi tolgo le scarpe e lascio i piedi in ammollo nelle gelide acque del fiume. Sguscio un uovo sodo e contemplo il paesaggio. Mi sento profondamente appagato, felicemente perso in questa sospensione.

«L’essenza della bellezza si apprezza appieno solo nei contrasti. Il suono di un orologio che batte l’ora esiste solo grazie al silenzio che l’ha preceduto. La musica è intessuta per metà di silenzi e per metà di suoni. Le montagne sono sempre state la mia metà del silenzio. La pace e la bellezza della valle non significavano nulla per me senza la cupa, minacciosa presenza della parete che la sovrastava» [107].

Parole di eccezionale sensibilità che leggo in un momento di grande calma. Chiudo il libro, riprendo il cammino e ripercorro il ponte sospeso che collega il sentiero alla strada sterrata. Osservo ancora per un po’ questo rifugio roccioso e ascolto il rumore del fiume.
Salgo sulla jeep ed esco dalla valle, proseguendo in direzione di Khorog, il capoluogo della regione autonoma del Gorno-Badakhshan, a duemila metri sul livello del mare.
La strada si ricongiunge al fiume Panj e prosegue nuovamente lungo questo confine naturale. Torno nei luoghi da cui ero arrivato, prima della deviazione fatta nei pressi di Rushan. La sensazione che avevo avvertito in precedenza resta immutata, colgo sempre la severità del paesaggio, spoglio e ghiaioso, dominato dagli impassibili rilievi.
Dal lato afgano le coltivazioni si inerpicano fin sotto le cime delle montagne; sono probabilmente l’unica fonte di sostentamento per le persone che vivono nei villaggi incastonati nella roccia. Pioppi e betulle riempiono elegantemente il paesaggio. Alcuni di questi alberi crescono in prossimità dell’acqua, altri hanno parte del tronco ricoperto dall’acqua del fiume. Le cime dei pioppi leggermente piegate dal vento, sottili, agili, sono le protagoniste del luogo, una presenza silenziosa, mai invadente. Sono elementi delicati che ammorbidiscono e addolciscono questo vasto spazio marrone e roccioso.
Passo una parte del pomeriggio seduto su una panchina del parco di Khorog. Partecipo come osservatore alla vita di questa piccola città. Giovani e bambini si tuffano e nuotano nella piscina del parco, la gente passeggia, ride, parla. Seduto di fronte al fiume Gunt, osservo la lenta danza dei pioppi, alti trampoli che ondeggiano mossi dal vento. Alla mia destra si ergono imponenti le montagne dell’Afghanistan. C’è una brezza leggera così riposante che fatico ad alzarmi. Parlo con mio padre dei viaggi passati. In questo nuovo momento di sospensione, il secondo oggi, riaffiorano ricordi vissuti in Pakistan, in Kashmir e in Ladakh, in Kirghizistan, nello Xinjiang e in Tibet. Nell’ambiente in cui mi trovo ora, c’è qualcosa di tutti questi luoghi, tutti accomunati dal fatto di trovarsi sotto i cieli dell’Asia centrale.
In attesa dell’ottenimento del visto per entrare in Afghanistan, dedico la giornata alla visita dell’orto botanico, del museo regionale e del bazar. C’è molta foschia che copre la vista delle cime che circondano Khorog. Nel bazar non c’è il rumore, il fracasso, il disordine che ubriaca delle città del mondo musulmano, dove il senso del frastuono sembra regnare sovrano. La popolazione locale è ismailita, una corrente dell’Islam sciita. Non credo tuttavia che sia solo questo il motivo dell’inaspettato ordine di questo mercato, quanto lo stile di vita e di pensiero dell’Unione Sovietica che si è sovrapposto a quello esistente. Anche a Dušanbe avevo avuto la stessa sensazione nel mercato coperto. Come avevo già osservato, la costruzione di un’identità tagika è un processo avviato ma per nulla concluso. Qui ogni comunità montana ha il suo dialetto, ma la lingua franca è il russo, efficace per comunicare, ma sordo nei confronti del variegato tessuto linguistico e culturale del luogo. Il ribollire sotterraneo, mai spento, ha trovato sfogo dopo l’indipendenza, e mi auguro trovi una sua giusta direzione.
Intercetto nuovamente una dimensione del reale, riportata al tempo dell’uomo, fatta di parole, di uomini, che lentamente, viaggio dopo viaggio, mi cattura e mi sottrae temporaneamente alla ricerca dei paesaggi del silenzio. Forse è una evoluzione della mia ricerca. Cammino tra i banchi del mercato e mi inserisco in questo flusso, ai miei occhi ordinato e calmo.
Si fatica a capire che la popolazione è musulmana forse proprio per il fatto che sono ismailiti. Le moschee, che qui si chiamano case della comunità, non hanno il minareto; non viene innalzata la mezzaluna, e soprattutto non si sente il canto del muezzin. Non c’è nulla di appariscente. «È il nostro stile, che è per tradizione portato all’interiorità. Il proselitismo non ci appartiene», dice l’Aga Khan, il leader spirituale.
Khorog è proprio un piccolo centro, offre davvero poco, ma è un luogo che mi mette serenità, mi dà conforto ora che sono in attesa di oltrepassare il confine e immagino lo darà anche al rientro. Non ha davvero nulla che ricorderò, ma il pomeriggio trascorso sulla riva del fiume a pensare e a ricordare ha reso speciale questo posto così tranquillo.
Sono tornato nella mia stanza e mi sono sdraiato al buio. Non è ancora notte ma mi sento stanchissimo; ed è come se nella stanza fosse entrata una corrente gelida, nonostante oggi facesse molto caldo. Sono rimasto così un po’ di minuti, finché non mi sono reso conto di avere la febbre, e anche un po’ di dissenteria. Decido di prendere subito antibiotici e tachipirina, combinazione letale che mi fa passare una nottata molto agitata, trascorsa tra il sonno e la veglia. Mi sveglio presto e mi sento relativamente meglio; ho sudato tantissimo ma, nonostante debba continuare la cura di antibiotici, che, una volta iniziata è bene non interrompere, ho la sensazione di averla scampata.

Oggi è il giorno. Oggi entro in Afghanistan.
Duecento dollari e sei fototessera sono gli ingredienti per il visto di entrata e per i successivi posti di controllo. So che dovrò avere molta pazienza, ma le esperienze vissute in Cina mi hanno insegnato molto.
Parto in direzione di Ishkashim proseguendo sempre lungo il corso del fiume Panj. Ishkashim si trova di fronte a una città con lo stesso nome in Afghanistan; un ponte aperto nel 2006 le collega. Userò il nome Sultan Ishkashim quando mi riferirò alla città afgana.
La valle si restringe e i due versanti si avvicinano ancora di più. Il paesaggio è sempre più pietroso e severo, e in parte minaccioso, a rammentare la nostra vulnerabilità. È così che lo avverto io, qui, ora. Suggestioni? Paura? Non lo so. So che le sensazioni che provo sono forti e intense. Sono nel cuore del viaggio, con antibiotici in corpo e con un po’ di spossatezza, ma con un enorme desiderio di andare oltre quel fiume. Faccio una rapida sosta per pranzare in una guest house del paese; oggi la zuppa calda è un toccasana. Brodo e carne, con l’aggiunta di un po’ di riso, mi rinvigoriscono. Risalgo sulla jeep e riprendo il viaggio. La strada si fa più desolata, nulla la addolcisce; e quando arrivo rimango un po’ spiazzato: il confine afgano è un piccolo ponte, due prefabbricati, filo spinato, sabbia e sassi; niente asfalto. Non c’è altro, oltre ad una quiete glaciale. Un militare mi controlla il passaporto e mi chiede il nome di battesimo di mio padre. Vengo così schedato in un registro, e il mio nome, associato al nome di mio padre, vengono trascritti in caratteri pashtu. Guardo il timbro sul passaporto e controllo che tutto sia stato fatto in modo corretto. Gli zaini, adagiati a terra, vengono aperti e controllati, e poi richiusi. Polvere e sabbia sono ovunque, e mi sento un po’ frastornato. È netta la sensazione di essere in un paese davvero straniero, più che nelle altre esperienze di viaggio. Mi sento più vulnerabile.
Ho superato lo spartiacque tra i mondi turcico e persiano, il fiume Panj, il ramo sorgentifero dell’antico Oxus, o del moderno Amu Darya. Su questa strada monaci e mercanti avevano viaggiato per raggiungere il regno afgano della Battriana, per poi proseguire verso l’India.
Sono davvero stordito ma impaziente di proseguire.
I tratti somatici delle persone sembrano subito molto diversi rispetto a quelli del popolo tagiko. La pelle è più scura, compaiono le barbe e i kurta. Pochi elementi definiscono un mondo completamente diverso da quello che lascio. La musica nella jeep, la sabbia, la foschia, i primi insediamenti in adobe, i veli, i burqa. Il fiume separa due mondi così diversi. È cambiato tutto. Gli sguardi paiono severi, o così li colgo io in questo primo momento.
Alcune persone sorridono, ma mi sento osservato, la percezione di essere un estraneo è netta, mi sento un intruso. Attraverso gli sguardi delle persone vedo un mondo che ho conosciuto tramite i media e i libri. E ho la sensazione che sia reciproco, la mia presenza è un pezzo di occidente per le persone che mi osservano. Rappresento chi li ha schiacciati per secoli. È un incontro di culture distanti tra loro; riuscirò a superare questa iniziale fase di spaesamento? mi mancano punti di riferimento. Sarà più complesso trovare un punto di contatto? in Tagikistan è stato più semplice del previsto. Qui ho la netta sensazione di sentirmi un pesce fuor d’acqua.
«Interagire o osservare?» mi chiedo.
Anche qui i paesaggi sono meravigliosi, ma riuscirò a percepire il silenzio di queste valli? riuscirò a concentrarmi sulle alte cime innevate? Ora mi sento rapito dal contesto sociale. È questo mondo, fatto anche di persone, oltre che di paesaggi, che desidero conoscere.
Come dice mio padre, bisogna essere un po’ come Ulisse per spingersi fin qui. Bisogna avere un po’ del suo forte bisogno di conoscenza, bisogna saper trasformare ogni ostacolo in uno stimolo a proseguire la ricerca. Per entrare nel Corridoio del Wakhan ci vogliono circa tre giorni per ottenere i visti e per passare confini e posti di controllo. Domani sarà un altro giorno di attesa e di accertamenti a Sultan Ishkashim.
Salgo sulla cima del monte vicino alla fattoria dove sosterò due giorni e si apre un paesaggio senza confini. Inaspettatamente le porte che mi fanno accedere all’Afghanistan le trovo qui, subito. Mi fermo a osservare una valle alluvionale che si perde nella foschia, circondata da cime del colore della sabbia. Incredulo, mi trovo davanti a un paesaggio del silenzio. C’è solo il rumore del vento, nient’altro. Resto qui a osservare e a contemplare, mentre tre bambini si avvicinano curiosi: il loro sorriso esprime l’ampiezza di questa valle.

Incontri, Welcome to Afghanistan
Dalla fattoria in cui alloggio cammino in direzione del bazar, lungo strade sterrate. L’accoglienza è sbalorditiva. Solo questo tratto di strada vale il viaggio. L’incontro con le persone del villaggio mi riporta completamente al tempo dell’uomo, più di tutte le esperienze passate. Rimbalzo ubriaco dalla contemplazione di paesaggi maestosi all’interazione con la gente del posto. È un’esperienza fortissima. Sultan Ishkashim è una piccola città di montagna ma l’ambientazione è rurale. Lungo la strada sterrata del paese si affacciano i negozi degli artigiani.
Gli sguardi e i sorrisi si incrociano e la curiosità di conoscersi è reciproca. La gentilezza e l’ospitalità sono gli elementi che colgo immediatamente in questo centro. Anni e anni di guerra hanno allontanato i contatti con l’esterno. Sono felici di vedere turisti, non sono abituati a vederli. Chissà se mai anche qui tornerà il turismo. Porto la mano destra al cuore e dico «Salam». Comincio anch’io a salutare così chi incontro per strada. Spesso la gente risponde con un caloroso «Welcome to Afghanistan», o semplicemente c’è chi chiede di essere fotografato. È la prima volta che mi succede di non rubare degli scatti. Con i bambini gioco, chiedo il nome, li fotografo e poi mostro loro le foto. È una accoglienza talmente calorosa che ogni timore e pregiudizio viene spazzato via. Tutto ciò che avevo visto ieri durante il percorso dal confine alla fattoria dove alloggio viene ribaltato. I campi coltivati, i sistemi di canalizzazione, la scuola, i raccolti trasportati dai muli, sono alcuni degli elementi che indicano una organizzazione sociale molto più strutturata di come l’avevo immaginata ieri, per quanto arcaica.
Tuttavia non riesco a capire come sia la quotidianità in un posto come questo e non so se riuscirò a capirlo quando tornerò in Tajikistan, fra otto giorni. È sicuramente un luogo fatto di forti contrasti. Io in parte sono sviato dall’esaltazione del momento e distinguo solo alcuni aspetti del contesto in cui mi trovo. Una camionetta dell’esercito con dei militari che imbracciano dei mitra attraversa la strada del bazar ed entra nella caserma. È un’immagine che stride con la semplicità e la spontaneità delle persone di questo paese. È un giro di controllo che viene fatto perché sono arrivati dei turisti? Oppure Sultan Ishkashim viene costantemente sorvegliata in questo modo?
Pranzo in un ristorante situato nella strada principale del paese. Anche solo il semplice mangiare diventa un’esperienza curiosa e insolita. Come ho sempre fatto anche in Tajikistan, mi tolgo le scarpe prima di entrare. L’abluzione delle mani è un rito che compio con piacere dal momento che mi sento davvero sporco, sono pieno di terra e di sabbia. È un’usanza che non so se abbia una connotazione religiosa, una semplice funzione pratica, o entrambe. Sta di fatto che il lavabo è ben in vista nella sala dove si mangia. Entro guardingo, come se mi stessi introducendo illegalmente in una proprietà altrui. Sono un po’ insicuro ma anche molto curioso. Vedo due lunghe tavole basse disposte vicino alle pareti della stanza e le persone sono accomodate con le gambe incrociate su tappeti colorati. C’è una sorta di penombra che rende tutto molto indistinto. Non posso assolutamente passare inosservato e infatti gli sguardi si rivolgono verso di me, e io osservo una lunga successione di facce, barbe, kefiah, pakol e kurta. Ci sono portate di riso e kebab e tante forme del classico pane schiacciato. I loro occhi si muovono attenti e i loro discorsi sono un mormorio incomprensibile. Mi siedo e ordino una zuppa e un piatto di riso. Un uomo seduto a gambe incrociate accanto a me comincia a parlare in inglese e mi chiede di dove sono. Gli dico che vengo dall’Italia. Vorrei avere una mappa del mondo, ma non ce l’ho. Dallo zaino però tiro fuori i miei fascicoli e gli mostro una pianta dell’Afghanistan divisa per gruppi etnici e lingue parlate. Gli chiedo quale lingua parla lui. «Dari e pashtu», mi risponde, «ma qui si parlano tantissime lingue e dialetti, non solo quelle che vedo elencate nel tuo foglio». È l’ennesimo scambio di parole che faccio oggi. Poco fa due ragazzi mi hanno raccontato di essere iscritti all’università e anche loro, in un ottimo inglese, mi hanno detto che parlano dari e pashtu, le due lingue ufficiali dell’Afghanistan.
Decido di mangiare il riso senza posate, e con le mani, un po’ impacciato, comincio a raccogliere i chicchi, saporiti e speziati. Il signore a fianco a me, accarezzandosi la barba, mi racconta che per raggiungere Kabul da Sultan Ishkashim ci vogliono undici ore di pullman. Di tanto in tanto lungo il tragitto possono esserci i posti di blocco dei talebani. «Così è il nostro paese».
Il regime dei talebani è il frutto della violenza, della povertà, della disperazione e dell’ignoranza in cui l’Afghanistan è stato sprofondato dalla volontà di potenza di piccoli e grandi signori della guerra. Il desiderio di riscatto che ho colto negli occhi dei due ragazzi iscritti all’università è ammirevole. Sono confuso, chino sul mio piatto, mi chiedo «cosa prova questa gente?». Dalla finestra che dà sul terrazzo scorgo lo sguardo sbarazzino di una bambina che mi osserva. Incrocio il suo sguardo e lei, sorridendo e poggiandosi una mano sulla bocca, si nasconde. La genuinità dei bambini rasserena e rischiara anche i pensieri più bui.
Esco dal ristorante e cammino lungo l’unica strada del villaggio; scendo dalla collina seguendo il sentiero che porta alla fattoria dove alloggio e, osservando il paesaggio, colgo un forte senso di rispetto per la terra; non c’è esibizione, non c’è nulla qui che debba essere mostrato, esposto, ostentato. A Sultan Ishkashim c’è il modesto operare quotidiano del contadino che coltiva il suo campo; lo stesso contadino è anche costruttore che erige pietra su pietra la sua casa.
Salgo di nuovo sulla cima del monte vicino alla fattoria e dedico un breve momento alla lettura in questo paesaggio immenso e sconfinato.

«Sembra che altrettanto non avvenga, ad esempio, per l’uomo intriso della religiosità islamica più fervida, ispirata a una concezione del mondo meno arrogante – ma addirittura spietata nei suoi obiettivi di grande e persino assurdo rigore – nei confronti della sacralità della natura» [108].

Un enorme ghiacciaio su una delle alte cime dell’Hindu Kush troneggia sul villaggio. Sarà il Tirich Mir? Il Noshaq? il Kohe Mandaras? Sento profumo di menta nell’aria.
Il punto più alto dell’Afghanistan è proprio il monte Noshaq che raggiunge un’altezza di circa 7500 metri. Il Noshaq si trova al confine tra Pakistan e Afghanistan, i lati settentrionale e occidentale della montagna si trovano in Afghanistan mentre le parti meridionale e orientale della montagna sono in Pakistan.
Sultan Ishkashim è la porta d’accesso per entrare nel Corridoio del Wakhan, ed è probabilmente un esempio di ciò che si può vedere nel resto dell’Afghanistan. Ora invece sto per entrare in una sorta di isola, in un territorio che è rimasto escluso non solo dai fatti recenti che hanno portato l’Afghanistan al centro dell’attenzione, ma anche dalle vicende di epoche più o meno remote. È una fetta di terra che ha poco a che fare con il resto del paese. Si potrebbe dire che forse ha poco a che fare con il resto del mondo. Le vette dell’Hindu Kush sono state di ostacolo non solo ai commercianti che viaggiavano lungo l’antica Via della Seta, ma anche alle orde barbariche provenienti dalle steppe dell’Asia centrale; ciò ha favorito la sopravvivenza di diversi gruppi etnici e delle loro culture. I kafiri, o nuristani, abitano da secoli le zone montuose dell’Hindu Kush e del Pamir. Sono di origine indoeuropea ed è evidente dai loro tratti somatici la mancanza di qualsiasi tipo di legame con le altre popolazioni del territorio: alcuni di loro hanno capelli biondi e occhi azzurri.
Non so se chi ho visto a Sultan Ishkashim, e chi sto vedendo ora, abbia origini kafire, ma è davvero singolare il contrasto tra gli occhi chiari e il colore bruno della pelle. Gli sguardi di queste persone sono ammalianti, hanno la stessa forza degli spazi immensi che sto percorrendo; esprimono la vastità, l’indeterminatezza, la ruvidità di questo luogo.
Il paesaggio è lunare, è sostanzialmente un deserto ad alta quota. La strada sterrata rende il viaggio più suggestivo ma anche molto faticoso; si alza terra e sabbia lungo tutto il percorso e si fatica a concentrarsi sui particolari. Sabbia e terra si infilano ovunque, si confondono con la foschia e la visibilità è sensibilmente ridotta. Da questo spazio senza dimensioni compaiono figure che si muovono a piedi, uomini in kurta con il pakol in testa e donne con ampi veli colorati. Mi chiedo dove vadano e dove vivano. Attraversano lunghi tratti disabitati, ma probabilmente il concetto di spazio per queste persone è completamente diverso da come lo intendo io.
Le lande pietrose si alternano a campi coltivati e a pascoli. Da queste oasi colorate che spezzano l’uniformità del paesaggio, donne e bambini osservano incuriositi il passaggio della jeep.
Alzando lo sguardo, alte cime innevate svettano e dominano il territorio.
L’ottenimento del visto è una procedura lunga che prevede più controlli incluso l’incontro con il governatore locale. Sono a Khandud, un centro che si snoda lungo la strada. Ci sono poche case, qualche chiosco che vende generi alimentari, per lo più confezionati, soprattutto biscotti e bibite. È uno dei punti di riferimento per la valle ed è qui che si espletano le ultime pratiche burocratiche per entrare nel Corridoio. È giovedì pomeriggio e, dal momento che gli uffici sono chiusi, vengo ricevuto direttamente dal governatore. Mi chiedo se questo non sia un gesto curioso voluto dal governatore stesso per distrarsi e animare la sua giornata o se sia un’esigenza determinata da un’effettiva mancanza di personale. Sono sorpreso e un po’ intimorito; è interminabile la successione di verifiche. Entro nel cortile di un edificio e vengo ricevuto da questa persona dal forte carisma, punto di riferimento per il villaggio e per la vallata. Lui rimane seduto su una sedia, e io, in piedi, lo osservo mentre studia i miei documenti e il mio permesso. Si dimostra cordiale e, indifferente all’idea di terminare velocemente il lavoro, mi chiede perché sono venuto in Afghanistan, cosa mi interessa di questo paese e di cosa mi occupo in Italia. Sembra sinceramente spinto dal desiderio di conoscere i visitatori stranieri e rispondo felice di fargli capire che sto vivendo un’esperienza per me estremamente importante. Esco dal cortile con il permesso approvato e vedo che, circondato da bambini e da altre persone del villaggio, osserva la mia partenza. Ha davvero un fare distinto ed elegante. Lo vedo come un personaggio di altri tempi, come potevano essere i maestri di scuola di tanto tempo fa, con quel piglio severo, ma solo in superficie, buono e di cuore nel profondo dall’animo. Salgo sulla jeep e proseguo il mio viaggio nel Wakhan afgano.
Superato il piccolo centro, si apre una valle sterminata, paragonabile per bellezza solo alla Valle dello Zanskar. Dietro ad alti costoni pietrosi senza vegetazione si ergono alte montagne innevate e imponenti ghiacciai. Cina, Pakistan e Tagikistan, Grande e Piccolo Pamir, Hindu Kush e in lontananza il Karakorum: sono in mezzo a tutto questo.
Nel pomeriggio arrivo a Qila-e-Panja dove dormo una notte. Dedico il resto della giornata a visitare i dintorni di questo luogo. Cammino lungo sentieri che passano attraverso coltivazioni di orzo e grano e raggiungo la riva del fiume Wakhan. Gli uomini e le donne si occupano della mietitura e della trebbiatura con l’aiuto degli asini; i bambini invece portano al pascolo gli animali. Trovo un posto comodo dove distendermi, una pietra liscia e lunga fa proprio al caso mio. Mi concentro sul suono dell’acqua che scorre e approfitto di questo momento di relax per prendere un po’ di sole. Ormai ho imparato a conoscere questo ambiente, sono giorni che seguo le acque di questi fiumi, a momenti agitate, rumorose e burrascose, altre volte, come in questo momento, piatte, calme e riposanti. Poco distante si erge il monte Kohe Hevad, alto oltre 6800 metri.
La mia presenza non passa inosservata e un ragazzo si avvicina per scambiare due parole. Si capisce subito che è una persona estremamente gentile; è spinto sia dal desiderio di conoscere uno straniero, sia da motivi pratici. Non ha il coraggio di chiedere subito un aiuto e parliamo quasi dieci minuti, durante i quali non smetto di elogiare le meraviglie di questo luogo. Nella sua assoluta umiltà, questa persona ha un forte orgoglio e non sa come dirmi che è padre di famiglia e che per lui sarebbe di grandissimo aiuto un berretto o qualche indumento di lana. È il modo in cui lo chiede che mi paralizza, che mi spinge a non dubitare un secondo del suo bisogno. La correttezza, la discrezione, la riservatezza di questo ragazzo mi colpiscono e corro in camera a prendere un po’ di vestiti. Insiste nel farmi vedere la sua fattoria e nel farmi conoscere la sua famiglia. Camminiamo veloci attraverso campi coltivati e arriviamo alla fattoria, non facile da raggiungere se non a piedi; in jeep o in macchina è difficilmente raggiungibile. Schierati nel cortile interno vedo donne, bambini e anziani, più che una famiglia è una piccola comunità. «Guarda quella finestra azzurra», mi dice «è la finestra della mia camera». «Quando vuoi, se tornerai qui, sarai sempre nostro ospite» mi dice. Capisco subito che, oltre alla innegabile gentilezza, da parte di queste persone c’è il desiderio di entrare in un circuito turistico, ed effettivamente ad un certo punto mi dice «la fattoria è grande, la prossima volta potete venire qui a dormire. Puoi aiutarmi a fare in modo che la mia fattoria possa accogliere turisti?» Certo che vorrei, ma come posso fare? Gli dico che non sono né una guida, né un dipendente dell’agenzia, sono solo un turista di passaggio. Vedo che sono tutti intenti a osservare i vestiti che ho regalato. Serviranno certamente per superare il freddo inverno, le temperature da queste parti sono sicuramente rigide.
Il giovane padre non è l’unica persona che mi chiederà di entrare in un circuito turistico. Altre persone me lo chiederanno. Un po’ di turismo ha cominciato a ricomparire in queste località, il numero di persone che vi transita è irrisorio, ma sono pur sempre una alternativa alla dura vita dei campi, e sicuramente molto più remunerativa. Onestamente non so cosa pensare, non so se sia giusto o se sia sbagliato questo ristabilito contatto con l’esterno. Però non sarà certo il movimento di un centinaio di persone all’anno a rovinare gli equilibri di questa valle. Penso piuttosto sia ben più temibile la vicinanza con la Cina che, qualora decidesse di riaprire i confini, modificherebbe in modo irreparabile l’armonia di questo posto.
Continuo ad addentrarmi nel Corridoio, in un contesto paesaggistico talmente imponente da diventare un’esperienza mentale, emotiva. È una natura che si accorda con la spiritualità, è una natura illuminata quella che osservo. Anche in questa occasione mi sento estremamente fortunato a poter fruire di tanta bellezza. È il silenzio a offrire l’accesso alla meraviglia di questo luogo; nel silenzio la natura si rivela. Nel silenzio si coglie il suo significato più profondo e lontano; nel silenzio la successione di ampie montagne appaiono investite di una ampia sacralità. Ma sono inafferrabili.
È un’immersione totale che assorbe, mi nutro di “altrove”, di “oltre”. Il silenzio è la firma di questo luogo; sostanza quasi tangibile.
Arrugginiti dal rumore della città, provo a riaccendere i miei sensi; ascolto, non solo con le orecchie ma anche con il cuore.
Sosto a Gozkhan in una casa ricoperta di tappeti color porpora e amaranto; riposo lo sguardo, incapace di continuare ad accogliere l’immenso che c’è là fuori. Continuo a rimanere stupito dall’ospitalità delle persone del luogo. Immagino i proprietari delle case dove mi fermo come i custodi del silenzio della valle e dei suoi più reconditi segreti. Li ascolto parlare in dari o pashtu. Alle mie orecchie questi suoni evocano gli spazi della grande valle in cui mi trovo. È una visione soggettiva, è la mia visione dell’esperienza che sto vivendo.
La sequenza di ampie montagne continua in direzione di Sarhad-e Broghil. Il massiccio bianco del Baba Tangi, la successione di picchi attorno all’Urgard, le ampie valli fluviali sono una visione maestosa. La varietà è impressionante: il paesaggio che oggi si apre davanti ai miei occhi è come se fosse la somma di tutti i paesaggi del silenzio che ho visto nei miei viaggi.
Lungo il percorso incontro la regina di questa valle. Lei non sa di essere una regina, ma per me, per un istante, lei lo è. Impaurita e tremante, accetta sconcertata i regali che le vengono porti da noi, insoliti estranei. Qualche vestito, delle noci e dei pennarelli. Non capisce, forse non avrà mai ricevuto un dono in tutta la sua vita. Si commuove e continua a tremare. Avrà al massimo tredici anni. È vera, i suoi sentimenti sono reali. L’espressione del suo volto si imprime nella mia mente: esprime il senso di questa valle selvaggia, isolata dal resto del mondo. Non ho mai visto e vissuto nulla di simile. Nei libri avevo cercato informazioni sui Wakhi, ma come spesso accade, vedere di persona, vivere dei luoghi e osservare i suoi abitanti è diverso. È l’esperienza personale a donare valore.
È un contatto tra esseri umani di straordinaria potenza; senza filtri, diretto, la cui forza un po’ mi spaventa. Sto modificando degli equilibri consolidati con la mia sola presenza. Osservo l’ingenuità, la purezza, l’istinto dell’essere umano nella sua forma più naturale.
Risalgo sulla jeep e osservo la ragazzina uscire gradualmente dal mio campo visivo, la vedo sfumare nella foschia, in compagnia dei suoi fratelli e delle sue sorelle.
Ciò che ho appena vissuto è un episodio di una semplicità disarmante, non ho sostanzialmente fatto nulla se non scendere dalla mi vettura per salutare delle persone. Eppure questo breve incontro crescerà nella mia mente e so che diventerà uno dei ricordi più significativi di questo viaggio, più dei meravigliosi paesaggi che sto attraversando e nei quali mi trovo in questo momento.
La jeep sale e scende sui costoni delle montagne. La carrozzabile, particolarmente accidentata, segue il corso del fiume Wakhan e in alcuni punti gli strapiombi sono particolarmente vertiginosi. Non come quelli della Karakorum Highway, ma la strada forse è ancora più disastrata e non lascia un attimo di respiro.
Si percepisce la materialità delle pietre, della sabbia, della ghiaia, la fluidità dell’acqua del fiume, in alcuni punti particolarmente impetuoso. Chissà se anche questa terra pura e selvaggia verrà orribilmente ferita. Chissà se davvero la Cina interromperà o annullerà il silenzio antico di questo luogo.
Nel primo pomeriggio giungo a Sarhad-e Broghil, uno di quei luoghi che appena osservi sai che si incuneeranno dritti nella mente, talmente particolari che è più verosimile vedere in sogno che nella realtà. Si rimane attoniti, incapaci di parlare. Estasiati, in silenzio, si osserva, affascinati dalla forza che emanano, e si cerca di assorbirla e di trattenerla dentro di sé; quel poco, quel che si riesce. Rare volte mi è successo di vivere momenti così intensi, mi è capitato in alcuni luoghi speciali della Groenlandia, a Uunartoq e nella baia di Narsaq, e a Baltit nel Gilgit-Baltistan.
Sarhad-e Broghil è a tremila duecento metri sul livello del mare, eppure, pur essendo già ad una altitudine piuttosto elevata, è interamente circondata da alte vette. Durante tutto il tragitto per raggiungerla, e nel villaggio stesso, si vedono picchi di cinque, sei, settemila metri. Li osservo e provo una sensazione di fragilità infinita; mi sento minuscolo. Dalla parte del Pakistan, oltre le immense cime innevate, si trova Gilgit e la Valle dell’Hunza. In linea d’aria non sono lontane, sulle mappe sono vicine a dove mi trovo ora, ma attraversare quelle montagne che ora osservo, e superare il passo Irshad Uween, mi sembra un’impresa titanica. Sono avvolte da ali pesanti di silenzio.
Solo, isolato in questa valle, il popolo Wakhi ha mantenuto le sue tradizioni e tutto è rimasto cristallizzato in un passato remoto, lontano dal mio tempo e dal mio mondo.
Il Corridoio del Wakhan è un vero e proprio tempio. È sacro per la fertilità della terra e per lo splendore di tutto ciò che lo compone. Il suo popolo ha preso dimora qui lavorando la terra e per lunghi secoli, con devozione, ha raccolto i suoi prodotti con la sola forza delle mani; e così fanno ancora oggi.
Entro in una casa fatta di pietra, le mura sono spesse e bianche e l’interno è buio e senza una luce. C’è un grande ambiente con al centro il forno per cucinare il pane; tavole basse, tappeti e materassi per sedersi, mangiare e dormire. Fuori, nel cortile, gli escrementi delle mucche sono appoggiati a terra a seccare.
Dormo in una di queste case su un morbido materasso rosso appoggiato su un tappeto color porpora. Ho già la sensazione che tutto quello che sto vedendo si trasformerà in ricordi più simili a un sogno che alla realtà.
Sono di passaggio, non vivo le difficoltà e la durezza di questo luogo. Vedo solo le meraviglie naturali, osservo l’alba e il tramonto che colorano questo piccolo villaggio, ai miei occhi tanto distante anche solo da Sultan Ishkashim. Una distanza che non è fatta di chilometri, ma di modo di vivere. È un viaggio nel tempo. A Sarhad-e Broghil anche le cose più piccole, una penna, un blocco di carta, una matita hanno un valore. La gioia negli occhi dei bambini è genuina, oltre che contagiosa. Anche loro hanno la vastità di questi luoghi nei loro occhi, nei loro sguardi. Chissà per quanto ancora rimarrà questa genuinità.
Sono un fortunato osservatore di una fragile realtà appesa ad un filo.
Un mondo così vero non può non avere usanze forti e veraci. Assisto ad una partita di buzkashi, lo sport nazionale afgano, un gioco che scalda gli animi delle persone, non solo di questo, ma anche dei villaggi limitrofi.
Il corpo ancora caldo di una pecora appena decapitata viene tirato, smembrato, conteso da due gruppi di uomini a cavallo. È uno sport estremamente violento, senza regole. È un gioco antico che si perde nella notte dei tempi, la cui funzione probabilmente era preparatoria alla guerra. La piccola folla che è venuta ad assistere all’evento è affascinante tanto quanto il gioco stesso. Osservo i loro volti, i loro abiti, kurta, ma anche giacche pesanti in pelle, vestiti più invernali che estivi; non ci sono regole neppure nell’abbigliamento. È un’umanità che prorompe e che mi ricorda i quadri di Bosch; prende vita e si scalda.
In questa baraonda conosco un ragazzo che mi racconta di avere camminato per un intero giorno per raggiungere Sarhad-e Broghil, dove abitano i suoi parenti. È iscritto all’università ed è tornato qui solo per un breve periodo. Mi guardo attorno e vedo solo l’imponente scenario delle montagne e una striscia di terra, la carrozzabile, che è l’unico legame con il resto del paese. Qui la lontananza non è definibile in termini chilometrici, il Corridoio non è poi così esteso, quanto in termini più astratti. Vivere in questa terra significa non avere contatti con il mondo. Associo il Corridoio del Wakhan a immagini di luoghi inesplorati e disabitati, non all’università. E invece mi sbaglio. Chi è nato e vive in questi piccoli centri abitati può essere spinto da un desiderio di riscatto, si può affrancare da quii. Sento nelle parole di questo ragazzo la voglia di farcela con le proprie forze, di costruirsi un’alternativa alla vita nei campi, o per lo meno di provarci. La sua deve essere un’esistenza di soli sacrifici, distante anni luce dalla mia.

«Ogni visione durante il nostro viaggiare diventa chiara se la riportiamo nella nostra organizzazione delle memorie e delle esperienze. Tutto ciò secondo gli schemi e i giudizi di valore della cultura che ha alimentato la nostra visione delle cose» [109].

Le mie esperienze di vita divergono in tutto rispetto a ciò che vedo qui, mi ritrovo solamente nei grandi sorrisi di questo ragazzo, nel suo entusiasmo verso la vita.
Mi abbandono al flusso umano e assisto al gioco nella calca che si è creata sulle colline del villaggio. Seguo le due squadre mischiate in un unico grande assembramento umano, non capisco in cosa consista questo gioco e dove onestamente siano le squadre. È però affascinante osservare questa scena, così accesa e viva, questo movimento vorticoso, questa specie di orda selvaggia che si sposta con guizzi improvvisi in uno scenario immobile, solenne e imponente.
Anche ora intercetto più elementi insieme, presto attenzione sia alle vaste aperture del mondo, ai suoi arcani silenzi, sia ai rumori dell’uomo che scorrono sopra il silenzio. Le differenti dimensioni del reale.
La giornata, dopo la partita di buzkashi, dopo l’esplosione di vita, si trasforma lentamente, e assume un colore completamente diverso.
Con le prime luci della sera mi avvio a piedi verso un villaggio vicino, a trenta minuti di strada. L’euforia, il groviglio umano di prima sono spariti, dissolti. A loro posto ora c’è una lunga strada circondata da montagne e da campi che percorro con le tenui luci del tramonto. Incrocio il ragazzo di prima, mi supera, lo saluto e vedo la sua sagoma sparire all’orizzonte.
Raggiungo il villaggio dove non c’è molto da vedere. Ci sono solo poche case. Un signore anziano mi invita a entrare nella sua casa, buia e fumosa, e tutta in pietra. Nella stanza principale una donna col bambino, avvolti nel fumo, sembrano un’immagine sacra, che si oppone all’irruenza sprigionata durante la partita di buzkashi. Li osservo incantato. Fuori, il paesaggio con la luce del tramonto favorisce un breve raccoglimento intorno al ricordo di chi non c’è più. Sono tuoi questo panorama e questo momento, Lucia.
È la Madonna della valle, anche lei a sua insaputa. Un dono a cui non è abituata le fa scendere lacrime di felicità: una coperta che terrà al caldo il suo bambino nel periodo invernale.
Luci e ombre nella valle. La condizione della donna è complessa: è proprietà dell’uomo e suppongo che pochi siano i suoi diritti. Purtroppo la perfezione non esiste da nessuna parte. Nonostante ciò, nonostante i climi difficili e la dura vita dei campi che invecchiano precocemente, nonostante alcuni aspetti forti e crudi, Sarhad-e Broghil e la gentilezza dei suoi abitanti mi hanno lasciato un segno.
«Tasha kr», grazie, mi dicono sorridendo i suoi abitanti. «Salam» rispondo io, con la mano appoggiata sul cuore. (Non so come si scriva il loro ‘grazie’, trascrivo la pronuncia).
Oltre Sarhad-e Broghil si apre uno spazio sterminato, percorribile solo a piedi. Qui vive un esiguo numero di nomadi khirghizi che, come descrive Turri, «non trasformano la terra, non costruiscono edifici. Il loro paesaggio sta tutto nei loro occhi» [110].

Dopo tre giorni di trekking si raggiunge Baza’i Gonbad, vicino a un’altra vetta dell’Afghanistan, Sakar Sar, e poi si procede fino al confine con la Cina. Nel 2016 ho assaporato la magia di dormire in una yurta kirghisa in alta montagna, ma questa avventura nella punta finale del Corridoio, una vasta prateria alpina che si estende per cento chilometri, mi attrae tantissimo. Chissà se un giorno tornerò qui per spingermi nei sentieri del Piccolo Pamir, e, chissà, per vedere un esemplare della pecora di Marco Polo o di un leopardo delle nevi.
Sarhad-e Broghil invece, almeno per quest’anno, è il punto più estremo del viaggio. Il tragitto che dovrò percorrere ora per tornare a Sultan Ishkashim è essenzialmente lo stesso dell’andata.
Passerò nuovamente per Qila-e-Panja e farò una sosta nel piccolo villaggio di Kret, posto proprio sotto l’imponente Baba Tangi, alto 6500 metri.
La Valle del Wakhan è una realtà a parte, genuina e integra; non facile, forse non augurabile a nessuno di abitarla, ma enormemente affascinante. Tutto ruota attorno al lavoro dei campi di grano e di orzo, e alla pastorizia. L’unica forza lavoro viene fornita dagli asini, animali che, con il loro sguardo sommesso, svolgono le attività più pesanti, portano pesi, fungono da mezzi di trasporto e quando arriva la stagione estiva, vengono usati per fare la trebbiatura. L’incontro con la popolazione dei Wakhi è di grande impatto emotivo. Vivono nella vallata da 2500 anni e la setta sciita ismailita cui appartengono è ancora intrisa di riti sciamanici; spesso capita di vedere pezzi di stoffa appesi agli alberi che ricordano le bandierine tibetane, oppure santuari decorati con corna di stambecchi. Qui non si riscontrano aspetti di fanatismo religioso; questa è una parte dell’Afghanistan lontana dalla guerra e dalla presenza dei talebani. Ma il resto del paese invece è perennemente in guerra. È ferito, instabile. Il fragile mondo rurale nel Corridoio del Wakhan, isolato, a sé stante, è imbrigliato in un mondo fatto di sofferenza.
Il proprietario della casa dove alloggio, un uomo oltre la settantina, una sera ci racconta com’era la vita a Sarhad-e Broghil e nella valle durante l’occupazione sovietica avvenuta tra il 1979 e il 1989. Mi immaginavo racconti dolorosi e ricordi spiacevoli. L’Unione Sovietica quando diede ordine al suo esercito di invadere il paese asiatico, compì un atto di forza che si rivelò essere solamente una terribile tragedia. Fu il periodo in cui il presidente degli Stati Uniti firmò una direttiva per la fornitura di aiuti bellici ed economici ai mujaheddin per appoggiare l’elemento religioso in funzione anti-sovietica. I mujaheddin vennero appoggiati anche dai pasdaran iraniani e dall’Arabia saudita. La premessa per la fine dell’occupazione fu l’avvento al Cremino di Michail Gorbaciov. Tuttavia, finita l’occupazione, per l’Afghanistan sarebbe iniziato un periodo di grave instabilità politica e di nuovi drammi: lotte tra mujaheddin, presa del potere dei talebani e intervento statunitense post 11 settembre.
Tutto questo sembra non avere minimamente sfiorato il Corridoio del Wakhan. Questo canuto signore ricorda positivamente la presenza dei russi. «Ci costruirono la strada carrozzabile e arrivò un po’ di benessere» racconta. Luogo di transito, il Corridoio probabilmente beneficiò della presenza degli invasori con quel poco che poteva servire per vivere meglio. I russi qui erano solo di passaggio, non avevano interesse a fare nulla in questo posto e i suoi abitanti vissero marginalmente i drammi del loro paese.
Chissà se l’Afghanistan emergerà come una nuova farfalla dalla crisalide, chissà se sarà proprio il Corridoio del Wakhan ad aprirsi al resto del mondo e a dare un impulso affinché i paesaggi maestosi di questo paese possano ritrovare nuovi osservatori, o le voci e la vivacità delle sue città possano trovare nuovi ascoltatori, o gli odori delle sue mercanzie possano tornare a riempire le narici di curiosi viaggiatori.
Chissà invece se questa vulnerabile e fragile valle sarà destinata a cadere in una immensa voragine, in una oscurità senza limiti.
A Sultan Ishkashim forse le persone sono più smaliziate. Dopo giorni di permanenza in Afghanistan, oggi, che sono tornato in questa città, osservo con occhi più attenti e mi accorgo che accenni di fondamentalismo probabilmente sono giunti anche qui; non tutti gli sguardi esprimono accoglienza. Ma questo non modifica affatto la mia opinione e il mio giudizio su ciò che sto vedendo.
Oggi si festeggia Eid-al-Adha, la festa del sacrificio. Il rito che la contraddistingue è l’uccisione di un montone, una pecora o un agnello. È un’occasione per vestirsi a festa e per passare tre giorni insieme alla propria famiglia. Osservo le mani dei bambini macchiate di rosso; è un’immagine molto forte, suppongo sia un richiamo al gesto dell’uccisione dell’animale. Il suono del carretto dei gelati li anima, e con le loro mani impiastricciate di colore corrono a comprare un cono gelato, un intramontabile e universale desiderio coltivato da qualsiasi bambino di questo pianeta. È questa la mia ultima immagine di Sultan Ishkashim.
Sono tornato in Tajikistan. Gli otto giorni trascorsi in Afghanistan emergono ora con forza, otto giorni fuori dalla realtà, o più precisamente in una realtà più simile ad un sogno. Mi sento stordito, forse per la stanchezza o forse per la quantità di cose viste. Il fiume Panj separa nettamente due popoli. Nel Corridoio del Wakhan i suoi abitanti sono forgiati con lo spettacolo di forme e colori che li avvolge. In loro vedo noi esseri umani di un tempo, e percepisco il desiderio di tornare là, dove eravamo, come eravamo. Sento di vivere in un mondo da cui non posso evadere, se non a volte e solo per poco tempo.
La parte di viaggio trascorsa in Afghanistan mi ha permesso di vivere un numero relativamente ristretto di esperienze, ma di enorme ed eccezionale intensità. C’è un’evidente sproporzione tra quantità e intensità. Esattamente come il tratto di strada percorso, cinquecento chilometri tra andata e ritorno, non tanti, ma parevano infiniti. È una realtà slegata da tutto, ma in senso positivo.
Colpisce infatti come varcato il fiume Panj, che separa l’Afghanistan dal Tagikistan, tutto cambi radicalmente, nonostante gli elementi geografici restino gli stessi da entrambi i lati. Sarà che forse i Wakhi hanno la vastità di quelle valli nei loro occhi e nei loro sguardi; sarà il silenzio antico in cui sono immersi i piccoli villaggi; sarà la sabbia e la polvere che si respira tutto il giorno; saranno le strade accidentate, fatte di pietre e di buche, che non lasciano un attimo di respiro e sembrano non finire mai; sarà la gentilezza e l’ospitalità dei suoi abitanti; saranno i sorrisi contagiosi dei bambini. Ma il Corridoio del Wakhan pare davvero un mondo a parte. Immenso, puro, selvaggio.
A differenza dell’andata, la mente e il corpo ora sembrano disgiunti. Il corpo ripercorre a ritroso la strada che faticosamente mi riporta a Dušanbe. La mia mente prosegue oltre Sarhad-e Broghil, sulle alte valli scavate dai ghiacciai, dove il vento soffia con furia, dove il freddo inibisce quasi tutte le forme di vita.

 

10.
LENTEZZA

REO PURGYIL. Ghiaccio sacro, silenzio ritrovato

INDIA, HIMACHAL PRADESH 2019

«[…] Le montagne hanno donato all’umanità culture laboriose e al tempo stesso altamente spirituali. La essenzialità degli elementi disponibili alla vita: dall’ossigeno all’acqua, dalla terra coltivabile ai pochi vegetali, dal calore solare stagionale agli animali addomesticabili, sino alle poche parole udite profondamente e cantate nel silenzio della rarefazione, ha acuito la capacità di ascolto delle popolazioni montane, l’artigianalità esperta attraverso i pochi materiali e le raffinate e infinite elaborazioni, il seguire di giorno in giorno l’intrecciarsi con la morte della vita, con gioia e senza paura, ma anche con melanconia e cura e passione. La marginalità montana rivela la marginalità propria alla stessa vita dell’uomo: mortale ma infinitamente interpretabile, fragilissima eppure sublime a ogni luogo in cui discreto tenti di porre dimora» [111].

All’inizio di ogni viaggio, in aereo, sperimento una piccola metamorfosi, i pensieri gradualmente mutano. Quest’anno, più che in passato, affiorano i ricordi delle esperienze vissute; radicati nella mia testa, si sovrappongono e si mescolano, ed ora erompono con tale intensità da occupare tutto lo spazio disponibile. Di colpo non penso ad altro se non ai luoghi visti, e provo a immaginare ciò che vedrò. La mia ricerca del Silenzio è un percorso in continua evoluzione che mantiene un’idea precisa di fondo. Sono passati otto anni da quando ho deciso di imprimere i miei pensieri sulla carta; ciò che racconto sono frammenti della mia vita che messi insieme fotografano una parte della mia esistenza. I miei viaggi sono momenti di pausa dalla routine quotidiana, nei quali ho tempo di riflettere e di descrive ciò che mi piace, ciò che vedo, ciò che sono. Sempre più forte emerge il desiderio di conoscere, di dare profondità alla mia esistenza, di inseguire ciò che mi attrae, mi riempie e mi arricchisce.
Paesaggi immensi e culture millenarie, è questo ciò che desidero vedere quest’anno. Montagne e ghiacciai, sede di silenziosi monasteri buddhisti, dove ci si può estraniare, stupire e meravigliarsi.
Il mio vivere la montagna non è volto allo scopo della cima o della parete, piuttosto alla contemplazione e all’esplorazione.

Per giungere dove è possibile sperimentare il silenzio, dove la mente si schiarisce e i pensieri fluiscono liberi, si deve per forza cominciare dal basso, dal caos, dal rumore.

La stazione dei treni di Delhi è un tuffo nell’India, è il punto di partenza di questa nuova esperienza; è un luogo che mi tiene ancorato al mio mondo, fatto di movimento, di persone, di dati oggettivi e misurabili, di elementi concreti e tangibili; ma non riconducibili alla mia quotidianità. C’è tanto da osservare, non solo per l’effettiva varietà dell’insieme, fatta di colori, profumi e odori insoliti, ma per la quantità di elementi per me nuovi, di soggetti e avvenimenti che si avvicendano davanti ai miei occhi: fuori dalla stazione ci sono i tuk tuk, traffico, viavai continuo; all’interno c’è chi vende ruote per valigie, chi porta grosse e pesanti valigie appoggiate sulla testa, chi guida una lunga fila di muli che flemmaticamente e placidamente si muove lungo i binari. Osservo chi sale e chi scende dai treni, chi attende la partenza seduto nei vagoni. Attendo un po’ spaesato il treno che mi porterà a Kalka, dove prenderò un altro treno per arrivare a Solan.

Salgo sul mio vagone, moderno, comodo, pulito e spazioso e lentamente esco da Delhi. Mi piace guardare gli scorci della città che si affacciano sui binari. C’è movimento di persone lungo le rotaie, ma sono piuttosto le case fatiscenti e le baracche a imprimersi nella mente, così come gli estesi tratti di terreno ricoperti di rifiuti.
La vita nei campi, che inizia a comparire dopo un po’, dopo le interminabili propaggini della grande città, mitiga la sensazione di disperazione che si respira osservando la periferia di Delhi. Le forme geometriche e irregolari dei campi di un colore verde brillante fanno da contraltare alle forme spezzate e irregolari dei sobborghi della città. Mentre mangio crocchette di patate e verdure, piccanti e speziate, continua l’alternanza di villaggi fatiscenti e campi coltivati. Le case sono per la maggior parte incompiute; sembrano abbandonate o in rovina, villaggi addormentati, spenti.
Scendo a Kalka per continuare il viaggio lungo la linea ferroviaria che unisce Kalka a Shimla, opera costruita dagli inglesi e divenuta sito Patrimonio dell’Umanità dell’UNESCO nel 2008.
Salgo sul ‘Toy Train’, un treno fatto di pochi vagoni che hanno un aspetto antico, un po’ fatiscente. Senza alcuna fretta, questo curioso mezzo si addentra nella foresta e si inerpica, oltrepassando tunnel e ponti, in un’area montuosa particolarmente panoramica, ricca di villaggi immersi nella fitta vegetazione. E’ un paesaggio che già conosco, noto forti similitudini con i dintorni di Kathmandu.
A ogni stazione viene fatta una sosta, più o meno lunga. Il fischio del treno ne annuncia la partenza e il percorso riprende. È un elogio della lentezza, di tempi dilatati, anch’essi antichi. A metà viaggio decido di sgranchirmi le gambe e scendo a osservare le specialità culinarie in vendita nei piccoli chioschi disposti lungo i binari: spiedini, polpette, zuppe. Assaporo il piacere del viaggio, non più quello veloce e insapore dell’aereo, ma il vero viaggio, quello della scoperta, dei particolari, del contatto con chi vive in questi luoghi.
Dopo un paio d’ore scendo dal treno e proseguo in macchina fino a Shimla. La natura è sempre più lussureggiante, ricca e varia. E’ un’esplosione di piante le cui specie purtroppo non so identificare, ma la cui rigogliosità è un vero piacere per gli occhi.
Dopo un tratto di strada in forte salita, con curve a gomito, arrivo all’albergo dove alloggerò per una notte. La foschia e le nuvole coprono il paesaggio e lo rendono misterioso. Rapidamente si fa buio e cala una silenziosa notte indiana.
C’è un’immagine che mi torna alla mente, e che emerge più delle altre, più del piccolo ‘Toy Train’, più dei tuc tuc, e più della maestosa vegetazione e della foschia sulle montagne. E’ apparsa subito, in questo primo giorno di viaggio. E’ l’immagine di un ragazzo musulmano con la classica tunica bianca, un kurta candido e pulito; il copricapo anch’esso bianco. Si è impressa l’immagine di questo ragazzo che cammina e salta sui binari poco fuori dalla stazione di Delhi, con in mano alcuni palloncini colorati. Mi ha dato la sensazione di libertà. Era a sé stante, staccato da tutto il resto, dalle case fatiscenti, dal caos della città, dalla cruda realtà. Questa figura bianca pareva trascendere tutto; aveva un che di onirico.
Shimla è una città modellata sulle colline. Capitale dell’Himachal Pradesh, questo grande centro non è fatto solo di vicoli a mezz’aria, di vegetazione rigogliosa, di edifici dal fascino antico, occidentale; di templi induisti posti sulle sommità delle colline, vere e proprie terrazze sulla valle, luoghi di silenzio gremiti di statue colorate di divinità induiste, come il Tempio di Tara o il Tempio di Hanuman.
È piuttosto una città ricca di storia. È visibile ed esplicita l’ingerenza inglese, ma sono gli avvenimenti del suo passato più recente, avvenuti nell’ex residenza del viceré britannico dell’India, oggi sede dell’Indian Institute of Advanced Studies, a contraddistinguere questa città. Shimla ha ospitato molti incontri politici tra cui l’accordo di Simla del 1914 e la conferenza di Simla del 1945. Nel 1972 in questo palazzo venne siglato l’accordo tra i governi di India e Pakistan per porre fine alla guerra indo-pakistana del 1971. L’ostilità esistente tra le due nazioni nacque a partire dalla divisione dell’India britannica avvenuta nel 1947.
Nella regione del Kashmir, dove non esisteva alcun confine riconosciuto da entrambe le nazioni, la linea del fronte esistente al momento del cessate il fuoco, avvenuto alle fine del 1971, fu eletta a demarcazione tra India e Pakistan. Tuttavia la speranza che l’accordo di Shimla potesse portare a una definizione della questione della spartizione del Kashmir si rivelò effimera: la mancanza di una chiara linea di demarcazione nell’impervia zona del Ghiacciaio Siachen portò a una nuova guerra tra India e Pakistan, che sancì l’impossibilità di pervenire a una risoluzione definitiva della questione del Kashmir.
Proprio il 5 agosto di quest’anno, il governo federale indiano ha annunciato la cancellazione di due articoli della Costituzione, abrogando lo statuto speciale dello Stato nord-occidentale di Jammu e Kashmir. La legge ha pienamente integrato il Jammu e Kashmir all’India e insieme ha separato la regione del Ladakh, garantendogli l’indipendenza amministrativa.
Le conseguenze sono state immediate e hanno riaperto una ferita che non è mai stata realmente curata e risanata. Si è ripresentato il rischio di un conflitto ai confini con il Pakistan, che rivendica la totalità del Kashmir. È cresciuto il rifiuto della leadership politica locale; ed è aumentato il rischio di tensioni sul territorio tra una maggioranza di popolazione musulmana autoctona e la minoranza indù in parte immigrata. Il rimescolamento delle componenti etniche e religiose, che lascerebbe agli indù il pieno controllo del territorio, potrebbe rinfocolare un risentimento su cui già sono cresciuti, nel tempo, gruppi di militanti e terroristi, in parte con connessioni e rifugi in Pakistan, in parte espressioni locali di organizzazioni jihadiste internazionali che hanno come obiettivo la destabilizzazione del Subcontinente indiano e di tutto il Sud-Est asiatico [112].

Durante i miei viaggi io sono essenzialmente un contemplatore, vengo rapito dai paesaggi, quelli che ti fanno pensare che non ci sia nulla di più perfetto, di più grande, di più illimitato; paesaggi rivelatori dell’intangibilità divina e della mortalità umana. Paesaggi sospesi, fatti di aria rarefatta, di roccia in verticale che svetta lucente, candida, disvelatrice delle zone ombrose che si dispiegano giù, dove vive l’uomo, con i suoi limiti e le sue imperfezioni, lì, in basso, laboratorio per la produzione di irrequietezza, di disordine, di rumore.
E da laggiù continua la mia salita su stretti tornanti e attraverso piccoli centri abitati arrampicati sulle pareti delle montagne. Penso al ragazzo musulmano con i palloncini in mano, stonato, per sua fortuna, rispetto alla realtà. Paiono spontanei, misurati e miti anche gli studenti in divisa scolastica, rossa e grigia, che passeggiano sulla strada principale. La vita in questi villaggi di montagna pare rilassata e tranquilla. Sono zone molto abitate dove si vive non solo di turismo locale, ma anche di agricoltura. C’è moltissima produzione di frutta, in particolare di mele, che viene raccolta e poi smerciata nelle grandi città. Molte case sono costruite su ripidissimi pendii in equilibrio precario. Anche le coltivazioni di mele sono disposte su ripidi costoni, riparate sotto grandi teli bianchi. La strada è molto frequentata, ci sono camion che trasportano le mele e pullman di linea, e molti sono i centri di raccolta di prodotti ortofrutticoli. Nonostante la vivacità del posto e il movimento continuo, c’è molto ordine.
Osservo una delle tante sfumature di questo grande paese. Sono paesaggi di montagna conditi con sapori di Asia che raccontano un altro possibile modo di vivere la montagna, o di vivere in montagna.
Una montagna riposante, accogliente, non ancora minacciosa, ruvida, spezzata. Una montagna che allontana la mente dalle riflessioni sui tanti difetti dell’essere umano; capace sì di stupire: con la sua inventiva e il suo estro ha costruito case, palazzi, monasteri, templi, ha inventato, progettato, creato, forgiato, plasmato. Ma allo stesso tempo ha distrutto, rovinato, sterminato, schiacciato. Viviamo costantemente nelle contraddizioni.
Osservo la leggera nebbia che cela le cime: non incute timore, non scurisce l’ambiente. Sto percorrendo la Hindustan Tibet Highway, l’antica rotta commerciale per il Tibet, lungo il corso del fiume Sutlej. I paesaggi verdeggianti e rigogliosi mi incantano e lentamente i miei pensieri mutano.

Percorro a piedi la strada principale di un animato paese, Rampur, nelle vicinanze di Sarahan. Le case e gli edifici sono costruiti lungo e sopra le sponde del fiume Sutlej. La vivacità del posto, percepita appieno toccando con mano, mescolandosi in mezzo alla gente, è dipesa soprattutto dal gran traffico, prevalentemente di camion, che intasa l’unica via del paese. E’ comunque una vivacità piacevole. L’uso massiccio dei clacson non è manifestazione di ansia e di rabbia. I volti della gente esprimono tranquillità, nonostante la confusione. Abituato ad un altro tipo di traffico, mi sorprende questa rilassatezza. E’ un diverso approccio alla vita.
Rampur è sede sia del ricco Padam Palace, posto sopra la via principale, in posizione esclusiva, quasi a voler richiamare l’attenzione su di sé; sia del più discreto ma incantevole Tempio Raghunath, più sobrio rispetto ai templi induisti di Shimla, più misurato e semplice; più consono, secondo i miei parametri, alla preghiera e alla riflessione.
Raggiungo Sarahan, un piccolo villaggio che in questo momento è avvolto dalla nebbia. Faccio una breve passeggiata sotto la pioggia e prima di andare a dormire leggo alcune pagine di Stanotte la libertà d Lapierre e Collins, per continuare il viaggio parallelo tra i segreti di questa terra incantevole, ma quanto mai complessa:

«Tracciando sulla mappa dell’Impero delle Indie la frontiera tra Pakistan e India, il giurista britannico Sir Cyril Radcliffe innescò senza volerlo una delle più grandi tragedie della storia» [113].
«L’uomo a cui era stata affidata la vivisezione dell’India proprio perché ne ignorava completamente i problemi» [114].
«Fu un vero e proprio cataclisma. Per sei settimane, l’India settentrionale fu immersa nel sangue e la carneficina raggiunse dimensioni apocalittiche. Come accade nelle ore più cupe dell’umanità, milioni di uomini caddero preda della follia omicida. Nessun villaggio, nessuna famiglia vennero risparmiati dal contagio: un breve, mostruoso massacro nel quale perirono un numero di indiani equivalente a quello dei francesi morti nel corso della Seconda guerra mondiale.
Ovunque, i più numerosi e i più forti se la presero con le minoranze più deboli. […] Dovunque i membri di comunità che fino a quel momento avevano convissuto fianco a fianco si scagliarono gli uni contro gli altri travolti dall’odio. Non era né una guerra vera e propria, né una guerra civile e neppure una guerriglia: piuttosto, una convulsione, il crollo, implacabile e improvviso, di un mondo. Un delitto ne provocava un altro, l’orrore richiedeva orrore, la morte generava morte. Ben presto, simile allo scheletro di un edificio già colpito che un’ultima bomba faccia crollare, i muri maestri di un intero settore della società indiana precipitarono.
Questo disastro non era fortuito. Fin dalla nascita, India e Pakistan erano due fratelli siamesi uniti da un tumore maligno, il Punjab. Il bisturi di Sir Cyril Radcliffe aveva reciso il tumore, separando così i gemelli, senza però eliminare dai rispettivi organismi le cellule cancerose. La sua spartizione aveva lasciato cinque milioni di sikh e di indù nel settore pakistano del Punjab e cinque milioni di musulmani in quello indiano.
[…] Il carnefice era perlopiù uno sconosciuto, ma a volte anche un amico» [115].

Sarahan è immersa nella nebbia anche di mattina, ma dal balcone della stanza in cui alloggio, con vista a strapiombo sulla valle, si scorge un bellissimo paesaggio sulle montagne del Medio Himalaya. Calato in questa dimensione che parla di noi stessi, di noi essere umani, abili ad organizzare, ad asservire il territorio, e a contenderselo con la forza, osservo le montagne coperte di nebbia e intuisco l’immensa forza latente della Natura. Qui giù gli uomini hanno costruito il complesso dei templi dedicati a Bhimakali, una affascinante serie di edifici in pietra e legno. Lassù, gli altri pilastri che sostengono il cielo, non hanno bisogno di parole, di spiegazioni, di scontri e battaglie; esistono di per sé stessi. Le alte cime del massiccio dello Srikhand Mahadev sono considerate una delle dimore di Shiva, luogo di pellegrinaggio religioso. Per contrastare la paura, il vuoto esistenziale, l’uomo ha bisogno di credere nel divino, di trovare una spiegazione concreta alle sue paure. Fino al XIX secolo nel cortile interno di questo complesso di templi venivano praticati sacrifici umani per placare le ire di Bhimakali. Cancellare esistenze per cercare di comprendere il senso stesso dell’esistenza. Qui, come altrove nel mondo, in epoche lontane. Oggi come allora resta invariata la necessità di affidarsi ad un principio unico animatore di tutto. Il principio vitale superiore, metafisico, divino. E invariata è la necessità di cercare un sostrato permanente, eterno, oltre l’apparenza delle cose.

«In India questo essere era concepito come frantumato in una molteplicità di essenze, tipico dei sistemi religiosi più antichi come il Jainismo o alcune scuole del Buddhismo. Oppure è concepito come essere puro, assoluta identità, il Brahan» [116].

«Shiva agita in una mano un tamburo e il tamburo evoca l’immagine del suono e il suono quella dell’etere, che di quello è il sostrato, il primo degli elementi, quindi la creazione. Ma nell’altra mano egli porta la fiamma, il fuoco che distrugge l’universo al termine di ogni evo; la Gran Madre è bianca e nera, Durga e Kali, vita e morte, ma nell’alterno seguirsi di queste due fasi è assicurata la continuità. Il tempo non ha fine, è illimitato: come tale si identifica con l’immortalità, con la sfera dove non c’è morte, oltre il sole» [117].

Osservo la nebbia che copre le montagne, che ne sfuma le forme, le cela e le scopre. Immagini sospese, giochi di nubi in cielo che offuscano la comprensione del reale. Queste montagne evocano il mistero dell’Essere e della vita.

Salendo lungo la valle del Kinnaur, l’aspetto di queste montagne comincia a diventare maestoso, imponente e aspro. A Karcham imbocco l’ampia valle di Baspa, tagliata dal fiume omonimo sulle cui rive, e poi verso la montagna, si trova un piccolo villaggio in pietra e legno, Batseri. E’ il primo esempio di sincretismo culturale e religioso che vedo quest’anno. Qui si professa sia l’induismo che il buddhismo. Sono presenti entrambi i templi, risalenti al XVII secolo. Non potrò mai sapere come effettivamente sono le persone che vivono qui, ma l’immagine che trasmettono è innegabilmente affascinante. Si dice che la diversità e la tolleranza religiosa hanno sede e fondamento stabile sia nella tradizione che nella legge della moderna tradizione indiana. Spero sia così anche in questi delicati momenti che vedono il Kashmir nuovamente sotto i riflettori.
Batseri è un piccolissimo agglomerato di case aperto verso diverse forme di pensiero. Il tempio induista è sintomatico in questo senso: sulla grande porta d’accesso ci sono immagini che rimandano al mondo cristiano, al mondo islamico, al mondo buddhista e, ovviamente, a quello induista. Isolato, tra le pieghe delle immensità himalayane, si cela questo piccolo gioiello.

Sosto sulle rive del fiume le cui acque scendono dai ghiacciai circostanti. È un’oasi di pace e di tranquillità.
Nonostante l’immensità di questi luoghi, la loro durezza e asperità, l’organismo umano è un riferimento importante. È al centro di questo mondo, è parte di esso. Ma, per gestirla, l’uomo ha divinizzato la natura; osservandola da qui, da tremila metri, su, verso i cinquemila, i seimila metri, capisco che sia inevitabile farlo. Questi piccoli templi che ho appena visto sembrano chiedere di accettare le proprie comunità, di essere ammessi in questi luoghi, di essere protetti. Che possano fare parte dell’insieme.
Nel mondo indiano l’ordinamento sociale è organizzato in caste. Quattro per la precisione. Non tutti vi rientrano, alcuni gruppi vivono nelle “periferie” della società, come i nomadi o banjara, o i gruppi tribali. In questi giorni ho visto nepalesi costretti a svolgere lavori di fatica in condizioni estreme. Anche loro sono ai margini della società. Non si possono eludere le leggi che regolano il mondo induista. Pensare a queste organizzazioni, così come a quelle del mio paese, perde di senso in un luogo dove la presenza dell’uomo comincia a diradarsi; dove la nebbia spegne le voci; dove le alte cime verso cui vado si alzano sempre di più. Dove è la Natura che comanda.

«La montagna ci osserva con occhi di pietra. O forse non ci vede, come un evento che dura in tutto un milionesimo di secondo non è intercettato dalla percezione umana. Questi monti ascoltano i millenni che passano, i lunghi corsi degli eventi geologici, i suoni delle glaciazioni che avanzano e si ritirano mentre plasmano valli e versanti. Forse la Terra parla su frequenze così abissalmente basse che occorrerebbero millenni di ascolto e distanze siderali per percepirne la voce. E ora, questo silenzio estremo convalida l’intuizione dell’idealista tedesco: “Il suono è l’elemento fisico che esprime con potenza e definizione i sentimenti del cosmo» [118].

Che sia vano e superfluo parlare di confini, di terre contese dall’uomo?

ll villaggio di Kamru, con i due templi, buddhista e induista, e la vecchia fortezza, è un altro esempio di sincretismo culturale. Scale ripide e case in legno e pietra sono gli elementi che caratterizzano il luogo. Il villaggio sorge ai piedi del Kinnaur Kailash, considerato la dimora estiva di Shiva. I pellegrini vengono qui per compiere il pellegrinaggio attorno alla montagna, parikrama per gli induisti, kora per i buddhisti. Poco più sotto, a Sangla, assisto ai festeggiamenti per il giorno dell’indipendenza. Le persone indossano vestiti eleganti; è una gioia per gli occhi, c’è un esplosione di colori, su tutti sembra predominare il rosso. Le cime spruzzate di bianco osservano distaccate dall’alto il gran movimento che agita la valle.
Lascio il villaggio e ripercorro a ritroso la valle di Baspa, con la strada a strapiombo sul fiume, per reimmettermi nella valle di Sutlej. La vegetazione dirada ed emergono le rocce. La valle si restringe e le pareti osservano con i loro occhi di pietra. Da qui per un po’ di giorni il percorso sarà tutto in salita. Arrivo nel villaggio di Kalpa, il capoluogo del distretto del Kinnaur, a 2900 metri. Qui ha sede il Tempio Narayan-Nagini che pare uscito da una fiaba, interamente costruito in legno e pietra, in intimo equilibrio con l’immagine del Kinnaur Kailash che troneggia sulla valle, oggi in parte celato da nubi, e con la corona di montagne che lo circonda come se dovesse ripararlo e difenderlo. Sono ormai molto vicino al Tibet e le influenze di quel mondo sono evidenti da quest’altra parte del confine. Non solo gli edifici cominciano ad essere simili a quelli che avevo visto in Tibet e in Ladakh, anche i tratti somatici delle persone sono in parte cambiati. Ma soprattutto l’atmosfera di questi villaggi è più semplicemente rilassata e serena.
Il mio modo di percepire il mondo qui è cambiato, ed è spiazzante, perché riesco a vedere meglio me stesso, o mi pare che sia così. Mi chiedo se non sia la sensazione di tempo sospeso che mi evocano le alte montagne. O il silenzio che percepisco lassù, su quelle cime innevate. Il mondo esterno e il mio mondo interno sembrano sovrapporsi; sono in sintonia. È la combinazione di questi piccoli templi, i loro profumi, è il contesto in cui sono inseriti che probabilmente rispecchiano il mio modo di essere. È uno dei tanti possibili luoghi in cui mi sento in pace con me stesso. Non c’è nulla di spirituale, credo sia più una questione di affinità, di accordatura con il mondo.

I boschi sono fitti di cedri e di pini, alcuni sono enormi, secolari. Il profumo fresco del bosco riempie le mie narici. Fresche sono anche le acque dei torrenti che scendono a valle. In questo contesto si trova il villaggio di Kothi, un altro gioiello incastonato nella montagna, un’oasi di pietra e di legno. Si sente solo il suono dell’acqua e delle piccole campane dei due templi. Ci sono sorgenti di acqua in tutto il villaggio dove le donne lavano i vestiti. La diluizione del mondo induista in quello tibetano è sempre più evidente.

Per raggiungere Nako, uno dei villaggi più prossimi al confine con il Tibet, continuo a salire su strade tagliate nella roccia sopra il fiume Sutlej. Le pietre sembrano colare dalle pareti e prendono il sopravvento sugli alberi. Più si sale e più ci sono sporadiche macchie di vegetazione.
Gli sguardi dai pullman locali addolciscono l’ambiente.
Fino al 1991 la parte orientale del Kinnaur era completamente inaccessibile agli stranieri. Oggi è possibile percorrere queste zone di confine, ma bisogna passare attraverso una serie di check point. In questi posti di controllo la presenza umana, anche se spigolosa e austera, mitiga le asperità naturali circostanti. Siamo proprio animali sociali, abbiamo bisogno del contatto con i nostri simili per gestire ambienti che incutono timore.
Dopo Akpa, sede di uno dei check point, entro nell’alto Kinnaur, territorio non più induista, ma in altissima percentuale tibetano. ‘Vertiginosamente’ alto Kinnaur, mi verrebbe da dire. Percorro una sottile strada che taglia le pareti a picco sul fiume. Un vero e proprio precipizio. Osservo incantato è un po’ impaurito. Il lieve disagio è ripagato dalla visita di un antico tempio buddhista posto in una posizione estremamente panoramica. Il silenzio è tangibile, lo si tocca con mano. È questo ciò che cercavo. Il silenzio dei monasteri buddhisti di montagna. Il Monsatero di Kanum (o Khanum) è poesia, una poesia in verticale vicino al villaggio di Spillo, macchiata di arancione: le albicocche a seccare sui tetti. Ogni tanto si sente il frinire dei grilli, poi solo silenzio. Questo tempio è un terrazzo di roccia e legno che si libra nel cielo. Qui, come nella valle dello Zanskar, c’è il vero Tibet, nascosto in angoli remoti, abbarbicato sui cucuzzoli; in luoghi dove il mondo esterno e interno dell’uomo si compenetrano e si accordano.

Poco più avanti raggiungo il punto dove si incrociano il fiume Spiti e il fiume Sutlej, e da dove si vede il picco Reo Purgyil con i suoi grandi ghiacciai, un luogo sacro per gli indù, un sangam. Uno dei due fiumi, più terroso, di colore marrone, arriva con una potenza tale che pare divorare l’altro fiume, dal colore più grigio. Sembra un duello, ad armi impari.
Guardo questi luoghi e mi vengono in mente i guadi fatti in Islanda. Mi rivedo saltare sulle pietre. È un ricordo che mi dona un grande senso di libertà. Sarà forse per il paesaggio roccioso, lunare, privo di alberi e di vegetazione, molto simile a quello che vidi in Islanda. Rivedo la ghiaia che scende dai vulcani, rivedo le pareti spigolose del Pakistan, qui più chiare ma altrettanto verticali. Gli alti ‘panettoni’ striati del Tibet, che qui frenano e bloccano i monsoni. È un’esplosione di paesaggi, un intasamento di emozioni.
Il villaggio di Nako sembra appoggiato sulle nuvole. Sembra dominare il mondo da quassù, sembra chiedere alle montagne di inchinarsi al suo cospetto; o forse sono le alte pareti striate che circondandolo in un ampio abbraccio, lo avvolgono e lo stringono serrandolo in una morsa feroce. Il clima è rigido ma l’uomo si è adattato anche qui riuscendo a strappare lembi di terra alle montagne per coltivare patate, piselli, e per piantare alberi di mele. Sono piccole oasi perse in un oceano di rocce. Le bandiere di preghiera tibetane colorano il luogo e sventolano incessantemente. Le nubi in cielo danno l’impressione che le cime abbiano preso fuoco sulla Valle Hangrang; sembra un’apocalisse.
Nako è un tuffo nel Tibet. Mi emoziono dentro il piccolo tempio buddhista, e guardo colpito gli affreschi che risalgono ad epoche remote, all’XI secolo. Perché provo qui sensazioni così forti, così profonde? Perché ho visitato e conosciuto questa parte del mondo nel 2013, dopo la morte di Lucia? C’è un motivo? Lascio un’offerta in ricordo di Lucia, spontaneamente. Dentro il tempio, la cui storia si perde nei secoli, avverto un silenzio intangibile. Esco da quel luogo sacro e mi perdo a osservare il grande picco, il Reo Purgyil, metà indiano e metà tibetano, chiuso in un silenzio solenne.

La strada da Nako si alza e, lungo la Valle dello Spiti, sede del Monirang pass e del ghiacciaio Bara Shigri, attraversa scenari di una bellezza inimmaginabile. La sensazione è di volare tra le montagne, come un’aquila. Sono nei pressi di Sumdo, al confine con il Tibet. Scatto foto e osservo intensamente col desiderio di assorbire il più possibile. Ma è tutto troppo grande. Come faccio a contenere tanta bellezza? So che qualcosa rimarrà in un cassetto della mia memoria insieme ai ricordi delle passate esperienze. Che questi scenari immensi mi aiutino ad ampliare la mente, a nutrirla, a ripulirla. I pensieri che mi passano in testa o le preoccupazioni che sento nel corpo si modificano e si chiariscono mentre viaggio.

Alla confluenza dei fiumi Pare Chu e Spiti c’è un altro checkpoint, dove termina il distretto del Kinnaur, a una decina di chilometri dal Tibet.
Mentre attendo che i miei documenti vengano controllati, leggo una targa con informazioni per l’ottenimento del permesso per l’accesso a quest’area. C’è scritto che hi proviene dall’Afghanistan, dal Pakistan e dalla Cina deve richiedere un permesso speciale. Alzo gli occhi e osservo l’alta montagna al di là della quale si trova il Tibet. Sono confini difficili; oggi, con l’annessione del Kashmir all’India, questi luoghi sono destinati a diventare sempre più caldi.

Superato il posto di controllo, poco distante, sotto pareti striate e vicino a ghiacciai che si confondono con le nuvole, sorge il Tempio di Gue. Era in posti come questo che i monaci si ritiravano per cercare risposte alle grandi domande, in luoghi in cui la natura comunica la sua grandiosità, l’irruenza, la ferocia, dove l’uomo fa i conti con i suoi limiti, impressionato dall’imponenza e conscio della sua estrema fragilità. Conscio del fatto che, nonostante i tempi biologici e i tempi geologici siano diversi, il destino è lo stesso, per sé stesso e per questi scenari, la DISSOLUZIONE, la scomparsa. Proprio qui è conservata la mummia di un monaco trovato integro, sepolto sotto la terra, in perfetta comunione con queste rocce.

Sosto a Tabo, nel distretto dello Spiti, un’altra piccola oasi che l’uomo è riuscito a strappare a questa terra ghiaiosa e arida, a 3200 metri di altitudine. Il mondo indiano ormai ha lasciato definitivamente spazio a quello tibetano. Amo la tranquillità di questi villaggi, la loro genuinità, il loro giusto distacco dal mondo. Non mi chiedo più se sarei capace di viverci perché la risposta sarebbe negativa. Mi piace sapere che esistono posti così e penso che sia un privilegio poterli vedere. Quest’anno emergono tanti ricordi dei viaggi passati mentre vivo il momento. Sono i suoni il filo che li tiene insieme. Le voci che parlano lingue a me purtroppo ignote, avvolte in un contesto minimale, fatto di piccoli suoni: acqua che scorre, cinguettio, il muggire delle mucche, qualche attrezzo, che può essere il martello di un fabbro, e poco altro. E il silenzio che avvolge tutto ed è lo stesso silenzio che ho percepito nei villaggi dell’Afghanistan, del Pakistan, del Ladakh, del Tibet. Quest’anno non l’ho cercato ma l’ho riconosciuto, l’ho ritrovato. Lo respiro nel vecchio monastero buddhista, il Tabo Gompa, circondato dalle cime spruzzate di neve, e meraviglliosamente affrescato. Qui non vive il concetto del “più veloce”, del “più forte”, del più “rapido”; qui tutto è più ammorbidito, più lento. Osservo i volti degli abitanti di Tabo e mi chiedo quali siano i loro pensieri, quali impegni li aspettino. Forse mi sbaglio ma percepisco una sensazione generale di serenità.

«Ci sono due modi di viaggiare. Nel primo si percorrono grandi distanze in poco tempo, ci si muove, ci si sposta, s’imparano a conoscere i lineamenti generali delle montagne, delle valli, gli aspetti più evidenti della gente e del loro carattere. Nell’altro si sosta, si va in profondo, si mettono un poco le radici e si cerca di suggere dalla terra l’invisibile linfa spirituale di cui si nutrono gli abitanti del posto (Segreto Tibet, cap. VI 1)» [119].

«Solo cercando un radicamento nell’ambiente particolare è possibile comprensione, poiché attraverso di esso soltanto sarà assimilabile lo spirito che alimenta e ispira le persone abitanti il peculiare luogo.
È una “invisibile linfa spirituale” ciò che nutre la singolare cultura d’una popolazione. È dalla terra umilmente abitata, dalla originale natura che ne caratterizzi il paesaggio ambientale a sorgere, dunque, la cultura umana? Sembrerebbe che Maraini propenda per la priorità invece culturale. Afferma, ad esempio, […] in Segreto Tibet (capp. VII 1, XII 4 e IX 1): “Nulla è naturale; non esiste l’uomo di natura; tutto è civiltà”. “Un uomo è prima di tutto l’universo che porta nell’intimo: ciascuno di noi ne ha, anzi ne ‘è’, uno”. “L’universo interiore che noi siamo prende forma lentamente dall’infanzia con l’educazione, ed è permeato fin nella sua più intima consistenza della civiltà che ci nutre”. “Ogni nostra attività è ‘culturale’; non esiste l’uomo di natura”. Addirittura anche Dio risulta essere una creazione umana, le religioni, anzi, sono le più essenziali produzioni culturali dell’uomo. “È vero, certo, che Dio crea gli uomini, ma è anche verissimo che gli uomini creano Dio. La creazione di Dio è anzi la meta suprema e finale d’ogni civiltà.
In almeno due altre opere, tuttavia, Marini meglio precisa il senso in cui intende che gli uomini creino Dio ma anche siano a loro volta creati. Gli uomini inventano Dio, ciascuna civiltà genera una propria Divinità. Ma tutti, parimenti, sono creati dal grande, unico mistero che incognitamente è presupposto a ciascun uomo, a ogni cosa» [120].

L’irruenza della natura è incontenibile: una pioggia torrenziale ha provocato frane e smottamenti lungo la strada. Il monsone è eccezionalmente giunto anche qui, e resto bloccato a Tabo, non c’è alternativa. È un’occasione per osservare con più calma la vita di questo paese e “per cercare di suggere dalla terra l’invisibile linfa spirituale di cui si nutrono gli abitanti del posto”.

Qui vivono agricoltori d’alta quota. Credo che per loro l’armonia sia vivere in unione con la natura e pensare al bene della comunità. Una comunità in senso ampio che comprende loro stessi, la loro terra, i loro animali, i loro alberi di mele, le loro colture. Una comunità governata dal gruppo degli otto saggi, il panchayat. La vita quotidiana dove abito io mi risucchia ad una velocità sorprendente. Mi anestetizza. È ovviamente un paragone che non regge. Ma finché la strada non viene liberata, assaporo questo miracoloso equilibrio. Passo davanti alla scuola governativa, nei pressi di Lari, piccolo centro alle porte di Tabo, e assisto alla preghiera del mattino. I bambini, ordinati davanti al piazzale dell’edificio, recitano a memoria non solo la preghiera, ma anche l’inno indiano, accompagnati dal suono profondo del tamburo. Oggi il sole è tornato a splendere e tutte le cime sono innevate. Trascorro parte della giornata a camminare per cercare di cogliere ogni singolo particolare di questa terra. Assaporo delle prugne appena colte che gentilmente un abitante del villaggio mi offre. Non sono distante dal Kashmir, sono in un lembo di terra schiacciato tra India e Cina, prossimo al Pakistan. Ma proprio quassù, i miei pensieri sono più leggeri. Non penso al mondo sempre più pieno di guerra, di violenza, di gruppi nazionali, razziali, che si chiudono nella propria identità, gli uni contro gli altri, No. Qui, idealmente, sembra esserci un altro mondo possibile. E’ una riflessione tanto ingenua quanto però reale, suggerita proprio da questo ambiente. Salgo a vedere la statua di un buddha, posta in posizione panoramica, e continuo ad assorbire il silenzio, elemento che riempie la valle, tanto quanto le rocce. È un connubio inscindibile. Mi fermo a bere del tè che mi viene offerto dagli operai che costruiscono la statua; dietro il buddha si apre la valle Lari Dupuk, disseminata di piccole grotte per meditare, dove saltuariamente si ritirano i monaci. Scendo al fiume a guardare dal basso le striature di neve che sembrano merletti appena lavati che asciugano al sole. Seduto su una pietra, con il solo suono del fiume, mi concentro sui colori, che sono davvero pochi: arancione delle bacche di una pianta che non conosco, verde degli arbusti, marrone della terra, bianco della neve.

Nel Jainismo i colori che corrispondono ai tre modi della natura naturante, sono il bianco, il rosso e il nero. Il prevalere di un colore sull’altro condiziona le qualità delle anime, ma altresì la loro sede: le bianche in alto, le oscure in basso [121].

Ne approfitto per leggere un paio di pagine di “Camminare” di Erling Kagge.
«In sanscrito, il presente è associato al significato di quel che si manifesta proprio di fronte a noi, pratyutpanna» [122].

Ora vivo il mio presente. Oggi ho trovato il perfetto equilibrio. Continuo a sfogliare il libro mentre i merletti sventolano in cielo.

« «Secondo te il passato può passare un’altra volta?» Chiede il padre al figlio, nel libro di Paolo Cognetti Le otto montagne. Stanno facendo una passeggiata. Questo padre ha un’idea diversa del tempo rispetto a Nāgārjuna. «È difficile», risponde il figlio. «Guarda quel torrente, lo vedi? – prosegue il padre. – Facciamo finta che l’acqua sia il tempo che scorre. Se qui dove siamo noi è il presente, da quale parte pensi che sia il futuro?» Il figlio risponde, proprio come me mentre leggevo il romanzo, che il futuro doveva trovarsi più in basso rispetto a loro. Scorrendo, il tempo segue la corrente giù fino a valle. Il padre risponde brevemente che si sbaglia. Più tardi quella sera, prima di andare a dormire, il figlio comincia a capire cosa intendesse il padre. Se il posto in cui ti trovi è il presente, il passato è l’acqua che è già scorsa via e che non vedrai mai più. Il futuro invece è l’acqua che arriva dall’alto portando con sé pericoli, gioie e sorprese. «Qualunque cosa sia il destino, – pensa il ragazzo, – abita nelle montagne che abbiamo sopra la testa» » [123].

Le condizioni meteorologiche non permettono di continuare l’anello e quindi di raggiungere Manali passando per Kaza. Sono obbligato a tornare indietro. Alluvioni e frane stanno bloccando molti tratti della strada. Pericoli, gioie e sorprese precipitano dall’alto, dalle alte cime, materia vivente in continuo movimento.
In prossimità di Nako si ripresenta l’immenso scenario che vidi pochi giorni fa con la differenza che ora tutte le montagne sono ricoperte di neve. La natura, dopo avere espresso la sua irruenza, placatasi, mostra il suo aspetto più maestoso, mostra di cosa è capace quando non aggredisce. È fiera come un leone, ne osservo la sua criniera, ammaliato. Anche la grande punta, il Reo Purgyil, è perfettamente visibile, non c’è una nuvola, il cielo è azzurro e la sua forma a piramide è bianca. «Bisogna davvero rispettare la natura», penso.
Durante il viaggio assisto all’allargamento di una parte della strada, questa sottile linea strappata a fatica alle rocce. Per allargare la strada serve l’utilizzo della dinamite. Assisto ad una sorta di guerra titanica tra uomo e natura per un tratto di strada lungo non più di venti metri. Una scheggia prende in pieno volto un ragazzo che comincia a sanguinare copiosamente e a urlare di terrore. Per un attimo mi è sembrato di essere in trincea a combattere contro un esercito di esseri fatti di roccia. Le pareti continuano ad osservare distrattamente con i loro occhi di pietra noi piccoli esseri ingegnosi. Sotto, il fiume Sutlej scorre senza curarsi di nulla, e accoglie impassibile le pietre esplose. Soffi, rivoli di sabbia si alzano in cielo. È un altro giorno in cui sperimento il tempo lento, che quasi non conosco più. Senza mai guardare l’orologio osservo l’accadere degli eventi insieme a tanti altri esseri umani dai tratti somatici ora più indiani è un po’ meno tibetani. Esisto per un po’ insieme a loro tra le loro montagne; vivo i particolari; vivo il senso di deferenza verso questa natura così travolgente e inarrestabile.
Una parte di questo viaggio, per cause estranee al viaggio stesso, è un elogio alla lentezza, al godere ogni piccolo istante della giornata, ad accordarsi con chi vive questi luoghi, a non vivere due tempi paralleli e non comunicanti. Guardo i volti con occhi più attenti, più curiosi; i loro movimenti, i loro sguardi, le loro espressioni. Sono ospite in questi spazi, è la natura che comanda. Si lavora per allargare la strada, ma poi le piogge provocano frane e nuovo lavoro si aggiunge a quello da fare. Si convive con una natura indomabile, inflessibile.

Quest’anno al rientro da questa nuova esperienza, ho sentito il bisogno di tornare a vedere le mie montagne. Forse per riavvicinarmi lentamente alle mie abitudini quotidiane, per un ritorno graduale a tutto ciò costituisce la mia vita. Mi sono quindi affidato alla regina delle montagne, la Marmolada, tanto eccelsamente alta: guardando dal basso la parete sud, è solo roccia in verticale. È aspra, elevata, ma è anche protettrice. A lei quest’anno mi sono affidato per continuare a nutrirmi di luoghi che lasciano attoniti e affascinati, incantati e sbigottiti; luoghi che insegnano a farci convivere serenamente con i nostri limiti e le nostre fragilità.

«In montagna l’uomo non può che abbandonare quegli apparati culturali, linguistici, politici, economici, tecnologici che le civiltà cittadine abbiano allestito a ingabbiare gli uomini in strutture astratte, elaborate, autoreferenziali e distantissime della vita» [124].
Per il momento decido di non prendere la funivia, preferisco inizialmente viverla nel modo più semplice, risalendo a piedi le valli circostanti. Desidero osservare le pareti verticali in modo più discreto, per quanto possibile ad una certa distanza dalla confusione. Giunto ad un centinaio di metri sotto Punta Rocca, trovo un angolo dove sdraiarmi e ammirare il paesaggio. Di fronte a me si apre il Vallone di Ombrettòla, con il suo piccolo ghiacciaio che rapisce la mia attenzione. Dopo una lunga pausa passata ad osservare ciò che resta di questo letto ghiacciato, il desiderio di rivedere il ghiacciaio della Marmolada mi assale, e scendo a valle di corsa. Supero ogni resistenza e prendo la funivia che in poco tempo mi porta proprio di fronte a ciò che resta del lungo manto bianco che scende dalle vertiginose altezze della sua cima. Rapito, resto a osservarlo; la natura esprime tutta la sua potenza. Resto annichilito davanti a tanta bellezza. Non riesco a saziarmi e il giorno dopo mi fermo a osservare la parete nord e ancora una volta resto per lungo tempo a osservare incantato il grande ghiacciaio. Capisco perché l’alto picco Reo Purgyil sia per l’Uomo di quei luoghi la dimora di Shiva, un luogo sacro che non può essere affrontato. Il suo enorme ghiacciaio brilla nel cielo, non può che essere ammirato e osservato a distanza. Qui al contrario ci sono ruspe che spianano il sentiero, una seggiovia, la grande funivia, una cabinovia. Siamo riusciti a rendere consumabile anche questa enorme montagna, a riempire i suoi grandi silenzi.
In Ladakh, in Tibet, nell’Himachal Pradesh le montagne sono dimora di monasteri buddhisti, c’è una diversa concezione della vita; c’è sicuramente più poesia.

«La riduzione della montagna a oggetto di consumo della civiltà tecnocratica cittadina, facendone vano spazio da sfruttare, da scavare per estrarne minerali o materiali, da traforare per superarne velocemente le eccelse elevatezze, da ingabbiare per prosciugarne le acque e accumularne inumanamente l’energia, da militarizzare per fissarvi bellicosi confini statali, anche semplicemente la sua riduzione edulcorata a oggetto di consumo estetico, ludico e turistico, irretendola con cavi, pali o chiodi, motorizzandone i cammini e persino i voli…perde completamente, a un tempo, la natura montana e la cultura montana, l’origine e la libertà dell’uomo. Solo la discreta, minimale, elevatissima cultura alpigiana e montanara in genere è capace di vedere la natura montana, accoglierne la spontaneità e coltivarne la rigenerabilità. Perché quella montana è una cultura del limite, che presuppone una trascendenza a ogni pur libero limite finito e quindi permette la comprensione della natura, divinamente immane eppure spontaneamente offertaci, innanzi a noi e in noi e in ella noi» [125].

11.

SENZA CONFINI

GLACIER DU GÉANT. Ghiaccio interminabile, silenzio senza fine

MONTE BIANCO, 2020

Quest’anno non navigo tra i maestosi fronti glaciali della Groenlandia, non salgo sulle montagne himalayane. Quest’anno rimango all’interno dei confini del mio paese, con il desidero di spingermi oltre i confini entro i quali ho vissuto in questi mesi; per liberare lo sguardo, per regalargli quella visione, quella percezione del mondo che ho cercato di scorgere negli ultimi anni. Ascolto e leggo le notizie che si rincorrono in questi giorni. Sono notizie che descrivono l’attuale scioglimento dei ghiacciai. Il mio tragitto verso le pendici del Monte Bianco è accompagnato da un susseguirsi di frasi preoccupanti: “Ghiacciaio a rischio crollo”. Sono blocchi di parole che inducono a riflettere. “I ghiacciai si stanno sciogliendo”. E’ questo il pensiero ricorrente in queste prime ore di viaggio, riportato costantemente a galla dalle notizie che vengono ripetutamente trasmesse alla radio. Sono parole che in parte frenano il mio desiderio di libertà. Cerco di rimuovere i pensieri negativi o per lo meno di attenuarli, consapevole del fatto che ogni percorso di viaggio, o di vita, richieda sempre buon senso e prudenza. Sono qui perché desidero una nuova partenza, bramo vedere il bianco delle nevi immacolate di uno dei massicci più alti d’Europa. Mesi fa, chiuso in casa, immaginavo di sentire di nuovo la bora, le sue secche folate che puliscono l’aria, che portano l’odore di bosco e di mare; desidero farmi nuovamente investire da sensazioni forti, travolgenti. Spengo la radio per scansare questi pensieri ingombranti, e respiro. Respiro l’aria di luoghi che non conosco. La terra profuma; alzo le vele e via, inizia un nuovo viaggio. Sono un frequentatore delle Dolomiti e del Carso triestino, due zone di confine nelle quali mi sento a casa. Ne conosco le caratteristiche, le forme, i suoni. Proprio i suoni connotano un luogo. Sono abituato ad associare questi due luoghi a suoni secchi, duri, ma nei quali mi ritrovo. Lo sloveno e il tedesco sono due lingue che sono parte di questi ambienti, li definiscono. In Valle d’Aosta è il francese la lingua che definisce il luogo. E’ una considerazione che può apparire ovvia e priva di senso, ma proprio questo aspetto mi sta provocando una iniziale sensazione di disorientamento. Il francese è una lingua dai suoni più morbidi e delicati. Mi disorienta e mi affascina al tempo stesso questo aspetto. Questi sono luoghi che non conosco e mi piace il fatto che abbiano dei suoni esclusivi, distintivi, propri; che offrano degli abbinamenti per me inediti. Le forme sono diverse da quelle delle montagne alle quali sono abituato. I paesaggi mi sembrano più severi rispetto a quelli delle Dolomiti. Il Monte Bianco emerge, si distingue da tutto il resto. E’ maestoso, con le sue lunghe lingue di ghiaccio. Poche settimane fa ho avuto l’occasione di rivedere il cenacolo di Michelangelo: l’impatto è stato fortissimo. Entrato nella chiesa, sono stato investito da una sensazione di armonia, di equilibrio, di perfezione; di bellezza intangibile, sacra. Esattamente lo stesso effetto mi ha fatto oggi il Monte Bianco: calato in un contesto severo e austero, la sua presenza risalta e prevale. Si erge, sovrasta, svetta. La sensazione di incertezza e insicurezza suggerita dal distaccamento del ghiacciaio, è rafforzata dal fatto di non trovarmi in un luogo che conosco. Questa è la sensazione della scoperta che non pensavo di provare a poche ore di distanza da casa. Suoni, forme, ambienti, ma non solo; anche la materia racconta il luogo. Le case sono in pietra e i tetti in ardesia. Le rocce delle montagne sono scure. I miei riferimenti sono altri, case in legno e rocce chiare. La roccia dolomitica si distingue per il candore. Sarà forse per questo motivo che avverto questa sensazione di asperità, saranno i colori scuri delle pietre ai quali non sono abituato. Sono questi grigi e questi neri che richiamano la mia attenzione sotto il Colle del Piccolo San Bernardo. Il destino di questo valico, che separa l’Italia dalla Francia, fu quello di essere costantemente invaso e conteso nei secoli passati. Qui le tracce dell’essere umano risalgono al Neolitico. Forse anche Annibale utilizzò questo valico per attraversare le Alpi. Resti della Linea Maginot sono ben visibili in questo luogo; penso a quanto sangue debba essere scorso in questa grande vallata. Ora tutto questo è solo memoria, è solo storia, tutto è passato, si è sciolto, esattamente come i piccoli ghiacciai che un tempo impreziosivano queste montagne. Ora anche loro sono un ricordo. Ne vedo qualche impercepibile traccia. La Natura è feroce, implacabile. Io ne osservo la bellezza, ma questa spesso è il risultato di conflitti senza fine. E’ una riflessione che, tornato alle pendici del Monte Bianco, emerge in Val Veny, lungo il sentiero che porta verso un piccolo lago alimentato dalle acque di fusione del ghiacciaio Miage. La Val Veny è una valle glaciale con due importanti ghiacciai, quello della Brenva, al suo imbocco, e quello del Miage, più a monte. Il sentiero procede in una meravigliosa foresta, ma forse è più corretto dire un lembo di foresta, risparmiata dall’avanzamento del ghiacciaio che la avvolge quasi interamente con i suoi tentacoli. E’ un processo senza fine tra colonizzazione vegetale e movimenti del ghiacciaio. Il bosco è progressivamente intaccato e distrutto dai ghiacciai in avanzamento, mentre nuova vegetazione cresce dove il territorio si stabilizza. In alto osservo tre grosse cascate che portano a valle le acque gelide del ghiacciaio. E’ un essere moribondo? E’ un distruttore? Non credo sia questa la chiave di lettura, quanto piuttosto l’inesorabilità del cambiamento, della mutazione, che interessa sia l’immensamente grande, sia l’infinitamente piccolo; la vita delle grandi montagne e la vita dell’uomo. Ogni anno quando osservo queste cime altissime, le riflessioni tornano sempre allo stesso punto, che io sia in Asia o in Europa; è la sola visione di questi grandi esseri a fermarmi e a indurmi a riflettere. E’ come se io avessi bisogno di un rito da compiere ogni anno. Sono i grandi esseri di questo pianeta ad attrarmi: le alte montagne, i ghiacciai, gli iceberg, i fronti glaciali. Forse perché nascondono pure loro debolezze, pur sembrando esseri eterni. Forse è questo aspetto che mi affascina di loro. Gli animali feroci si attaccano e combattono per sopravvivere, ci sono le prede e i predatori. In questo caso non c’è quell’impatto immediato. Questa, al contrario, è una battaglia silenziosa, ma molto più feroce; è colossale, imponente. Dopo avere osservato il Monte Bianco dalle valli sottostanti, salgo a 3800 metri e lascio il mio sguardo nutrirsi di interminabili monti bianchi, di profondi seracchi, di valli bianche e immacolate. Ne ascolto il silenzio e mi commuovo. Piccoli gruppi di persone, muniti di ramponi, racchette e corde, si avventurano in quegli immensi spazi bianchi. Li osservo e per un po’ è come se avessi i loro occhi, pieni di questa vastità. E’ puro senso di libertà lasciare le proprie orme su questi ghiacciai. Ed è qualcosa di inimmaginabile piantare una tenda e osservare il tramonto e l’alba da queste altitudini. Osservo e sogno. Percorro dall’alto un lungo tratto sopra ai ghiacciai, sopra alle grandi fessure che mi riportano alla mente i grandi fronti glaciali della Groenlandia. Mi libro e volteggio su un deserto di ghiaccio la cui visione e talmente imponente da annientarmi. Ho avuto la fortuna di viaggiare molto in tutta la mia vita, e, soprattutto negli ultimi anni, di confrontarmi con realtà culturalmente e geograficamente lontane. Ma ciò che sto vivendo ora ha una sua impressionante unicità. La traversata da Punta Helbronner alla Aiguille du Midi, nel cuore del massiccio del Monte Bianco, permette di lambire un mondo accessibile solo agli alpinisti esperti. Sono cinque chilometri di pura estasi. Ho la netta sensazione che ciò che sto vivendo sia a parte rispetto alla mia vita di tutti i giorni; sia qualcosa che ha più a che fare con il sogno che con la realtà. Racchiuso in questi cinque chilometri c’è tutto ciò che mi piace. Mi sento in perfetta sintonia in questo ambiente, è il mio ambiente ideale. E’ come se io stessi ricevendo in modo nitido e chiaro, senza interferenze, le frequenze di questo pianeta. Solo qui, io, le riesco a ricevere. Qui mi sento assolutamente e pienamente vivo. Anche il Lac de Combal, ripiano di origine glaciale in Val Veny, mi emoziona, ma in modo diverso. Immergo i piedi in un gelido torrente e osservo proprio sopra di me l’enorme ghiacciaio della Lex Blanche. Anche questo è un luogo dove la natura non si è risparmiata, e la grande ed estesa zona dove mi trovo raccoglie le acque dei grandi esseri posti sopra di me, che, con eccelsa e altissima abilità, disegnano sinuosi meandri. Questo luogo mi emoziona perché mi ricorda l’ampia valle che vidi in Islanda pochi anni fa, il Vondugil Canyon nel Landmannalaugar. In quel caso erano i colori delle montagne ad attirare l’attenzione. In questo caso sono i ghiacciai i protagonisti di questo ambiente. Ma anche la vastità della valle, la morbidezza delle sue forme. Forse è la delicatezza della valle a portarmi a fare queste associazioni; o le sensazioni analoghe che provo ora e che provai allora di fronte a questi paesaggi. Forse è più una questione di sensazioni, di emozioni. Anche sul passo del Piccolo San Bernardo, dove la vegetazione è rada, il paesaggio mi riporta all’Islanda. Penso siano proprio le linee morbide delle colline, ricoperte di sottili prati verdi, a ricondurmi con i pensieri all’isola di ghiaccio. Sono i contrasti di colori, le diverse tonalità di verde che si infrangono sulle varietà di nero e di grigio delle rocce. Assaporo la pace che si prova a stare distesi sui prati, circondati dal silenzio, dal suono del vento, dal frinire delle cicale e dall’occasionale fischio delle marmotte. Mi piace osservare i rilievi dal basso, quando si scontrano contro il cielo; mi piace osservare i torrenti che scendono dall’alto, e chiedermi cosa ci sia lassù, e oltre. Immagino di valicare queste alture, di idealizzare ciò che potrebbe esserci raggiunta la sommità. Forse qualche luogo segreto. Questo è il fascino dell’ignoto. Le alte montagne dominano con il loro magnetismo oscuro. L’essere umano porta nella sua esperienza terrena la volontà di riuscire in qualcosa, ma ciò che gli esiste attorno, come le rocce che osservo in questi giorni, non fa sconti, e prima o dopo pretende un duro confronto. Queste alte cime costituiscono presa di coscienza delle proprie potenzialità, ma anche e soprattutto dei propri limiti. Verso la fine della giornata torno a farmi osservare dal massiccio del Monte Bianco, oggi in parte coperto da grosse nuvole nere. Il suo sembra essere un abbraccio, ma anche un monito: nei suoi eccessi di natura selvaggia sembra comunicare la sua indomabilità. Lo osservo da giorni, con diverse luci e diversi colori ed è un continuo alternarsi di calma e ferocia, di serenità e mistero. E’ la Maestosità di questa montagna a impressionarmi. Abituato alle Dolomiti, ora ho compreso meglio il senso di questo termine. La Natura, rigogliosa e severa, sarà capace di fagocitare la civiltà che si avvicina senza rispetto, né coscienza o umiltà? Osservo dal basso questo grande massiccio e, come sempre mi accade, i pensieri tornano sempre a questa considerazione, al complesso rapporto tra uomo e Natura. Alla fine del Settecento le montagne avevano lentamente perso la loro aurea di inaccessibilità e cominciarono ad essere frequentate da alpinisti sempre meno interessati all’ascolto dei monti e sempre più invasati dallo spirito della conquista dell’impossibile, dal desiderio di superare i propri limiti di resistenza fisica, spinti da una sorta di eroismo solitario, ‘herzogiano’. I Romani, al contrario, non praticavano le montagne alla ricerca dell’isolamento, del silenzio, della contemplazione. La visione della montagna quale paesaggio incontaminato, sublime, lontano dalla frenesia cittadina era assente in quell’epoca. Il controllo dei confini rese necessario conquistare e romanizzare la catena alpina, ma freddo, ghiaccio e neve non piacevano ai Romani, erano manifestazioni incontrollabili di una natura minacciosa. Per loro era necessario intervenire sulla natura, addomesticarla, civilizzarla. In un luogo antropizzato e ospitale si poteva godere della bellezza. Le Alpi divenn luogo in grado di mettere in comunicazione il Mediterraneo con l’Europa, divennero un territorio di incontri e di scambi. Furono luoghi di grande sincretismo religioso e culturale, dove non c’era alcuna tendenza al particolarismo. Camminando tra le antiche rovine dell’anfiteatro romano di Aosta penso ingenuamente a questi uomini che vissero secoli fa, alle loro vite, piene, forse più semplici, ma protese verso una continua evoluzione e trasformazione; protesi verso il nuovo. Penso, per inverso, alle ansie identitarie dei nostri giorni, all’involuzione in un’epoca in cui, contrariamente a quanto dovrebbe essere, la tendenza è di chiudere, fermare, bloccare; di innalzare nuove recinzioni. E, come ogni anno, penso alla presenza umana e tecnologica su queste montagne. I popoli pre-moderni erano sprovvisti di una mentalità ecologica, non credo nello stereotipo che suggerisce il contrario; anche i Romani condussero intense opere di disboscamento per motivi militari. Non credo in un passato d’oro, migliore di quello attuale. Credo piuttosto in un processo in continua evoluzione, nel quale si può leggere la lenta e inesorabile affermazione dell’uomo su questo pianeta. Questa è la direzione, e mi chiedo solo se sia modificabile. La Natura fagociterà la civiltà? Mi chiedo anche se, considerate le infinite grandezze dell’universo, ciò abbia effettivamente importanza. Torno a concentrami su ciò che vedo, e meno sui miei pensieri. Ciò che ho visto in questi giorni è un connubio tra natura incontaminata e una presenza umana e tecnologica invasiva e spesso disturbante. Sembra un grido sordo quello di questi giorni, un grido che parte dalle alte cime della montagna, un allarme, forse un monito: “Andatevene!”, “State lontani!”, “O blocchi di ghiaccio vi schiacceranno!”. Ma l’uomo ha questo innato bisogno di dominare, di controllare; di sottomettere. Sembra incontenibile, irrefrenabile. Osservo dal basso i grandi ghiacciai che spingono verso valle, in particolare quello vicino alla Aiguilles Rouges de Rochefort. Sono in Val Ferret. Il sentiero verso il rifugio Bertone regala una visuale su tutto il massiccio del Monte Bianco. Mi fermo molte volte a osservare questo spettacolo, lo imprimo nella mente, ne colgo i colori, le rocce scure, il verde della rada vegetazione nella parte più prossima alla valle, il bianco con venature di azzurro dei ghiacciai nella zona sommitale della montagna. Ne colgo i suoni, il temibile suono dei ghiacciai, delle loro fratturazioni, molto simile ad un tuono secco. Il suono del vento e degli impetuosi torrenti che portano a valle le acque gelide dei ghiacciai. Le forme: l’aridità morfologica e l’eccelsa altitudine delle creste del Monte Bianco in netto contrasto con le forme più morbide e le altezze più contenute delle montagne che lo fronteggiano. Il cielo è plumbeo, le cime incombono e torna puntuale quella sensazione che è un misto tra inquietudine, appagamento, insicurezza, smarrimento, benessere, gratificazione, che solo certi luoghi sanno regalarmi. Affiorano immagini di luoghi visti in passato; è sempre la similitudine delle sensazioni che provo, a portarmi col pensiero a momenti importanti della mia vita legati da un filo conduttore. Rivivo luoghi visti in Groenlandia, o forse una summa di quei luoghi, una elaborazione e interiorizzazione di ciò che ho visto in quella terra. E’ una sensazione che mi dà un’improvvisa gioia e che mi fa amare questo luogo, questa ampia valle, questa immensa, temibile montagna. Emerge la natura incontaminata e mi congedo per un po’ dall’invasiva presenza umana e tecnologica. Per un paio di giorni lascio che le grandi pareti del Monte Bianco diventino un’immagine di cui godere solo di sera al rientro dalle escursioni. Prendere per un po’ le distanze da queste valli e da questi pendii aiuta a comprenderli, a capirne la reale maestosità, a capire cosa sto osservando. Seguo il corso della Dora di Rhêmes nel Parco Nazionale del Gran Paradiso, dove i paesaggi sono più dolci, dove i diversi elementi che compongono l’ambiente rappresentano perfettamente l’idea classica della montagna: i prati verdi, i boschi, le morbide pareti spruzzate di neve sulle sommità, il cielo azzurro. Sono luoghi accoglienti, riposanti, armoniosi. Osservo con gli occhi di quando ero bambino e le sensazioni che provo sono sensazioni remote, di corse sui prati, di profumo di fiori e di legna, di acqua dei torrenti nella quale immergere i piedi; sensazioni che fanno sentire protetti, in famiglia. Riemergono ricordi dolci, sereni, ricordi d’infanzia. Tante volte in questa vacanza ricordo Lucia, e mi piace quest’anno richiamarla alla memoria in questi luoghi luminosi, puliti, sereni. Sogno tanto in questi giorni, sogni intensi, vivi, chiari, precisi; il mio passato, il mio presente, le persone che mi sono o mi sono state vicine. Rispetto ad altri viaggi, geograficamente più distanti e mentalmente più impegnativi, sono meno teso e più calmo. Forse, anche inconsciamente, riesco a cogliere più particolari. Rielaboro le sensazioni durante il sonno e durante il giorno, le accosto ad altre già vissute, e in tutto questo movimento di emozioni, ho la percezione di vivere intensamente questo insolito viaggio, che non avrei mai fatto in assenza del singolare momento storico che stiamo vivendo. Dopo i dolci paesaggi della Val di Rhêmes, torno alle pendici del Monte Bianco. I suoi ghiacciai brillano al sole e il grande massiccio incombe su di me meno minaccioso del solito. Ne colgo solo la sua bellezza e la sua incredibile vastità. Ci sono diverse fasi della mia vita che emergono in questi giorni, nei miei sogni e nei miei pensieri. Ciò che sto vivendo ora emergerà nei prossimi anni, saranno ricordi positivi, della stessa qualità di quelli dei miei recenti viaggi. Già oggi, sulle rive di un torrente in Val di Rhêmes, emerge forte il ricordo dei grandi ghiacciai del Monte Bianco, dei cinque chilometri di traversata sul deserto di ghiaccio. E’ stato un momento dal fortissimo impatto emozionale. Ho fruito delle tecnologie invasive che egoisticamente mi hanno permesso di vivere un’esperienza importante. In fondo sono un osservatore e un ascoltatore attento, non un indomito esploratore senza paure. Mi nutro di ciò che vedo, e poi elaboro, spesso attraverso la musica. Rifletto su ciò che vedo. Ma non riuscirei mai a scalare una montagna, o a fare un volo in parapendio. Non credo di amare le emozioni forti. Amo trovarmi in sintonia con l’ambiente che mi circonda, sentirlo, viverlo. Mi piace osservare una grande e severa cima disteso su un prato dove posso sentire il frinire delle cicale. Mi piace cogliere l’insieme, l’imponenza, la maestosità, la grandezza, ma anche i piccoli suoni, il colore di un fiore, i particolari più nascosti. Mi piace cogliere l’armonia che lega tutti questi elementi. L’insieme mi regala emozioni. Mi piace anche godere dei tempi lenti, vivere esperienze immersive, per cogliere tutto quello che posso cogliere; concentrarmi su ciò che osservo e ascolto. Fissando il torrente che scorre, continuo a pensare a quei cinque chilometri sui ghiacciai. So che un giorno tornerò in quel luogo per rivivere l’esperienza, e per ricordare quel preciso istante. Ci sono quei momenti che mentre li vivi hai la netta sensazione della loro unicità; sai che il loro ricordo prenderà un posto più alto rispetto agli altri, che emergerà in altre esperienze di viaggio. Decido di trascorrere gli ultimi due giorni in Val Ferret per osservare e ascoltare i grandi ghiacciai del Monte Bianco. Scelgo un posto isolato dove gli unici suoni sono quelli dello scorrere del torrente e del frinire delle cicale. Da questo luogo esclusivo posso ammirare il ghiacciaio del massiccio delle Grandes Jorasses che si erge sul piccolo villaggio di Planpincieux. La parte terminale, frastagliata e piena di crepacci e seracchi, è vicinissima, ne posso osservare le diverse sfumature di bianco e di azzurro. Tra le infinite meraviglie che la natura crea continuo a chiedermi perché io senta così forte il richiamo proprio verso queste grandi masse di ghiaccio. Le risposte che mi sono dato non mi bastano. Forse perché esprimono grande forza e irruenza; sono l’opposto dell’immagine della montagna classica composta da elementi più convenzionali come il bosco, i prati, i fiori. I ghiacciai non mi fanno pensare all’infanzia, non evocano sensazioni rassicuranti. Parlano un linguaggio più severo, più consono a ciò che la vita realmente è. Rappresentano qualcosa di meno fiabesco e più oggettivo, evidente, concreto; anche minaccioso. Sono sia suono che rumore, suono che ammalia e rumore che disturba. Questo ghiacciaio si trova in un luogo inospitale, poco accessibile, su un versante ripido, quasi verticale. E’ un’immagine forte che cerco di imprimere nella memoria. Ho due giorni interi per osservarlo. Due giorni in un luogo dove regna il silenzio. Il silenzio sotto il rumoroso ghiacciaio. In silenzio.

 

12.

RIEVOCAZIONI
GROẞGLOCKNER. Ghiaccio spento, silenzio di oggi e di ieri
ALPI, DOLOMITI, 2021

Dopo tanti viaggi, alcuni descritti, altri, molti altri, diventati semplicemente ricordi, mi trovo a parlare di luoghi che per me hanno una grande importanza. Il viaggio inteso come scoperta è ciò di cui sento di avere bisogno in questa fase della mia vita. Non è un caso che i luoghi che ho visto in questi anni si siano continuamente ripresentati nel corso di questa esperienza, nel Messner Mountain Museum, e nella magnifica mostra fotografica di Steve McCurry “Terre alte”. Non sono coincidenze, sono un richiamo. Una frase di Steve McCurry è emblematica: “Già solo il viaggiare e approfondire la conoscenza di culture diverse mi procura gioia e mi dà una carica inesauribile”. Ma quest’anno, con un po’ di timore, ho provato a scrivere delle ‘mie’ montagne, dei luoghi che hanno avuto un ruolo diretto e importante nella mia vita. Ho lasciato che fosse la penna a scrivere, volevo che le parole fluissero da sole, più che in passato. Non è un viaggio alla scoperta di luoghi sconosciuti, è un viaggio dentro me stesso, alle origini della mia storia. Ciò che ho descritto e descrivo con la mia musica nasce da queste antiche suggestioni. Il timore nasce proprio dallo scavare dentro me stesso e dall’essere capace di trovare le parole giuste che sappiano dare anche solo un piccolo assaggio di tutto quello che ho raccolto e che ho dentro. Non è tuttavia mia intenzione parlare di almeno tre decenni di esperienze vissute in montagna, non ne sarei capace. Sono sempre e solo fotografie sparse quelle che propongo. Scrivendo mi sono accorto che le esperienze vissute in questi ultimi anni fuori dai miei confini hanno trovato un posto importante accanto ai ricordi più antichi, quelli che ritenevo più formativi e rilevanti. Scrivere mi aiuta a porre tutte le esperienze che sto vivendo nel loro giusto spazio, una vicina all’altra, non una sotto all’altra, come pensavo. Sarebbe però più corretto dire una insieme all’altra. Non sono riuscito a scrivere solo delle ‘mie’ montagne e dei ricordi d’infanzia perché le esperienze di vita più recenti sono sempre presenti nei miei pensieri. La prima frase che ho scritto nel mio quaderno quest’anno è stata questa: “Temevo la difficoltà di vivere un’esperienza di viaggio in un luogo che già conoscevo e che non pensavo potesse trasmettere quel desiderio di esplorare territori ignoti”. Poi l’ispirazione è arrivata pensando ai monasteri tibetani. I remoti villaggi dei miei recenti viaggi in Asia sono tornati inaspettatamente alla memoria, non solo sotto forma di immagini, ma di profumi. Ho interiorizzato così tanto i profumi dei monasteri tibetani che ora hanno la stessa potenza dei paesaggi che ho fotografato e impresso nella mia memoria. E’ questo semplice pensiero che imprevedibilmente mi ha proiettato nella dimensione del viaggio. La ricerca del silenzio forse non è altro che il mio desiderio di esplorare, scoprire e raccontare, anche partendo da luoghi che in parte già conosco; per affermare e confermare l’importanza del rispetto per quanto ci circonda, per la natura e per la varietà della vita. Sono i profumi dei prati a portarmi altrove, nel mio passato, alla mia infanzia. Il mondo dei profumi è un territorio senza tempo, è un luogo che condensa esperienze presenti e antiche, è un connubio di esperienze vissute in diverse età. E’ come se ci fosse un reticolo di percorsi che sfocia in un grande mare nel quale la sequenza storica è puramente arbitraria. Questo profumo che mi piace tanto è come se lo sentissi con l’olfatto del mio io giovane, del mio io adulto, del mio io di adesso. Pensavo sarebbero state le alte montagne a risvegliarmi; in modo assolutamente inatteso sono i profumi dei prati a dare il benvenuto a questa nuova esperienza, a condurmi in questo nuovo viaggio. Un viaggio in un luogo e nel tempo. Un viaggio nei ricordi, che ora prendono una forma sempre più ricca e articolata, che si sommano strato su strato, intersecandosi e fondendosi insieme. Sensazioni vissute in età diverse si amalgamano e acquisiscono nuove forme, più complesse. Parco Naturale Puez-Odle Profumi non solo di prati, ma anche di legna accatastata, un profumo fresco come l’acqua di un torrente. L’esperienza visiva, già vissuta, si perde nell’esperienza olfattiva; ma anche sonora. Salendo per il sentiero che inizia nel bosco, incrocio due uomini che tagliano meticolosamente piccoli tronchi di legno. Il suono che producono e che avverto è un lieve picchiettio; compiono un’azione ripetuta in modo disteso e pacato, come fosse un rito, una cerimonia. Non sono gesti istintivi, bensì calibrati e studiati. Il ritmo è continuo e la naturalezza con cui li compiono sembra un invito a trarre piacere da questa immagine. Sono essi stessi parte di questo spazio; sono un elemento centrale in questo breve frangente nel quale le nostre vite si incrociano. Il profumo di questi prati, della legna accatastata, dei sentieri ben delineati è il frutto di grande lavoro; nulla è per caso. Il frinire dei grilli e lo scorrere dei torrenti sono un importante corollario sonoro; insieme alla regolare e costante successione di campi coltivati e di ampi prati perfettamente curati, definiscono il paesaggio, lo raccontano, sono gli iconemi di questo luogo dalle peculiari fragranze di bosco e di erbe. Gli alti rilievi hanno sempre attirato la mia attenzione, li osservo anche ora, ma non occupano tutti i miei pensieri. C’è spazio per molte sfumature che ho desiderio di cogliere. Un episodio inatteso modifica momentaneamente questo mio desiderio di sentire altro oltre allo stupore indotto dalla visione delle solenni e maestose cime. La macchina mi porta in un luogo dove soggiornò mia mamma. E’ una circostanza inaspettata e casuale che ora mi fa sorridere, ma che, al contempo, mi riporta molto indietro nel tempo. Rivedo immagini di luoghi e di viaggi nei quali le montagne avevano un ruolo centrale. Sono ricordi che in parte penso corrispondano alla realtà, e in parte sono ricordi che si sono preservati grazie alle fotografie, testimonianze di un mio passato che hanno sostituito la mia reale percezione della realtà. Emerge in modo molto confuso e impreciso il ricordo del Großglockner, un nome che ora evoca solo impercettibili sensazioni provate da un mio io davvero molto giovane: è rimasta la sensazione di freddo, l’estensione, il ghiaccio. Mi chiedo tuttavia se sono ricordi veri e riconducibili a questa montagna o se sono un insieme di ricordi di più esperienze che ora non saprei più scindere. So per certo che è come se venissero fuori da uno spazio speciale del mio cervello, da una scatola che raccoglie esperienze vissute insieme a mia madre, mio padre e mio fratello. I primi grandi viaggi che facemmo – ricordo in particolare il viaggio in Siberia, nel lontano 1988 – segnarono uno spartiacque netto tra queste prime esperienze e ciò che sarebbe venuto dopo. Delle mie prime esperienze di vita ho molti ricordi; alcuni sono rimasti in modo nitido. Credo che una montagna con un ampio ghiacciaio desti enorme curiosità agli occhi di un bambino; rimane impressa la spettacolarità e l’immensità. Il resto purtroppo scompare, si perde. Ma è questa sensazione che voglio recuperare, questo stupore genuino al cospetto delle alte pareti ghiacciate. Großglockner Per un giorno torno quindi a farmi ammaliare dalla potenza della montagna. Sotto le bianche cime del Großglockner torno a sentirmi piccolo, non solo di età, cambiano le sensazioni e si ripresenta il timore reverenziale e la maestosità della natura che si esprime senza filtri, diretta. Non sono i particolari, non sono i profumi che sento. E’ impossibile. Il mio sguardo è stregato; percepisco solo la grandezza, l’imponenza di queste montagne. Scompaio al suo cospetto. Mi commuove una vista simile. Quest’anno, a differenza dell’esperienza vissuta lo scorso anno sul Monte Bianco, osservo da lontano questo ghiacciaio, ed è come se ne percepissi il suo pudore; perché la morte richiede pudore. Il ghiacciaio si sta ritirando e ho la sensazione di osservare un essere moribondo. Esiste un gesto di pietà che è quello di coprire il corpo di chi è morto in un luogo pubblico. Lo si fa con un lenzuolo bianco per proteggere chi è rimasto esposto in mezzo alla strada, in un campo, ovunque all’aperto. Ho la terribile sensazione che il mio sguardo, insieme a quello di tante altre persone, sia uno sguardo insensibile, indifferente, sia un osservare morbosamente un essere in fin di vita. Sono a disagio perché è come se noi esseri umani provassimo gusto a sollevare il lenzuolo e a fissare quello che c’è sotto. Se decidiamo di infilare la testa dove non dovremmo, allora sarebbe necessario e doveroso riconoscere i nostri errori. La sua lingua bianca ha lasciato il posto a una valle grigia come il cielo. E’ un’immagine bella e triste al contempo. E’ una natura che si ritira al cospetto dello sguardo indiscreto di noi uomini. Anch’io sono qui, in mezzo ai miei simili; anch’io osservo. Ai miei occhi è un ritirarsi regale, è un’immagine maestosamente glaciale, in un ambiente la cui unica estrosità è una rigida commistione di rada vegetazione verde scura e di pietre grigie come il cielo. E’ una montagna seria, imperiosa e scura che non profuma di prati; se dovessi descrivere il suo profumo lo definirei freddo. In questo viaggio tra i ricordi, nel passato e nel presente, si inseriscono con prepotenza le notizie provenienti dall’Afghanistan. In tutti questi anni ho raccolto impressioni personali nel momento stesso del viaggio. Le mie impressioni dei viaggi passati non sono dissimili da quelle che sto descrivendo in questo percorso sensoriale tra i profumi delle mie montagne. Sono sempre stati i racconti di me stesso posto al cospetto di luoghi unici e importanti dal punto di vista naturalistico, storico e culturale. Inevitabilmente ho riflettuto su ciò che ho visto, e quindi non solo sui paesaggi. Oggi, leggendo un articolo del Corriere della Sera, emergono ricordi e pensieri dell’esperienza vissuta nel Corridoio del Wakhan in Afghanistan, dove posso dire di avere visto il lato più genuino di questo pianeta, esattamente come lo vidi in Groenlandia. Penso al mio viaggio, alle persone che ho conosciuto in quello stretto lembo di terra, un territorio oggi – mi permetto di scrivere – ‘tristemente’ dalla grande importanza logistica, di cui sono ben consci anche i Talebani. Sarà destinato a diventare la via d’accesso alle tante risorse minerarie dell’Afghanistan grazie al nuovo collegamento stradale fortemente sostenuto dalla Cina. Questo grande progetto, la “strada sul tetto del mondo”, sarà sicuramente portatore di un grande potenziale economico, ma anche di grandi rischi di distruzione culturale e ambientale. Un ecosistema e una cultura unici al mondo saranno messi a rischio da un’incontrollata apertura alle influenze esterne. Ciò che sta succedendo in questi giorni è sicuramente l’inizio di una nuova minaccia e di una nuova sfida per l’Occidente. E’ l’inizio di un nuovo periodo di soprusi verso le frange più deboli di quel popolo, verso le donne. Di un futuro negato a milioni di bambini. Ma mi permetto di dire che anche questi drammatici momenti vanno inseriti nella continua e incessante demolizione del nostro pianeta. La minaccia di miniere di uranio a Narsaq in Groenlandia (https://www.theguardian.com/environment/2017/jan/28/greenland-narsaq-uranium-mine-dividing-town?fbclid=IwAR1uwo3qxfnaZeSxo2nc5x8B7hT5yXy6PnazIKSr0uhXZ4nRj_LPyJjcycs) e ora la possibile distruzione di un territorio immacolato, puro, il Corridoio del Wakhan, sempre grazie all’obiettivo di una continua e crescente espansione della potenza economica della Cina, mi fa riflettere molto; sono pensieri amari quelli che faccio, e che fatico a esprimere. Se prima mi ero arreso all’idea dello sguardo indiscreto di noi uomini al cospetto di un essere morente come il ghiacciaio del Großglockner, fatico a trovare le parole per descrivere queste mire espansionistiche in un momento così complesso. Pensieri pesanti davanti a un prato profumato della Val Pusteria. E’ un contrasto troppo netto. Ma sono impressioni di un mio vissuto che si confondono; passato, presente e un futuro minaccioso. Sarà l’inizio di una nuova guerra fredda? il mondo diventerà meno ospitale? Metto insieme i diversi ricordi raccolti nelle varie esperienze di viaggio e penso ai paesaggi altrettanto inenarrabili, per quanto sono (saranno?) belli, che i miei occhi hanno avuto la fortuna di vedere a Narsaq e a Sarhad-e Broghil. Io ho provato a raccontarli, li ho descritti, anche attraverso la musica, li ho fotografati, con il desiderio di condividere ciò che ho vissuto. Non voglio accomunare situazioni molto diverse tra loro da qualsiasi punto di vista, storico, culturale, antropologico. Tuttavia, alla luce di ciò che vedo in questi giorni, ossia una ennesima dimostrazione della natura brutale dell’uomo, mi chiedo come il popolo tibetano, lungamente perseguitato – così come i vicini uiguri – abbia potuto concepire un atteggiamento così imparziale nei confronti della vita: “In molti tibetani si manifesta chiaramente una serena tranquillità che consente loro di sopportare le sofferenze peggiori. Spesso, durante o dopo le torture, essi pregano persino per i loro aguzzini, poiché generano molto karma negativo con le loro azioni. Per questo motivo i tibetani destano ammirazione in tutto il mondo. Essi sanno che, anche se può essere minacciato temporaneamente il loro involucro fisico, non lo è invece il flusso della consapevolezza come parte del tutto. Queste memorie onnipresenti radicano saldamente nel singolo individuo un sentimento di appartenenza e protezione.” Alle pendici della Vetta d’Italia Ci sono dei luoghi che sono universali: contengono tutto ciò che ci si aspetta di trovare in un determinato ambiente. Hanno una ricchezza tale da sembrare finti. I prati, il torrente, i boschi, le cime, il sole, le nuvole bianche, gli animali da pascolo, la neve che tenacemente si aggrappa alle alte pareti. E’ tanto un luogo quanto l’idea di un luogo, della montagna. Mi chiedo il perché di questa mia resistenza a indicare con precisione il nome dei posti che visito, dei percorsi che faccio, delle persone che incontro o con cui condivido le mie esperienze. Penso sia dovuto al fatto che ciò che mi piace sia essenzialmente registrare le mie sensazioni, non tanto indicare un tragitto, come ci si arriva, o con chi ci sono arrivato. Nel luogo dove ora mi trovo, con i piedi immersi nelle fredde acque del torrente, percepisco questo senso di universalità. Questo insieme di elementi che si integrano perfettamente tra di loro e descrivono una tipologia di montagna che piace a me, quella dei particolari, dei singoli elementi che la costituiscono. Il grande ghiacciaio che ho visto ieri è l’esempio indiscutibilmente più evidente di montagna che non è fatta di particolari, ma di puro impatto: è una parola urlata, non è una frase articolata e espressa in modo delicato. E’ con lo sguardo rivolto al torrente che sciolgo i pensieri di questa mattina. Il mio sguardo va oltre questo torrente, si muove sulla ampia vallata che si estende da Ishkashim verso il Corridoio del Wakhan. Il costante profumo di malga nell’aria. E’ questa per me la valle del silenzio. Qui in inverno, con la neve, qualsiasi rumore è attutito. Ci vengo quando posso, e oggi, con i prati verdi e lo scampanio delle mucche, in modo diverso, questa valle mi regala il senso del silenzio. Mi connetto con questa bellezza, con questa moltitudine di piante e fiori colorati. Mi riconnetto con il mio recente passato nel Messner Mountain Museum. Chiudo gli occhi e sono in Tibet, sono nel Gilgit-Baltistan, sono in viaggio verso oriente. Vedo i tetti piani delle case costruite in adobe con le albicocche a seccare. Recenti esperienze di vita che vengono a galla. E’ una strana coincidenza svegliarsi e pensare all’Afghanistan, vedere nel pomeriggio con la mente la valle di Ishkashim e chiudere la giornata in questo museo dove rivivo tutti i viaggi fatti in questi anni nel lontano oriente. Nel museo leggo questa frase: “Si parla spesso oggi del carattere genuino della cultura di montagna, della sua autenticità e delle sue tradizioni. Dalle lontane aree urbane gli ambientalisti e i protezionisti mettono in guardia contro la svendita delle montagne. Ma loro stessi usano questo paesaggio culturale come fondale su cui proiettare la loro concezione di mondo ideale. Il “ritorno alla natura”, nella “terra natia” viene paragonato alla vita prima della Rivoluzione Industriale. Ai loro occhi le regioni montuose devono rimanere ”vere”, “genuine”, “come ai vecchi tempi”. Le regioni montuose come musei, però, non possono sopravvivere. La cultura di montagna può essersi sviluppata in maniera slegata dal presente, ma tenendosi solo aggrappata al passato diventa sterile”. Spesso anch’io uso il termine “genuino”, “puro”, “autentico”, anche in questo viaggio. La frase “Le regioni montuose come musei” mi ha bloccato. Ciò in cui credo è che, nel mio piccolo, sia doveroso avere rispetto verso i luoghi che visito, essere cosciente di dove mi trovo, delle difficoltà che posso incontrare oltre che delle bellezze che posso vedere. Essere cosciente dei miei limiti e non spingermi oltre le mie possibilità. Rispetto significa non lasciare tracce del proprio passaggio, mimetizzarsi nel silenzio della montagna, sapersi fermare quando è giusto. Rispetto, in senso più ampio, significa non violentare una montagna, non farla diventare un semplice bene di consumo. La montagna per me è sempre stata sinonimo di sacrificio; un rifugio deve essere conquistato, un sentiero deve essere percorso a piedi. Se ci sono dei servizi, mi piace usarli con parsimonia, bisogna saperli apprezzare, è sbagliato darli per scontati. La montagna come museo forse non è la strada da percorrere, penso tuttavia sia necessaria una più ampia educazione alla montagna, che, oltre ad essere un bene collettivo, è il nostro più ‘autentico’ luogo dove ritrovare se stessi, dove fermarsi, dove cercare il silenzio. Forse mi spingo oltre ma il modo più corretto di vivere la montagna si avvicina molto al principio che vige, ad esempio, in Islanda e in Groenlandia: l’uomo deve adattarsi alla propria terra, non deve adattare la terra ai propri bisogni. E’ una bellissima utopia alla quale io credo. A determinati monti e laghi dell’Himalaya sono attribuiti dei significati particolari, che si ispirano alla loro forma, posizione o orientamento geografico. Basti pensare al Kailash, la montagna più sacra a Buddisti, Bonpu, Hindus e Jain, o al Chomolungma (Everest), la montagna più alta del mondo. Tutti questi simboli esprimono la pluralità nell’unità. Essi intendono ricordare all’uomo, che egli – così come ogni altra cosa al mondo – non è essere esclusivo, ma parte di un tutto immenso, in continua evoluzione e che tutto pervade. Torno idealmente a dormire in una yurta. Alpe di Siusi Tornare sull’Alpe di Siusi era un desiderio che ricorreva da quando ero bambino, dopo quell’unica volta che ebbi modo di andarci. Ci sono dei particolari richiami che avverto occasionalmente nella mia vita. Non so mai riconoscerne l’origine, ma a un certo punto rilevo e riconosco questi desideri. Il più deciso e costante nel tempo è stato quello che mi aveva spinto fin su, fino in Groenlandia. L’Alpe di Siusi ha avuto la sfortuna di essere troppo vicina a casa mia. La potenziale maggiore facilità di soddisfare il desiderio di tornare su quell’altopiano ha paradossalmente fatto in modo che io non ci sia mai più tornato. Nel corso degli anni e dei decenni è rimasta nitida un’immagine e una sensazione precise che probabilmente sono diventate altro rispetto a ciò che realmente ho vissuto. Qualcosa è scattato quell’unica volta che vidi questo luogo. Non ricordo come ci sono arrivato, non ricordo i sentieri che ho fatto, ma ricordo bene una sensazione di benessere, di appagamento. All’epoca credo mi avesse impressionato la vastità, le creste che circondano questi luoghi, i colori, il verde dei prati. La sensazione che avevo provato era di accoglienza: la montagna accogliente, probabilmente più a misura di bambino. Negli anni a venire avrei coltivato l’amore per la montagna severa, scura, imponente, minacciosa. C’è qualcosa che è successo nel corso del tempo. Quell’immagine e quella sensazione che ho provato sono legate a mia madre. Ricordo un dialogo, o un’idea di dialogo che scambiammo quel giorno. Io credo di avere espresso il mio giudizio su questo luogo, ero felice. Ricordo paesaggi morbidi e una sensazione di intimità, di calore, di pace. Di mia madre ricordo un sorriso, non so cosa disse esattamente, ma so che era felice anche lei. Anche in questo caso la stratificazione delle esperienze di vita che ho vissuto hanno reso la sequenza storica puramente arbitraria. Quel sorriso si è mescolato ai suoi tanti sorrisi che hanno finito col caratterizzare questo luogo. Si è creata un’immagine di armonia e di perfezione attorno a questo altopiano. Scriverlo svilisce quel sorriso, perché lo definisce. Voglio che rimanga sospeso, meno definito; voglio che rimanga un’idea. Per questo sono tornato, e pure qui voglio osservare con lo sguardo di me bambino. Ma non descrivo ciò che ho visto, perché voglio che quell’idea che avevo dell’Alpe di Siusi rimanga esattamente com’era. Scrivere, ponderare, riflettere rischierebbe di modificare l’immagine che ho sempre avuto di questo luogo. So per certo che anche la giornata appena trascorsa è stata assolutamente speciale. Valle di Casies Una valle più a misura d’uomo, più vera, autentica, il cui profumo di prati si confonde e si combina con l’odore delle stalle. E’ una montagna silenziosa che mi ricorda molto la Val Visdende, il luogo nel quale, più che in qualsiasi altro, sento di trovarmi a casa; nel quale dimentico ogni cosa e dove il tempo quasi cessa di esistere. Dove avverto un senso di purezza, di integrità. Vorrei poter scrivere “natura incontaminata” ma so che ciò è solo apparenza, sono i miei occhi che vedono questo. Posso però definire la Valle di Casies meno alterata. Il concetto di “natura incontaminata” è quasi utopistico, è ormai ‘innaturale’. In Groenlandia e nel Corridoio del Wakhan posso dire di avere visto il lato più genuino di questo pianeta. L’acqua è l’elemento costante nelle passeggiate che sto facendo in questi giorni. Torrenti e fiumi che scendono dalle cime, il cui suono è una carezza, è un calmante naturale. Oggi l’acqua scende alla mia destra e alla mia sinistra, piccole cascate intensificano il suono, l’unico elemento che le mie orecchie percepiscono in questo ambiente altrimenti muto, di assoluta pace. Una sorgente di acqua fresca attraversa i miei pensieri, li pulisce, li rischiara. Si fa spazio tra le ombre e lentamente mi rigenera. E’ una carezza per la mente questa passeggiata. E’ la sola natura che parla, e usa la sua lingua più dolce. Il silenzio avvolge tutto, anche le poche persone che incontro paiono rapite, sembra esserci un incantesimo che ammutolisce chiunque entri in questo bosco. Assaggio un mirtillo e bagno le mani nelle acque fresche del torrente. Mi siedo su un masso ricoperto di muschio, sotto agli alberi. L’ombra e l’aria fresca del corso d’acqua mi regalano una sensazione di assoluto benessere. Ho premuto il tasto ‘pausa’; sono momentaneamente spento. L’acqua è un elemento purificatore e il pediluvio pomeridiano è diventata un’abitudine irrinunciabile. I sensi sono pronti a cogliere ogni sfumatura: il freddo dell’acqua e il suo incessante fluire, il profumo e il colore del bosco, la solidità delle rocce; il corpo che si abitua alla temperatura del freddo torrente di montagna. Con delle antenne immaginarie ricevo i segnali di questo bosco, capto la sua forza, la sua vitalità. E’ un viaggio tra i miei sensi e le mie memorie. Tre Cime di Lavaredo L’imponenza, la vastità, la regalità delle catene montuose, delle Dolomiti. La vista è quasi bersagliata da così tanta magnificenza. La grandezza che mi circonda rievoca un intero passato. Emergono non solo i ricordi, ma anche le sensazioni che questi luoghi mi davano nella mia giovane età. Una parte di me si risveglia, non è sopita, sarebbe quindi forse più corretto dire che si ravviva. Non vedo solo ciò che esiste ora attorno a me, vedo e sento un mondo che mi appartiene e che esiste nella mia mente. Un mondo ricco, fatto di sensazioni vissute, remote; ce n’è in abbondanza. Rivedo me giovane al cospetto delle mie prime grandi emozioni generate dalla visione di queste montagne; dal viverle. Ne ero attratto e allo stesso tempo mi sentivo in soggezione davanti a così tanta imponenza. Ero stato introdotto in un mondo che sarebbe rimasto inciso dentro di me, che si sarebbe distinto su altri, e che avrebbe segnato la mia esistenza. Ne percepivo l’armonia, ne apprezzavo l’insieme, ne coglievo già alcuni dettagli. Ma era la grandiosità che mi aveva stregato. L’enormità di queste montagne, la loro maestosità, e la percezione di essere un granello, un’inezia in mezzo a queste alte rocce solenni e monumentali. I Cadini di Misurina, con le punte aguzze e frastagliate, riemergono dal passato e si stagliano davanti a me con i lunghi canaloni di ghiaia e qualche accenno di ghiacciaio. Quando soggiornavo in montagna mi piaceva l’idea di intagliare il legno. In questi luoghi ho trovato le prime ispirazioni che sfogavo come potevo, con qualche pezzo di legno e un coltellino. La musica c’era già, ma sarebbe arrivata dopo con l’intensità di questi ultimi decenni. Molte delle mie passioni vanno ricondotte a queste iniziali esperienze di vita. Ma è l’insieme, il complesso di esperienze che crea la consapevolezza. Alcune esperienze di vita non possono essere comprese subito nella loro totalità. Devono sedimentare e crescere lentamente. Io le ho custodite negli anni e le ho fatte diventare parte di me. Ciò che sono ora è anche ciò che vedo in questo momento. E’ come se la forza che questo scenario trasmette mi arrivasse con maggiore intensità. Sento il sovrapporsi di emozioni, osservo con molti occhi di me stesso nei diversi momenti della mia vita, e vedo queste e altre montagne, che non sono realmente davanti a me, ma sono dentro di me. E’ una sovrapposizione che mi scuote e mi commuove. Ma in questo momento sono le Alpi e le Dolomiti a materializzarsi nei miei pensieri; c’è spazio solo per loro, per queste ‘mie’ montagne. Osservo la pietraia e la rada vegetazione dalla tonalità spenta e scura, gli unici elementi di un paesaggio che mi faceva provare, e mi fa provare tutt’ora, esitazione e insicurezza. Da qui in alto mi sembrava di vedere fino ai confini del mondo, e respiravo ciò che si chiama pericolo; anche se di pericolo non ce n’era. La naturalezza con cui si muove la gente in alta montagna mi ha sempre meravigliato. Do anch’io questa sensazione? Ricordo che in questi ambienti spogli percepivo il silenzio, interrotto dal solo sibilo del vento. Ci sono luoghi, come questo, che rievocano il silenzio pur essendo pieni di vita, pieni di persone che parlano e si muovono. E’ talmente palese la loro potenza che il mio essere la avverte nitidamente; annulla ciò che è superfluo, cancella il rumore di fondo. La valle sotto la Vetta d’Italia, e lo sterminato paesaggio attorno alle Tre Cime di Lavaredo, è come se avessero la capacità di pulire il mio udito e il mio sguardo. Resta solo l’essenza, la muta carezza in un caso, e la quieta grandiosità nell’altro. Di sera, attendo la pioggia seduto a osservare le cime che si spengono sotto le nubi, il cielo che si oscura e il vento che si alza. Sento arrivare l’odore della pioggia, che ora si confonde con il profumo dei prati. Da bambino ho avuto la grande fortuna di conoscere un’eccellenza, ma non potevo saperlo; pensavo che la montagna fosse semplicemente così. Oggi sono consapevole del valore delle Dolomiti e delle Alpi, ne riconosco l’unicità. Sono riconoscente del fatto di avere avuto il privilegio di vivere questa montagna, di assorbirla sin dai miei primi anni di vita. Passo di Stalle, Alti Tauri Una mattina fresca, d’immacolata chiarezza. Dalla finestra della mia stanza osservo due caprioli intenti a mangiare l’erba del prato. E’ un’immagine bucolica che definisce in modo quanto mai appropriato l’idea di montagna accogliente, da non confondere però con stucchevole. E’ la montagna lenta, che è sinonimo di paesaggi morbidi; non sempre è necessario inerpicarsi sulle vette. Oggi mi addentro nella valle che porta al Passo di Stalle, autentica come la Val di Casies. Una successione di prati verdi, boschi e torrenti mi accompagna lungo tutto il percorso. Come un faro, un ghiacciaio spicca nel verde e mi indica la direzione fino al valico, al confine italo-austriaco, nel parco degli Alti Tauri. I monti sono ricoperti di manti verdi. Profumo di alta montagna; vento. Rododendri, ginepri, mirtilli. Torrenti e ponti. Verde, viola, giallo, bianco. Il frinire dei grilli, lo scorrere del torrente, il suono dei campanacci. Lentezza, rilassatezza, calma. Provo una sensazione di appagamento; sento che ora non può esserci luogo migliore di questo; che la tranquillità è concentrata qui. Non emergono ricordi passati, non associo questo luogo a qualcosa di già vissuto, forse perché non ci sono mai stato. Semplicemente esiste e io lo sto vivendo, sto godendo di questa eleganza, di questa armonia, di questo equilibrio. Non c’è passato o futuro. E’ l’adesso, è il presente. Un nuovo pezzo di vita. Per un lungo istante attraverso il mio corpo è passato un soffio di dolcezza. Un forte vento fa frusciare la rada vegetazione, la visuale è ampia, l’aria è fresca. C’è poco di terreno quassù. Sono immerso nei miei pensieri, pensieri che volano e seguono le scie degli aerei; verso est. Mi rendo conto che lo spirito della montagna, la sacralità delle cime, i paesaggi dalla bellezza disarmante, sono difficili da raccontare. Offrono spunti per riflettere, ma le immagini che ho raccolto mi sembrano quasi rubate con fatica, espresse in modo approssimativo. Come si fa a descrivere i tempi dilatati, il silenzio, i paesaggi sconfinati, la molteplicità dei dettagli e il senso di meraviglia che si prova? La mia percezione di tutto questo è stata forgiata gradualmente negli anni; come raccontarla? Mi affido alla mia musica, a ciò che spontaneamente esce da me stesso attraverso un linguaggio non verbale, intraducibile, fatto di emozioni. In fondo non mi interessa documentare, informare; desidero esprimere l’essenza incontrastata della montagna con il suo fascino accogliente ed estremo. Ma in tutta onestà i miei pensieri non volano solo a est, non si nutrono solo di ricordi e di stupore. Cerco di astrarmi dalla mia quotidianità, perché ne sento il bisogno, ma i miei pensieri, anche in questi giorni, si immergono spesso negli abissi. La presunta algida serenità della natura cela sempre il suo aspetto più violento, esplosivo, distruttivo. Il potere della natura, espresso al meglio nel rilascio violento del magma dalle sue viscere, forse la più grande testimonianza del suo potere, insieme ai violenti uragani, dovrebbe farci riflettere, dovrebbe frenare il nostro desiderio di agire liberamente e indisturbati sul nostro pianeta. Dovremmo imparare i nostri limiti. Forse dobbiamo accettare che l’aumento del numero di persone su questo pianeta, la loro rapida urbanizzazione e i loro frequenti viaggi a lunga distanza, per turismo e per affari, abbiano creato le condizioni per una maggiore crescita e diffusione delle malattie infettive? E’ davvero così importante continuare a vivere come abbiamo vissuto negli ultimi sessant’anni? L’uomo può adattarsi a uno stile di vita diverso? La pandemia da covid è arrivata nel pieno di un’altra crisi, quella del cambiamento climatico, che potrebbe essere anche peggiore. Adattandoci alla crisi da covid, potremmo essere capaci di rimediare, almeno in parte, alla crisi climatica? Il mio desiderio di viaggiare per conoscere il mondo, per cercare il lato più autentico e profondo di questo pianeta; per immergermi in contesti naturali in parte ancora integri; per osservare popoli che sembrano vivere in epoche remote; per contemplare paesaggi e mondi perduti; come evolverà?

13.

EQUILIBRIO e interferenze
ØKSFJORDJØKELEN. Ghiaccio dominante, silenzio veemente
NORVEGIA 2022

Era proprio quel saluto, dal balcone sopra l’albero di fichi. Era proprio lo stesso, l’ho riconosciuto, ma questa volta da una stanza asettica, impersonale, vuota; la solita stanza di un ospedale. Il mio io giovane e il mio io adulto si incontrano attraverso quel saluto, un saluto che racconta due partenze diverse, una verso casa, dal sapore e dal calore familiare, da un luogo in cui il sorriso non mancava mai. L’altra, questa, una partenza verso un nuovo viaggio, ma da un luogo che apre ferite. Di nuovo questi piccoli gesti, una semplice mano che saluta, eppure quanta profondità si cela in quei movimenti, quante immagini evocano, quante emozioni riescono a raccontare. Ma questo semplice gesto in questo contesto è stonato, eppure è così che comincia il mio nuovo viaggio.

Come è avvenuto nelle mie più recenti escursioni sulle Dolomiti, anche quest’anno si incrociano esperienze di vita. Evidentemente è la mia vita che acquisisce sempre più profondità ed è quindi inevitabile un sommarsi di pensieri correlati a emozioni che giungono da epoche lontane tra loro. Substrata di Biosphere emerge imponente in questi giorni, è quel disco che unisce molti pezzi della mia esistenza. Anche da lì ha origine il mio amore verso un certo immaginario, già innato, già presente in me, ma esploso nei due viaggi in Norvegia che feci all’inizio degli anni Duemila. Sulle Dolomiti c’è stato il primo assaggio concreto di quel senso di smarrimento di fronte a una natura solenne, maestosa; ero bambino. Ci fu poi l’esperienza in Siberia, nel lontano 1988, quando ancora esisteva l’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche. Lì vidi gli spazi senza confini, l’immensità osservata voracemente dal finestrino di un treno; i miei giovanissimi occhi assorbirono quelle vastità, elaborate poi negli anni e fatte mie per sempre. Scrivo queste prime frasi nella casa abbarbicata sull’Altopiano Carsico, luogo dove tante idee e tanti progetti musicali sono nati; dove conservo i miei ricordi più belli, anche se forse, oggi, più lontani. Scrivo sul grande tavolo di legno e osservo la stanza e il camino. In questo momento scorgo un leggero senso di vuoto in questo ambiente, che tuttavia continua a scaldarmi il cuore. Ciò che scrivo sono essenzialmente stati d’animo, riflessioni su ciò che vedo. Mi fermo a riflettere su temi importanti ma scelgo volutamente di non appesantire i miei diari. Cerco di rimanere leggero, il mio desiderio è raccontare dei luoghi, di bloccare dei momenti della mia esistenza. Quest’anno però c’è un libro, “Risveglio della terra” di Knut Hamsun, che mi porta a fare delle riflessioni che volutamente lascio in superficie, e che accenno solamente. Il tema è talmente scivoloso che non mi arrischio a fare nessuna considerazione. Ma prima o poi sarei dovuto arrivarci, e colgo l’occasione di questo viaggio in Norvegia, e questo particolare periodo, per uscire un po’ dalla mia strada maestra per riflettere su un’interpretazione del rapporto con la natura che avevo sempre volutamente messo da parte. L’essere umano, anche di fronte ad un tema così innocuo e semplice, ha fatto emergere la propria natura. Siamo una specie tra le altre specie animali; ciò che ci rende uomini dovrebbe essere la capacità di discernere il bene dal male e di indirizzarci verso il bene. Siamo parte di un meccanismo, ma in quanto parte ‘pensante’, crediamo di governarlo a nostro piacimento, immuni dalle conseguenze delle nostre azioni sull’ecosistema. Dominio nei confronti del pianeta, e dominio su ciò che viene ritenuto ‘diverso’, per colore, razza; per qualsivoglia caratteristica in funzione del punto di vista di partenza. Nel corso della sua esistenza l’uomo si è sempre trovato in bilico, e si è sempre impegnato nella ricerca di un equilibrio. Noi siamo contemporaneamente dentro e fuori dal nostro contesto, lo viviamo e lo guardiamo; è la nostra coscienza che rende singolare ed eccezionale la nostra condizione. Più volte, perso in sogni di onnipotenza, l’uomo è precipitato in abissi di follia che malauguratamente si ripetono ciclicamente. Nel caso specifico, una certa sensibilità ambientalistica, come quella maturata nell’ecologismo germanico dei primi decenni del ‘900, nella sua estrema ramificazione animalista, finì per sposare una atroce insensibilità umanistica. È il contesto storico nel quale vive Hamsun che mi ha sempre impedito di avvicinarmi ai suoi libri. Ciò che professa è assolutamente condivisibile: il ritorno ad una civiltà contadina preindustriale, incontaminata. Hamsun racconta l’utopia del ritorno ad un passato immaginario, come risposta alla non vivibilità della società moderna. Nel diluvio mass-mediatico dei nostri giorni penso sia naturale cercare un riparo, conservare e custodire un po’ della propria umanità. Hamsun non vagheggia solo un ritorno alla natura, ma ad un mondo legato alla natura, ad un sistema economico e di rapporti sociali fondati sull’esistenza di una nobiltà terriera con caratteristiche medioevali. “Nessun uomo su questa terra vive di banche e industrie. Nessuno. Gli uomini vivono di tre cose e di nient’altro: del grano che spunta nei campi, del pesce che vive nel mare e degli animali ed uccelli che crescono nella foresta. Di queste tre cose”. Hamsun nel “Risveglio della terra” approda all’idea di una società tradizionale legata alla natura non da un rapporto di sfruttamento ma da una simbiosi. A cavallo tra ‘800 e ‘900 c’è un intero movimento letterario scandinavo che punta al recupero delle tradizioni popolari, del rispetto reverente per la natura, dei valori di solidarietà e laboriosa onestà tipici del mondo provinciale. Questo tema è scivolosissimo, nei suoi principi innocui e apparentemente condivisibili, nasconde risvolti ambigui e insidiosi, sia allora, sia nuovamente oggi. La storia è un continuo ripetersi di eventi, di equivoci, di circostanze che si ripropongono. Personaggio complesso, Hamsun vive di contraddizioni, ed è forse questo che mi incuriosisce. Brama un mondo legato ai valori semplici di una vita passata a lavorare nei campi, ma lui stesso è figlio della nevrastenia borghese, lui stesso prova a staccarsi dal mondo materialistico che lo circonda trasferendosi, cinquantenne, ad Harmarøy, sua città natale, per vivere di agricoltura. Ma il suo equilibrio è instabile, vive di insoddisfazioni e di ansia, di desiderio di affermarsi come scrittore. Si sente incompreso, vittima, a suo avviso, di una società ottusa. Hamsun è un po’ come i personaggi dei suoi romanzi, alla ricerca di un equilibrio interiore, turbato dalla civilizzazione moderna e dall’allontanamento dalla natura. Hamsun vorrebbe confondersi nel contesto, nella natura; allo stesso tempo sente forte il desiderio di emergere, di essere visibile, di esprimere la propria unicità. Tutto ciò è comprensibile, ed è assolutamente irreprensibile. Quasi tutti ci troviamo di fronte a questo bivio, ed è questo aspetto che mi interessa. Forse la sfortuna di Hamsun è stata quella di essere nato in un’epoca nella quale l’essere umano aveva completamente perso l’equilibrio, e pure lui, perso in utopie col tempo sempre più discutibili, finì per essere risucchiato in quell’ingranaggio folle. Nei paesi scandinavi, all’alba della seconda guerra mondiale, crebbero dei movimenti populisti le cui matrici ideologiche, il culto romantico delle origini, il mito del volks e del vikingo, il nazionalismo, il rifiuto della civiltà industriale e della cultura liberal-democratica, la xenofobia, erano le stesse del nazismo. Il leader fascista e populista Vidqun Quisling vagheggiava una Norvegia inclusa in una grande confederazione germanica, in funzione anti-americana, anti-comunista e anti-capitalista. Ciò che corrispondeva in qualche modo alle aspettative dell’ottantenne Hamsun. Nel corso della guerra Hamsun si recò personalmente da Hitler. Perso nelle sue fantasie, nelle sue utopie, non vide davanti a sé un alienato, un uomo in preda alle sue ossessioni; alla morte di Hitler ne scrisse pure un necrologio commosso.

È questo epilogo che mi ha sempre tenuto lontano dalle opere di Hamsun. L’ho evitato per anni. Decido di leggere “Risveglio della terra” senza preconcetti. Decido di leggere una storia, un racconto. Lo leggo anche per un altro motivo. Cerco spunti per osservare con lucidità ciò che vedo, anche in questo viaggio. Mai come oggi l’uomo si trova in un mondo iperconnesso, dove le società e le culture coesistono fianco a fianco. Ma com’è questa coesistenza? I nazionalismi sono destinati a crescere, insieme all’idea di supremazia nei confronti di un indefinito altro? Gaia Vince nel suo libro “Nomad Century: How Climate Migration Will Reshape Our World” immagina un mondo senza confini. Il cambiamento climatico genererà migrazioni di massa verso i poli, verso le zone oggi più inospitali del pianeta, verso la Groenlandia, la Siberia, l’Alaska, anche solo verso la Scandinavia. Immagina un’organizzazione internazionale nella quale tutti siano rappresentati. Ipotizza una cooperazione mondiale in favore della sopravvivenza del genere umano. Vorrei poterci credere in questo ipotetico brillante futuro. Non avrò risposte nel corso del viaggio, forse non le ho cercate; come sempre mi limito a osservare dei luoghi, raccolgo dati e suggestioni. Un giorno, forse, quando avrò accumulato tanto materiale, oggi sparso e disordinato, metterò tutto insieme e avrò un quadro chiaro di ciò che ho visto, di ciò che ho vissuto, di ciò che sono/stato. Certe riflessioni poi preferisco per il momento tenerle celate e solo per me, essendo lontane dal motivo che mi ha indotto a scrivere queste pagine dedicate alle mie esperienze di viaggio. OSLO La lettura del “Risveglio della terra” mi ha accompagnato in questi ultimi giorni verso l’idea di viaggio, ma è questa stereotipata e incolore periferia nelle vicinanze dell’aeroporto a condurmi nella dimensione esplorativa. Dormo in un albergo insignificante ma che riesce a colorare i miei pensieri. Poche ore di sonno e alle quattro di mattina mi trovo in un aeroporto già affollato, gremito di gente come se fossi al mercato in pieno giorno. Mi inserisco in questo fiume di esseri umani agitati e rumorosi e l’immaginazione mi fa pensare di essere all’ingresso di un condotto, di un tubo nel quale vengo spinto dentro a forza per poi essere balzato fuori e lanciato da solo in una landa deserta, spoglia e silenziosa. Gli affollamenti scomposti sono consuetudine a queste latitudini del pianeta, ma non mi piacciono. Quest’anno mi sento mentalmente intorpidito. Lo spostamento su lunghe distanze appartiene ad un passato non così lontano, ma l’intervallo pandemico ha sbiadito i ricordi e mi ha forse impigrito. Sento però il bisogno di tornare a esplorare il mondo, ricominciando da un luogo che mi aveva lascito attonito, che mi aveva acceso e illuminato in un mio ormai lontano passato, precedente alle esperienze vissute in Groenlandia. Dei due viaggi in Norvegia vissuti tra la fine degli anni novanta e i primi anni duemila, tornai carico di idee e fu allora che iniziò concretamente il mio progetto musicale. L’aereo prende quota, le masse si acquietano e io riesco a lasciarmi andare e a pensare a questo nuovo viaggio. Sorvolo le Alpi e osservo le Dolomiti con i suoi morenti ghiacciai. Osservo il mondo dall’alto e le riflessioni sono un po’ meste. Mi dirigo verso il Circolo Polare Artico dove si registra un altrettanto rapido processo di scioglimento delle grandi masse di ghiaccio. Sulle Alpi si riducono le lingue glaciali e interi settori crollano per effetto dell’assottigliamento del ghiaccio e dell’azione delle acque di fusione; il triste caso della Marmolada è solo l’ultimo esempio. Come avevo già scritto in occasione delle escursioni fatte sul Monte Bianco, il regresso glaciale si accompagna a profonde modificazioni ambientali. Le aree glaciali vengono ricolonizzate, la vegetazione arborea occupa zone prima interessate solo da vegetazione erbacea e da prateria alpina. Questa non è solo una lotta titanica tra le forze della natura per la conquista dei propri spazi, la conseguenza è l’aumento di emissione di gas serra da parte di questi terreni che contribuisce a sua volta all’aumento della temperatura globale. Capisco che la mia mente non è ancora libera, è ancorata a immagini e riflessioni che giungono dall’esterno, dai giornali, dai mass-media, dalla realtà. Le mie riflessioni oscure sul mondo sono condizionate da questi continui stimoli, più o meno voluti. La mia mente va oltre le Dolomiti, si spinge a nord, verso quell’ideale massa bianca che immagino senza confini. Eppure verso i poli la situazione è altrettanto drammatica: le estese fusioni dei ghiacci mettono a repentaglio la possibilità per le nevi perenni di superare le estati e di conservarsi trasformandosi lentamente in ghiaccio di ghiacciaio. Le fusioni estese di neve e ghiaccio provocano l’innalzamento del livello dei nostri mari. Guardare il nostro pianeta dall’alto mi provoca emozioni contrastanti. È semplicemente bello visto da quassù, e mi perderò sicuramente in considerazioni romantiche sulla sua bellezza, è impossibile non farlo. Lo farò sicuramente fra pochi minuti, così come durante l’intero viaggio. Allo stesso tempo una visione dall’alto rende tutto più collegato, unito, e banalmente più piccolo. È un osservare oggettivamente fuori dai propri confini, più distaccato, più obiettivo, meno romantico. È un prendere coscienza con i propri occhi dei grandi cambiamenti che stanno avvenendo, o semplicemente del livello di antropizzazione di aree più o meno estese. Quando vedi per mezz’ora, e anche più, intere aree perfettamente disegnate, organizzate, dove nulla è lasciato al caso, e la velocità di un aereo è ben diversa da quella di un’automobile, hai la netta percezione di quanto invasiva sia la presenza di noi esseri umani. Quando osservi le Alpi e con lo sguardo vai alla ricerca di un ghiacciaio, e fatichi a trovarne uno, nonostante la giornata limpida, allora realizzi e prendi atto che effettivamente qualcosa è accaduto. Io accetto e mi rassegno, ma allo stesso tempo continuare a sognare. Osservare il paesaggio dall’alto in prossimità di Oslo permette di intuire la passata presenza degli enormi ghiacciai, ed è evidente la loro possente attività di erosione. Fiumi e laghi testimoniano la loro antica presenza. Quanto sono evocative le grandi distese non antropizzate. Passo da una Germania marcatamente antropizzata a un paesaggio dolce e accogliente, un immenso manto verde, semplice, non alterato, che esprime tutta la sua potenza e maestosità; ed è su questa distesa verde che l’aereo atterra e il mio sguardo torna sognante. Non riesco tuttavia ancora ad essere leggero, scruto, analizzo, e in fondo, è un po’ anche questo il senso di un viaggio. Alla ricerca di austerità e di sobrietà, Oslo un po’ mi disorienta. Mi godo una splendida giornata di sole in riva al mare e rifletto sulla sensazione che questa città mi aveva trasmesso vent’anni fa. Mi ricordavo una città più fredda e meno ‘solare’. Questo viaggio ha un’importanza diversa da quelli passati. È una ripartenza, è una rinascita dopo un lungo periodo di stasi. Non ero sicuro di ritrovare il piacere di viaggiare, ma emerge, lentamente si fa strada nella nebbia, che si dirada, si dirada… Cammino per le strade della città, assorbo e contemplo. Oslo sembra una grande piscina a cielo aperto, vive di una luce nuova. Quartieri appena sorti nella zona del porto si affacciano sul mare, squadrati, regolari, moderni. Presente, passato e futuro si intersecano. Bar e ristoranti accolgono le numerose persone riversate in riva al mare, complice sicuramente la giornata di sole. La festa arriva fino all’edifico che accoglie il nuovo museo di Munch. Lascio alle mie spalle un mondo colorato ed entro in un mondo fosco, dove emerge un’altra faccia di questo popolo. Qui regna l’espressionismo di Munch, l’ansia interna dell’uomo; il decadentismo di Knut Hamsun e il culto della natura, raccontati in un’opera di Eric Harry Johannessen del 1935, dal titolo Growth of the soil, esattamente come il libro di Hamsun. L’edificio è in vetro e non pone confini con l’esterno; dalle ampie vetrate assisto all’incontenibile voglia di vivere e di futuro. Sono un po’ stordito e allo stesso tempo incuriosito. L’argano è il simbolo della crescita, della costruzione, della terra che viene lavorata, della Norvegia che viene ricostruita dopo la Seconda Guerra Mondiale. È dipinto nel grande salone del municipio. Costruire, migliorare, crescere. La crescita della città è motivo di riflessione. È una crescita sana? È una crescita dettata e viziata dal profitto? Gli edifici così estremamente razionali, squadrati, in alcuni casi senza balconi, non permettono una relazione con il contesto circostante. Chiudono le vite dentro quegli ambienti. Cosa racconta questa crescita della città? Oslo rappresenta la Norvegia? Le statue di Vigeland, il progetto dietro alla ridefinizione del parco centrale della città, è figlio dello stesso desiderio di crescita? Quelle statue rappresentano un desiderio virtuoso di crescita. Oslo era conosciuta per non avere la maestosità di Stoccolma, né il respiro cosmopolita di Copenaghen. Era una città che viveva con modestia il suo ruolo di capitale. Era questo che avevo colto anni fa. Una parte della Norvegia crede nell’isolamento, nelle tradizioni; il senso della patria rinacque con la scoperta del petrolio, oltre che dall’indipendenza dalla Danimarca. Un’altra parte crede nella spinta verso l’esterno, è cosmopolita, ed è rappresentata da chi crede nello sviluppo urbano. Oslo è un’arena dove si affrontano queste due anime che si mescolano a fatica. È una città che vive di contraddizioni. Progetto politico contrapposto ad un progetto individuale, ecco la differenza. Vigeland, quasi un utopista, ha voluto ed è riuscito a realizzare il suo progetto di un parco che oggi è definito come uno dei più belli della Scandinavia. I nuovi quartieri che oggi stanno emergendo, nei quali ha trovato spazio anche il museo di Munch, sono (anche) un progetto politico. C’è molta meno poesia in tutto ciò, ma questo è quello che osservo. La città mi piace, queste riflessioni non la sminuiscono affatto. ISOLE LOFOTEN Saluto una Oslo ricca di incongruenze e dissonanze, lascio il cuore pulsante del paese, e mi dirigo a nord, nella piccola città di Bodø dove forse comincerò a vedere la vera anima della Norvegia, quella che avevo il desiderio di rivedere e di riscoprire. E dove i miei pensieri diventeranno più ‘miei’, dove riflessioni indotte si spegneranno per dare spazio al mio vero mondo interiore. Questo è un viaggio itinerante, ogni giorno cambierò luogo. Andrò a nord per poi entrare in Lapponia. Passerò dai boschi del sud alla tundra del nord, per riscendere infine nelle foreste finlandesi. I viaggi itineranti hanno bisogno di una lunga riflessione ritornati a casa. I costanti e continui cambiamenti di paesaggio comportano un accumulo di immagini e sensazioni che non si possono fermare nel momento stesso del viaggio, si possono solo raccogliere e immagazzinare. Ci si fa un po’ travolgere, minuto dopo minuto. In volo verso Bodø, ammirando i paesaggi sotto di me, ho un pensiero costante. Islanda e Norvegia sono due paesi profondamente diversi, ma in entrambi i casi i termini ‘vasto’, ‘sconfinato’, ‘wilderness’ sono calzanti. In prossimità dell’aeroporto noto un continuo avvicendamento di isole e isolotti; le coste sono frastagliate, irregolari, grinzose, nulla a che vedere con le coste regolari e lineari che ho visto nel nord della Germania. Queste sono increspate, ruvide, rugose e selvagge, eppure, al contempo, comunicano l’esatto opposto, sono in ugual modo morbide, ospitali e accoglienti. Questo è un luogo che vive di contrasti, ma differenti rispetto a quelli di Oslo, questi sono contrasti del paesaggio, sono naturali, ne contraddistinguono l’identità di questo ambiente. La pista di atterraggio giace praticamente sul mare, le montagne affiorano dall’acqua del mare, e sono spruzzate di neve e di ghiaccio. E come potrebbe essere altrimenti quassù? Era esattamente questo ciò che volevo rivedere. Scendo dal piccolo aereo e respiro l’aria fresca e pulita; sto vivendo quel particolare momento del viaggio nel quale ti senti euforico e semplicemente vivo. Sei lontano dal tuo modo abituale di agire e di pensare, sei ormai calato in una dimensione inedita tutta da scoprire; non ci sono punti di riferimento, abitudini da ripetere, sei unicamente bersagliato dalle emozioni, unico elemento guida. C’è una splendida luce nel cielo di questo luogo, posto ai margini del mondo. Cammino e cerco di trovare delle similitudini, apro idealmente i cassetti che danno forma alla mia memoria e rievoco ricordi di luoghi visti. Associare, accostare e collegare immagini è un processo libero, indipendente dalla volontà, dalla mia perlomeno. È un viaggio nel viaggio, un peregrinare nella memoria che ora mi riconduce in Islanda. L’accostamento è assolutamente soggettivo e dipende solo ed esclusivamente dai miei ricordi. Sarà per i gabbiani, che io associo ai villaggi del nord (ma che vedo sempre anche a Trieste – la mente spesso non è obiettiva), sarà per l’urbanizzazione appena accennata, modesta, semplice, spartana. Eppure continuo a chiedermi: «Cosa c’è che caratterizza questo luogo?». Cerco di andare oltre alle rievocazioni.

È il silenzio! Ecco cos’è che contraddistingue questo piccolo centro, è proprio il silenzio, la pace, la semplice tranquillità. Due ragazze si tuffano dalla piattaforma di una sauna galleggiante; non c’è altro suono oltre a quello dell’acqua alzata dai loro tuffi. L’aria profuma di mare, ne accosto la sensazione a quella che a me evoca la lieve fragranza di un mazzo di fiori di campo appena colto. Il porto è calato in una dimensione di quieta sospensione. Io sto vivendo una tregua dalla mia vita abituale, ma questo luogo è esso stesso una sosta, è una pausa dal mondo. Io percepisco questo, adesso, osservando i fari colorati che si stagliano sugli immancabili cieli grigi. Un accenno di colore che si mescola alle tinte rosse delle piccole case rosse che sembrano galleggiare sull’acqua. In tutto questo c’è però una nota stonata, il razionalismo di Oslo sta arrivando anche qui. Alti edifici abbozzano uno skyline che non dialoga con il contesto, con i rilievi in lontananza, con le case dei pescatori, con la genuina sobrietà del luogo, con il suo imponente silenzio. Le riflessioni e i pensieri si accumulano ma è proprio questo che succede quando si viaggia. Gli ingranaggi riprendono a girare, la curiosità viene gradualmente alimentata e ci si sente senza età, un po’ bambini, desiderosi di vedere, di conoscere, di scoprire. I sensi si riattivano, continuamente sollecitati senza mai una sosta, se non quando si deve andare a dormire. La fase del sogno non è più solo notturna, ma anche diurna; è un continuo. Questo succede quando ci si riesce a calare completamente nella dimensione del viaggio. Quest’anno, contrariamente a quanto mi ero immaginato, la transizione verso l’io viaggiatore è avvenuta subito, complici i paesaggi fiabeschi della Norvegia. Cado in un sonno profondo, stanco e appagato. Come ogni anno i miei compagni di viaggio sono i miei libri. Come si può viaggiare senza percorrere simultaneamente due percorsi, quello interiore e quello reale, fisico? È stupefacente quando i due cammini collimano, quando si uniscono e corrono all’unisono; permettono di intensificare il momento stesso dell’esplorazione, acuiscono i sensi e non danno tregua; il viaggio non smette mai. Giorno e notte il corpo e la mente sono in continuo movimento e io non voglio che nulla si arresti, desidero un coinvolgimento completo e totale. Abbino le riflessioni pesanti e gravi suscitate dalla lettura del libro di Knut Hamsun, di per sé semplice e innocente, con osservazioni leggere e piacevoli evocate da “Il libro del Mare – o come andare a pesca di uno squalo gigante con un piccolo gommone sul vasto mare” di Morten Strøksnes. Questo fantasioso giornalista, nonché scrittore, storico e fotografo, descrive il tratto di mare che separa Bodø dalle Isole Lofoten, breve tragitto che mi accingo a fare proprio ora. Il luogo sembra essere molto ventoso e la traversata spesso animata da mari agitati. Strøksnes scrive «Ho smesso di pensare ai pigri ritmi estivi di Oslo e alle sue calde e luminose giornate». «Ogni volta che lascio Oslo per andare a nord ho sempre la stessa sensazione di fuga, di evasione dall’entroterra e dai suoi formicai». Difficile dargli torto seppure io faccia fatica ad associare il termine formicaio ad una città di seicento mila abitanti, capitale di una nazione di cinque milioni e mezzo di abitanti. Ciò che è palese qui dove mi trovo ora è la sensazione di vivere una tregua, di essere sganciati dalla frenesia che corrode gli animi. Amo viaggiare per mare, osservare le coste allontanarsi all’orizzonte; qui, verso le Isole Lofoten, in lontananza si scorgono i rilievi rocciosi che emergono dal mare; sfumature di azzurro più acceso rispetto all’azzurro del cielo. Si distinguono nettamente così come le pennellate di bianco sulle sommità. Il mare è calmo e io mi sento in pace con me stesso, appagato, sereno, leggero. Viaggio per mari e monti. «Ma com’è possibile?» mi chiedo. Ebbene, qui è così. Come avevo notato ieri appena atterrato a Bodø, anche oggi il cielo brilla di una luce che si può vedere solo qui, oltre il Circolo Polare Artico. Quanto il cielo è luminoso, tanto l’acqua del mare è scura, quasi nera. Lo sguardo non può andare oltre la sua superficie, posso solo provare a immaginare gli abissi e le profondità che nasconde. È in questa immensità buia e sinistra che vive il grande squalo della Groenlandia, predatore ancestrale nonché il vertebrato più longevo del pianeta; protagonista dell’avventura narrata da Strøksnes. L’uomo, riflette Strøksnes, è arrivato a mappare l’intero globo e a navigare tra le stelle, eppure sembra conservare un’ossessione per il mito del mostro, forse per un lontano istinto predatorio, o per la paura dell’ignoto che ancora oggi il mare ci risveglia. La traversata è breve, eppure, lontano da precondizionamenti, da pensieri indotti dai giornali, dalla realtà che mi circonda, il mio io viaggiatore ora si sente più vicino che mai alle avventure fantastiche di Melville e Jules Verne, alle esplorazioni di Amundsen, Nansen, Nobile. Viaggio sempre consapevole, ma anche, più che mai, sognatore. Mollo gli ormeggi e, più che su una nave, mi immagino a bordo di un dirigibile sopra i ghiacci del Polo Nord, che ora vedo e immagino eterni, non voglio pensare alle fusioni estese di neve e ghiaccio… Atterro con la mente, ma è la realtà a sorprendermi, perché qui è più bella dei sogni che vivono nella mia testa. Qui tutto è più azzurro, più bianco, più fresco, più sorprendente, più ricco della mia stessa immaginazione. L’impatto è così forte da commuovermi. Il villaggio di Å è un’oasi tra mare e montagna, minuziosamente decorata con tante piccole case rosse, i rourber, le abitazioni dei pescatori. I rilievi sono in roccia cristallina con versanti a strapiombo sul mare, con cime coperte di ghiaccio e nevi perenni. Le cime, forse più che immergersi, sembrano alzarsi verticalmente dall’acqua, come palazzi principeschi. Alcune montagne dell’arcipelago sono tra le più antiche al mondo. Solitarie, immerse nelle trasparenze tenebrose di queste acque, sono il riflesso di sé stesse nel tempo; vivono istanti eterni, precise età indistinte. Afferro i ricordi di tanti anni fa che stavano sbiadendo. Come è già successo in altre occasioni, ciò che osservo è davvero troppo; il paesaggio è di una bellezza disarmante. Sono a Tahiti? Queste sono isole esotiche? Mi trovo forse in un atollo dell’Oceano Pacifico? È un paesaggio che non ci si aspetterebbe a queste latitudini. Ripensando ad alcuni passaggi di miei vecchi diari mi accorgo che nei luoghi più belli le descrizioni sono veloci e sommarie. Sono troppo concentrato ad assorbire la moltitudine di immagini che si susseguono senza soluzione di continuità, per lungo tempo. Oggi per un’intera giornata. Forse la moltiplicazione di paesaggi, oltre che la loro oggettiva bellezza, mi sta spiazzando, mi sta togliendo le parole. Mi fermo, mi siedo e mi concentro sul panorama che ho di fronte a me. Credo sia l’unico modo per cominciare ad afferrare ciò che mi circonda. Ora mi trovo sull’isola Vestvågøy vicino a Borg. Non c’è il mare, ma delle ampie vallate verdi impreziosite da laghi e rilievi ammorbiditi dalla ricca vegetazione. Sento profumo di prati e di campi e avverto una grande quiete. È un paesaggio bucolico illuminato dalla ormai consueta luce brillante e cristallina. Il clima qui è mite ed è molto diverso rispetto ad altri paesi situati alla stessa latitudine, come l’Alaska o la mia amata Groenlandia. La vegetazione è rigogliosa, ovviamente commisurata alla parte di mondo nel quale mi trovo. Ci sono poche abitazioni, vedo solo una interminabile manifestazione di ciò che la natura sa fare utilizzando una infinita quantità di elementi. Il suo insieme mi cattura, il continuo susseguirsi di altezze, l’incontenibile esplosione delle tante varietà di verde, e il costante avvicendarsi di fiordi e insenature. Mi rimetto in movimento e osservo la cattedrale delle Isole Lofoten affiorare tra gli alberi per poi, in prossimità di Svolvӕr, lasciare spazio ad un succedersi di baie, di cocuzzoli e picchi che si riflettono nell’acqua del mare. Il paesaggio si rinnova in ogni momento, brilla alla luce del sole che ora si fa spazio tra un sottile strato di nuvole e una pioggia appena accennata. L’acqua del Laupstadosen Fjord è ferma e calma, è uno specchio che riflette e moltiplica case, montagne, alberi, colori. La marea è bassa e l’acqua, ritirandosi, fa emergere una lunga sequenza di alghe di colore ocra. Il mio sguardo si muove in ogni dove, sulle vicine cime, sempre spruzzate di neve, sulla strada bagnata, fresca, sui prati, sui boschi, sull’acqua del fiordo, sulle tonalità di verde, sulle ombreggiature, sulle case isolate in legno. Minima è la presenza dell’uomo; fuori dai centri abitati la natura è protagonista assoluta. Cerco di fuggire dalle riflessioni meste e infelici che mi accompagnano nella mia quotidianità, ma ogni tanto fanno capolino anche qui nei miei pensieri, e condizionano la mia visione del mondo; di questa meravigliosa porzione di mondo. Vorrei coglierne il lato più romantico, vorrei lasciarmi suggestionare da tanta meraviglia, ma non posso farci nulla, leggo un articolo pubblicato pochi giorni fa sul New York Times: “Negli ultimi quarant’anni l’Artico si è riscaldato quasi quattro volte più velocemente rispetto al resto del mondo mentre il mare di Barents, a nord della Norvegia e della Russia, si sta riscaldando fino a sette volte più velocemente. Un nuovo studio finlandese afferma che i modelli climatici per i poli siano stati finora sottostimati. Gli impatti si estendono ben oltre l’Artico, arrivando a influenzare le condizioni meteorologiche nel resto del mondo, con precipitazioni estreme e ondate di calore” 1. Non sono sconnesso dal mondo, vago con la fantasia e con la mente in modo disincantato e concreto. ARCIPELAGO DELLE VESTERÅLEN A Strønstad mi imbarco per raggiungere Melbu nell’arcipelago delle Vesterålen, distretto della contea di Nordland. Lascio le alte cime delle Isole Lofoten, una dietro e a fianco all’altra. Immobili da milioni di anni, sembrano una barriera; le onde dell’oceano si scagliano con forza senza scalfirle, sono una fortezza di pietra inespugnabile. Sbarcato a Melbu, proseguo lungo la costa della piccola isola di Hadseløya e arrivo a Stokmarknes per poi dirigermi ancora più a nord, a Sortland, piccolo centro nevralgico con una ordinata serie di edifici di colore blu marino. I cieli grigi si sono appesantiti, non sono più lievemente coperti da nubi sottili, ora sono carichi di pioggia. Il clima sembra impaziente, quasi desideroso di mutare, di vestirsi dei colori dell’autunno, una metamorfosi che dura un solo giorno, ma che modifica l’aspetto del paesaggio e adombra il piccolo centro abitato, le sue poche strade, i suoi bassi edifici. Eppure questo aspetto un po’ mesto e fosco gli dona; anzi, quasi accentua e valorizza la sua apparente genuinità, la semplicità sottolineata dalle forme contenute e sobrie della sua struttura urbana. Qui non ci sono i grattacieli che sono invece giunti fino a Svolvӕr. Quegli invadenti edifici che crescono in altezza sui porti delle città e dei villaggi, perlopiù alberghi e uffici; skyline che oscurano la vista e modificano l’aspetto di luoghi nati per essere discreti e armoniosi. A Sortland non c’è nulla di speciale, ma c’è armonia, le proporzioni sono coerenti con l’ambiente circostante, c’è un equilibrio che altrove, in parte, non è più rispettato. Esco dal paese e proseguo il mio viaggio nell’arcipelago delle Vesterålen. In prossimità di Gullesfjord le montagne di Hinnøya si ergono maestose e proprio qui osservo che la vegetazione è più selvaggia rispetto a quella delle Isole Lofoten. Non vedo più la dolcezza propria di quelle fortezze di pietra, di quelle roccaforti che racchiudono terre immaginarie, sognate. Qui, forse anche per la giornata uggiosa, vedo un ambiente che tuttavia è ancora più vicino ai miei gusti. È un luogo più scuro, più ombroso; le cime sembrano più alte, sono incombenti, sinistre. Ci sono più ghiacciai e più neve. La sensazione è di passare dal sogno alla realtà. Questo è un luogo che mi fa pensare allo smarrimento, che mi suscita quel senso di inquietudine che è tipico, per me, delle zone di alta montagna, dove il vento infuria e i colori diventano scuri. In prossimità di Gausvik un lungo ponte attraversa l’ampio fiordo e la strada prosegue verso Bogen e poi verso Narvik. Scatto una foto e osservandola richiamo alla memoria i paesaggi che vidi anni fa a queste latitudini. Attraverso questa immagine si manifesta un mio passato che era riposto in qualche angolo del cervello; ancora una volta ricordi remoti si riflettono nel presente. Ricordo i colori, il mare fermo e freddo sul quale si specchiano le montagne e i ghiacciai; ricordo le foreste che cadono in mare. Orme e segni di momenti avvenuti e custoditi in uno spazio e in un tempo disgiunti da quello attuale, in realtà si legano a questo istante e, paradossalmente, lo raccontano. La strada per Narvik regala una sequenza interminabile di cime innevate. Narvik stessa è al centro di un insieme di rilievi ghiacciati, intonsi. Questa piccola città industriale ha il fascino di un luogo remoto, non facile. Non accoglie a braccia aperte, direi più a braccia conserte. È un fascino inconsueto, non affatto imparentato con quello delle Isole Lofoten. In questo centro portuale e commerciale, dove gli inverni sono lunghi, freddi e ventosi, arriva il ferro estratto nelle miniere della Svezia. Durante la seconda guerra mondiale molte furono le città della Norvegia che subirono devastanti bombardamenti. Una di queste fu Narvik che fu pesantemente colpita e quasi rasa al suolo. Completamente ricostruita, mantiene, ai miei occhi, l’aspetto di un luogo dimenticato e solitario. La presenza della Corrente del Golfo rende il suo porto agibile per tutto l’anno; questo nome, Narvik, sgelato e infiammato dall’acqua calda dell’emisfero boreale, lo immagino forgiato nel ferro. O forse, meglio, inciso nel ghiaccio, impresso e fissato in un blocco di neve. TROMSØ Ogni notte dormo in un luogo diverso, tutte le mattine vivo una nuova partenza, sperimento un incessante susseguirsi di immagini, un costante avvicendarsi di eventi. A poco a poco, dalla vivacità di Oslo e dalle atmosfere dilatate e sognanti delle Isole Lofoten, mi avvicino alle regioni più settentrionali della Norvegia, dove gli scenari sono più aspri e austeri, dove il territorio è spoglio e desolato. Mi rimetto in marcia in direzione di Tromsø sotto una pioggia insistente. Il cielo è coperto e c’è poca luce, il che non mi disturba affatto. È il mio clima ideale, come potrebbe essere altrimenti quassù? mi calo, dopo mesi di caldo, in un contesto ormai, per me, quasi dimenticato. Cielo e mare non si distinguono più, la foschia riduce la visibilità e rende il paesaggio più scuro e opaco, non più limpido e trasparente. Mi sembra di vivere all’interno di un quadro nel quale risalta un colore che non saprei descrivere altrimenti se non grigio invernale, sopra il quale pare siano state stese grandi pennellate di verde spento, autunnale. Rivoli bianchi scendono delle cime imbiancate e si mescolano nell’acqua del mare. Lo definirei un paesaggio montano, ma qualificarlo semplicemente così sarebbe riduttivo; è la latitudine a donargli un incanto, un fascino raro, un po’ scuro. Anche il rosso delle case, ieri così vivace, oggi sembra pallido e sbiadito. Le foglie e i rami degli alberi, mossi dal vento e dalla pioggia, si muovono in modo irrequieto. Avrebbe tutte le caratteristiche di un paesaggio malinconico, ma non è solo così. Quanta forza, quanto vigore, che potenza esprimono questi boschi completamente intrisi d’acqua! Non percepisco solo una sensazione di mestizia, tutt’altro, questo luogo sprigiona vigore nel suo fiammante grigiore. Come sarà fra un po’ di mesi questa strada? La immagino immersa in un candore ribelle e inospitale. Il piccolo centro di Setermoen anima un po’ l’ambiente ma è davvero così minuscolo che termina in un batter di ciglia e mi reimmergo quasi subito nella foresta. Come un’illusione, è apparso e poi è subito svanito, come se fosse stato inghiottito dalla foschia, o si fosse perso tra le nuvole. Mi calo nei freddi suoni di Biosphere. La strada tange Bardufoss e poi prosegue inesorabile in questa landa plumbea fino a giungere a Sorkjosleira Fjord in prossimità di Markenes. Le uniche due parole che userei per descrivere questo fiordo sono ‘freddo’ e ‘febbraio’. I rilievi non sono ancora innevati ma è naturale e istintivo immaginarseli bianchi e immacolati. Mi fermo pochi minuti sotto una tettoia e guardo gli alberi danzare incalzati dal vento e dalla pioggia. Da quanto tempo non vedo scendere tanta acqua… Anche il mare è mosso. Leggere increspature sulla superficie lo rendono vivo per quanto ci sia bassa marea. Alzo gli occhi e in alto vedo un ghiacciaio e un’infinità di acque di scolo, una grondante rete di drenaggio glaciale che scende copiosa nel fiordo. Dopo tanta desolazione, in prossimità di Fagernes e di Nordbotn compaiono un po’ di abitazioni ma i loro colori oggi rimangono sempre opachi e spenti. E poi… eccola, Tromsø! Tromsø per me è una chimera. Questa città la rappresenterei come un veliero approdato su un fiordo incontaminato e argenteo; se fosse un suono sarebbe morbido, ma non del tutto liscio, lo immaginerei anche un po’ pungente e affilato. Per quanto non sia distante da Narvik, Tromsø non la immagino affatto imparentata con quella città forgiata nel ferro. Sono due realtà opposte, sono il giorno e la notte. Tromsø è la neve soffice, ma forse è anche tempesta di neve. Narvik è assenza di acqua, di precipitazioni; è una realtà frenata, soffocata, non si rivela. Al contrario, Tromsø erompe, si mostra con veemenza ai miei occhi. Questa è ovviamente un’impressione del tutto soggettiva. Vivo spesso di suggestioni, e amo sprofondare in esse. Amo sognare, nella assoluta consapevolezza che da qualsiasi sogno prima o poi ci si deve svegliare. Mi definirei un realistico idealista. Gli eventi della vita ti portano ad avere uno sguardo un po’ disincantato verso il mondo, ma la musica, in particolare, non smetterà mai di ammaliarmi; sa farmi tornare l’incanto che ogni bambino prova nei confronti della vita e del semplice scoprire. Scendo al porto, mi siedo su una panchina e torno ad ascoltare Substrata di Biosphere e vecchi brani dei Bel Canto. Mi chiedo «Sono forse naif?» Forse si, ma per me oggi è una giornata importante. Sono nella città di Anneli, di Nielsen e di Geir. Osservo con i miei occhi i paesaggi e i luoghi che hanno ispirato i Bel Canto e Biosphere. Nel Polarmuseet mi sono lasciato affascinare dalle vite straordinarie di esploratori come Amundsen e Nansen, personaggi che appartengono ad altre epoche; uomini coraggiosi, pionieri, scopritori creativi e curiosi, semplicemente rari. Nella mia mente li accosto alla mitologia, non alla realtà. Ma qui, da solo, di fronte al loro mare e alle loro cime innevate, mi lascio sedurre dai suoni di questi tre esploratori musicali. Vivo un momento di introspezione, osservo dentro me stesso attraverso le suggestive partiture dei tre viaggiatori silenziosi. Cerco e afferro il senso della mia identità senza filtri, attraverso questo scenario artico, intermediario ideale per arrivare al cuore della mia natura. Non succede spesso di fermarsi e guardarsi senza filtri, di cogliere l’essenza di ciò che realmente si è. Di fronte a me, il gelido mare circondato da rilievi verniciati di color cenere e di bianco. ALTA Durante le ore notturne le nuvole si sono diradate e la mattina dopo saluto Tromsø con il sole. Il paesaggio è indubbiamente piacevole, ma io prediligo climi più scuri e uggiosi. Mi dirigo a Breidvik dove prendo il battello per Svensby. La strada che percorro sembra quasi essere sorvegliata e difesa da alte increspature della terra, da un lungo muro di montagne agghindato con innumerevoli rivoli che scolano dalle sommità. Nei pressi di Lyngseidet osservo una interminabile sequenza di ghiacciai e di nevai; in alcuni punti si vede la lingua compatta di colore azzurro. Che immagini solenni! sono così fieri e gravi, lassù, solitari. Esprimono un’imponenza e una solennità tali da ispirare riverenza. Li respiro tanto sono vicini, irrompono nei pensieri e li impregnano con i loro mille rigagnoli. Attracco a Olderdalen e il paesaggio straripa, erompe, esplode. L’accostamento di alghe e ghiacciai è del tutto atipico, l’avevo già visto in Islanda, ma qui è un incanto; il paesaggio è onirico. Una continua sequenza di rorbuer sembrano disposti intenzionalmente lungo la costa per studiare il territorio, per contemplarlo e per ammirarlo. Proseguo verso Sørstraumen tra prati e foreste di betulle simili a quelle che vidi in Siberia. Dopo un instancabile alternarsi di montagne, fiordi e baie, l’ambiente lentamente muta e diventa più brullo, fino a lasciare spazio a un meraviglioso manto verde, una vasta pianura priva di alberi. Questa è la tipica vegetazione delle zone polari artiche; è il bioma della tundra, uno dei più freddi e aspri della terra, ma, mi chiedo, il clima qui sarà ancora davvero così rigido? In prossimità di Kvaenagen, ad un centinaio di metri sul livello del mare, si apre una vista sul fiordo senza confini. Mi siedo su un grande masso e resto a osservare attonito questo spettacolo. Di solito i pensieri si rincorrono e si sovrappongono. Qui, in questo istante, sono leggero, appagato, sono in semplice contemplazione, non chiedo e non ho bisogno di altro di fronte a tanta bellezza. Ogni tanto è necessario fermare nella memoria delle immagini, sedersi e osservare, per riposare la mente, per smussare i pensieri e le tensioni, per riflettere, per ricordare. Per essere anche solo per un attimo quell’isola, quelle piramidi che emergono dall’acqua, quella piccola casa rossa sul mare e il profumo fresco dell’aria, quelle bianche distese sulle cime delle montagne. E se non è possibile essere loro, vivere almeno un istante insieme a loro. Portarle con me nel mio bagaglio di immagini. “Come le stelle marine che vanno alla deriva con la marea. Finché il tuo sangue corre a incontrare la prossima luna piena, la tua follia si accorda perfettamente alla mia … Noi non siamo soli”, recitano i versi finali di Sea Song di Robert Wyatt, perla assoluta, brano inarrivabile nato contemplando il mare, la laguna di Venezia. Con il suo piccolo organo Riviera Wyatt rese concrete le sue visioni. E che visioni. Accetto questo suggerimento che viene dal mio subconscio. Che stranezza le associazioni musicali, vivo quel curioso momento nel quale affiorano delle immagini musicali, ma in questo caso non è un motivo a irrompere nella mente, è il canto libero di Wyatt a venire a galla, quel finale pacato e straniante, quella lenta discesa negli abissi, quel flusso di coscienza, quel modo di canticchiare intriso di mistero e di malinconia. Dopo questa lunga pausa contemplativa, proseguo verso Langfjordbotn in direzione di Alta, dove sosto per la notte. Prati di camenèrio colorano il paesaggio di rosa e di rosso e scendono fino al mare, immersi tra le montagne. Tanta poesia poco si addice al piccolo centro di Alta, squadrato, iper-razionale, privo di calore. È un centro meramente funzionale inserito in un contesto naturalistico fuori dall’ordinario. La bellezza contrapposta al pragmatismo. La natura è sovrana in questa parte del mondo. È plausibile che gli abitanti di Alta abbiano e vogliano mantenere uno stretto legame con essa, che non siano in cerca di altro. Questa piccola città, non così significativa, offre poco, pochissimo, se la si vuole vedere come centro urbano. Offre in abbondanza se si osserva invece ciò che la circonda. Rispetto alla città forgiata nel ferro, o al veliero approdato sul fiordo argenteo, Alta è una scatola grigia senza contenuto, scordata in un coloratissimo prato punteggiato di camenèrio rosa. CAPO NORD Proseguo verso nord, verso Capo Nord, l’affaccio sul mare di Norvegia e di Barents, con lo sguardo idealmente proiettato verso le Svalbard. La vegetazione da Rafsbotn in poi si fa sempre più rada; il terreno si ricopre di alberi di betulle dal tronco bianco, elegante, spesso curvo. Sono abitanti affusolati, piegati dal gelido vento che viene dal polo nord. Sembra di assistere ad una danza di scheletri che presto però cedono lo spazio ad una sconfinata landa senza alberi. La meravigliosa desolazione della tundra abitata da renne solitarie e macchiata da rivoli di acqua e piccoli laghi: wide open spaces, wilderness, libertà. Commozione, immensità, che distese, che spazi! Un torrente taglia irrequieto e increspato una sterminata landa che lentamente si ripopola di betulle, prima simili a un grande cimitero pieno di croci bianche, e poi nuovamente danzatrici vigorose, cariche di fogliame. Skaidi è un minuscolo agglomerato di case con una pompa di benzina e poche abitazioni. Ma è proprio solo un attimo; in direzione di Olderfjord ci si ricala in ampi spazi aperti di una desolante e spoglia bellezza. Giunto in prossimità del mare ricompaiono case e esseri umani. Come ormai spesso faccio in questo viaggio, mi siedo su un masso, questa volta in riva al mare, e faccio una breve sosta contemplativa prima di procedere in direzione di Honningsvåg. La strada prosegue in un paesaggio mesto, fatto di rocce sedimentarie e un accenno di vegetazione. Sono ambienti dove si può assistere alla danza delle renne, animali agili che saltellano rapidi, caricati dal vento gelido, polare. Il promontorio è esposto, è privo di barriere naturali, ed è composto da sempre meno elementi: un sottile strato di vegetazione che incontra l’azzurro del mare; le forme dei rilievi sono delicate, appena accennate. Scompaio per pochi chilometri sotto il livello del mare per raggiungere l’isola di Magerøya. L’ingresso nell’isola è segnato da un’immagine che sa di fiaba. Un piccolo lago fronte mare è popolato da un gran numero di gabbiani, tutti intenti a volare con moto circolare sopra la superficie dell’acqua. Su una sponda una casa rossa e due tende custodiscono questo angolo incantato. Predominanti sono i colori verde e azzurro. Questo luogo di pace è proprio alle porte di Honningsvåg, un piccolo porto costruito attorno ad una baia attorno alla quale sono disposte ordinatamente piccole case colorate. Come di consueto mi fermo mi siedo su una panchina a osservare la vita di questo porto che ha il sapore della lentezza, della calma, un po’ sgraziato e sgangherato, ma piacevole anche per questo. Stormi di gabbiani volano sopra i tetti della città, abitanti chiassosi ma imprescindibili. Mi sposto della parte opposta dell’isola, a Gjesvӕr, altro piccolo centro che mi ricorda molto un villaggio della Groenlandia. Ci arrivo percorrendo un tratto di strada che passa attraverso una lunga serie di colline rocciose, brulle, scure. Mi imbarco su un battello per vedere la Riserva Naturale Gjesvӕrstappan, un arcipelago che è dimora di una grande quantità di animali, cormorani, aquile marine, urie nere, sule, pulcinelle di mare, gabbiani, nonché di foche che di tanto in tanto emergono dall’acqua spinte della loro caratteristica curiosità. In serata mi spingo più su, più a nord, raggiungo Capo Nord. La strada è costellata di piccoli laghi, torrenti, insenature; in ogni dove l’acqua luccica, brilla alla luce del sole che non vuole tramontare. Questi enormi spazi sono abitati dalle renne, testimoni di un luogo senza tempo. Nuvole rosa si elevano sopra la tundra, ampio manto verde illuminato dal sole. Il cielo arde e brucia. And the sun kissed the horizon. LAPPONIA Granito, ardesia e gneiss sono le varietà delle rocce sedimentarie dei promontori che cadono a picco in mare. Quando si viaggia si vorrebbe conoscere e sapere tutto; si vorrebbe essere un po’ geologi, glaciologi, storici, antropologi, geografi, biologi… Sarebbe bello essere onniscienti, avere uno sguardo accurato e puntuale su tutti gli aspetti di un luogo. Io vivo principalmente di suggestioni e di curiosità e assorbo con la vista la bellezza dei paesaggi. La strada verso la Lapponia tange il parco nazionale Strabbursdalen; fino a Lakselv costeggia il mare, poi si addentra in una foresta ricca di betulle percorsa dal fiume Anarjohka, confine naturale che separa la Norvegia dalla Finlandia. Questa è la terra dei Sámi, antica popolazione nordica della quale mi chiedo cosa possa essere rimasto. Il loro modo di vivere, la loro identità, le loro tradizioni, cosa sono riusciti a preservare? Nel 2022, il padiglione nordico della Biennale di Venezia è per la prima volta nella storia Padiglione Sámi: anziché rappresentare Svezia, Finlandia e Norvegia, il territorio che rappresenta il padiglione è quello Sapmi. Con Sapmi si fa riferimento alla terra ancestrale dove vivono i Sámi, l’unico gruppo etnico ufficialmente riconosciuto come indigeno in Europa. Questa enorme landa non esiste ufficialmente sulle cartine, non è riconosciuta da nessuno se non da chi la abita. Transito per Karasjok, descritto come un importante centro Sámi, ma mi rimane un grande, enorme punto interrogativo: quanto è preservato per trarne profitto e quanto è vero? Può ancora esistere un gruppo etnico in Europa? I Sámi ‘vendono’ l’idea di una società tradizionale legata alla natura non da un rapporto di sfruttamento ma da una simbiosi? Dove sono i confini? Fin dove arrivano i compromessi? Non mi do una risposta, forse non voglio neppure trovarla; voglio lasciarmi il dubbio perché non amo spegnere i sogni. Attraverso boschi di conifere e ampi laghi ascoltando, forse un po’ ingenuamente, lo joik, la forma di canto tradizionale Sámi le cui le melodie sono spesso composte solo da suoni e fungono da intermediari tra messaggio e emozioni. Le renne sono un tema ricorrente, come la natura e le emozioni. Anche Elizabeth Frazer usava trame di suoni, emozioni verbalizzate. Tutto il verde degli alberi che sto assorbendo e le tranquille acque dei laghi mi hanno portato in uno stato di quiete assoluta e in modo semplice e puro vivo questo momento forse un po’ naїf. in prossimità di Saariselkä riprendo (quasi) contatto con la realtà. La mia mente viaggia a nord, oltre Capo Nord, verso e oltre le Isole Svalbard. Col cuore attraverso laghi e foreste, muto aspetto mi immagino renna in cerca di cortecce di betulla e di salici, di muschi ed erbe. Corro e sento il battito del mio cuore; non è più solo mio, è/sono il cuore pulsante di questa terra. Sono il rombo delle moto che corrono libere lungo questi estesi tratti di strada. CIMA DEL VENTO Nella Valle di Riomolino, su, verso la Cima del Vento, mi commuovo. È qui che quest’anno tutto torna, ogni singolo momento vissuto oltre il circolo polare artico, vissuto in Val Casies, e ora in questa valle chiusa tra alte cime che osservano scure e minacciose, immerso in un silenzio che è quasi innaturale. È qui che emerge ogni singola emozione vissuta, e fuoriesce senza controllo; è qui, nel silenzio della montagna, in perfetta solitudine, osservando la valle dall’alto, che riaffiorano ricordi di chi non c’è più, di questo mese trascorso in più luoghi, lontani e vicini. È questo ritrovare sé stessi, trovarsi in sintonia nel proprio contesto; e soprattutto trovare il contesto nel quale sentirsi pienamente sé stessi. Credo siano lacrime di felicità quelle che sto lasciando su queste rocce bianche. Sono carico di emozioni che non riesco a contenere. Passato e presente si scontrano ed esplodono in questo luogo immenso, oggi tutto per me. Mi fermo qui a leggere le ultime pagine del “Risveglio della terra”. La lettura del libro mi accompagna nelle mie peregrinazioni, dai luoghi disabitati del nord della Norvegia, dove si svolge la vicenda di Isak e Ingrid, alle valli immacolate dell’Alto Adige, terra di malghe, pascoli e monti. Mi calo in una dimensione bucolica e un po’ onirica. Leggo le vicende di una comunità che vive senza agi e che conosce solo il termine ‘fatica’. Come sempre io sono un osservatore di passaggio, non ho idea di cosa significhi vivere la propria esistenza in luoghi così solitari e difficili: oltre il circolo polare artico, dove il sole d’inverno è un miraggio, dove la qualità della vita dipende anche dalle tue stesse forze, oltre che da un sistema di welfare che effettivamente esiste, ma che non ti toglie l’inclemenza del clima e la presenza di una natura indomabile. O nelle malghe di alta montagna, dove la convivenza con ciò che ti circonda è un lavoro costante, continuo, che inizia subito, quando nasci. La fatica non muta nel tempo, è sempre la stessa, finisci per riconoscerla e puoi solo gestirla, ma ci vuole una grande forza d’animo e una tempra che non ti viene regalata. “La sua vita di città ha provocato in lui uno scisma, l’ha reso più raffinato degli altri, più debole” scrive Hamsun quando descrive Eleseus, il primogenito di Isak e Ingrid. Io leggo e rifletto, e sento di essere irreparabilmente uomo di città. So osservare e ascoltare, ma sono imbrigliato in un mondo che mi dà qualsiasi comfort, e che allo stesso tempo mi incasella, mi inquadra. La mia via di fuga è la musica, attraverso di lei rivivo e racconto i luoghi dove ritrovo me stesso, dove capisco chi realmente sono. Chiudo il libro e mi immergo in una lunga meditazione con il paesaggio solenne che mi trovo di fronte, meditazione pervasa di quiete e di un lontano ronzio che è presente, sottovoce, ma che si annulla in questa quiete, come alla ricerca di un sonno eterno, con lo sguardo perso fra le cime che si susseguono, che vanno e vengono senza fine. Nostalgia, tristezza, tensione, si consumano nella pallida bellezza dell’infinito, e rimane soltanto l’estasi muta di tanto splendore.

14.

DIGRESSIONE: risvegli e rivelazioni
Tra passato e presente, un’incursione fugace tra scenari urbani e musicali
LONDRA, GLASGOW 2023

Il significato di questa breve parentesi di evasione va al di là delle mie tradizionali narrazioni di viaggio. Non sono soltanto i paesaggi solitari o i luoghi lontani a catturare il mio interesse, ma oggi sento il desiderio di raccontare la storia di incontri speciali, di vecchie amicizie e di esperienze che avvengono nel mio cammino di vita. È un capitolo che voglio scrivere perché rivela una dimensione altrettanto intima e autentica del mio percorso. Questa volta esploro mete che, sebbene intrise di turismo, hanno lasciato un’impronta indelebile nella mia esistenza. È giusto che io ne dia voce, che mi conceda lo spazio per condividere le emozioni che mi hanno attraversato.

È anche in queste tappe impreviste, tra le vie di grandi città, che si celano piccoli tesori della mia vita, momenti preziosi da custodire dentro di me, insieme a quelli vissuti nei grandi spazi aperti, solitari e selvaggi.

 

La bellezza della vita risiede proprio nella varietà delle esperienze che si decide di vivere, nel riuscire a dare voce a ogni frammento di realtà che ci tocca profondamente. E mentre la prossima destinazione si staglia all’orizzonte, nuovamente in luoghi remoti e solitari, mi lascio guidare dal flusso di questa nuova esperienza. AEROPORTO Appena giunto in aeroporto mi ritrovo a cedere alle parole che cominciano a sgorgare senza freno, un fluire di pensieri in questa sorta di fuga da tutto. È come se il passato, lontano eppure sempre vivo dentro di me, mi richiamasse in un luogo che rappresenta le radici dei miei ricordi. Le parole che scrivo riportano alla luce frammenti della mia storia. È un viaggio dentro di me, una ricerca di senso e di relazione con le esperienze che hanno modellato il mio essere. Mi avvicino sempre di più a ciò che sono, a ciò che desidero essere.

Dopo un’assenza prolungata di oltre vent’anni, torno finalmente a Londra, città che ha ospitato lunghi, preziosi periodi della mia giovinezza. Da lì il mio viaggio proseguirà verso Glasgow e la Scozia. Londra è un luogo intriso della mia gioventù e della mia passione per la musica. È un luogo che mi ha accompagnato per anni. È stata la culla dei miei primi passi verso l’avventura e la scoperta di me stesso, delle mie prime esperienze lontano da casa che mi hanno spinto verso il mio mondo fatto di viaggi e di musica. È lì che ho approfondito un certo tipo di suoni che avrebbero plasmato il mio gusto e la mia identità. Nel corso degli anni ho ampliato la mia concezione di viaggio, ma senza quelle prime esperienze non sarei la persona che sono oggi. E oggi il mio io del presente, con la mente pervasa da pensieri necessariamente cambiati ma sempre incessanti, si ritrova idealmente con il mio io di allora, sicuramente più sereno. Nonostante le sfumature cambiate, la mia curiosità è rimasta intatta. Non potrebbe essere altrimenti, sto per rivedere Robert Hampson, oggi con i rinati Loop, mentre nel lontano 1993 lo avevo visto con l’altra formazione, i Main. Entrambi i progetti hanno lasciato un’impronta indelebile nella mia vita, un’ispirazione senza pari che perdura fino ad oggi, quasi immutata nella sua potenza. La forza dirompente della musica di questi due progetti ha plasmato il mio cammino.

Un’altra partenza, un altro volo, un’altra esperienza. Il fascino di un viaggio risiede nella lunga attesa, nella sensazione di sentirsi impreparati mista a un forte desiderio di cambiare prospettiva, per un po’. Le ampie vetrate di un aeroporto aprono lo sguardo su orizzonti che sembrano lontani, accendono la curiosità e il desiderio di uscire dalle proprie coordinate, di scompaginare i pensieri e di generarne di nuovi. Questa nuova esperienza rappresenta una temporanea rottura con il flusso incessante della mia vita. È insolita, si distingue dalle “rotture classiche” che mi aspettano solitamente in estate. Si inserisce in un periodo dell’anno che per me è inusuale, si insinua nel mio flusso di alti e bassi. È il flusso costante e inesorabile della vita che trascina con sé indistintamente lacrime e sorrisi, un vortice emotivo o forse è più appropriato definirlo un fiume emotivo, che ora decido di arrestare, trattenerlo e limitarlo. Ne cambio il corso, lo sposto altrove e lo correggo, forse rendendolo meno impetuoso, forse placo e altero il suo corso, e per questo mi sento in pace, seppur temporaneamente. L’attesa, il fluire del tempo; il tempo trascorso in aeroporto si svincola dallo scorrere lineare del tempo stesso. L’aeroporto è come un’illusione, ineffabile, pur nella sua tangibile realtà. È simile a una delle lunghe composizioni degli Spacemen 3, dilatato e impalpabile, una colonna sonora avvolgente di questa piacevole attesa. Dal finestrino dell’aereo la vista delle montagne si nasconde dietro un velo di nuvole. Un mantello bianco infinito si dispiega all’orizzonte; rende il mondo sottostante invisibile. Sembra un paesaggio polare, senza forme né dimensioni. Non c’è altro che il mio sguardo e i miei pensieri poggiati su quella candida lastra di nubi. I miei amati rilievi si celano, appartengono a un’altra realtà, non bidimensionale come quella che mi circonda ora. Lentamente la lastra di nuvole si dissipa in alcuni punti, e apre la vista su un paesaggio che si fa già pianeggiante.

Nel frattempo volo veloce verso nord, mentre avverto che il peso dei pensieri si alleggerisce, li lascio idealmente scivolare via, mi libero, mi libero, mi libero. Mi allontano dal mio presente e mi immergo in una dimensione che sfugge alle dinamiche del quotidiano. Questo bisogno costante di scrivere, perché? Mi piace fotografare i pensieri, leggermi, esplorare. Emergono i miei veri pensieri, celati sotto quelli razionali legati alla sfera lavorativa. Emerge il mio vero sentire, un insieme di emozioni contrastanti che da anni dialogano incessantemente. Ora c’è sempre un briciolo di tristezza insieme a un sorriso. Quando sono solo con me stesso, è ciò che emerge. Mi lascerei andare a un pianto liberatorio, accompagnato da una risata fragorosa. LONDRA Atterro, salgo sul treno e, mentre osservo dal finestrino la scritta Bethnal Green, una sensazione di nostalgia mi avvolge. Da quelle parole riaffiora un mio io più spensierato, che mi sorride dal passato e mi sussurra: “Divertiti, goditela”. E così faccio, mi immergo nuovamente in quel mio vecchio mondo, ritrovo un po’ di quell’essenza che ero un tempo. L’aria di Londra mi accoglie calorosamente, come un abbraccio familiare che mi fa sentire a casa. Quando sorrido con un’espressione stupita stampata sul volto, so di essere nel posto giusto e so di stare bene. Sono a Earl’s Court, un quartiere lussuoso che sprigiona tutto il suo fascino britannico; chissà quanto costano queste meravigliose case bianche o dai mattoni rossi. Oggi mi sono svegliato ascoltando Cypher dei Main e ho capito che durante questa settimana che trascorrerò nel Regno Unito, permetterò ai suoni che tanto ho cercato, di guidarmi. Sono diventati parte integrante del mio essere, indissolubilmente legati alla mia esperienza. In questi giorni la musica dei Loop, dei Main e degli Spacemen 3 sembra incarnare l’anima sonora di questa terra. Ogni nota delle loro canzoni risuona attraverso le strade e i luoghi di questa città, e amplifica la mia passione per la musica.

Ora i cieli grigi si estendono sopra di me e lungo le sponde del Tamigi; l’atmosfera si fa plumbea, una sinfonia di toni scuri e profondi. Mi delizio in questa atmosfera avvolgente, perché è proprio ciò che mi appaga. In lontananza si erge maestosa l’ex centrale di Battersea, con la sua silhouette imponente che si staglia contro il paesaggio urbano. Per me continua ad essere un faro di mistero e bellezza, un simbolo tangibile dell’essenza di questa città, oggi riportata in vita con una nuova veste, completamente trasformata in un grande centro commerciale.

In questa ritrovata solitudine trovo la pace interiore che tanto desidero. L’atmosfera plumbea lungo il Tamigi si sposa con il mio stato d’animo. La musica che compongo non potrebbe mai assumere la forma che ha oggi senza le preziose esperienze vissute qui in passato. Londra è una sorta di laboratorio in cui le esperienze di allora e quelle che sarebbero successe poi si sono fuse; hanno donato alla mia musica una moltitudine di richiami, una profondità che riflette il mio cammino personale. Mi inabisso nelle profonde cavità della città, tra le innumerevoli gallerie percorse dal treno sotterraneo, the Tube. Riconosco luoghi che frequentavo quotidianamente, ma non è solo una questione di ambienti familiari; rivivo ciò che sentivo allora, ciò che annusavo, gli odori di questa città. Mi nutro di quelle stesse sensazioni, un riflesso del passato che si proietta nel presente, un presente estraneo a me stesso. Mi sembra di vivere la rinascita di un passato, ma desidero sperimentare questa città come la vivrei oggi, non come la conoscevo allora. Non provo particolare interesse nel rivedere i negozi di dischi che frequentavo quasi ossessivamente da ragazzo, perché non c’è più ciò che c’era un tempo. Preferisco gustarmi una buona birra in un pub e godermi il suono di questa lingua che amo incondizionatamente. Potrei ascoltare per ore le persone parlare in inglese.

Dopo anni di avventure nei luoghi più remoti di questo pianeta, ritornare in questa città è come riscoprire una parte di me che aveva bisogno di spazio, altrettanto importante quanto il mio lato attratto dagli ambienti incontaminati. Mi aiuta a portare un po’ di equilibrio, specialmente se quest’estate avrò l’opportunità di tornare in qualche luogo remoto, dimenticato e disabitato. Le lunghe pause a Londra rappresentavano una boccata d’aria fresca, una perfetta interruzione dalla routine quotidiana. Sarebbe meraviglioso reintegrare questo rituale nella mia vita attuale. Una ventata di freschezza di cui sento il bisogno. Se potessi permettermelo, alternerei avventure in Groenlandia con una sosta a Londra di tanto in tanto. Dopo un paio di pinte, mi sono liberato di ogni peso. Mi sento leggero, spensierato. Da quanto tempo non mi capitava? Ora Londra torna ad essere il luogo che ho amato. Mi muovo come se fosse la mia città, mi sono calato perfettamente nella pelle del mio io di un tempo. Dopo un po’ di incertezze, torno ad essere sicuro nei movimenti, mi muovo con destrezza, riconosco la città, battuta centimetro per centimetro decenni fa. La giornata raggiunge il suo culmine con il concerto dei Loop. Dopo aver vagabondato tra i quartieri di Londra in cerca di luoghi che ho vissuto innumerevoli volte in passato, mi ritrovo di fronte al The Garage. Esattamente come tre decenni fa, sono qui ad attendere ansiosamente un concerto di Robert Hampson con i rinati Loop. Assistere a questo spettacolo quasi a ‘casa sua’ (considerando che Croydon si trova nelle vicinanze) rende l’esperienza più ricca. Il dj set che precede il concerto è semplicemente strepitoso tra brani di Cabaret Voltaire, Wire, Neu!, Jesus Lizard, Amon Düül II, X, Pop Group, P.I.L., Gang of Four, 23 Skidoo, the Stooges, il tempo scorre velocemente.

 

Black Sun introduce il concerto e da quel momento in poi si sussege una sequenza di classici, per l’ultima volta come annuncia Robert Hampson, che evidentemente è ora intenzionato a concentrarsi solo sulla produzione più recente e forse su nuova musica. Ritmi serrati, ripetitivi, ossessivi. Ogni brano è un pezzo prezioso del mondo sonoro che i Loop hanno costruito nel loro breve percorso artistico. La performance è imponente, i suoni distorti delle chitarre, le linee di basso incisive, l’impulso ritmico incessante; il palco si trasforma in un altare, diventa uno spazio sacro, il pubblico è qui per partecipare ad una cerimonia sonora. Le luci stroboscopiche amplificano la potenza del suono e l’energia che si crea nella folla è contagiosa; tutti si uniscono nella comunione della musica per condividere un’esperienza che va oltre le parole (sempre evanescenti) e la musica. Il pubblico si immerge in uno stato di pura emozione e si fa trasportare in un viaggio interiore profondo, in un’immersione in epoche remote. È un pubblico partecipativo che dialoga con il gruppo, c’è una reciproca dimostrazione d’affetto. Mentre qualcuno del pubblico esclama con fervore ‘Siete spariti per troppo tempo, non fatelo più!’, non posso fare altro che concordare. A parte alcune sporadiche pubblicazioni recenti e rare apparizioni dal vivo, e il progetto parallelo dei Main, che si è discostato sempre di più dal linguaggio musicale dei Loop, la sensazione è la stessa, hanno ragione, condivido lo stesso pensiero.
Alla fine del concerto mi avvicino con gratitudine verso Robert Hampson e mi ritrovo impacciato a stringergli la mano. Mentre tendo la mano verso di lui, il mio gesto diventa un segno di rispetto verso un artista che ha lasciato un’impronta indelebile in me. La stretta di mano è un momento intimo e fugace, nel suo sguardo vedo la saggezza di un artista che ha dedicato la sua vita alla ricerca musicale. La sua stretta di mano, richiesta quando mi sono presentato dicendo “vengo dall’Italia”, assume per me un significato di profonda riconoscenza, un gesto che esprime il mio rispetto e ammirazione per il suo talento.
Da un lato del locale lo osservo mentre parla con amici che sembrano conoscersi da molto tempo. Poi mi incammino verso l’uscita, e così si conclude questa esperienza.
Con una sensazione di soddisfazione e appagamento mi avvio verso l’albergo.

 

Da giovane nutrivo un’autentica passione nell’esplorare quartieri dal carattere più complesso, le classiche periferie di disordinate e vissute. Oggi mi rendo conto di avere una inedita curiosità per i quartieri più agiati dove posso ammirare le case dall’architettura tipicamente inglese. Il loro affascinante stile britannico, con le facciate candide o i mattoni rossi mi incanta. Mi fermo in un bar per godermi una ricca colazione e osservo queste sontuose dimore con le orecchie ancora provate dal frastuono del concerto.
Ho lasciato alle spalle un parco con dei roseti profumati e una vegetazione curata e lussureggiante, uno spazio in totale armonia con l’ambiente circostante. Oggi sono alla ricerca di qualche luogo che mi offra parzialmente una fuga dal trambusto della città. Hampstead Heath era un’oasi di tranquillità con vaste aree verdi, sentieri e boschi. Greenwich, sulle rive del Tamigi, ha un altro bellissimo parco con una meravigliosa vista sulla città.
Nel frattempo mi godo un delizioso porridge e poi prendo una decisione.
Mi dirigo verso Greenwich north, un quartiere in piena espansione, in prossimità del fiume Tamigi. Percorro un tratto di strada costeggiata da qualche centro commerciale mentre mi avvio verso il parco di Greenwich. Varco le porte del parco e la mia vista si apre su un nuovo skyline che prima non esisteva, un panorama che si è trasformato nel corso del tempo. Questo quartiere mi piaceva perché conservava ancora quel fascino tipicamente britannico. Ora è immerso in un nuovo contesto che si evolve incessantemente e le sensazioni che questo nuovo skyline e il quartiere adiacente evocano in me sono complesse e sfuggenti. Gli alti grattacieli di vetro che promettono appartamenti da una a tre camere con vista sul parco e sul fiume, mi riportano alla mente il quartiere nuovo di Oslo, esposto verso il mare, con la sua modernità e l’architettura minimalista. La mia attenzione si posa sulle pittoresche casette in tipico stile inglese, caratterizzate da un’architettura modesta, con il loro classico piccolo cortile che conferisce loro un’atmosfera accogliente. Queste case, basse e a misura d’uomo, esercitano un fascino particolare su di me. Mi piace la loro autenticità e la loro dimensione più intima che si contrappone al paesaggio in continua evoluzione che le circonda.

 

In questo nuovo scenario tutto sembra mutare, adattarsi e progredire. Sono affascinato dall’interazione tra la tradizione e la modernità, dalle trasformazioni che si susseguono e che conferiscono una nuova identità a questo quartiere. Greenwich, con la sua nuova crescita urbana, mi invita a riflettere sul dinamismo delle città, sull’interconnessione tra architettura, storia e cambiamenti sociali. È un luogo che mi stimola ad approfondire la comprensione dei processi di trasformazione urbana e delle dinamiche che danno forma alle nostre peculiari comunità. Noi, esseri umani, sempre pronti a prenderci spazio, a usarlo a nostro piacimento, a consumarlo. Il mio sguardo giovane, ancora intriso di ingenuità e scoperta, si unisce a quello maturo forgiato dall’esperienza acquisita nel corso degli anni. Questo dialogo tra le varie fasi della mia vita si manifesta in una comprensione più ampia e completa della realtà che mi circonda. Il dialogo interiore tra il mio sé giovane e adulto dà vita a una visione del mondo che fonde sentimenti e concretezza. Le esperienze passate influenzano la comprensione presente. Attraverso questo processo di fusione dei miei sguardi giovane e adulto, scopro una visione del mondo più ricca e profonda, in grado di unire sia l’incanto che la realtà, sia il lato sentimentale che la concretezza. Questo ponte tra il passato e il presente mi aiuta a capire il fluire del tempo e a cogliere la complessità dell’esistenza umana.

Mi sento profondamente affascinato da questo complesso duplice sguardo che si manifesta in me in questi luoghi che hanno chiaramente lasciato un segno indelebile nel mio essere. Mi distendo sul prato e mi immergo nell’ascolto della musica, un rito sacro, un’esperienza che si ripete nel corso del tempo, ora come allora. La musica ora diventa il ponte che collega il mio passato con il mio presente; le melodie si fondono con i ricordi di giorni passati e creano un’atmosfera di inevitabile nostalgia. Il tempo si dissolve. È un momento di contemplazione e di riflessione in cui mi concedo la libertà di essere completamente immerso nel mio presente temporaneo fatto anche di sensazioni che provengono dal mio passato. Seduto sulla riva del Tamigi, sorseggio una buona birra, e rifletto sulle esperienze vissute, sulle persone incontrate, sulle tante strade percorse. Mentre osservo il fiume che scorre di fronte a me, una mamma con un bambino si avvicinano a me per osservare il fiume, la città e i nuovi quartieri. In questo istante mi rendo conto di essere un effimero testimone di ciò che era questa città che in questi anni è cambiata tantissimo, e persone più giovani di me conoscono solo questa nuova versione di Londra. Le esperienze qui vissute hanno contribuito a modellare la mia visione del mondo. Mi sarei poi allontanato, nel corso del tempo, dalle metropoli, per avventurarmi in luoghi remoti e incontaminati, lontani dell’influenza dell’urbanizzazione e della civilizzazione. Per decenni non sarei più tornato a Londra, fino a oggi. I viaggi in luoghi sperduti mi hanno fatto imparare ad apprezzare la lentezza e il silenzio e mi hanno aperto gli occhi su un mondo nascosto, un mondo che esiste al di là delle comodità e delle convenzioni della società moderna. La musica mi ha accompagnato fedelmente lungo queste strade e nei sentieri più remoti. Alzo lo sguardo dal mio taccuino e osservo le acque del Tamigi; smetto di pensare e mi godo una bellissima giornata di sole.

Mentre cammino lungo il Thames path, le atmosfere che mi circondano evocano alcuni racconti Ian McEwan, tra quelli più crudi e intensi. Ricordo alcuni racconti immersi nel dramma, ricordo l’intensità delle vicende che si svolgevano lungo le rive del Tamigi. Il luogo ha la stessa atmosfera densa di quei racconti; ricordo i conflitti interiori dei personaggi, i segreti inconfessabili, le situazioni complesse che si sviluppavano tra le ombre del fiume. Ricordo alcuni racconti affilati come la lama di un coltello che esploravano le contraddizioni dell’animo umano. Ho letto quei libri una trentina di anni fa. Fanno parte anche loro di quel passato che in questi giorni riemerge. Dopo avere trascorso buona parte della giornata lungo le rive del fiume, mi immergo nuovamente nel frastuono cittadino e mi dirigo verso King’s Cross dove raggiungo un caro amico che ora vive qui. Ricordo che già allora, tanti anni fa, nutrivo una profonda affinità per i parchi, per le tranquille passeggiate nelle campagne inglesi, lontano dal trambusto urbano. Il desiderio di allontanarmi dalla frenesia della città persiste dentro di me, ma il caos e la frenesia sono anche la forza di una città. E invece il percorso che va da King’s Cross a Camden Town, consigliatomi dal mio amico, è una piccola oasi. Il tragitto è tutto lungo il canale, riservato esclusivamente a pedoni e ciclisti. In questa parte della città c’è una armoniosa fusione tra natura e architettura; parte di queste aree industriali sono state riconvertite in zone residenziali. Il luogo di partenza, accanto al grattacielo orizzontale che ospiterà una sede di Google, rappresenta un riuscito esempio di riqualificazione urbana. La passeggiata è un’oasi di pace in mezzo al trambusto urbano. In prossimità di Camden Town le rive del canale cominciano ad essere animate da caffè all’aperto e negozi. Sono immerso in un’atmosfera rilassante che mi riporta in equilibrio. Rallento il ritmo e mi lascio incantare dalla bellezza di questo tratto di Londra. Dopo la passeggiata, scelgo consapevolmente di evitare il caos di Camden Town e salgo sulla metropolitana per concludere la giornata con soddisfazione.

VIAGGIO IN TRENO Oggi mi avvio alla King’s Cross railway station dopo una abbondante colazione a base di porridge, e salgo a bordo del treno che mi condurrà prima a Edimburgo e poi a Glasgow. Sentivo un forte desiderio di sperimentare il viaggio in treno, un’esperienza che si allinea alla mia concezione di viaggio lento e a misura d’uomo, e che mi permetterà di connettermi con il paesaggio inglese e poi scozzese. Dopo due giorni intensi e un ritorno molto desiderato a Londra, provo una sensazione di malinconia. Mi è piaciuto immergermi nella vivace atmosfera cosmopolita, camminare tra le strade affollate, nei suoi parchi e sulle rive del Tamigi. Due giorni che sono passati velocemente. Ora mi dirigo in Scozia, una terra che ho avuto l’opportunità di visitare soltanto una volta quando ero ancora un bambino di soli otto anni. I ricordi di quel viaggio sono vividi nella mia mente, ma sento il desiderio di tornare in quella terra. A differenza di Londra, Glasgow è tutta da scoprire, senza aspettative predefinite.

Dopo una ventina di minuti il paesaggio si quieta; la grande città lascia il posto a una lunga sequenza di campi verdeggianti disseminati di case in mattoni rossi. Questa è la campagna inglese da cartolina che racconta un raggiunto equilibrio tra uomo e natura. Non c’è nulla di più incantevole durante un viaggio che osservare il mondo che scorre oltre il finestrino del treno. Il paesaggio è ricco di sfumature e bellezze da scoprire. Il viaggio in treno mi permette di abbandonarmi alla contemplazione, di riflettere e di lasciare che la mente si perda tra i pensieri. Sono sorpreso dalla costante tonalità di verde che si estende a perdita d’occhio lungo il percorso. I campi si estendono all’infinito, dolcemente ondulati. Il treno prosegue il suo cammino attraverso questo mare di verde. Esiste una dicotomia affascinante tra le grandi città industriali inglesi e gli idilliaci paesaggi che si estendono oltre i confini urbani. Questa dualità tra la confusione metropolitana e la serenità campestre crea un contrasto al quale non sono abituato. Penso al tragitto tra Padova e Milano dove dominano gli insediamenti urbani e industriali. Vivo in un’area densamente popolata e industrializzata. Gli insediamenti si susseguono senza soluzione di continuità; sono sicuramente una testimonianza del dinamismo economico dell’area in cui vivo. Le attrazioni naturalistiche e culturali sono meno visibili dal finestrino di un treno. Ci sono ma sono meno evidenti. Qui invece il paesaggio sembra fornire un terreno fertile per l’immaginazione. Le lande aperte piene di fattorie e piccoli villaggi, offrono un invito a esplorare e a fantasticare.

Dal South Yorkshire procedo verso nord e il treno fa una breve sosta a York nel North Yorkshire. In lontananza vedo le colline ondulate dei North York Moors, i suoi vasti spazi aperti e i suoi boschi. La vegetazione si fa più ricca. Le nuvole si addensano e il grigio del cielo, che tanto amo, si riflette sulle selvagge brughiere e crea un affascinante contrasto con i toni verdi dei pascoli e delle folti boscaglie. Questo paesaggio cattura il mio sguardo; incarna l’essenza dell’Inghilterra del nord. Ci sono tutti gli elementi iconici della campagna inglese: le distese di terreno ben curate, con le pecore che pascolano placidamente, le brughiere selvagge che si estendono a perdita d’occhio, i villaggi pittoreschi con le case in pietra e i giardini curarti. Il senso di viaggio lento e contemplativo si rafforza ulteriormente quando giungo a Darlington, città nota per essere stata il luogo di nascita delle locomotive a vapore. Idealmente faccio un viaggio nel tempo e nello spazio e immagino le prime locomotive muoversi lungo questi stessi binari.

Le variazioni atmosferiche sembrano essere un tratto distintivo di questi luoghi; alzo lo sguardo dal mio taccuino e il cielo è nuovamente azzurro. Mi lascio alle spalle la bella città di Durham con il suo castello, un’imponente struttura medievale che osservo dal finestrino, e continuo il viaggio verso nord. In prossimità di Newcastle vedo un significativo numero di pale eoliche, imponenti strutture che si alzano maestose sul paesaggio. Poco più in là vedo incantevoli villaggi sulle colline circostanti, un’immagine caratteristica che si contrappone alla modernità delle pale. Dopo aver immerso lo sguardo nel verde delle colline e delle campagne, uno scorcio di mare si svela inaspettatamente. Ma come un breve sogno questa visione svanisce e le colline verdi ritornano prepotentemente. Una visione fugace, un incanto passeggero che rende ai miei occhi imprevedibile la bellezza di questi luoghi. Nonostante la mancanza visiva del mare la mia mente vaga verso la sua immensità. Inaspettatamente riappare nel paesaggio. Le case in mattoni, tipicamente inglesi, si schierano lungo la costa, e creano un connubio perfetto tra l’architettura di questi luoghi e l’incanto dell’oceano. Il treno ora procede placidamente lungo la linea costiera. Il bianco candido delle pecore risalta sulle verdi distese. Scogliere imponenti si ergono maestose a protezione del litorale. Il panorama muta continuamente, offre un affascinante insieme di paesaggi; il treno si allontana nuovamente dalla costa ed entra nella campagna, più ricca di vegetazione, più colorata. Osservo le strade serpeggianti sulle colline che si rincorrono in lontananza. Il treno prosegue nel suo viaggio attraverso questa varietà di paesaggi, un costante invito a contemplare. Il paesaggio si è però trasformato, è diventato più selvaggio, più spettacolare. Ho superato i confini dell’Inghilterra e le terre scozzesi ora si rivelano in tutta la loro maestosità. Ogni volta che alzo lo sguardo vedo un cielo diverso, grigio, annuvolato, azzurro. Il cielo si trasforma in continuazione. È impossibile prevedere quale potrà essere l’aspetto del paesaggio perché cambia da un istante all’altro. Il cielo è protagonista di questo bellissimo viaggio in treno tanto quanto questa terra incantata, lussureggiante e selvaggia.

Questi pochi giorni fuori casa mi stanno regalando una straordinaria sensazione di vitalità. Sono immerso in un turbine di emozioni che hanno ravvivato il mio spirito. Lontano dalla routine quotidiana è bello e rigenerante assaporare la libertà di esplorare luoghi visti e luoghi nuovi, abbandonarmi alle sorprese di un viaggio. Arrivo a Edimburgo dove cambio il treno per raggiungere Glasgow, la meta di oggi. Londra è un luogo che conosco, dove mi muovo con facilità, ma ora, nella stazione dei treni di Edimburgo, sento che il piacere del viaggio si amplifica. Il piacere di viaggiare si fa vivo quando ci sono nuovi stimoli, quando si percepisce il senso di novità. Mi sento immerso nella bellezza di questo viaggio che prosegue sempre in treno, accompagnato dalla musica dei Loop, Radial nello specifico, con il suo incalzante ritmo alla Neu! e le tipiche distorsioni shoegaze. Mi sembra di fare una corsa forsennata, ma è semplicemente la sensazione di libertà che rende tutto così emozionante, che trasforma questo tragitto in una corsa immaginaria. Il senso di leggerezza si mescola con la bellezza serena della natura circostante che lentamente mi placa e mi immergo ancora una volta nei colori vivaci delle dolci colline che si estendono all’orizzonte. Mi riconnetto con la tranquillità e la magnificenza della natura. GLASGOW Glasgow è una città straordinariamente vivace, specialmente di sabato sera. Le strade sono piene di vita; i locali e i pub sono animati, luoghi di incontro e di convivialità dove la gente si riunisce per gustarsi della buona birra. La luce del cielo di Glasgow mi ha colpito profondamente, è di una limpidezza straordinaria. Il cielo ha un colore intenso ed è come se i colori fossero più vividi di quelli che sono abituato a vedere. Salgo sulla metro è ho la netta percezione della enorme differenza tra Londra e Glasgow. La metropolitana, con il suo carattere un po’ retrò, testimonia l’essenza di questa città che si distingue per la sua autenticità. Qui non c’è l’eleganza di Londra, quell’atmosfera un po’ snob; Glasgow ha una personalità audace e schietta che si riflette nella gente che la abita. È una città più ruvida che non si preoccupa di apparire perfetta o impeccabile, al contrario è di una franchezza disarmante, non ha paura di mostrare le sue rughe e le sue imperfezioni. È una città che ama se stessa così com’è, senza conformarsi a ideali esterni. Vivere a Glasgow deve richiedere un certo spirito di adattamento. Bisogna essere pronti ad accettare questo modo diretto di fare dei suoi abitanti. Il loro modo di parlare, un po’ duro, è un segno distintivo del luogo. È una città che ti sfida, che non ti accoglie con un abbraccio, ma con una energica e decisa pacca sulle spalle. La città conserva sempre una forte identità legata alla sua storia fatta di movimenti sindacali e lotte per i diritti dei lavoratori. La working class continua a giocare un ruolo significativo nel tessuto sociale di Glasgow; ciò si riflette nelle tradizioni, nella cultura e nel carattere delle persone. L’economia di Glasgow tuttavia si è diversificata negli ultimi decenni, non c’è più solo l’industria pesante, è passata ad altri settori come il commercio, il turismo e i servizi finanziari, ma la sua storia è nel DNA delle persone. Molti quartieri conservano un carattere e un’atmosfera tradizionalmente legati alla classe operaia; le classiche case in mattoni, che mi piacciono tantissimo, ne sono l’esempio più evidente e tangibile. Non vorrei però generalizzare, riconosco la complessità dell’identità di questa città, ma è innegabile il suo carattere forte e deciso. Sono appena arrivato e questa è la prima impressione che ho avuto.

 

Osservo dalla finestra della casa in cui alloggio le pittoresche case in mattoni con i loro colori caldi e terrosi, le facciate uniformi e i caratteristici camini che spuntano dai tetti. Al di là di queste abitazioni si estendono le verdi colline; le nuvole sono assenti e la luce del sole splende nel cielo. Questa giornata di sole accresce la bellezza del paesaggio. È bello rivedere un’amica della mia infanzia qui a Glasgow, una città che diventa più interessante grazie alla nostra amicizia quarantennale. Mi rendo conto dell’importanza di certi legami autentici che capitano raramente nella vita. La naturalezza con cui parliamo è una conferma del valore di un’intesa sincera e duratura. Importante.

Passeggiata tra i bluebells

 

Mi allontano dalla città e mi addentro nei quartieri residenziali che si estendono oltre la città. Qui l’atmosfera cambia gradualmente lasciando spazio a una quiete rassicurante e a un paesaggio che si perde rapidamente nella natura rigogliosa. Faccio una piacevole passeggiata a Blanefield, un luogo immerso nelle verdi colline della campagna scozzese. Le colline verdeggianti senza alberi si estendono all’orizzonte e invitano a esplorare questo angolo di natura rigogliosa con prati punteggiati da fiori colorati, gialli, bianchi e blu.

Il sentiero prosegue attorno a Dumgoyne, una maestosa collina che troneggia su una vallata dalle mille sfumature di verde. Percepisco l’energia della natura che mi circonda e che mi da un senso di libertà e purezza. Dumgoyne si erge maestosa con le sue pareti verdi prive di alberi, immersa in un grande silenzio.
La sua silhouette si staglia contro il cielo, sopra prati verdi con le classiche pecore. L’aria fresca e pulita mi riempie i polmoni e mi dona una sensazione di appagamento e di unione con la natura; vivo un lungo momento di pace e serenità.

 

Ripercorriamo il tratto di strada fatto all’andata per tornare in città. La guida a destra aggiunge un tocco di avventura al viaggio. Di sera ci concediamo il piacere di degustare due bicchieri di whisky al Lios Mor, un pub del quartiere in cui alloggio. Il primo è un Lagavulin 16 anni dall’aroma affumicato e intenso. Ogni sorso è un’esperienza sensoriale, mi perdo in questa profondità di sapori. Poi mi concedo un bicchiere di Ardbeg Corryvreckan dal carattere più deciso. Assaporo lentamente anche questo secondo bicchiere e mi lascio immergere in un’altra complessità di aromi.

Il calore dell’ambiente insieme al calore dei due whisky che si diffondono nel corpo, rendono l’atmosfera perfetta per questa serata di piacere e relax.
Queste terre sono la patria della tradizione e dell’arte della distillazione e sentivo il desiderio di deliziare il palato con queste prelibatezze locali. In fondo il whisky è uno dei simboli stessi della Scozia.
Così tra pub accoglienti, case in mattoni, con la loro solidità e autenticità, colline verdeggianti che si estendono a perdita d’occhio, whisky pregiati e amicizie ritrovate, si chiude un’altra giornata intensa fatta di esplorazioni e scoperte. Le esperienze che sto vivendo si susseguono in un crescendo di emozioni e mi lascio ispirare dalla bellezza che mi circonda e che sto assorbendo.

Oggi mi sveglio con un sorriso che illumina il mio volto. Mi affaccio al balcone e osservo le dolci colline all’orizzonte. La giornata comincia con una serie di commissioni. Facciamo la spesa per il pranzo e per il barbecue che ci attende questa sera.
Ci fermiamo dal meccanico per un controllo della macchina in vista del concerto che ci aspetta domani a Edimburgo. La tappa successiva è al car wash, per la pulizia dell’auto. In ogni piccolo gesto quotidiano mi immergo nella vita quotidiana di Glasgow. Attraverso queste attività comuni entro in contatto con le persone del luogo e conosco meglio la realtà di questa città. Per conoscere le varie sfaccettature di un luogo è utile porre l’attenzione anche sulle piccole cose; l’essenza di un luogo risiede anche nei gesti ordinari che riflettono l’identità di una comunità. Ammirare paesaggi e luoghi pittoreschi, spesso idealizzati, non permette di cogliere le sfumature più autentiche di un luogo. Osservare una città da una prospettiva parziale rischia di tralasciare i suoi aspetti più veri, di non capire ciò che si nasconde dietro le facciate di quegli edifici color terra, o lungo le sue strade.

 

Per un paio d’ore non sono più solo spettatore, ma partecipo attivamente alla vita quotidiana di Glasgow. Questo breve viaggio è qualcosa di più di un’osservazione superficiale, è un’esperienza arricchente, molto diversa delle mie ultime avventure in luoghi remoti del mondo.

La città mi è diventata subito più familiare grazie alla compagnia della mia amica d’infanzia che qui ci vive e che mi ha permesso di approfondire rapidamente la conoscenza del luogo. Ora l’esperienza a Londra sembra già così lontana, come se fosse un ricordo distante nel tempo. Quando si viaggia, e ci si sposta da un luogo all’altro, il tempo acquista sfumature inaspettate. Dopo una piacevole passeggiata nella zona dell’università, mi ritrovo a trascorrere la serata in un grazioso giardino all’inglese sul retro di una di quelle caratteristiche case in mattoni rossi. È un’esperienza che mi permette di immergermi di più nel contesto di questa città. Interagire con persone che vivono qui, anche se originarie di altre città o di altri paesi anglofoni, mi offre l’opportunità di approfondire la conoscenza di questa città. Incontrare persone, condividere storie, sperimentare la vita quotidiana di questa città, arricchisce il mio viaggio e gli conferisce una prospettiva più intima.

Lo stesso accade mentre ci dirigiamo in macchina verso Edimburgo per immergerci nella vivace atmosfera di un grande concerto allo stadio. Questo è un viaggio che va al di là dei paesaggi e delle località remote. Mi concentro sulle dinamiche cittadine, lontano dai luoghi idilliaci che solitamente caratterizzano i miei viaggi. Oggi a Edimburgo cercherò di cogliere come qui viene espressa la passione e l’entusiasmo di vivere un evento come un grande concerto. È un viaggio tra le dinamiche urbane che mi permette di percepire l’energia di queste città, prima Londra, poi Glasgow, e infine Edimburgo. La giornata si svolge come una festa ed è il culmine del viaggio. Nonostante le lunghe attese sotto un sole insolitamente ardente per gli standard scozzesi, l’esperienza supera ogni mia aspettativa. Questo giorno è l’apoteosi di questa settimana, è il migliore dei saluti che io possa offrire a questa esperienza di viaggio.

L’ultima immagine che si fissa nella mia mente è quella di alcuni bambini che osservo giocare nel cortile di una scuola. Li osservo dalla casa della mia amica d’infanzia. Noi ci siamo conosciuti a quell’età e rifletto sulle coincidenze della vita, sulla fortuna di incontrare persone con le quali condividere, nel corso della propria esistenza, in diverse età, momenti importanti, ricchi di emozioni. Nel corso di questa settimana la musica ha assunto un ruolo di estrema importanza. La musica dal vivo e quella ascoltata hanno arricchito in modo significativo questa esperienza. È stata una musica legata al mio passato, e non poteva essere altrimenti, perché si è trattato di un risveglio, di una rivelazione del passato nel presente. È come se il tempo avesse fatto un salto improvviso, riportandomi indietro e avanti, mescolando passato e presente. Mi chiedo se ciò che ho vissuto sia stato un sogno, o se sia invece stato un viaggio nel tempo, un viaggio dentro me stesso. È come se la musica avesse il potere di risvegliare le parti dormienti di me, di ricollegarmi a un passato che non posso dimenticare e di spingermi verso un futuro ancora da vivere.

15. SAGGEZZA ERRANTE
ALTAJ GOBI. Ghiaccio nel profondo, silenzio vivo
MONGOLIA 2023

1. PREMESSA Prima di un grande viaggio mi soffermo sempre ad osservare i luoghi vicini a casa mia, a Padova. Gli argini, con i loro lunghi percorsi lungo il canale, esercitano un forte richiamo su di me. La quiete estiva sembra rallentare il ritmo del tempo e aggiunge un tocco intimo e rassicurante a questo ambiente. Le strade che brulicano di movimento sono distanti e insignificanti ora rispetto a questo scenario. Qui si respira l’atmosfera di un passato remoto, di estati rilassate, scandite da poche attività come le tranquille pedalate in bicicletta e le soste a contemplare la vegetazione lungo il canale. Un conflitto interiore si scatena sempre con la continua evocazione, dentro di me, dell’altopiano carsico, luogo che amo profondamente, dove ci sono le mie radici, e dove mi ritiro, ogni volta che posso. Quelle terre ruvide si presentano come un richiamo impalpabile, sono un’ombra sempre presente nei miei pensieri. Ma alla fine ogni volta riconosco la bellezza di questi luoghi, di questi canali tra i campi, e di questi argini che li delimitano; sembrano appartenermi, e io, in egual misura, appartengo a loro. Anche oggi, nella quiete di questa contemplazione, rappresentano l’antitesi del caos, del vivere frenetico. Anche se mi chiedo sempre quale tra questi due luoghi mi potrebbe rapire definitivamente il cuore, l’incantesimo di queste rive non si spezza. Spesso sono stati proprio questi canali a fungere, idealmente, da trampolino di lancio verso mondi nuovi e inesplorati; hanno aperto loro le porte alle mie avventure al di là dei confini della mia routine quotidiana, delle mie abitudini consolidate e del mio guscio protettivo. Anche quest’anno questi canali, così familiari e confortevoli, diventano il simbolo di una fase di transizione, il passaggio tra ciò che conosco e ciò che mi attende verso est, verso oriente, verso la Mongolia. Attraverserò steppe sterminate, incontrerò popolazioni nomadi, conoscerò tradizioni millenarie e mi immergerò nel prossimo capitolo del mio lungo cammino, iniziato ormai tanto tempo fa. E come mi succede ogni vota, mi ritirerò nella tranquillità della casa sul Carso per lasciare che i ricordi dei miei viaggi ispirino le pagine dei miei diari. La Mongolia, con i suoi vasti spazi che si estendono all’orizzonte – così me la immagino io – è un contrasto affascinante rispetto alla mia terra, dove la natura si trova spesso intrappolata tra zone industriali e urbane, e si esprime al meglio in piccoli lembi di bellezza nascosti in mezzo al caos dell’umanità. 2. RIFLESSIONI Mentre mi preparo per questo nuovo viaggio, mi ritrovo a riflettere sulle connessioni profonde che esistono tra le terre dai vasti spazi che ho avuto la fortuna di vedere, la Groenlandia prima, l’Afghanistan poi, e ora la Mongolia. Ognuna di queste terre è ricca di risorse naturali, tra cui le tanto discusse “terre rare” che hanno assunto un ruolo cruciale nell’industria tecnologica ed elettronica moderna. Leggo diversi articoli sull’argomento. Queste risorse, pur essendo essenziali per la produzione di tecnologie avanzate e pulite, sono concentrate in pochi paesi. La Cina domina il mercato mondiale delle terre rare, e la dipendenza eccessiva da un’unica fonte può comportare rischi di interruzioni delle forniture o prezzi elevati, come già avvenuto in questi anni con la Russia. Paesi come la Groenlandia e la Mongolia stanno emergendo come potenziali fornitori di terre rare e altre risorse critiche. Questa diversificazione delle catene di approvvigionamento è essenziale per garantire un approvvigionamento stabile e sostenibile di questi materiali, soprattutto considerando la crescente domanda di tecnologie a bassa emissione di carbonio nel contesto della lotta contro i cambiamenti climatici. Ciò su cui rifletto è il fatto che l’estrazione e lo sfruttamento di queste risorse possono comportare questioni ambientali e sociali decisamente significative. È cruciale che le attività estrattive siano condotte in modo sostenibile, tenendo conto dell’impatto sull’ambiente e sulle comunità locali. È fondamentale trovare un equilibrio tra il progresso tecnologico e la protezione del nostro ambiente. Cosa ne sarà dei luoghi che ho visto in passato, e che vedrò quest’anno? La geopolitica gioca un ruolo significativo nel controllo delle terre rare e delle altre risorse critiche. Le dinamiche tra paesi come la Cina, gli Stati Uniti e la Russia influenzano l’accesso e l’approvvigionamento di queste risorse. Gli sforzi degli Stati Uniti e di altre nazioni per stabilire nuove relazioni e collaborazioni con paesi come la Mongolia, mirerebbero a ridurre la dipendenza da una singola fonte e a garantire una maggiore sicurezza nelle catene di approvvigionamento. È necessario che ci sia una gestione responsabile delle risorse naturali e una collaborazione internazionale per garantire un futuro sostenibile e accessibile alle tecnologie avanzate che ci dovrebbero aiutare a fronteggiare le sfide ambientali del nostro presente e del nostro futuro. Questo viaggio in Mongolia sarà un’opportunità per immergermi in una cultura affascinante e in un paesaggio meraviglioso, come è già avvenuto in passato, nei miei precedenti viaggi. Ma non posso fare a meno di considerare anche il ruolo chiave che questo paese potrebbe avere nel fornire risorse critiche per il futuro del pianeta.

 

Sono pronto a intraprendere il mio viaggio e ad aggiungere un nuovo capitolo al mio diario; cosa registrerò? Cosa avvertirò? Di cosa parlerò? Di emozioni e stati d’animo? Darò spazio a riflessioni sulle sfide e le opportunità legate alle terre rare e alle risorse critiche? Oggi sull’Internazionale ho letto un articolo intitolato “Gli Ultimi Ciuffi d’Erba” dedicato alla Mongolia. Leggo che questo paese sta affrontando sfide climatiche immense. Il paese si sta riscaldando rapidamente, con temperature che sono aumentate più di tre volte rispetto alla media globale. Il 79% del territorio è ricoperto di sabbia, e il deserto avanza inesorabile. La tradizione nomade e l’autosufficienza sono in pericolo. L’arrivo del capitalismo ha portato profitti, ma anche sfruttamento minerario e cambiamenti nella vita dei pastori. La desertificazione avanza, e rende la sopravvivenza più difficile. Entro la fine del secolo si prevede un aumento di temperatura che trasformerà parti della Mongolia in un deserto invivibile, e costringerà anche i pastori più resistenti a migrare. Leggo che i mongoli, una volta liberi di vagare per chilometri insieme ai loro pascoli, oggi faticano a perpetrare tutto ciò, la terra sta cambiando, e spostarsi diventa sempre più difficile. La Mongolia è un altro paese in transizione che vedrò con i miei occhi; questo popolo dedito al nomadismo sta vivendo un’epoca di sfide senza precedenti. Leggendo questo articolo emerge inequivocabilmente il solito messaggio: è necessario preservare la natura e affrontare il futuro con consapevolezza e responsabilità. Il legame ancestrale dei mongoli con la natura è ora messo alla prova. Cercano di resistere a queste forze inarrestabili, immersi nella bellezza e nella solitudine della loro terra. In questo mondo così diverso dal mio, il silenzio e la vastità si intrecciano alla crisi climatica e allo sfruttamento delle risorse minerarie in un delicatissimo equilibrio. Quando Eugenio Turri nel suo libro “Gli uomini delle Tende” parla dello spazio dei nomadi, lo definisce uno spazio naturale, non segnato o poveramente segnato dall’azione trasformatrice dell’uomo.

“Si può capire che cosa possa significare per noi, costretti a vivere e a muoverci in spazi saturi, questo grande vuoto in cui vivono i nomadi. Il fascino che essi ci suscitano, al di là delle soggezioni letterarie che lo mediano e lo informano, psicologicamente nasce da qui. Di fronte agli angusti spazi che ci sono riservati nelle nostre città, nelle nostre periferie e nelle nostre stesse campagne, i grandi spazi steppici o desertici, dove gli incontri con gli altri sono rari e prodigiosi, ma per ciò stesso più profondi, più umani, possono apparire come gli spazi della liberazione e dell’avventura. O di una solitudine diversa da quella che si vive nelle grandi città.” “Ma spazio vuoto significa anche spazio di natura, privo di quel calore e di quella sicurezza che ci trasmette il segno umano, l’ambiente domestico, ben conosciuto; e uno spazio violento con le sue manifestazioni diverse, i calori insopportabili, le tempeste che soffocano, i freddi notturni implacabili, le albe senza promesse…Manifestazioni naturali ormai ignote a noi, o attutite dal nostro habitat artificiale, percepite attraverso i vetri di una finestra o il parabrezza di un’automobile. Quale differenza tra il nostro rapporto con la natura, così mediato e difeso, e quello dei nomadi, così diretto, così tattile, così animale, così costantemente vissuto”. “Siamo, noi uomini, esseri dello spazio pieno o dello spazio vuoto? Animali dei grandi spazi o degli spazi angusti e costruiti? Più sofferenti di claustrofobia o di agorafobia? A guardare i risultati di migliaia di anni di storia la risposta è che l’uomo tende a privilegiare lo spazio pieno e a rifuggire dallo spazio vuoto. Ma è anche vero che ci sono in noi le eredità di quando vivevamo in spazi vuoti.” 3. PARTENZA, ISTANBUL “Quanto è lunga l’ombra della tua vita?” E’ quanto chiedono i mongoli per sapere gli anni di un individuo. E oggi, in volo verso Istanbul, mi ritrovo a riflettere su quanto bella sia questa frase. Dieci anni fa intrapresi un viaggio che sarebbe diventato uno spartiacque nello svolgersi della mia esistenza. Il Tibet mi accolse e un pò mi trasformò. I viaggi nelle gelide lande della Groenlandia rappresentano idealmente il momento più alto della mia fase precedente. Poi i venti del destino mi portarono oltre, verso l’orizzonte dell’Asia Centrale. In questo preciso istante mi trovo ancora sul sentiero che ho iniziato a percorrere dieci anni fa. Nel frattempo l’ombra della mia vita si è allungata un pò, e io sono maturato, ho guadagnato saggezza e ho appreso da ogni passo, da ogni incontro e da ogni viaggio che ho fatto. Di fronte a me si prospetta la riscoperta dei monasteri buddisti, le cui maestose presenze avevano rapito il mio cuore in passato. Ora darò uno sguardo a un’altra sfaccettatura di quel mondo, vedrò un riflesso diverso di quel mondo. Mi colpirà come avvenne anni fa? Viaggiare è un privilegio senza eguali. Questo è un pensiero che mi pervade mentre il volo mi conduce a Istanbul. Come sempre emergono le sensazioni di inadeguatezza di fronte alla scoperta di contesti distanti e dissimili dal mio. Etichetto il mio approccio al viaggio come impacciato, ma è la brama di scoperta a spingermi verso esperienze di questo tipo. Non mi sento mai veramente pronto, eppure, quando sono in volo, qualcosa in me muta. È come se l’aria stessa portasse con sé un sussurro rassicurante: ‘Sei in viaggio. E in questo viaggio troverai molto più di quanto puoi immaginare'”. Oggi è un giorno di transizione, di unione tra passato e presente. Istanbul, città ricca e sfaccettata, mi ha accolto per poche ore. È curioso come i fili del destino si intreccino. Ho visto questa città nel 1987 e mi appresto a sfiorare territori che visitai nel lontano 1988 quando mi recai in Siberia. Un passato che incontra il presente, ma anche un passato non così lontano che riemerge. Nel 2013 ho avuto l’occasione di esplorare il Tibet, dove il buddismo è un elemento dominante, così come lo è in Mongolia. Questo percorso intrapreso decenni fa, e continuato dieci anni fa, sembra essere un modo per ritrovare parti di me stesso attraverso le terre che ho attraversato e che attraverso. Istanbul, con la sua atmosfera sospesa tra Occidente e Oriente, mi avvolge con i suoi continui contrasti. Il richiamo dei minareti si unisce al vociare delle strade, mentre il profumo di spezie e di carne si mescola al profumo di mare proveniente dal Bosforo. Nonostante il caos urbano, riesco a percepire un equilibrio unico, particolare, un’anima multiculturale che (forse?) vive in armonia. Noto che molte donne turche indossano vari tipi di veli islamici: niqab, burka, chador, hijab. Senza entrare nel merito, mi interrogo sulla misura in cui questa pratica sia un’imposizione o una scelta volontaria. La mia attenzione si sposta poi sulla Basilica di Santa Sofia. Nel 2020 il Consiglio di Stato turco ha annullato la decisione del 1934 che trasformò la basilica in museo aprendo la strada al suo riconoscimento come moschea. Questo cambiamento è stato sancito dalla prima preghiera islamica pubblica avvenuta il 24 luglio 2020. Mi limito ad osservare queste cose, senza giudicare, poiché ciò che vedo solleva più domande che risposte e sono consapevole delle complessità che sottendono. Domani sarà un nuovo giorno, avrò una nuova frontiera da attraversare, ma oggi sono a Istanbul, in un momento sospeso tra ciò che sono stato e ciò che sono. Recentemente ho visitato Napoli e ora che mi trovo a Istanbul, rifletto su queste due magnifiche città del sud. Napoli, ex capitale del Regno di Napoli e delle Due Sicilie, Istanbul, antica capitale dell’Impero ottomano, erede di Bisanzio e di Costantinopoli. Le profonde radici storiche di queste città mi fanno riflettere sulla nostra relazione con lo spazio circostante. Siamo esseri che si nutrono degli ampi spazi o ci identifichiamo con gli ambienti angusti e costruiti? Un’interrogativo che affiora e ritorna mentre mi appresto a lasciare Istanbul. Dalla terrazza della mia camera d’albergo osservo la familiare danza dei gabbiani, una scena comune in tutte le città che si affacciano sul mare. Scendo a fare colazione in una piccola via della città, e, davanti a una tazza di caffè turco, rifletto sulla complessità di vivere le conseguenze e gli splendori di epoche passate, ora solo raccontate nei libri di storia. Ciò che mi colpisce è il fatto che nel profondo del nostro DNA persistano tracce di quel passato. 4. IN VOLO Al gate d’imbarco sento la vicinanza di una nuova avventura che mi attende. È innegabile, ora sono io lo straniero, un viaggiatore errante pronto a varcare confini sconosciuti. Mi guardo intorno e vedo molte persone, tutte dirette a Ulan Bator, forse tornano a casa. Io sono diretto verso un luogo che non mi appartiene. Il taglio degli occhi delle persone sedute vicino a me racconta di terre lontane. In questo aeroporto siamo tutti viaggiatori di passaggio per un istante fugace nella nostra vita in continuo movimento. Quel senso di smarrimento che tanto amo si fa avanti, un compagno fedele in queste occasioni. Mi accompagnano le mie abitudini, ma ora sono più fragili, slegate dal mio ambiente di sempre. In questo momento c’è spazio per provare emozioni. Questo è il piacere di viaggiare: portare solo l’essenziale con sé, come il mio bagaglio, solo ciò che è strettamente necessario, solo l’essenza di chi sono. Questa nuova dimensione apre spazi per emozioni genuine, per sensazioni che si svelano durante il viaggio. È una sensazione che amo profondamente. Salgo a bordo dell’aereo, immerso nelle note lente e avvolgenti di “Somnium” di Robert Rich, un’opera che sembra sospesa nel tempo, una colonna sonora che mi accompagnerà durante il volo verso Ulan Bator. Il tempo inizia a perdere senso, e mentre il mio volo mi trasporta verso le lontane steppe mongole, mi sembra di fare un salto nel vuoto, un balzo dalla vecchia Europa all’Asia Centrale. L’emozione del viaggio è compresso nell’angusto angolo in cui mi trovo ed è pronta a esplodere come una molla. Ho deciso di scrivere anche se so che non riuscirò a farlo per oltre sette ore. Mi piace l’idea di catturare quei pensieri che si risvegliano solo durante il volo, quando la mente è libera dai problemi e dalle abitudini quotidiane. È un momento in cui i pensieri si liberano, prendono il volo, e io sono pronto ad accoglierli con mente aperta, ansioso di accumulare nuove emozioni e ricordi. Mentre osservo i volti delle persone intorno a me, mi chiedo chi siano, cosa provino, quali storie portino con sé. Una bambina sorride, e in quel sorriso si dipana un mondo di pensieri, trasparenti e sinceri. Vorrei avere la stessa chiarezza nei pensieri degli adulti, ma spesso sono come libri chiusi, ognuno custodisce il proprio mondo segreto, nascosto agli sguardi curiosi. Il mondo sonoro dell’aereo, con il costante ronzio dei motori, si fonde con le note di Robert Rich, e crea un’atmosfera ipnotica. È surreale la selezione di film e musica, limitata a quattro brevi filmati e altrettante tracce sonore dedicate al mondo dei delfini. Quassù nel cielo, sembra un’interferenza, una distrazione cosmica dalle remote steppe della Mongolia. Sembra quasi che questo mondo in cui mi trovo ora mi costringa a una sorta di brain storming, a un tumulto mentale, a un caos temporaneo ma purificante, un rimescolamento globale dei pensieri, un’opportunità di fare ordine per accogliere ciò che la vita mi sta offrendo in questa nuova partenza. Dopo ore di viaggio, mentre il mio sguardo scorre sullo schermo della mappa di bordo, compaiono i nomi di città familiari, punti di riferimento del mio cammino: Urumqi, Bratsk, Novosibirsk, località che ho visitato in diverse fasi della mia vita e che hanno lasciato tracce indelebili nella mia memoria. Emozioni in fermento. Ma mentre osservo la traiettoria dell’aereo, i miei occhi cadono sul disegno del Lago d’Aral. È lì, rappresentato nella sua forma originale, ma la triste storia di un disastro ambientale emerge con forza. Ciò che resta di questo lago è poco più di una triste ombra di sé stesso, una testimonianza silente di quanto l’azione umana possa trasformare e devastare la natura. 5. MONGOLIA Atterro a Ulan Bator in piena notte, immerso nell’oscurità totale. Sono ancora assorbito dal torpore del viaggio quando la jeep parte in silenzio, come un’ombra che si muove nell’oscurità della notte. Non ho percezione di ciò che mi circonda, tutto è avvolto nel mistero della notte. Lentamente l’orizzonte comincia a schiarirsi e l’alba fa il suo ingresso. Finalmente inizio a vedere ciò che mi circonda. È come se la Mongolia stesse emergendo dall’oscurità della notte; rivela la sua bellezza al mio sguardo stupefatto. E così inizia il mio viaggio in questa terra affascinante, un viaggio che mi porterà a scoprire le meraviglie di una cultura antica e la grandezza delle sue terre selvagge. Al mio sguardo si apre un paesaggio senza confini, dolci colline e sconfinati paesaggi ricoperti di verde. Il profumo di artemisia è ovunque nell’aria. Pecore, cavalli e ger impreziosiscono il luogo. È tutto talmente simile a ciò che ci si può immaginare di vedere in Mongolia che scriverlo così è un pò come banalizzarlo, ma non c’è davvero altro modo di descriverlo. In questi enormi spazi aperti di un colore verde acceso, spuntano di tanto in tanto piccole macchie bianche, le tende o ger, in mezzo a un imprecisato nulla. Comincia a piovere vigorosamente, il cielo è grigio e grandi nubi si addensano sulla steppa. Assorbo all’istante il fascino di questa terra, non ci mette molto a catturarmi. Forse nei pressi di Urumqi ho visto qualcosa di simile ma la vastità che osservo ora è davvero unica. Come si può descrivere un luogo che sembra non avere confini? È necessario vederlo con i propri occhi. Questa volta mi arrendo, cercherò delle parole, descriverò questi luoghi, consapevole di non essere in grado di descrivere a parole ciò che osservo. Mi nutro di spazi infiniti, incredulo di fronte a tanta bellezza. Temo che abuserò del termine ‘sconfinato’, ma in questa terra acquisisce un significato vero, profondo. Non dovrebbe essere utilizzato se non per descrivere la Mongolia, e nient’altro. Le strade sono dritte, sottili, lunghi tagli nella steppa. Arrivo a Kharkhorin, nella suggestiva valle dell’Orkhon. Immagino che se Genghis Khan, il leggendario conquistatore, potesse oggi vedere il destino del vasto impero che aveva creato con audacia e ferocia, ne resterebbe sconcertato. Quell’impero, che un tempo si estendeva senza limiti dalle steppe mongole all’Europa orientale, oggi è un ricordo sbiadito, un ricordo lontano della grandezza passata. La Mongolia moderna, pur conservando l’orgoglio della sua eredità storica, è un paese diverso, più piccolo, più pacifico, ma ancora legato alle sue radici nomadi e alla spiritualità buddista che ha plasmato la sua cultura. Gli eroi di oggi sono pastori nomadi e monaci buddisti, custodi di tradizioni millenarie in un mondo che cambia rapidamente. Eroi che incontrerò presto. Kharkhorin custodisce i resti dell’antica Karakorum che un tempo fu la capitale dell’Impero mongolo, fondata da Ögödei Khan, terzo figlio di Genghis Khan. Karakorum mantenne il suo ruolo per tre decenni, fino al 1264, quando fu distrutta dai Ming nel 1380. Oggi le sue rovine si ergono vicino a Kharkhorin, accanto al Monastero di Erdene Zuu, il più antico monastero buddista ancora in piedi in Mongolia. Fino agli anni ’20, era uno dei fulcri del Buddhismo lamaista al di fuori del Tibet. La storia di questo luogo parla di un passato importante, ora silenzioso ma ugualmente intriso di profondità e significato. Fuori dal monastero, il cielo, drammatico, gonfio di nuvole scure e minacciose, fa da contrasto alle dolci colline dalle linee morbide e alle sfumature di verde che compongono il paesaggio. Dentro il monastero riconosco un odore che assocerei solo ed esclusivamente a questi luoghi. È un profumo che è un mix tra il burro di yak, l’incenso e chissà cos’altro. Mi ritrovo in un mondo che ho visto e conosciuto in Tibet e in Ladakh, ma che nel frattempo era diventato più un’idea che una realtà concreta. Ora sono di nuovo in questi luoghi, e stento a credere che sia realtà. È come se avessi varcato una soglia del tempo; torno a toccare con mano ciò che avevo conservato nei miei ricordi. È un ritorno che mi riporta alle radici della mia esplorazione, un’opportunità per riscoprire la magia di queste terre e la loro eterna bellezza. La dimora di oggi si chiama “Cielo Eterno”, un campo di ger nella città di Kharkhorin. Mi addormento nella ger, il calore del fuoco che scoppietta è una carezza in questa notte di pioggia fitta che batte sulla tenda. Nel corso di questa prima notte ho sperimentato una sorta di raccolta di pensieri incontenibili. Ho dormito, sì, ma la mia mente era piena di riflessioni irrefrenabili. Ho lasciato che i pensieri relativi alla mia vita di sempre affluissero con intensità, come un fiume che non può essere trattenuto. Questo ritorno alla mia vita di sempre si è manifestato con una forza sorprendente, e ho scelto di accoglierlo come parte integrante del processo di adattamento a questo nuovo ambiente, di questo nuovo mondo in cui mi sono immerso. Ci sono alcune osservazioni che sento il bisogno di annotare e condividere, e che emergono insieme, o in mezzo, al flusso di pensieri che mi arriva diretto dall’Italia. Nella prima notte di un lungo viaggio ci si ritrova spesso in un turbinio mentale, una sorta di confusione interiore che è ormai diventata una vecchia compagna di avventure. È il caos che scoppia nell’anima, il maelstrom di emozioni e pensieri che ti tiene compagnia mentre attraversi mondi sconosciuti. È un rito d’iniziazione, un viaggio dentro e fuori se stessi, e in questo caos spesso si trova la chiave per scoprire il significato nascosto di ogni nuova meta. Ho anche perso una notte di sonno, ed è normale che in queste ore silenziose i pensieri si aggroviglino. In questa terra tutto è scritto in cirillico, un alfabeto adottato per comodità di lettura durante l’era in cui la Mongolia era la sedicesima repubblica sovietica. L’ufficialità dell’alfabeto cirillico è in atto dal 1941, e la scrittura mongola tradizionale, nota come bichig, è oggi utilizzata principalmente a scopo artistico, decorativo e letterario. È triste sapere che la maggioranza dei mongoli di oggi conosce poco o nulla di questa preziosa scrittura tradizionale, che un tempo era parte integrante della loro identità storica. Però un segnale di cambiamento si profila all’orizzonte. Paesi come l’Azerbaijan, l’Uzbekistan, il Turkmenistan e il Kazakistan hanno già intrapreso il cammino per cambiare il proprio alfabeto; cercano di riscoprire la loro eredità culturale. Mi sorge spontanea una domanda, o forse sarebbe più corretto definirla una fantastica chimera priva di ragione: potrebbe il bichig, con la sua affascinante scrittura verticale, tornare a essere la lingua franca dell’Asia Centrale, come lo fu ai tempi di Genghis Khan? È una di quelle possibilità che sembrano riservate solo alle favole, ma tengo comunque viva la speranza che questa forma di espressione ritrovi uno spazio significativo nella memoria del popolo mongolo. Anche questo è un aspetto affascinante del viaggiare; la scoperta di antiche tradizioni in evoluzione, di culture che cercano di riscoprire il proprio passato mentre si affacciano al futuro. Un’altra osservazione riguarda la gentilezza delle persone. Una delle prime cose che ho notato in questo viaggio. Sono conscio che questi pensieri notturni non hanno alcuna connessione tra di loro, ma è proprio questo il fluire caotico della mente durante la notte. L’aspetto della gentilezza si è manifestato immediatamente, quasi inaspettatamente. Forse è più corretto dire che non sapevo cosa aspettarmi, e sono stato piacevolmente sorpreso nel constatare che la gentilezza qui sia un gesto spontaneo, un riflesso naturale dell’animo. Non è forzata o interessata, sembra semplicemente fare parte della loro cultura. Esco dalla mia ger ancora un pò sonnolento, e davanti a me si dispiega l’infinita grandezza delle steppe. Un nuovo giorno mi attende. In quella che un tempo fu la capitale dell’antico impero mongolo, oggi rimane ben poco, e quel poco non riesce a raccontare quella grandiosa storia. Bisogna immaginarla. Però tra le mura del museo della città ho avuto l’opportunità di intravedere flebili tracce di quel mondo ormai lontano. Tra queste, una statuetta raffigurante una Galbinga; tra gli innumerevoli oggetti esposti, è lei che ha catturato la mia attenzione. Questi sono i misteri della mente. Mi sono chiesto quante meraviglie nascoste giacciano ancora sepolte sotto terra, in attesa di essere scoperte. Sorprendenti tracce di civiltà nomadi, ma ancorate a una ricca iconografia, legata agli antichi usi e costumi di questi popoli erranti. In questo museo ho visto le testimonianze di antiche civiltà, risalenti a ere remote, che stanno lentamente emergendo dal cuore della terra, come un antico tesoro pronto a rivelare i suoi segreti. Ma per riportare alla luce tutto ciò che giace ancora sepolto nella vastità della steppa servirebbero ingenti investimenti finanziari. Fuori, la vastità degli spazi senza confini. Cavalli che corrono liberi tra campi di colza e l’inebriante profumo di artemisia a un’altitudine di 1500 metri. Esco dalla strada principale e svolto lungo un percorso sterrato che mi conduce verso sud, in direzione del deserto del Gobi. Ora sono completamente immerso in un paesaggio da fiaba: immense distese di verde, animali al pascolo, dolci colline. Questi spazi si susseguono uno dopo l’altro, in una sequenza infinita. È questa la steppa della Mongolia. Come non immaginarsi in sella a un cavallo a galoppare tra queste distese senza fine. Come può la natura disegnare con tanta saggezza e grazia il nostro pianeta? Osservandolo in tutta la sua purezza, come non provare un profondo senso di rispetto? Ecco il cuore della Mongolia, un luogo dove la terra stessa sembra raccontare storie millenarie, dove l’umanità si fonde con la maestosità della natura. In questo momento mi sento davvero fortunato a essere qui, a fare parte di questo intimo incontro tra uomo e terra, nella sua forma più semplice e autentica. In questi luoghi oltre a contemplare la maestosità e la perfezione, si sperimenta un senso di libertà straordinario. Le dolci colline lasciano lentamente spazio a un’immensa pianura, una distesa infinita che si perde all’orizzonte. Se l’intera terra fosse così, sarebbe una sfera perfetta, liscia come la pelle di un bambino, senza imperfezioni, un’enorme distesa verde. Ora mi trovo sulle sponde del fiume Ongii, in un altro campo di ger. Il fiume Ongii lambisce il Dundgobi nella parte occidentale, l’anticamera del deserto. Questi spazi aperti, punteggiati solo di tanto in tanto da qualche animale al pascolo, mi fanno riflettere su quanto siamo diventati indifferenti. Indifferenti alla vita degli animali, ai nostri allevamenti intensivi, al nostro costante distacco dalla realtà che ci circonda. Ma non voglio soffermarmi su questo. Tutto ciò che mi circonda è nutrimento per gli occhi e per l’anima. Mi purifico osservando il tramonto sulle dolci colline, in mezzo al nulla, vicino al deserto. Una leggera brezza accarezza il volto, e il suono rilassante del fiume accompagna la scena. Ciò che vedo è una perfetta armonia. Gli animali con il loro territorio, gli uomini rispettosi della natura stessa. La dignità e la semplicità delle persone emergono chiaramente. Abbiamo solo da imparare da loro. Mi sveglio al mattino con un grande sorriso, la doccia calda rinvigorisce il corpo e la colazione a base di porridge di farina e carne è un toccasana perfetto, dicono anche per smaltire le sbornie di vodka di latte fermentato. La sensazione di pulizia mi pervade, sia dentro che fuori. Continuo il mio cammino verso il deserto, e lungo la strada non c’è nulla se non una lunga fila di pali della luce e paletti della fibra ottica. La terra è arida e spoglia, l’orizzonte si perde all’infinito. Miraggi creano illusioni ottiche, facendo apparire un mare che in realtà non esiste. E improvvisamente, dal nulla, compaiono i cammelli. Sono tanti, e li osservo con curiosità mentre si muovono lungo la mia strada. Passano accanto a me, alcuni incuriositi dalla mia presenza, altri completamente ignari. Pian piano scompaiono all’orizzonte, lasciandomi con una sensazione di meraviglia di fronte a questa terra così vasta e misteriosa. In mezzo a questa immensità mi sento parte di qualcosa di più grande di me stesso, immerso nella bellezza e nella solitudine di questo deserto incantato. Davanti a me la vastità del cielo si fonde con le sagome sfocate dei monti Altaj. Sono solo ombre, disegnate sull’orizzonte come antiche divinità dormienti. In questo luogo senza tempo si staglia solitaria una modesta dimora. È il punto d’incontro sporadico per i nomadi, un luogo in cui decidono il destino dei loro greggi, uno spazio per condividere storie e socializzare. Ma tutto intorno è desolazione, una terra senza fine che si estende fino all’orizzonte. Mi trovo a mille metri di altitudine, un luogo che mi svela quanto sia estraneo a questa natura selvaggia. In questa estensione vuota e silenziosa mi sento come se fossi stato catapultato fuori dal mio mondo, lontano da qualsiasi punto di riferimento. Il silenzio è ciò che mi colpisce di più. È un silenzio che sembra risiedere tra le stesse pieghe del tempo. Oltre al leggero cinguettio degli uccelli, tutto è quiete assoluta. Non c’è nulla che possa spezzare questo silenzio, nulla che emetta un suono. Ma questo silenzio, paradossalmente, è tutto tranne che vuoto. È vivo, pulsante, permeato dalla natura stessa. Non è solitudine, ma una connessione profonda con l’essenza della terra. In questo silenzio finalmente trovo ciò che cercavo: la semplicità, la purezza della natura, e una connessione con il cuore della Mongolia. Con reverenza per questa terra selvaggia, osservo e taccio. Il biancore delle ossa degli animali emerge come un faro. Non c’è modo di sfuggire ai resti disseminati di creature che un tempo popolavano questa terra. Calco la sabbia con i miei piedi e, seguendo l’istinto, mi inerpico su una duna per contemplare questo paesaggio del silenzio. Proseguendo, gli arbusti di ammodendrum e alcuni campi tendati emergono dall’orizzonte. Ma in breve tempo il deserto torna a reclamare la sua sovranità. Ed è in un altro remoto campo tendato che trovo rifugio, in mezzo al nulla. Gli Altaj si stagliano all’orizzonte, una catena montuosa imponente, mentre la melodia ipnotica di “The Slab” degli Slowdive si ripete all’infinito, un sottofondo sonoro che accompagnerà per sempre questa straordinaria esperienza nel deserto. Emergono ricordi di viaggi precedenti, come il secondo giorno trascorso nelle montagne del Ladakh, nell’India del Nord. O forse il risveglio in Kirghizistan, quando una notte trascorsa in una yurta mi ha regalato la vista di cime montuose avvolte nella neve. Questi sono momenti di meraviglia, di pura felicità derivante dalla sete di scoperta e conoscenza. Anche ora non mi fermo in alberghi, ma vivo costantemente a contatto con la natura, nelle ger, confortevoli ma immerse in paesaggi che superano ogni immaginazione. Sono luoghi che sembrano usciti da un sogno più che dalla realtà. E in questo momento mi sento slegato dalla realtà quotidiana e connesso con la realtà dei miei viaggi. Le emozioni di questi luoghi mi riempiono, mi rendono vivo. È meraviglioso accumulare esperienze così intense, sentire le sensazioni passate e presenti sommarsi, come due fiumi che si uniscono. In questo connubio di esperienze la mia vita trova significato, valore. La realtà, la mia realtà, ora risiede in queste avventure, in questi luoghi lontani e nelle emozioni che essi suscitano. È un modo di vivere che abbraccio con tutto il cuore, un’opportunità per tornare a me stesso attraverso il viaggio, attraverso la scoperta, attraverso la connessione con il mondo che mi circonda. Sono nella zona di Bayanzag; in questo vasto e sterminato territorio mi ritrovo a contemplare le Flaming Cliffs, uno dei luoghi più celebri al mondo per il ritrovamento di fossili di dinosauri. In questa terra arida e selvaggia posso quasi immaginare gli enormi dinosauri, il loro fragoroso passo, mi immagino una versione antica e ricca di questo paesaggio. La natura ha conservato qualcosa di quegli esseri; mentre osservo i piccoli gechi che si muovono frettolosamente nel deserto, capisco che sono gli antenati in miniatura di quei giganti preistorici. Il canyon stesso è un vero e proprio inferno di fiamme, con tonalità di rosso, ocra e terra che sfumano in mille sfaccettature. Dall’alto di questo luogo primordiale lo sguardo si perde in un deserto senza fine. Attendo il tramonto, sorseggiando la vodka di latte fermentato, mentre le rocce si infiammano, come se prendessero fuoco. In questo istante mi sento risplendere dentro di me, come se stessi respirando la stessa vita che ha permeato queste terre per millenni. Osservo lo spettacolo con la mente e il cuore accesi. Il vento che sfiora il mio viso porta con sé un’aria tiepida e una temperatura mattutina ideale. È un autentico piacere risvegliarsi con questo clima. La notte scorsa il cielo era una tela stellata, e oggi si presenta impeccabilmente azzurro, senza una sola nuvola. A colazione mi godo una zuppa di carne secca e pasta. Mentre percorro alcuni chilometri, il paesaggio arido inizia a mutare, trasformandosi in una scenografia più delicata e accogliente. Prati verdi di erba cipollina, profumati e invitanti, si stendono davanti a me. Di tanto in tanto incontro delle serre; man mano che mi avvicino alle montagne, cresce la probabilità di trovare sorgenti sotterranee, una preziosa risorsa in queste terre selvagge. Mi trovo ora nel cuore del Parco Nazionale Guruansaikhan, noto come “Le Tre Meraviglie”, riferendosi alle tre creste che si ergono a oltre 2800 metri di quota. Una delle mete più affascinanti di questo parco sono le Khongoryn Els, le dune di sabbia. La Yolyn Valley, una fessura stretta e lunga tra due pareti di roccia, è un luogo ricco di arbusti di ginepro. Il loro legno viene seccato e bruciato nei templi buddisti; crea il profumo avvolgente degli incensi che ancora ricordo. Durante il cammino incrocio una mandria di sarlak o yak, con il loro folto mantello di diversi colori, dal bianco al nero al marrone, mentre si dissetano a un ruscello. In alto, tra le cime delle montagne, osservo gli eleganti voli dei gipeti e delle aquile, creature maestose che danno il nome a questa valle. L’aria è impregnata di profumi di artemisia e di altre piante che hanno la forma delle campanule. Un vento secco accarezza il mio corpo mentre procedo. L’effetto Venturi, quel fenomeno che si manifesta quando le pareti si stringono, quando la natura si fa stretta e il vento accelera. È un tocco segreto della geografia. In questa gola incantevole, l’effetto Venturi gioca a influenzare il clima locale. È come se questa stretta, questo abbraccio di montagne, avesse il potere di condizionare il tempo. Nel punto più angusto il torrente conserva il suo manto di ghiaccio anche quando il resto del mondo si scioglie sotto il sole estivo. Ma oggi non c’è ghiaccio. Le temperature probabilmente sono più alte del solito persino qui. È un enigma che la natura ci propone, o forse, banalmente, la causa siamo noi esseri umani. Il suono del vento si fonde armoniosamente con il suono di un piccolo torrente. Alzo gli occhi verso le vette e la mia attenzione è catturata da un piccolo gruppo di capre selvatiche. Sono creature agili, in equilibrio tra cielo e terra, un simbolo di libertà in questo paesaggio incontaminato. Esco da questa valle lasciandomi alle spalle la sua bellezza selvaggia, e mi dirigo verso un piccolo centro abitato, un luogo spartano ma funzionale, dove si trova tutto ciò di cui si ha bisogno. Il mio viaggio continua in direzione delle dune, e ad ogni passo l’ambiente attorno a me si trasforma continuamente. Ora si susseguono paesaggi di sabbia, dune, terra arida, piccoli arbusti che cercano disperatamente di sfidare l’aridità, piccoli mulinelli di sabbia che danzano al vento, e branchi di cammelli che si muovono con una grazia insolita. Gli spazi sembrano estendersi all’infinito, e improvvisamente emergono colline che assomigliano a zampe di elefante, un’immagine surreale che mi fa capire quanto ci siano aspetti del deserto che mai avrei immaginato di trovare. La terra stessa sembra raccontare storie antiche: concrezioni rosse di ferro da un lato e strisce bianche di silicati dall’altro. Strisce verdi di rame tagliano diagonalmente la roccia, e le colline si susseguono in un gioco di colori straordinario. Il deserto si mostra in tutta la sua grandiosità, ma anche nella sua sorprendente varietà. “Smisurato” e “variegato” sono gli aggettivi che meglio descrivono questi luoghi, una terra in cui ogni passo è un incontro con la bellezza e la meraviglia della natura. Sotto un cielo vasto e aperto, mi trovo immerso in una valle incorniciata da colline dai mille colori. Da un lato le dune si avvicinano lentamente, come onde dorate pronte a sommergere questa oasi verde. Dall’altro maestose montagne rocciose fungono da custodi silenziosi di questo paesaggio. In questo scenario un gruppo di eleganti gazzelle attraversa con grazia la strada, il loro passo agile e leggero è una coreografia di bellezza in movimento. Più in lontananza avvisto asini selvatici dal manto chiaro, creature che trasmettono una calma profonda con il loro procedere placido e ordinato; avanzano in fila indiana attraverso questo deserto cangiante e variegato. È un’immersione in un mondo che sfida la comprensione, dove la natura sprigiona tutta la sua bellezza. Questa sera, ancora una volta, mi ritrovo nella quiete di una ger solitaria, abbracciato dal deserto. Le folate di vento che si infrangono sulle vicine falesie e che disegnano sapientemente le formazioni di sabbia, giungono fino a qui. È un vento che sa essere carezza e monito allo stesso tempo. Mi sussurra all’orecchio: ‘Sono docile ora, ma non dimenticare che posso diventare violento! Nel deserto sono io il sovrano!’. Sono nel cuore del Deserto del Gobi, un luogo dove la pioggia è una rarità e le temperature sono estreme. Possono superare i 40 gradi sotto zero durante l’inverno e oscillare tra i 20 e i 40 gradi sopra lo zero in estate. Quando nei libri leggevo il nome “Deserto del Gobi”, la mia mente dipingeva un quadro di terra arida e sabbia, un deserto nella sua accezione più letterale. Oggi ho avuto la fortuna di scoprire che questo luogo è tutto tranne che un deserto nella sua accezione tradizionale. Le dune che si ergono di fronte a me sono conosciute come “le Dune che cantano”, e questo nome non è casuale. Le folate del deserto che si infrangono su queste falesie creano suoni, a tratti dolci, a tratti inquietanti, che forse hanno ispirato gli antichi canti di gola dei nomadi del deserto. Nel cuore dell’aridità trovo un’armonia incredibile tra la natura e il suono. È come se il deserto stesso stesse narrando storie millenarie attraverso il vento e la sabbia. È un’esperienza che va ben oltre le parole e mi fa sentire connesso con la storia di questo luogo e con la saggezza dei nomadi che lo hanno chiamato casa per secoli. Mi sento davvero privilegiato ad essere qui, ad ascoltare i canti del vento e a lasciare che il deserto stesso mi sveli i suoi segreti. Spesso le emozioni che viviamo in viaggio crescono con il passare del tempo. E so che accadrà anche con questa avventura in Mongolia. C’è però un’energia straordinaria in queste emozioni, già forte mentre le vivo ora, in questo istante. Mi ritrovo a contemplare questi spazi smisurati, cullato dalla brezza del vento e le note magiche degli Slowdive che mi accompagnano. “The Slab” è diventata la colonna sonora di questo viaggio, una melodia che si estende verso l’infinito, libera e senza confini. È poesia per le mie orecchie. Mi chiedo cosa diventeranno queste emozioni quando si amplificheranno negli anni. Ho scoperto una nuova Groenlandia? Questi momenti sono come sogni che si svelano davanti ai miei occhi, e non posso fare altro che abbandonarmi a loro. Osservo il mondo che mi circonda e questa bellezza che mi avvolge mi commuove profondamente. Dopo il tramonto, quando la notte ha oscurato tutto ciò che mi circonda, rimango all’aperto, fuori dalla tenda, in compagnia di una buona vodka e del vento che mi culla con dolcezza. In questo momento il vento è il mio unico compagno, e mi dona calma e serenità. Sono nel cuore di questa immensità, circondato solo dai miei pensieri che ora sembrano fluttuare come nuvole. Sono leggeri, eterei, simili a piccoli fiocchi bianchi, puliti e puri. Questo viaggio sta facendo qualcosa di straordinario dentro di me, sta ripulendo la mia anima, come un vento che spazza via la polvere accumulata nel tempo. La mia fedele penna e il mio quaderno, compagni inseparabili, fungono da testimoni silenziosi della mia immersione in queste terre; registrano il mio costante stupore. Non avrei mai immaginato di trovare tanta bellezza, tanta purezza, e un popolo così autentico. La semplicità e la dignità delle persone che sto incontrando mi stanno conquistando, e mi pongo una domanda: sarà possibile che queste esperienze stiano plasmando una versione migliore di me? Rifletto sulle tante avventure vissute e su quelle che sto vivendo in questo momento. Mi chiedo se tutto ciò che ho sperimentato e sto sperimentando possa davvero cambiarmi profondamente. Vorrei poter portare con me a casa, nel mio mondo, la serenità e la leggerezza che sento ora. Mi tornano nuovamente in mente i viaggi passati, come quello in Afghanistan, attraverso il Corridoio del Wakhan, quelle terre solitarie che hanno risvegliato il mio spirito di esplorazione. Penso anche al mio viaggio in Siberia fatto nel lontano 1988, un’esperienza che è stata propedeutica a tutto ciò che avrei vissuto in seguito. Ragazzino, ho riempito gli occhi di meraviglia e ho iniziato a sognare per la prima volta. Tra pochi giorni mi avvicinerò ai luoghi che ho visitato allora. Mi considero fortunato, perché posso vivere appieno questa straordinaria vita, con viaggi e scoperte. Ora mi abbandono al silenzio del deserto, consapevole che ogni passo su questa terra sta plasmando la mia anima. Chiudo il mio taccuino e sorseggio con calma la piccola bottiglia di vodka. Una giornata intensa, densa di esperienze e riflessioni, si è appena conclusa. Un’alba fresca, un giorno da scoprire. Inizio a camminare tra le dune dorate, la sabbia fresca sotto i piedi. Ogni passo che faccio lascia un’impronta profonda nella sabbia, un segno temporaneo del mio passaggio in questo paesaggio ancestrale. Le dune si ergono maestose davanti a me, ognuna un piccolo monte di sabbia che sembra toccare il cielo. Mi avvicino alla base di una di esse, sento la sabbia scorrere tra le dita mentre la tocco. È come seta finissima, fredda tra le dita delle mani, ma presto il sole la scalderà. Comincio a salire, un passo alla volta. La sabbia cede sotto i miei piedi, ogni piccolo passo è un piccolo sforzo. Ma la vista che mi attende sulla cima vale ogni goccia di sudore. La vista è mozzafiato, una distesa infinita di dune ondulate che si estende fino all’orizzonte. Proseguo il mio cammino lungo le creste delle dune. Il silenzio è quasi assordante, interrotto solo dal mio respiro e dallo scorrere della sabbia sotto i piedi. In questo momento mi sento parte di questo deserto millenario, un viaggiatore solitario in un mondo di sabbia e vento. Ogni duna è un’opera d’arte naturale, modellata dal vento nel corso di millenni. Le sue curve eleganti e le sfumature di colore raccontano storie antiche di avventure e scoperte. Cammino ancora, incantato dalla bellezza di questo luogo remoto e dalla sensazione di essere in armonia con la natura. La brezza leggera accarezza il mio viso, porta con sé il profumo della sabbia e del deserto. Mi fermo per un momento, chiudo gli occhi e ascolto il silenzio del deserto. In questo momento non ci sono altro che io e le dune, una connessione profonda con la terra e una sensazione di pace interiore. È un’esperienza che porterò con me per sempre, un incontro con la bellezza e la maestosità della natura. Lascio alle mie spalle le maestose dune, e seguo nuovamente la strada che mi conduce verso il fiume Ongii. La terra mongola si svela in tutta la sua asprezza; un paesaggio arido, dove pietre e terra sembrano dominare l’orizzonte. È una regione spoglia, con solo sporadiche chiazze di vegetazione a rompere la monotonia. Ma poi, come una timida promessa, dolci colline di terra riportano in vita la vegetazione. È un susseguirsi incessante di terra e vegetazione, un dialogo mutevole tra la natura e la geologia. Il paesaggio si apre nuovamente, rivela ampi pianori che oscillano tra l’aridità e la tenace vegetazione. Le strade, eternamente sterrate, sono il mio unico collegamento con questo mondo selvaggio. In lontananza la polvere alzata da jeep che di tanto tanto transitano in questi luoghi danza nell’aria tersa. Il cielo, quasi sempre senza nuvole, assorbe la polvere nel suo azzurro infinito. Nel mezzo di questa vastità ogni tanto incontro pascoli e piccole ger. È un’immersione totale nella Mongolia profonda, un luogo dove il tempo sembra essersi fermato, dove la natura e l’uomo si sfiorano in un delicato equilibrio. Mi accorgo di aver perso quella gestualità frenetica che gravita intorno allo smartphone. Da queste parti il segnale è un miraggio e la connessione un lusso; ho dimenticato l’abitudine ossessiva al suo utilizzo. Questa distanza forzata dal mondo digitale mi ha regalato un ritmo più lento, un contatto più profondo con il luogo e le persone. Faccio una breve sosta a Bulgan per il pranzo. Il contesto è essenziale, spartano, ma incredibilmente funzionale, proprio come il centro che ho visitato ieri. È qui che assaporo i “Bouz,” ravioli ripieni di carne di montone; il loro sapore mi riporta alle radici di questa terra. Mi rendo conto che Bulgan, come molte altre città mongole, non segue un piano urbanistico definito. Non c’è un disegno preciso nelle strade o nella disposizione degli edifici. Sembra una città di frontiera, una comunità al confine tra il deserto e la montagna. Ma forse, per chi è cresciuto qui, in questa vastità senza fine, l’urbanistica non è un desiderio. Per loro il senso di comunità è l’obiettivo principale, la priorità assoluta. Mi ritrovo a riflettere su quanto possiamo imparare da questa semplicità. In un mondo che spesso corre troppo veloce, dove la nostra vita è guidata da frenetiche pianificazioni e aspettative, questi luoghi mi insegnano l’arte di rallentare, di apprezzare l’essenziale e di coltivare il senso di comunità. È un insegnamento prezioso che custodisco gelosamente nel mio cuore mentre proseguo questo viaggio attraverso la Mongolia. Sono grato per le lezioni di vita che questa terra mi offre. In direzione del fiume Ongii mi soffermo a contemplare l’immensità di questa terra. È diventato un paesaggio che ormai riconosco, un compagno di viaggio al quale mi sono abituato. Il vento del deserto, in particolare, è diventato un elemento familiare. Mentre osservo questa vastità dorata, non riesco a immaginare come possa apparire durante l’inverno, quando questa terra si trasforma in una distesa gelida e imponente. Una landa ghiacciata che si estende all’orizzonte, una bellezza severa che forse non riuscirei ad apprezzare appieno, non sarei in grado di vivere. Però l’idea di vedere questo stesso luogo coperto da un manto di neve e ghiaccio mi affascina profondamente. Continuo il mio cammino e attraverso un vasto pascolo di capre che sembra non avere fine. È come un ricamo naturale, una creazione artistica che solo la natura può concepire. Man mano che mi avvicino al fiume Ongii e risalgo verso nord, il cielo si riempie nuovamente di nuvole imponenti, e preannuncia un cambiamento nel clima. Improvvisamente una tempesta di sabbia si scatena con violenza nelle vicinanze di un ovoo, un piccolo santuario buddista dove mi ero fermato per una breve preghiera. La tempesta è un crescendo di elementi naturali incontrollabili, una dimostrazione della potenza di questa terra selvaggia. Il deserto mi incanta e mi spinge a riflettere sulla fragilità e la grandezza della natura, sulla sua imprevedibilità e sulla sua bellezza selvaggia. È un luogo che mi mette in contatto con l’essenza stessa del mondo naturale. Provo rispetto per la maestosità della natura. Il sole al tramonto illumina le rovine del monastero Ongiin Khiid, la “perla del deserto”. Questo luogo era una tappa fondamentale per le carovane che affrontavano la Via della Seta e si dirigevano verso le terre aride del Gobi o il selvaggio deserto del Taclamacan. Sorse nel 1760, ed era un complesso imponente, composto da circa trenta templi, edifici amministrativi e ben quattro università buddiste. Uno dei templi spiccava per grandezza, una testimonianza dell’importanza di questo luogo sacro. Poteva accogliere fino a mille monaci, un centro di spiritualità e conoscenza. Gli anni ’30 portarono con sé il vento del comunismo che si diffuse in Mongolia. Il governo comunista cominciò ad arrestare numerosi monaci e nel 1939 questo luogo venne raso al suolo, ridotto a macerie. Nel 1990, con la democratizzazione della Mongolia, tre monaci coraggiosi tornarono qui sperando di ridare vita a questo monastero, ma ciò che vedo ora sono solo ruderi. Non so se ci sono fondi sufficienti o se c’è davvero la volontà di risollevare ciò che un tempo fu un luogo di profonda spiritualità e apprendimento. In questi resti silenziosi risuonano le voci di monaci e carovanieri di un’epoca passata, e mi chiedo se un giorno queste pietre racconteranno di nuovo storie di spiritualità e conoscenza. Il mio cuore ora è un pò pesante. Proseguo il mio viaggio verso il nord. L’arido panorama desertico si dissolve lentamente e lascia spazio alle verdi praterie della steppa. Ma c’è un’immagine che si è impressa nella mia mente, un quadro di pura libertà: tre pastorelle sedute sul prato, i loro volti illuminati dalla luce dorata del sole. Sarà stato il loro sorriso, o forse la semplicità di quel momento, ma quell’immagine è diventata per me un simbolo di questo luogo. In questa vasta distesa verde, i branchi di animali sembrano perdersi all’orizzonte. Il bestiame si muove liberamente, pascola tra le erbe rigogliose. Bovini, cavalli, capre – macchie nere, marroni e bianche – si fondono insieme, ma sono solo punti nella vastità di questa terra. È difficile credere che in questa zona ci siano circa un milione di animali, molto più numerosi degli esseri umani. La Mongolia mi sorprende ogni giorno con la sua bellezza e la sua immensità. Mi sento come un ospite privilegiato in questo mondo incontaminato, dove la natura regna sovrana e l’uomo vive in armonia con essa. Due infiniti si incontrano: l’orizzonte, il cielo azzurro con le sue nuvole, così vicine che sembra di poterle sfiorare, e le praterie che ho attraversato per ore senza che nulla cambi, né vicino a me né all’orizzonte. La natura si manifesta in un continuo gioco di luci e ombre, come se esistesse una complicità segreta tra il cielo e la terra. Il solo suono che si fa sentire è il cinguettio degli uccelli, come se volessero raccontarmi segreti millenari, e il vento che sussurra antiche storie. Il silenzio che avvolge questo luogo è impressionante, quasi sacro. Mentre osservo la scena, scorgo una volpe che si muove furtiva tra l’erba alta e un’aquila che plana nell’azzurro, regina indiscussa di questo cielo vasto e aperto. Oggi ho varcato la soglia di una ger, la dimora tradizionale dei nomadi, e ho avuto la fortuna di assistere a un rituale antico: la distillazione della vodka di latte fermentato. Questo luogo mi ha svelato un mondo di sapori e tradizioni straordinarie. Il latte fresco è il primo assaggio che ho avuto l’onore di degustare. Un sapore puro, ricco e genuino, che è solo l’inizio di un viaggio culinario. I loro formaggi, alcuni stagionati con un retrogusto leggermente acido, mi hanno sorpreso per la loro autenticità. E poi la vodka, distillata con maestria, che mi ha rivelato l’anima di questo popolo. Ma non è solo il cibo a rendere questa esperienza memorabile. La ger è un rifugio caldo, un’oasi di tranquillità nell’immensità del paesaggio mongolo. La stufa, il cuore pulsante della ger, brucia grazie allo sterco di mucca e di cavallo, a dimostrazione del fatto che qui nulla va sprecato. Fuori dalla porta si estende l’infinito, un paesaggio che sfida la mente umana. Nonostante l’apparente semplicità di questa vita, c’è una sorprendente modernità nel loro stile di vita. Pannelli solari forniscono l’energia per il frigorifero e per la televisione. La farina è l’unico alimento che acquistano al mercato, il resto della loro dieta è frutto dell’autosufficienza. In questo luogo ho imparato che la vera ricchezza non risiede nella quantità di beni materiali che si possiede, ma nella connessione con la terra, con la natura e con le tradizioni che hanno plasmato questo popolo per secoli. Il dubbio, mentre osservo questi luoghi così lontani dalla mia vita quotidiana, cresce in me. Desidero imparare da questi territori inesplorati e dalle persone che li abitano. Ma il mio cuore è attraversato da un dilemma persistente: preferisco forse tornare nella mia casa, alle comodità che conosco, e da lì raccontare la bellezza di questo mondo che ho conosciuto, un mondo di fatica ma che non rende schiavi di nulla e nessuno? O forse, in fondo al mio essere, al di là delle parole e delle esperienze vissute, desidero veramente abbracciare questi luoghi come casa mia, e vivere la libertà che tanto mi affascina? La libertà è il faro che mi guida, ma temo che non sia ancora il momento per me di abbracciare questa avventura. O forse, temo che la mia anima sia semplicemente affamata di esperienze, di raccogliere quanti più frammenti di saggezza da queste terre e da queste persone, ma non sia fatta per prendere una decisione così radicale. È un viaggio non solo geografico ma anche interiore quello che sto facendo, un percorso di scoperta che mi sta insegnando quanto sia importante riconoscere i nostri desideri più profondi e le nostre paure più nascoste. Mentre scrivo queste parole mi rendo conto che il mio cuore è diviso tra il desiderio di tornare alla mia comfort zone e il sogno di abbracciare l’ignoto con tutto il coraggio di cui sono capace. Questo è il viaggio della mia vita, un viaggio dentro e fuori me stesso, alla ricerca di risposte che solo il tempo e le esperienze potranno svelare. Proseguo il mio viaggio attraverso questa terra senza fine, i prati ora si presentano in una veste diversa, un verde non più di erba cipollina, che sfuma gradualmente nelle dolci colline, e che, più a nord, si trasformano in montagne maestose. Le ger, i cavalli, le aquile, e le sterminate praterie si stagliano come un dipinto naturale davanti ai miei occhi. Il tratto di strada sterrata che va dal fiume Ongii alla città di Kharkhorin (dove ritorno per poi proseguire verso nord) si presenta come un’altra sorpresa, un paesaggio quasi montano, ma ancora una volta, con un senso di spazio senza fine. Mi interrogo sul perché non si vedano serre per la coltivazione di frutta e verdura. Queste persone, nomadi nell’animo, vivono in armonia con la natura. Chi abita fuori dalle grandi città ha il suo bestiame, il latte, il formaggio, la carne, tutto ciò di cui ha bisogno. Guardo tutto questo con occhi occidentali, abituati a un modo diverso di vivere. Abbiamo riferimenti e stili di vita così diversi. Eppure, mentre osservo questo paesaggio senza fine, mi rendo conto che c’è una bellezza in questa semplicità, una bellezza che sfugge a una vita troppo moderna e frenetica. Osservo con umiltà e ammirazione. In direzione di Tsetserleg, più precisamente a Kharkhorin, il tempo cambia e comincia a piovere. Il tempo, così come la Mongolia stessa, è mutevole e imprevedibile. Grandi nuvole si addensano e coprono ogni angolo del cielo. Questa regione, rispetto ai territori che ho visto più a sud, è notevolmente più popolata. I pascoli si estendono all’orizzonte, e ci sono più centri abitati lungo la strada. Eppure, nonostante la presenza umana, la sensazione di passare per grandi spazi aperti e luoghi disabitati persiste. È il contrasto tra la vita e la vastità della natura, una dualità che caratterizza questa terra. Mentre rifletto e scrivo, si blocca nella mente una scena, che sembra uscita da una cartolina: una ger solitaria, posizionata su una grande prateria. Montagne maestose fungono da sfondo, e un cavaliere, vestito con l’abito tradizionale, cavalca con maestria. La sua tunica lunga dai toni terracotta e la cintura gialla che gli avvolge la vita sono un richiamo alla tradizione e alla storia di questo popolo nomade. Mentre proseguo lungo il fiume Tamir, noto un cambiamento nel paesaggio. Gli alberi, assenti fino ad oggi, ricompaiono. La vista si allunga verso rilievi all’orizzonte, un paesaggio che si trasforma sotto i miei occhi. Forse, in un futuro non così distante, quando molte parti del nostro pianeta saranno congestionate dalla presenza umana, mi chiedo se questa vastità che sto contemplando da giorni sarà abitata dall’uomo. Tsetserleg, con le sue caratteristiche di centro abitato di piccola-media grandezza, mi incuriosisce. Questo luogo sembra sospeso tra un pittoresco villaggio di montagna e un’ennesima città di frontiera. Un’incertezza affascinante permea l’aria, e mi fa riflettere sul destino di questi spazi immensi, ancora in gran parte intatti. Arrivato in questa città, osservo sulla mappa il percorso che ho fatto oggi; ho attraversato una serie di distretti, e ora, mentre tento di riordinare le tappe del mio cammino, mi rendo conto di quanto sia difficile definire con precisione i confini di ciascun distretto. Leggo nomi che hanno sicuramente un significato per chi li abita, ma a me sembra di avere percorso terre sconfinate, senza confini netti, dove la natura si è imposta con la sua bellezza. Questi distretti, da Sajhan-Ovoo a Cėnhė, per me si sono fusi insieme in un paesaggio senza fine, dove la terra stessa sembra parlare di libertà e vastità. Tsetserleg si estende lungo le pendici delle Montagne Hangayn; si trova in una bellissima valle boscosa ed è abitata da circa 20.000 persone. È una delle città più antiche del paese, con un monastero costruito nel 1642. Anche questo monastero è stato chiuso negli anni ’30 dal governo comunista, e il tempio originale è stato trasformato in un museo. Una riflessione profonda viene da fare pensando alla rilevanza storica e culturale di questi monasteri, testimoni dell’antichità e dell’identità di una nazione. È indiscutibile che alcune interpretazioni possano suggerire una visione critica nei confronti dei monaci buddisti in termini di contributo economico diretto, data la loro pratica di vita contemplativa. Però l’eradicazione, l’incarcerazione o la distruzione di questi luoghi sacri, come il monastero di ieri che ho visto cadere nell’oblio, costituiscono un approccio a dir poco insensato ed irrazionale. Ciò che sto vedendo sono danni irreparabili alle radici di questo territorio. La Mongolia è rinomata per i suoi scenari naturali straordinari, e lo sto vedendo con i miei occhi, però alcuni monumenti che avrebbero dovuto fungere da custodi della sua storia sono stati purtroppo letteralmente cancellati dal paesaggio. Tornando a Tsetserleg, immagino sia stata la sua posizione in questa valle boscosa a influenzare il suo ruolo di centro commerciale. Passeggio nel mercato e tra i banchi e le persone che vedo colgo un pò dell’essenza e dell’identità mongola. Gli abiti attirano la mia attenzione. L’abito tradizionale mongolo è chiamato “deel”. È una lunga tunica con maniche ampie che arriva fino alle caviglie. Di vari colori, dai profondi viola ai toni sobri del grigio e dell’azzurro – ma immagino che ne esistano di innumerevoli altre sfumature – sembra realizzato in tessuti resistenti, immagino per affrontare le condizioni climatiche rigide della Mongolia. Una caratteristica distintiva del “deel” è la cintura, che spesso vedo di colore brillante, gialla o arancione, e che viene avvolta intorno alla vita. Gli stivali alti, che vedo in vendita nel mercato, sono chiamati “gutal”, e completano l’abbigliamento tradizionale. Osservando questi dettagli vedo molto più di semplici capi d’abbigliamento; vedo una complessità culturale che comincio a conoscere ma che sento molto distante dal mio mondo. Ogni bancarella e ogni prodotto che vedo raccontano una realtà a me sconosciuta, e offrono un assaggio dei modi di vita locali. Il senso di novità si mescola con una leggera sensazione di spaesamento, ma è proprio questa sensazione di sentirsi “fuori luogo” che alimenta la mia curiosità e la voglia di comprendere. Le merci esposte, talvolta modeste ma sempre utili, raccontano un modo di esistere che si fonda sulla capacità di adattarsi all’asprezza dei climi invernali e alle esigenze del nomadismo. Il mercato rivela l’energia di una comunità che condivide e rafforza il senso di appartenenza reciproca. Questa dinamica, anche se comune ovunque, qui acquista maggiore rilevanza; dopo aver percorso lunghe distanze senza incontrare esseri umani, solo qualche sporadica ger di tanto in tanto, mi chiedo se anche qui, in fondo in fondo, l’uomo non tenda a privilegiare lo spazio pieno e a rifuggire dallo spazio vuoto. Sulle colline di questa città i tetti colorati delle case catturano la mia attenzione. Mi fanno pensare alle pittoresche architetture del nord della Norvegia o alle piccole case colorate, caramelle appoggiate sul terreno – così le descrissi allora – che ho visto nella maestosa e glaciale Groenlandia. I colori richiamano quelli dei templi: arancione, blu, verde. Anche le decorazioni delle ger seguono la stessa tavolozza cromatica. La mia visita al tempio, eretto alla fine del Settecento, è una sorpresa: come ha fatto a restare intatto durante i giorni bui del governo comunista? La risposta è semplice: durante quel periodo è stato trasformato in una prigione, e successivamente in un magazzino. I tanka, antichissimi, catturano la mia attenzione; il tempo ha appannato i loro colori, ma non la loro forza spirituale. Nell’aria del tempio percepisco quell’atmosfera unica, indefinibile ma riconoscibile ovunque. È l’essenza stessa di questi luoghi, una traccia indelebile di tutto ciò che è accaduto in questa terra in epoche diverse. Il tempio ora è un museo e la sua anima spirituale sembra nascosta nei recessi della memoria. Sono testimone di un momento di profonda spiritualità, forse una benedizione, impartita da un anziano monaco. Le sue mani si aprono prima per accogliere una giovane coppia, poi un poliziotto. Mi perdo in quei gesti semplici, in quelle parole sussurrate. È un’istantanea di umanità in cerca di conforto e connessione con qualcosa di più grande di loro stessi. Il monastero, ora museo, ha mantenuto gran parte della sua struttura originaria. Forse c’è meno poesia in questi spazi trasformati, ma si riesce ancora a percepire la presenza dei fantasmi del passato, delle preghiere sussurrate e delle speranze ancestrali. Il mio viaggio continua e ora mi dirigo verso il Parco Nazionale di Khorgo Terkhiim Tsagaan, casa del lago Terkhiin Tsagaan e del vulcano dormiente Khorgo. Man mano che mi avvicino alla taiga russa il paesaggio inizia a mutare. Maestose montagne lasciano gradualmente il posto alle immense praterie. Il cielo è un dipinto vivente di nuvole, una sinfonia di luci e ombre che si muovono su questa meravigliosa terra. Le parole sembrano insufficienti per descrivere la bellezza di questo luogo. Preferisco viverlo con gli occhi, immergermi in questo spettacolo senza interruzioni. Il mio sguardo si perde tra una successione infinita di orizzonti, valli che si susseguono con una grazia senza fine. In questo momento non sono un osservatore distante ma parte integrante di questa straordinaria comunione tra la terra e il cielo. È un momento di connessione profonda con la natura, un’esperienza che mi riempie di gratitudine. In questa straordinaria tavolozza di colori e panorami la mia attenzione si posa su una scena semplice eppure significativa. Una coppia di pastori, sulle loro motociclette russe logore dal tempo, cavalca con grazia attraverso questa immensa distesa verde. Si dirigono verso casa, una ger tradizionale mongola, dopo aver compiuto chissà quali attività quotidiane legate al loro prezioso bestiame. Questo piccolo quadro all’interno di un quadro senza limiti racchiude l’essenza stessa della Mongolia. Tra pennellate di mille sfumature di verde che dipingono le steppe e pennellate bianche e grigie che sfumano nei cieli carichi di pioggia, questi pastori rappresentano una connessione antica tra l’uomo e la terra. In questa terra è facile perdersi nella vastità della bellezza naturale, ma sono momenti come questo, semplici e autentici, che danno senso a questi posti. Sotto un cielo che promette pioggia, nel cuore della Mongolia, il tempo sembra fermarsi e tutto trova il suo posto in questo piccolo affresco di vita. Praterie sconfinate si estendono davanti a me, punteggiate da numerosi animali al pascolo. Ogni tanto emergono piccoli agglomerati di case colorate che creano un affascinante contrasto di arancione e blu, un accostamento che si imprime nei miei pensieri. Nel cielo gipeti e poiane volano tra le correnti concedendosi il piacere di una libertà senza limiti. Osservo rapito questa rappresentazione della bellezza della natura selvaggia. Una tempesta all’orizzonte trasforma il paesaggio in una visione fantasmagorica, surreale. Le forme si dissolvono nell’atmosfera carica di ombre e luci in movimento, e i colori si mescolano in una tavolozza confusa. I rilievi montuosi, una volta netti e distinti, si confondono e si specchiano l’uno nell’altro. È un momento in cui la natura stessa sembra svelare il suo lato più enigmatico; mi trovo rapito da questa bellezza. Mi fermo. Immobile di fronte a questa natura in tumulto, uso la mia macchina fotografica per catturare quell’istante. Ma non è solo l’immagine che voglio intrappolare, è l’energia palpabile nell’aria. È la sensazione di essere piccoli spettatori di uno spettacolo naturale grandioso, di assistere al conflitto tra la calma e la tempesta. La strada sterrata davanti a me è una linea sottile nel cuore del parco. Sono circondato da pietre nere, vulcaniche, mentre il cielo si fa nero proprio sopra il vulcano. La sensazione è quasi surreale, è come se fossi stato improvvisamente trasportato in Islanda, tra paesaggi selvaggi e un clima impetuoso. Anche oggi sosto in un campo tendato, questa volta circondato da maestose montagne. La pioggia cade incessante sulla ger, con la sua meravigliosa stufa ardente al centro. È come se questa semplice struttura avesse una sua anima, un cuore che palpita nel mezzo di questo ambiente selvaggio. La pioggia è implacabile là fuori, ma qui dentro trovo un po’ di calore e conforto. Come spinto da un richiamo ancestrale esco a fare una passeggiata sotto la pioggia. Le montagne mi chiamano, e io rispondo al loro richiamo. Oltrepasso un piccolo torrente e, in questa perfetta solitudine, mi siedo su un piccolo sasso. Mi immergo completamente in questo luogo cercando di assorbire ogni sua sfumatura. Sono cullato da un paesaggio di rilievi ricoperti da una bassa vegetazione; è come se la natura avesse deciso di sussurrarmi i suoi segreti. In contesti come questo è difficile catturare appieno la bellezza di ciò che ti circonda. Per un breve istante divento parte integrante di questo luogo, un tutt’uno con la sua quiete. Riprendo a camminare e continuo a esplorare questi luoghi fino al tramonto. Questo è un momento di pura comunione con il mondo, un istante in cui nulla accade e tutto si svela. So che ciò che sto vivendo adesso diventerà un ricordo indelebile, il punto più alto di tutta questa avventura in Mongolia. In questo momento sono in perfetta armonia con l’universo che mi circonda. Sono uno con questo mondo. Oggi ho incontrato tre compagni di viaggio molto speciali, creature che hanno lasciato un’impronta indelebile nel mio cuore. Il primo di loro è stato un giovane cane randagio. La sua richiesta era così semplice: una carezza, un gesto d’affetto. Si avvicinava a chiunque si trovasse nei paraggi, come se cercasse un legame tra esseri viventi. Ho piegato il mio sguardo verso di lui, ho offerto la mia mano e ho sentito la sua gratitudine in una semplice occhiata. Poi c’era un gatto completamente bianco, sdraiato pigramente accanto a una stufa. I suoi occhi scrutavano il mondo con una calma imperturbabile, come se avesse già visto tutto e avesse scelto questo momento per riposare e godersi il calore del fuoco. Ma il mio incontro più sorprendente è stato con un giovane yak solitario lungo il mio cammino verso le montagne. Questa creatura sembrava essere alla ricerca di qualcosa. Forse del suo branco, forse di un senso di appartenenza in un mondo vasto e solitario. Mi ha guardato e ho sentito un’antica saggezza in quel suo sguardo. Chissà perché oggi, in questo preciso momento del mio viaggio, questi tre esseri hanno attraversato il mio cammino. Chissà perché hanno destato il mio interesse e hanno riempito i miei pensieri prima di addormentarmi. Rifletto su queste interazioni, su come la semplicità di un gesto, una carezza, possa creare un legame tra individui di specie diverse. In questi incontri fugaci ho trovato un ricordo prezioso, una lezione sulla bellezza delle semplici connessioni che la vita ci offre. Mi trovo a un’altitudine di 2060 metri, immerso in una atmosfera autunnale. L’aria mattutina è frizzante, la temperatura segna tre gradi, un promemoria costante della maestosità della natura in queste terre remote. Mi avventuro lungo un percorso che sembra tracciato da entità invisibili, fatto di rocce nere, licheni bianchi e alberi secchi che si ergono lungo il percorso. È come se la natura stesse dipingendo un quadro di desolazione e bellezza allo stesso tempo. Salgo sempre più su, verso il vulcano inattivo Khorgo. Il vulcano è come un gigante addormentato, con il suo cratere che si apre come una bocca immensa pronta a svelare i segreti nascosti nelle profondità della terra. Guardo intorno e dall’alto ammiro una vallata vasta e silenziosa, coperta da una rada foresta. Il silenzio è il vero padrone di questi luoghi. È un silenzio assoluto, interrotto solo dal suono dei miei passi. In questo silenzio riesco a percepire il ritmo lento di un mondo selvaggio e incontaminato. Le pietre nere sono mute testimonianze di millenni di storia geologica e di eventi che hanno plasmato questa regione. In questo scenario spettrale mi ritrovo a contemplare la forza della natura e la sua eterna bellezza, e mi rendo conto di quanto io sia piccolo e insignificante di fronte a tanta grandiosità. Ma è proprio questa sensazione di umiltà di fronte alla natura che rende questo viaggio importante. Torno a valle percorrendo la strada sterrata che costeggia il lago. Il paesaggio si trasforma nuovamente, scompaiono i boschi e si apre una dolce distesa senza alberi. È un territorio dominato da creature pacifiche, prevalentemente yak e scoiattoli selvatici, che si muovono tra erba e terra come custodi di questa natura intatta. È un momento di serenità, gli yak pascolano placidi, mentre gli scoiattoli selvatici sfrecciano tra i cespugli con vivacità. È un’immagine che mi dona serenità, un attimo di pace in questo viaggio in cui la natura sembrava essere diventata austera e severa. Il sole, ancora basso sull’orizzonte, disegna riflessi sull’acqua del lago. Mi muovo lungo la riva, seguo una serie di insenature che mi allontanano e poi mi riavvicinano al lago. Piano piano mi dirigo verso l’interno, verso nord, verso il villaggio di Jargalant. Il paesaggio muta di nuovo e ora mi trovo circondato da maestose foreste di conifere. È incredibile come questi scenari si susseguano così diversi l’uno dall’altro, tutti intatti, lontani da qualsiasi influenza umana. Le distanze tra un luogo e l’altro sono enormi, e mi ritrovo a domandarmi se qualcuno abbia mai visto tanta natura, tanta bellezza, senza alcuna interferenza, senza soluzione di continuità. Dove sono gli esseri umani in tutto questo? A tratti sembra che siano scomparsi, lasciando spazio solo agli animali da pascolo. Mi chiedo se mi trovo ancora nella Mongolia che ho conosciuto, o forse sono finito in Svizzera o in Val d’Aosta? Le dune, le steppe, tutto sembra un sogno lontano. Le valli si susseguono una dopo l’altra, ognuna con la sua bellezza unica. Raccolgo questi momenti, raccolgo questi spazi, cercando di trattenere un frammento di questa meraviglia inesplorata. Anche questa sera trovo rifugio in una ger, immerso tra le montagne. Giorni di viaggio senza campo, senza rete, mi hanno completamente staccato dalla realtà che conoscevo. È come se avessi varcato una soglia invisibile e mi fossi perso nel mezzo di questo regno selvaggio. Dopo chilometri e chilometri di strade sterrate, la sensazione di essere lontano da tutto è diventata tangibile. La civiltà sembra lontana, mentre la natura selvaggia delle montagne mongole si svela in tutta la sua grandezza. Non c’è inquinamento luminoso, solo la luce delle stelle che si specchia sulle vette. Il cielo notturno è un autentico spettacolo. In questa oscurità profonda mi sento una minuscola parte di un universo immenso. Mi abbandono a questa meraviglia, consapevole che in questo momento, in questo luogo remoto, sono davvero fuori dal mondo. Nel tranquillo villaggio di Jargalant c’è un’atmosfera che richiama alla mente la Russia. Le case in legno dai tetti colorati raccontano un passato che forse ha cercato di introdurre una vita sedentaria, in opposizione allo spirito nomade che permea questa terra. Nonostante il tempo e i cambiamenti, lo spirito nomade resiste e prevale, alimentato dall’immensità di questi spazi che continuo a percorrere. Le strade sterrate continuano davanti a me, mi portano verso Moron, una piccola città che si estende lungo le rive del fiume Selenga. Le prime luci dell’alba donano calore a Jargalant, ormai all’orizzonte. Viaggiando tra pascoli, praterie senza fine e rilievi che si muovono delicatamente sotto il cielo azzurro, mi ritrovo in un paesaggio che è la quintessenza stessa della Mongolia. Ogni tanto lungo il mio cammino incrocio la figura solitaria di un pastore che cavalca la sua motocicletta e indossa con fierezza l’abito tradizionale. È un’immagine che sembra uscita da una cartolina, ma quanto è autentica! Il mio sguardo è senza dubbio quello di un sognatore, ma non sono cieco alle sfide che attendono coloro che vivono in questi territori selvaggi. Mi ritrovo a interrogarmi sul destino di una donna in questi luoghi, qualora non decidesse di unirsi in matrimonio. La mia mente si interroga sulle possibilità che si aprono per lei in questa realtà così diversa dalla mia, così lontana nei costumi e nelle tradizioni. Cosa può attendersi da questa società se sceglie una strada diversa dalla vita matrimoniale? Esiste un’alternativa? Osservo una coppia, giovani abitanti di queste vaste terre, intenti a pregare attorno a un ovoo. In questo momento sono i protagonisti di una cerimonia sacra che unisce le generazioni passate a quelle presenti e future. Questi semplici gesti sono un rituale che sfida il tempo, un legame eterno tra l’uomo e questa terra. Sono questi momenti che svelano la profondità di questa cultura, la sua connessione con la spiritualità e la natura circostante. Questi due giovani erranti sono amanti degli spazi vuoti o desiderano spazi colmi di vita? In queste immense praterie il silenzio regna sovrano, accompagnato solo dal profumo dell’erba. Ma quando ci si avvicina ai pascoli il belare degli animali mi ricorda chi è il vero padrone di questi luoghi. Mi chiedo cosa passi per la mente di questi due giovani. Cosa sognano in questi paesaggi infiniti? Trovano la stessa bellezza e meraviglia che un estraneo come me scorge in questi grandi pascoli e tra le mandrie di bestiame? Desidererei tanto avere la possibilità di leggere negli occhi di chi vive in luoghi così diversi dai miei, di cercare di capire cosa muove le loro anime. La Mongolia è una terra di meraviglie, ma sono le persone che la abitano a rendere questo luogo ancora più affascinante. La bellezza è un pensiero costante in questi giorni, un’ossessione che mi accompagna in ogni istante. Tra queste lunghe strade sterrate che si intrecciano tra valli e praterie, trovo un perfetto equilibrio fisico e mentale. La valle che attraverso custodisce le antiche tombe degli Unni, una testimonianza di un passato leggendario. Posso vedere con i miei occhi da dove venivano, da dove iniziavano le loro avventure. Mi ritrovo a viaggiare indietro nel tempo, a immergermi nelle storie di popoli dimenticati, storie di eroi e conquistatori. Gli Unni arrivarono in Europa nel V secolo e furono capaci di devastare sia l’Impero romano d’Oriente che la Persia. Ora mi trovo a osservare la loro terra d’origine, i luoghi remoti da cui provenivano. È quasi surreale tutto ciò. Ma continuo a chiedermi, come sono questi luoghi d’inverno? Come è vivere qui nelle piccole case di legno o nelle tradizionali ger, lontano da tutto, circondati da un mare di neve e ghiaccio? Cosa significava vivere qui in quei tempi remoti, quando queste verdi praterie si trasformavano in distese gialle in autunno e poi si coprivano di bianco in inverno? Osservo le tombe disseminate attorno a me e penso: “Quante vite, quante storie si sono consumate in questo angolo remoto della terra”. Ogni pietra appoggiata sul terreno è un capitolo importante, è una vita. Queste praterie sono terreni di pascolo, luoghi di lavoro, ma anche spazi di vita senza lo stress che spesso accompagna la nostra quotidianità. È come se qui il tempo assumesse un ritmo diverso, più naturale. Mi fermo, respiro e cerco di catturare ogni sfumatura di questa meraviglioso paesaggio, conscio del fatto che, in fondo, la bellezza è un mistero che non ha bisogno di parole, ma solo di essere vissuto. Dall’alto del passo dove ora mi trovo si apre un panorama così vasto, così profondo, che mi sento immerso in un’inesauribile bellezza. È uno di quei momenti in cui non sai davvero dove posare lo sguardo, perché ovunque ti giri c’è qualcosa da ammirare. Su questo passo che sfiora i 2000 metri di altitudine, circondato da valli e montagne, in questo luogo dove le stelle alpine crescono ai miei piedi, il silenzio è rotto solo dal canto dei grilli, una musica naturale che accompagna questo spettacolo grandioso. È naturale chiederselo: perché dovrei tornare in Italia? In questo momento tutto sembra così perfetto, così completo. Ciò che posso fare è tornare alla mia realtà portando con me il ricordo indelebile di questo momento di stupore. In queste terre remote incrocio due bambini a cavallo. Portano nomi tibetani e nei loro occhi limpidi c’è un misto di stupore e serenità. Non conoscono l’indifferenza, quella che vedo nei nostri occhi, ma hanno l’infinito negli sguardi, il riflesso di spazi immensi dove giocare e il profondo senso di libertà che li fa sentire pienamente vivi. I loro fedeli compagni sono i cavalli con i quali esplorano mondi senza fine. Saranno consapevoli della bellezza e della libertà che li circonda? Forse per loro è tutto naturale, parte integrante della loro esistenza. Sarebbe affascinante poter leggere nei loro occhi e scoprire i pensieri che abitano le loro giovani menti. Poco dopo mi ritrovo a osservare una giovane famiglia nomade che si trasferisce con il loro carico. Il loro bestiame e una ger sono caricati sulla loro macchina, una UAZ-469. Hanno due piccoli bimbi, futuri pastori nomadi che cresceranno imparando i segreti della terra e degli animali, e vivranno in armonia con la natura. Tutto ciò di cui hanno bisogno è qui, nella loro piccola carovana. La loro esistenza è semplice, priva di sovrastrutture inutili. Sono autosufficienti e padroni delle proprie vite, custodi di una tradizione millenaria che si fonda sull’essenziale. In un mondo spesso dominato dalla complessità e dal superfluo, questi nomadi mi ricordano il valore della semplicità e della connessione profonda con la terra. La loro ricchezza sta nella terra che calpestano, negli animali che allevano e nell’amore per una vita autentica. Questa è una preziosa lezione sull’importanza di vivere in sintonia con ciò che veramente conta. La semplicità di queste vite è un invito a riconnettersi con la terra e con le cose essenziali della vita; un invito a lasciare da parte sovrastrutture inutili e il superfluo. A metà del percorso verso Moron la steppa si ricopre di conifere, e regala un paesaggio leggermente più familiare, sebbene la sensazione di spazio infinito persista. Ma questa presenza di alberi è effimera, presto ritornano i vasti pascoli e le ampie steppe, e i miei pensieri riprendono a vagare nell’infinito. Una volta entrati nel distretto di Khousgol il paesaggio subisce un ulteriore cambiamento. Una vasta pianura si estende all’orizzonte, circondata da rilievi montuosi, mentre il fiume Selenga serpeggia attraverso questa immensa distesa. Qui si trova la città di Moron, situata a 1700 metri di altitudine. Ma ciò che mi fa sognare è il destino del fiume Selenga che, dopo aver percorso centinaia di chilometri in questa terra selvaggia, si getta nelle acque del lago Bajkal; un legame speciale tra queste remote terre mongole e l’immensità del lago siberiano. Nel pomeriggio visito un sito archeologico vicino a Moron, dove sono conservate le “Deer stones”, o pietre dei cervi. Questi megaliti mostrano incisioni di simboli e immagini di cervi volanti e rappresentano un’antica pratica di intaglio della pietra diffusa tra Siberia e Mongolia. Le teorie sul perché esistano e sulle persone che le hanno create sono molteplici e non chiare. I cervi volanti hanno il collo teso e le zampe distese avanti e indietro, come se non stessero semplicemente correndo, ma stessero saltando nell’aria. Le corna ornate hanno intricati disegni a spirale che spesso includono un disco solare o altri simboli legati al sole. Questo legame tra la renna e il sole ha radici profonde nello sciamanesimo siberiano e potrebbe rappresentare la trasformazione spirituale dello sciamano dalla terra al cielo. Un viaggio dall’esistenza terrena a quella non terrena. Leggo che questi simboli compaiono anche nei tatuaggi dei guerrieri sepolti, dove le corna delle renne sono adornate con teste di piccoli uccelli. C’è chi sostiene che questa immagine del cervo rappresenti una guida per l’anima del guerriero verso l’aldilà, per proteggerlo dalle forze pericolose. Un luogo remoto e affascinante, una connessione tra passato e presente conservata in queste pietre. La separazione tra la città di Moron e le vaste praterie è netta, una linea verticale di case si estende verso gli spazi aperti. Anche negli altri centri abitati che ho visto in questi giorni ho visto questa netta divisione. È un’immagine che si è fissata nella mia mente. Questa demarcazione geografica mi fa riflettere, non tanto in riferimento a questi piccoli centri abitati, ma in generale, al modo dell’uomo di approcciarsi al territorio. Questa linea ora per me rappresenta una metafora dei contrasti che spesso caratterizzano il nostro mondo moderno. La città si erge come un muro contro gli spazi naturali. Questa barriera fisica sembra simboleggiare la distanza crescente tra la natura e la civilizzazione, tra la semplicità e la complessità, tra l’uomo e la terra. Mentre guardo questa linea che separa due mondi così diversi, mi chiedo quanto sia importante trovare un equilibrio tra questi due estremi. Come possiamo preservare la purezza della natura mentre ci abbandoniamo al progresso e all’innovazione delle città? Il futuro del nostro pianeta dipende dalla nostra capacità di trovare un punto di incontro tra questi due mondi, un luogo in cui possiamo prosperare senza distruggere ciò che è prezioso. In questa contemplazione silenziosa, osservo il paesaggio, la bellezza di queste praterie, e continuo il viaggio. Oggi mi spingo ancora più a nord, verso Khatlag e il lago Khovsgol, conosciuto anche come il “mare della Mongolia.” Questo lago è alimentato da ben 96 fiumi che portano vita a questa regione isolata. Mentre avanzo, supero il punto di congiunzione tra il 50° parallelo e il 100° meridiano. E in questo momento, mentre attraverso una delle tante valli infinite, un pensiero emerge: quanto mi piacerebbe trascorrere un anno intero in una tradizionale ger ad osservare il passaggio delle stagioni. Immagino di vedere avanzare l’inverno che trasforma il paesaggio in un regno di ghiaccio e neve. Mi piacerebbe osservare la natura che si contrae, i fiumi che gelano, e la terra che si copre di un silenzio ancora più grande. Con il passare dei mesi la primavera farebbe il suo ingresso. Poter vedere i primi segni di vita sbucare tra la neve che si scioglie, i fiori sbocciare, e gli animali uscire dai loro rifugi invernali. Vedere l’arrivo dell’estate, vedere come tutto intorno a me si animerebbe, rivedere i cavalieri intenti a guidare il loro bestiame attraverso le verdi steppe. E infine l’autunno, che porterebbe con sé una quiete malinconica. La natura si preparerebbe per il riposo invernale, gli alberi si tingerebbero di rosso, e l’aria si farebbe più fresca. In una ger, in mezzo a questo ciclo eterno delle stagioni, sentirei la vera essenza della Mongolia, mi sentirei pure io in sintonia con la natura. Vivere al ritmo delle stagioni, in simbiosi perfetta con la terra, con questa terra. E proprio mentre avanzo verso nord, le estese praterie iniziano a mutare sfumatura. Il verde che le caratterizzava inizialmente, lascia spazio a tonalità di giallo, un accenno d’autunno comincia a delinearsi davanti ai miei occhi. Mentre mi avvicino all’inizio del lago catturo lo sguardo di due anziani. Suppongo siano marito e moglie, e nei loro volti trovo l’espressione di una vita dedicata al duro lavoro e alle sfide quotidiane. Lei in particolare ha un viso che emana dolcezza e innocenza, come quello di una bambina. È un volto puro, segnato da anni di esperienze e di fatiche. Questo volto, così innocente, si imprime profondamente nei miei pensieri. Giunto sulle sponde del lago mi lascio trasportare dalle emozioni del momento. La tentazione è irresistibile. Mi getto in quelle acque gelide, come un rituale di rinascita. E in quell’istante mi sento davvero rinascere. Il silenzio continua a esercitare su di me un’attrazione irresistibile. Vorrei prenderlo, avvolgerlo attorno a me e portarlo via. Mi fa comprendere quanto sia importante ascoltare oltre le parole, oltre il frastuono quotidiano. È un silenzio che mi riporta alle origini, che mi fa sentire parte di qualcosa di più grande di me stesso. È un richiamo alla semplicità, alla purezza, alla bellezza della vita nella sua forma più essenziale. Vedo che molti alberi qui sono piegati, quasi inchinati di fronte alla maestosità del lago. Alcuni, vinti dalla forza del vento siberiano, hanno fatto il loro ultimo atto di sfida e si sono gettati nelle acque gelide. In questa terra l’inverno deve essere implacabile, il lago stesso diventa un vasto deserto di ghiaccio, mentre il vento, il temibile vento siberiano, non concede pietà a niente e a nessuno. È un paesaggio che ti fa sentire la forza brutale della natura, un luogo dove la vita si sottopone alla durezza implacabile delle stagioni. La sera, mentre il sole si ritira e lascia spazio all’oscurità, la natura mostra il suo lato più spettacolare e anche feroce. Nel cielo, in lontananza, verso nord, si accendono scariche di fulmini, come se gli dèi stessero scagliando la loro ira contro la terra. È uno spettacolo che incanta e intimorisce allo stesso tempo, un ricordo della potenza incontenibile della natura in questo luogo. Volto lo sguardo e osservo le stelle sopra di me, punti luminosi nel buio infinito che spargono la loro luce sulla terra. Mi avvicino a un falò con un bicchiere di vodka, compagna silenziosa di riflessioni. Sul lago le onde accarezzano la riva, una ninna nanna per i miei pensieri. Osservo il tramonto in questa sera che segna l’ultimo giorno di riposo in un campo tendato; una nota di tristezza si insinua nella mia mente. Nel frattempo la ger si sta dolcemente riscaldando grazie alla stufa a legna. Nelle notti come queste il tempo sembra rallentare e il mondo si svela in tutta la sua bellezza. In questo angolo remoto del pianeta mi sento parte di qualcosa di più grande di me stesso, parte di un universo in cui ogni dettaglio ha un significato profondo. Sono questi i momenti che rendono il viaggio un’esperienza unica, momenti di silenzio e introspezione in cui ci si avvicina alla bellezza della natura e alla profondità della propria anima. Anche per descrivere questo lago mi trovo costretto a utilizzare l’aggettivo “vasto”. La sua grandezza è tale da sfidare qualsiasi tentativo di definizione precisa, tanto che solo la parola “vasto” sembra avvicinarsi alla sua immensità. Questo lago, osservato con le luci dell’alba, è un’immagine di purezza, una bellezza senza tempo, primordiale, ancestrale, non ancora corrotto. Credo che col passare del tempo lo abbinerò al volto di quella signora anziana che ho osservato ieri. Il suo viso portava i segni del tempo, rughe incise dal vento e dal sole, ma allo stesso tempo trasmetteva un’innocenza pura. Mi impegno a custodire nei miei pensieri l’immagine di quella signora anziana come un simbolo di questa terra che sfida il passare del tempo e ci ricorda la bellezza della semplicità e della purezza. Ora capisco perché in questi vasti e maestosi territori uno degli aspetti più rilevanti della cultura umana abbia assunto la forma dello sciamanesimo. L’interconnessione tra l’uomo e la natura in luoghi così immensi, imponenti e incontaminati, trasforma l’anima in modi che vanno al di là delle parole. In questa terra senza confini la natura stessa diviene insegnante e guida spirituale. La natura è cruda, primordiale, e ti obbliga a confrontarti con te stesso in una maniera che pochi luoghi al mondo possono fare. Nelle steppe infinite e nei boschi solitari, la connessione tra l’uomo e la natura è così tangibile, così palpabile, che diventa inevitabile cercare un linguaggio più profondo per comprenderla. Oggi sono in viaggio verso Morons, alla volta di Bulgan, e infine Erdenet. È una giornata in cui per i primi trenta chilometri il cielo è coperto da nuvole basse, quasi a limitare la vista sulle estese praterie. Le nuvole lentamente si diradano e mi regalano scorci del maestoso paesaggio mongolo. In questi momenti ritorno a sognare. Mi vedo pastore, nella calda intimità di una ger bianca, con il fumo che si alza dal camino. La mia dimora è isolata, immersa nell’infinito delle praterie. La mia moto è parcheggiata fuori, pronta a correre nella steppa appena il desiderio di esplorarla si fa irrefrenabile. Questo paesaggio, sfumato e misterioso, a tratti nitido e imponente, è un luogo in cui il confine tra realtà e sogno si fa sottile, in cui il tempo sembra rallentare. Dopo giorni di polvere e sterrato, mi ritrovo su una strada asfaltata che si muove tra paesaggi che evocano le montagne della mia terra. In realtà è una fusione di steppa e montagna. I cieli sono ritornati ad essere i cieli sacri della Mongolia. Mi sembra davvero di poter toccare le nuvole con una mano. La religione ancestrale mongola insegna l’esistenza di un essere superiore, Khokh Mong Tengher, l’eterno cielo azzurro, che dimora tra le nuvole. In mongolo Tengher porta con sé un doppio significato, sia Dio che cielo. È il luogo in cui convergono le speranze, le preghiere e le aspirazioni di questo popolo. Faccio una breve sosta in un piccolo mercato lungo la strada. Le bancarelle sono piene di frutti di bosco, pinoli, latte, formaggi, e, soprattutto, frittelle ripiene di carne: non posso fare a meno di assaggiarle. Ai tavoli le persone giocano a carte sotto il vasto cielo aperto della steppa. Questo luogo è un’oasi di vita e aggregazione in mezzo a un paesaggio così vasto e solitario. Le strade che percorro oggi mi portano attraverso infiniti pascoli, dove le capre, le mucche, i cavalli e gli yak sembrano regnare sovrani. Ogni tanto questi animali si fermano a occupare la strada, ostacolano il passaggio delle macchine. Ma chi potrebbe biasimarli? Sono loro i veri abitanti di questa terra, e noi siamo solo ospiti temporanei. Colline come manti di velluto e steppe a perdita d’occhio. In questo tranquillo regno la natura domina sovrana e l’uomo si ritrova in un modesto ruolo di spettatore. È un luogo dove il silenzio è più eloquente di qualsiasi parola, e la bellezza della semplicità è evidente in ogni sua forma. Erdenet, la seconda città della Mongolia per grandezza, mi racconta una storia diversa, una storia che pare disconnessa dal fascino che ho incontrato finora. Sorta nel 1974 per sfruttare i giacimenti di rame scoperti negli anni ’50, Erdenet si erge vicino alla quarta più grande miniera di rame al mondo. Negli anni ’80 più della metà dei suoi abitanti erano russi, spesso impegnati come ingegneri o minatori. La dissoluzione dell’Unione Sovietica nel 1990 segnò la partenza di molti di loro, e oggi la presenza russa si attesta intorno al 10% della popolazione totale. Mi rendo conto che ciò che ho visto fino ad oggi era solo un lato della medaglia. La natura selvaggia e imponente, così in armonia con la storia del popolo mongolo, è ora smentita da un importante centro abitato che non riesce a trasmettere nulla di quella bellezza incontaminata. Erdenet, con la sua struttura urbana che cerca di imporsi sulla terra circostante, sembra essersi staccata dal legame naturale che avvolge questo paese. È difficile da mettere in parole, ma in questa città senza una sua anima, tutto mi sembra irrisolto. Non riesco a sentire il respiro del popolo mongolo nelle strade e nei palazzi in costruzione. Mi intristisce constatare questa mancanza di connessione tra il popolo e la città che dovrebbe rappresentarne il cuore. L’atmosfera non riesce a raccontare nulla delle tradizioni mongole, dei loro sogni e delle loro speranze. Forse è solo un momento di transizione, ma mi chiedo se questa città troverà mai un modo per unirsi al contesto culturale e geografico che la circonda. Forse nel corso del tempo questa città riuscirà a trovare un modo per bilanciare la sua crescita economica con il rispetto per la storia e la cultura di questa terra. Esco da questo grande centro abitato e vado a visitare il Monastero Amarbayasgalant, un monastero buddhista situato a sessanta chilometri da Erdenet. Costruito tra il 1727 e il 1736, il monastero ha uno stile principalmente cinese, con influenze mongole e tibetane. A differenza del Monastero di Erdene Zuu, che ho visto all’inizio del viaggio, e che è costituito da un insieme di templi di diversi stili, Amarbayasgalant ha una grande unità stilistica. Nel 1937, durante il periodo delle purghe staliniane, il monastero è stato in parte risparmiato, ma molte strutture sono state distrutte e i monaci giustiziati. Di quaranta antichi templi ne restano soltanto ventotto. La furia dell’uomo ha notevolmente ridimensionato questo luogo. La strada per raggiungere il monastero è tortuosa, una lunga lingua di terra sterrata che si insinua tra valli verdi, un paesaggio di una bellezza disarmante che culmina nell’ampia valle che accoglie il grande monastero. L’ingresso nel tempio è un’esperienza toccante, un tuffo nei ricordi e nelle emozioni. In questo luogo sacro dedico un’offerta in memoria di Lucia, un tributo silenzioso alle persone care che non ci sono più. La scena di un monaco che benedice una giovane coppia con una bambina aggiunge un tocco di vita e speranza a questa atmosfera mistica. Ma là fuori, oltre i confini del tempio, regna un silenzio profondo. Salgo sulla collina dove svetta uno stupa circondato da bandierine colorate che danzano al vento. Per un istante mi sembra di essere tornato indietro nel tempo, come se fossi di nuovo in Tibet, un salto nel tempo di ben dieci anni. Dalla sommità di quella collina lo sguardo si perde nell’ampia valle verde, solcata da un fiume sinuoso, tra dolci colline che si ergono maestose, prive di alberi e senza alcuna traccia di umanità. In questo momento mi trovo – nuovamente – in un luogo che sembra fuori dal tempo, un’oasi di serenità in cui la natura domina incontrastata. 6. ULAN BATOR Lascio questa oasi di pace con un pò di malinconia. Dopo ore di viaggio, soprattutto di traffico nei pressi di Ulan Bator, raggiungo la città che segna la fine del mio viaggio, 3500 km percorsi tra il sud e il nord della Mongolia. Quando arrivo, quello che vedo è una vasta valle, un panorama familiare dopo averne visti tanti simili in questi giorni, ma qui è completamente diverso. È una sorta di invasione, un’esplosione di vita umana che mi colpisce. Devo adattarmi di nuovo a vedere una città estesa dopo settimane passate a contemplare spazi infiniti. Ciò che un tempo era vuoto e incontaminato, ora è affollato e caotico. Il traffico di questa città è un durissimo risveglio alla realtà. Siamo divoratori di spazio, creatori di disordine, affamati di caos. Viviamo nelle nostre creazioni innaturali, lontani dalla natura. Ma non voglio addossare queste riflessioni a Ulan Bator, che in sé è una città intrigante e affascinante, capace di sorprendere. Queste sono considerazioni universali, inevitabili quando si passa dal vuoto all’abbondanza, dalla natura incontaminata alla follia dell’antropizzazione. E mentre mi immergo nelle strade di Ulan Bator, mi accingo a scoprire questa città con occhi curiosi. Nella mia esplorazione di Ulan Bator tre luoghi d’eccezione hanno brillato per la loro rilevanza e la loro bellezza. Il Monastero Gandantegchinlen, un imponente complesso dove un grande tempio custodisce una maestosa statua dorata alta venticinque metri. Qui ho assistito a una cerimonia religiosa. Mi sono inserito in silenzio tra i fedeli e ho osservato questo rituale antico. Nella sua semplicità e nella sua profondità, questa cerimonia mi ha fatto riflettere sulla bellezza della spiritualità e sulla ricerca di significato che accomuna l’umanità in tutti i suoi angoli più remoti del pianeta. Ho visto il Museo del Palazzo Bogd Khan, e il Museo Choijin Lama, un monastero intriso di spiritualità, custode di una straordinaria collezione di maschere per danze rituali, le danze Tsam. Ulan Bator è una realtà distante da tutto ciò che ho sperimentato in queste settimane. La modernità avanza inarrestabile e porta con sé i tratti evidenti della globalizzazione e della tecnologia. I monasteri hanno ispirato in me un senso profondo di spiritualità, ma tra le strade di questa città ho ritrovato elementi che mi risultano familiari, segni del progresso. In queste settimane trascorse in Mongolia ho visto un mondo a parte, distante dalla frenesia della vita moderna. Ora mi trovo a vagare tra grattacieli e insegne luminose, in uno spazio che, tristemente, forse è più mio. Mi chiedo se gli abitanti di questa città vivano una dualità simile. Si perdono anch’essi tra le luci della metropoli o come me, sognano di perdersi nelle ampie distese delle steppe? La risposta, forse, risiede nei loro sguardi, che non so leggere; e nell’equilibrio tra tradizione e modernità che si manifesta in questa città in costante evoluzione. 7. CONSIDERAZIONI C’è un aspetto di questo viaggio che ha assunto una rilevanza sempre più grande nel corso dei giorni – è la riflessione che ho fatto prima di partire – : la consapevolezza del ruolo cruciale che la Mongolia potrebbe giocare nel futuro del nostro pianeta. Le risorse critiche, le terre rare, sono un elemento fondamentale per l’industria moderna, e la Mongolia detiene una quota significativa di queste risorse. È una responsabilità che potrebbe portare a grandi opportunità, ma anche a sfide complesse. In Mongolia ho percepito una forte armonia, un’armonia che si respira nell’immensità delle steppe e nella profondità dei suoi silenzi. Mi auguro che ci sia un modo per proteggere questo prezioso patrimonio, per conservare le tradizioni che hanno resistito al trascorrere dei secoli e per gestire con saggezza le risorse critiche. La Mongolia potrebbe avere molto da offrire al mondo, non solo in termini di paesaggi mozzafiato ma anche come esempio di come sia possibile bilanciare la crescita e lo sviluppo con il rispetto per la natura e la cultura. Sembra esserci una contraddizione tra la speranza e la realtà che emerge mentre rifletto sulla Mongolia e il suo futuro. Mi auguro sinceramente che questo paese possa diventare un esempio di crescita sostenibile, un modello di equilibrio tra sviluppo e conservazione ambientale. Però quando metto queste parole nero su bianco, una sensazione di sfiducia prevale sul mio ottimismo. È come se stessi cercando di sperare in qualcosa che so già essere una sfida titanica. Questa sfiducia è un’ammissione di fronte alla complessità dei problemi che il mondo di oggi sta affrontando. Mentre scrivo queste parole mi rendo conto che non c’è una risposta facile o una soluzione definitiva. Porto con me l’immensità di questi luoghi, li lascierò crescere dentro di me. È un privilegio aver potuto godere ancora una volta della bellezza di queste terre selvagge e incontaminate in un mondo in costante cambiamento. Ma ogni volta, mentre viaggio, mi interrogo sul futuro di questo pianeta, su quale direzione stia prendendo. Una costante sensazione di sfiducia vive in me, non posso farci nulla, è così. Nonostante tutto ciò che vedo e che ho visto e sperimentato, non sono sicuro di quale sarà il destino di questo mondo. Mi sento un osservatore impotente, testimone di queste meraviglie naturali e culturali. Le future generazioni potranno godere di ciò che ho avuto la fortuna di vedere? È in questo dubbio, in questa consapevolezza della fragilità del nostro mondo, che risiede la nostra responsabilità.

 

16. FRONTIERE E POPOLI – attraverso il Tian Shan e il Pamir

Ghiaccio perenne, immacolato, Silenzio siderale
KAZAKISTAN, KIRGHIZISTAN, TAGIKISTAN 2024

 

«Non smetteremo mai di esplorare. E alla fine di tutto il nostro andare ritorneremo al punto di partenza per conoscerlo per la prima volta». T.S. Eliot Avevo chiuso così le riflessioni di viaggio che feci in Pakistan, Cina e Kirghizistan 10 anni fa, ed è con questa citazione che inizio il mio nuovo diario. Ogni viaggio è un cerchio che si chiude e si riapre, un continuo ritorno al punto di partenza, ma con occhi nuovi e una comprensione più profonda di ciò che ci circonda. 1. PREMESSA È tutto pronto per partire. Un lungo viaggio via terra, attraverso passi di montagna e confini di lontani paesi dell’Asia centrale. Questi luoghi, che negli ultimi anni ho esplorato con una certa frequenza, mi richiamano con una forza irresistibile. Tornerò a camminare su strade già battute, ma traccerò anche nuovi sentieri in una rotta che unirà terre conosciute e terre inesplorate.

La mappa dell’Asia centrale si apre davanti a me, la osservo come fosse un portale verso questa nuova avventura. Le carte geografiche possiedono questo potere: non sono semplici fogli di carta, ma strumenti che ti trasportano in altri mondi. Sono l’essenza stessa del viaggio, il preludio di un imminente futuro, fatto di sogni, fatica e infinita curiosità.

Mi immergo in questo nuovo percorso, per il momento solo mentale, accompagnato dalle sonorità senza tempo di Steve Roach.

Quando apro una mappa non vedo solo confini e contorni; vedo storie. Vedo le tracce di antichi esploratori che hanno osato sfidare l’ignoto, le orme di carovane che hanno attraversato deserti impietosi. Ogni curva di un fiume, ogni picco montuoso è un capitolo di una storia millenaria che aspetta di essere riscoperta.

Nell’era digitale, dove tutto è istantaneamente accessibile, la mappa conserva un’aura di mistero e poesia. Non è solo un mezzo per raggiungere una destinazione, ma un compagno di riflessione, uno strumento che ci costringe a rallentare, a misurare il nostro cammino. Tracciare un percorso su una mappa è un rito antico, un atto che nella sua semplicità ci connette con la terra e con noi stessi.

Quest’anno la destinazione doveva essere il Sud America, dovevano essere le selvagge vette della Bolivia. Un cambio di rotta importante rispetto ai miei soliti viaggi e alle mete già esplorate. Eppure c’è qualcosa che mi trattiene, qualcosa di non ancora concluso che deve essere vissuto. Sento il richiamo di un percorso che probabilmente sento incompleto, un viaggio che necessita di essere approfondito con occhi sempre più consapevoli. Forse sono le storie non ancora rivelate, i sentieri non del tutto percorsi, o gli incontri che attendono di trasformare la mia comprensione del mondo. C’è un filo invisibile che mi lega a queste terre, un destino che mi invita a ritornare, a scoprire con una nuova coscienza ciò che ancora mi sfugge.

In questi anni ho raccolto emozioni intense, frammenti di vita che brillano come piccole gemme nel mare un pò grigio della mia quotidianità. Forse non è stato sufficiente quel fugace assaggio di meraviglia; il desiderio di rivivere quelle sensazioni mi chiama con forza. Voglio tornare in quei luoghi che mi hanno toccato l’anima. C’è una sete dentro di me, un bisogno di riscoprire e approfondire.

E quindi, dopo tanta attesa, eccomi nuovamente in partenza, una nuova partenza, e, come sempre, l’incertezza di ciò che sarà questa nuova avventura è la mia unica certezza. Immagino come sempre villaggi sperduti, paesaggi sconfinati che parlano di silenzi antichi, cavalli selvaggi che galoppano liberi, laghi cristallini e ghiacciai maestosi. So per certo che questo viaggio sarà un’altra ricerca della libertà, un’altra fuga dalla prigione delle abitudini e delle convenzioni che mi stringono e mi frenano. Sarà una sfida contro la vita ingarbugliata e inquadrata nella quale sono, mio malgrado, profondamente radicato. Ogni tanto sento il bisogno di emergere da queste acque stagnanti, di alzare la testa e respirare aria nuova. Ogni viaggio è una boccata d’ossigeno che mi permette di vedere il mondo con occhi sempre nuovi, di scoprire me stesso tra sentieri meno battuti e orizzonti poco conosciuti, o del tutto sconosciuti.

Oggi è un giorno di transizione, un giorno di spostamenti necessario prima del volo di domani mattina. Un giorno dedicato ai treni e a luoghi familiari, ma anche ai pensieri che affollano la mente: riflessioni sui viaggi, su ciò che ho vissuto e su ciò che mi aspetta, sui ricordi che mi accompagnano sempre in questi momenti. È come un’anticamera, una soglia prima di varcare la porta principale del viaggio. È una lunga inspirazione, un prepararsi, un prendere fiato prima della grande corsa. Anche questo fa parte del viaggio, questa sospensione che anticipa l’ignoto, questo respiro profondo prima di immergersi in un mondo lontano.

Mentre sono in volo verso Istanbul, mi immergo nella lettura di Sovietistan, in particolare nel resoconto del lungo viaggio in treno verso Aralsk, la città portuale un tempo affacciata sul Lago d’Aral, ora scomparso e intrappolato nel deserto.
Il Kazakistan, uno dei tanti paesi che una volta facevano parte dell’Unione Sovietica, porta ancora le cicatrici di quel passato, racconta Erika Fatland. Sebbene possa apparire più libero rispetto al Turkmenistan, resta profondamente segnato dal passato sovietico.
Mi nutro di questi racconti di mondi dimenticati, persi nel deserto, mentre dal finestrino dell’aereo osservo la periferia di Istanbul.
“Non è cambiato poi molto dal periodo sovietico” scrive Tino Mantarro nel suo libro Nostalgistan.
“La cortina di ferro non esiste più, ma a volte sembra che quella mentalità sia rimasta impressa nella pelle dei custodi dell’ordine. L’ideologia sovietica è crollata da anni, ma le vecchie abitudini persistono”.

Sono questi i luoghi che sto per visitare. Vasti paesaggi di una grandezza imponente, aperti e sconfinati. Ma sono anche ambienti dissonanti, mai completamente ordinati o puliti, dove ogni angolo rivela qualcosa di inaspettato, di trascurato e di improvvisato, come osserva Mantarro.
Sono attratto da questi luoghi un po’ arrugginiti, il cui fascino risiede nella loro condizione di marginalità e oblio, ma che al contempo offrono una ricchezza naturalistica straordinaria. Questi posti a me evocano l’essenza stessa del viaggio.

Le letture diventano viaggi nel viaggio. Da un aeroporto di Istanbul stranamente vuoto, mentre assaporo una baklava e sorseggio un tè, la mia mente è già in volo, pronta ad assorbire e trasformare in ricordi le esperienze future. Chi incontrerò all’imbarco per Almaty? Quali volti vedrò al gate?

Sono attratto dalle zone di confine. Forse tutto è iniziato con quei confini tra Italia ed ex Jugoslavia che da bambino osservavo con un misto di curiosità e timore.
Ricordo quando attraversavo il confine con i miei genitori; bastava quel semplice breve passaggio perché tutto improvvisamente cambiasse. Quei mondi erano davvero diversi. Più austeri, sospesi in un tempo che non mi apparteneva. C’era qualcosa in quella malinconia che mi affascinava già allora. Quell’atmosfera mi parlava di un’umanità diversa. Forse è lì che ho iniziato a percepire la bellezza nei margini, nei confini, in quei mondi che sembravano appartenere a un’altra dimensione.
Ricordo ancora un viaggio nella Cecoslovacchia del 1985. Ero un bambino e quei confini verso est erano porte che si aprivano verso mondi davvero nuovi. Anche se era un est relativamente vicino, per me era un confine che separava la realtà conosciuta da un altro universo, tutto da esplorare.

Quest’anno mi appresto ad attraversare due confini via terra tra i tre ‘Stan’. Erika Fatland scrive: “Ai tempi dei sovietici, i cittadini, almeno in teoria, potevano circolare liberamente all’interno dell’immenso impero, da Tallinn a ovest, a Vladivostok a est. Con l’indipendenza degli anni Novanta arrivarono i valichi di frontiera. La gente, che prima attraversava quelle linee invisibili senza pensarci, ora deve affrontare interrogatori dettagliati, moduli complessi e controlli meticolosi dei bagagli prima di ottenere l’autorizzazione a varcare le barriere di filo spinato.”
La curiosità cresce, anche se ho già attraversato confini insoliti, tra Cina e Pakistan, e tra Tagikistan e Afghanistan. Come saranno i confini tra Kazakistan, Kirghizistan e Tagikistan?

Intanto una delle mie curiosità è soddisfatta, i volti delle persone che mi affascinano in queste occasioni catturano il mio sguardo. Al gate per Almaty vedo numerosi volti dal chiaro taglio orientale. Le ex repubbliche sovietiche dell’Asia Centrale mi confondono sempre. Non so mai cosa aspettarmi. Nella mia immaginazione si mescolano crogioli di razze e culture, ma quale predominanza troverò in Kazakistan? Questo vasto, esteso e in gran parte desertico paese, chi lo abita?
Per me che vivo in Italia, questi enormi paesi, scarsamente popolati, esercitano un fascino particolare.
Durante il volo sopra il Mar Nero, il paesaggio sotto di me si dissolve in una distesa di oscurità illuminata dalle luci delle città e delle strade. Mentre mi perdo in questo panorama, mi nutro dei racconti e delle suggestioni delle terre post-sovietiche.
Più viaggio e più cresce in me il desiderio di scoprire come altre culture interpretano la realtà, il mondo. Queste visioni sono diverse dalle mie, possono pure essere distanti e controverse, ma mi interessa sollevare un angolo di quel velo che mi impedisce di vedere il mondo al di fuori della prospettiva occidentale.

Tornare in certi luoghi sembra riflettere un impulso inconscio di approfondire la comprensione di popoli che, per qualche motivo, mi affascinano più di altri.
Insieme al freddo e glaciale mondo del Nord, questa immensa parte di mondo spostata a Est mi ha altrettanto rapito, ne sono profondamente affascinato.
Dall’aereo osservo sporadici tratti di terra illuminati nell’oscura immensità kazaka.

2. KAZAKISTAN

“Sebbene i lineamenti intorno a me siano esotici, non mi sento lontanissimo da casa. I riferimenti che mi circondano sono familiari, formano un sistema che comprendo”, scrive Erika Fatland.

Questa frase descrivere con precisione l’impatto dell’arrivo ad Almaty.
Appena atterrato, mi accoglie un mondo sospeso tra passato e presente; tra familiare e ignoto. La prima immagine che vedo è quella di un militare con il classico cappello a tesa larga e la divisa verde, fermo al controllo passaporti. Accanto, un duty-free shop essenziale e funzionale. Fuori, lungo la strada, edifici moderni si alternano a strutture in stile sovietico, accanto a piccole case di legno che sembrano uscite da un quadro russo.
Almaty si presenta come una città all’apparenza ricca, avvolta da una rigogliosa vegetazione e abbracciata dalle maestose montagne del Tian Shan. Elementi familiari si mescolano con tracce di un mondo diverso. È un angolo del pianeta che ha degli elementi che riconosco, ma sostanzialmente parla con una voce diversa.

Il sistema montuoso del Tian Shan si espande per quasi 2.900 chilometri, attraversa lo Xinjiang e si spinge verso ovest, attraverso il Kirghizistan e parte del Tagikistan, per poi svanire nella valle di Fergana. Da lì, a sud, si fonde con l’imponente massiccio del Pamir. Le sue propaggini si estendono fino al Kazakistan, dove ora mi trovo ad osservarlo. Questo vasto arco di montagne rappresenta un confine naturale che separa e insieme connette le terre dell’Asia Centrale.

Il fascino di queste montagne… non è solo la loro presenza fisica a colpirmi, ma anche e forse soprattutto il peso delle storie e dei destini che hanno attraversato le terre che accolgono queste vette.

Questo stesso senso di stratificazione si riflette in Almaty, che si svela in strati distinti. Il periodo zarista, l’era sovietica e la modernità si mescolano a formare un quadro decisamente suggestivo.
Prima del 1991 le repubbliche centroasiatiche dell’URSS, incluso il Kazakistan, erano territori privi di una vera storia, con confini tracciati arbitrariamente durante l’era sovietica. Queste terre erano prevalentemente abitate da nomadi, e il Kazakistan in particolare era caratterizzato da vasti spazi selvaggi e pochi insediamenti stabili.
Con la dissoluzione dell’Unione Sovietica questi stati hanno dovuto affrontare la sfida di definirsi al di fuori dell’influenza russa e di costruire una propria identità. I kirghisi, ad esempio, hanno riscoperto l’epica di Manas, una figura leggendaria che incarna la loro narrazione storica e identitaria. In Kazakistan la costruzione di una narrazione unificatrice è ancora in corso. Il paese, immenso, poco variegato e prevalentemente desertico, cerca di riscoprire la propria identità storica attraverso il richiamo all’Orda d’Oro, un impero mongolo-turco che dominò gran parte dell’Asia centrale dal XIII al XV secolo.
Prima dell’Orda d’Oro, la regione era abitata dai Saka (o Sciti), una popolazione indoeuropea che lasciò tracce nel vasto territorio che si estendeva dal Mar Nero fino alla Cina. I Saka sono noti anche in Tibet, dove la loro presenza è testimoniata da reperti simili a quelli trovati nella steppa eurasiatica.
Questo sforzo di definire chi sono i Kazaki e da dove vengono è una sfida complessa, dal momento che il loro passato errante non offre una narrazione coesa di nazione, ma piuttosto un insieme di esperienze e culture disperse.

Il Memoriale della Gloria si erge maestoso nel cuore della città, un tributo ai caduti della Seconda Guerra Mondiale, conosciuta in Russia come la Grande Guerra Patriottica. Questo monumento non è solo una commemorazione dei soldati e delle vittime dell’Unione Sovietica, ma un simbolo potente dell’unità delle repubbliche sovietiche sotto il comando di Mosca. In quegli anni di guerra le repubbliche si unirono in uno sforzo collettivo per difendere la patria. Vedere questi monumenti oggi richiede una riflessione sulla loro doppia natura. Da un lato evocano un’epoca di grande coesione e sforzo collettivo tra le repubbliche sovietiche; dall’altro sono anche il retaggio di un periodo di controllo esterno, ora superato. La sfida è riconoscerli come parte integrante della loro eredità, senza dimenticare le aspirazioni di autonomia e di affermazione del presente. Continuo il mio percorso di scoperta nel Museo della Repubblica del Kazakistan, dove ammiro i reperti di uno dei tesori archeologici più affascinanti della regione: il sepolcro di nobili Wusun, noto come il ‘tesoro di Kargaly’. I Wusun erano un popolo nomade che tra il I a.C. e il I d.C. ha abitato nella regione che oggi corrisponde al Kazakhstan e allo Xinjiang. Tra i reperti spicca un diadema dorato decorato con scene di cavalieri e draghi; questo oggetto offre uno sguardo al fascino di queste terre dal passato ricchissimo. E’ un piccolo capolavoro di eleganza che ho voluto imprimere nella mia memoria; un custode un pò pedante ha impedito ogni tentativo di fotografarlo, è quindi un’immagine che si è fissata nella mente. Osservando i quartieri e gli edifici di Almaty avverto una sensazione di déjà vu, quasi come se mi trovassi a Ulan Bator, in Mongolia (un esempio come tanti, solo perché ci sono stato un anno fa). Questo effetto è causato dalla somiglianza degli edifici moderni di stampo sovietico, costruiti in serie e simili tra loro. Rifletto sul fatto che è il passato nomade, con i suoi tesori antichi, a parlare una lingua di rara bellezza, e mentre questo pensiero mi accompagna, mi trovo immerso nell’atmosfera vivace del bazar di Almaty. È qui che la diversità culturale della regione si manifesta in tutto il suo splendore. È qui che trovo il cuore e l’anima di questo popolo. In questo mercato i visi degli abitanti, con i loro tratti che riflettono una miscela di influenze turche e mongole, raccontano la storia di un popolo che ha attraversato secoli di storia e cultura. Il bazar ha una struttura centrale molto grande, dove tutto è meticolosamente organizzato per genere alimentare. Non c’è caos, solo un’incredibile abbondanza di merce disposta con cura. Da questo nucleo centrale si diramano numerose aree satellite, un intricato labirinto di vicoli in cui perdersi sembra inevitabile.

Questo bazar racconta il passato di Almaty, una città che, prima dell’impronta sovietica e del suo rigido modello urbanistico, era poco più di un villaggio. Divenne un centro importante in epoca sovietica. Il passato sovietico di Almaty è evidente nei suoi numerosi parchi, nelle aree verdi, e nei viali alberati, tratti distintivi che la definiscono come una tipica città russa. Le chiese, i monasteri e la maestosa Cattedrale ortodossa dell’Ascensione sono testimonianze di un’epoca che ha lasciato un segno indelebile. Almaty ha poco più di un secolo di storia, la maggior parte trascorsa sotto l’influenza russa. Come riuscirà ad andare oltre questo passato? Si notano segni di modernità. Ci sono nuovi centri commerciali, negozi e locali alla moda, parenti lontani del vivace bazar; e poi ci sono grandi palazzi moderni, non di stampo sovietico. Un tentativo di spingere la città verso il futuro. Questa modernità sembra però ancora una promessa non del tutto realizzata, trattenuta da una realtà che è ancorata al passato. Non credo aiuti il fatto che nel 1998, per volere dell’ex presidente Nazarbaev, rimasto per ben 29 anni in carica, Almaty abbia perso il suo status di capitale, trasferito ad Astana, una città costruita tra le infinite steppe del nord, nel vuoto siderale. Immerso in questo contesto, alzo lo sguardo sulle cime che circondano Almaty e con la mente vado oltre il perimetro di questa città. Domani esplorerò il Canyon di Charyn, una formazione geologica che si estende per circa 90 chilometri; e mi avvicinerò al ghiacciaio del Khan Tengri incastonato tra le maestose vette del Tian Shan. Mi addormento appagato, conscio che sono solo all’inizio di un viaggio che mi condurrà attraverso le maestose montagne del Tian Shan e del Pamir. Mi sveglio presto, pronto a salutare la verdeggiante Almaty. Percorro la strada che mi porta verso il canyon, attraverso un paesaggio che sembra dilatarsi all’infinito. La corsia opposta, diretta verso la città, è affollata di veicoli; è l’ora di punta, e la vita lavorativa riempie le strade. Al lato della via, venditori di angurie sono una presenza costante, quasi un simbolo di queste terre. Gli edifici intorno sono cambiati; ora sono bassi, non ci sono più i grattacieli che invece caratterizzano le grandi città. I pioppi, con le loro sagome alte e affusolate, sono elementi costanti in tutte le ex repubbliche sovietiche. I tubi gialli del gas serpeggiano all’esterno, visibili e non interrati; anche questo è un tratto distintivo di queste terre. C’è un’aria di disordine, ma è proprio questo a rendere affascinante ai miei occhi questo paesaggio. Le vetrine che espongono il bello sono riservate alle grandi città.

Mentre mi dirigo verso il Kirghizistan, il paesaggio lentamente si trasforma: dalle grandi pianure si passa gradualmente a rilievi montuosi. La strada si inerpica attraverso valli e passi alti, mentre la struttura del territorio cambia man mano che mi avvicino al sud. Per il momento è un alternarsi di montagne e di zone steppose, un assaggio delle immense distese kazake. La vegetazione ora è bassa, fatta di alberi sottili, e piccoli arbusti con ciuffi marroni che sembrano piegati dal sole, in attesa di una nuova vita. Lungo il percorso mi fermo in un piccolo bazar dove compro frutta e pane. Il tempo sembra essersi fermato; tutto cambia, ma in questi luoghi il cambiamento è lento, quasi impercettibile. Nonostante sia un’ex repubblica sovietica, oggi la presenza della Cina è palpabile, il confine è vicino e la sua influenza si fa sentire. Si vedrà negli anni quanto il mutamento rimarrà impercettibile. Chi guiderà il destino di queste terre oggi, Pechino o Mosca? Riprendo il cammino e mi trovo immerso in un ambiente dove la presenza umana è minima, quasi inesistente. Qui il Canyon di Charyn si apre davanti a me come un abisso, una lunga fenditura ricca di pinnacoli rossi, fiammanti. Le sue rocce mostrano la loro fragilità. Un terremoto, una forte pioggia, un qualsiasi evento atmosferico ti dà l’impressione che possa mutare questo paesaggio in un istante. Mi addentro in questa profonda spaccatura della terra, che per certi versi mi ricorda le Flaming Cliffs che ho visto in Mongolia. Qui però cammino alla base delle rosse scogliere, le ammiro dal basso, non solo dall’alto. Quando arrivo al corso del fiume che scorre nel canyon, mi fermo e immergo i piedi nelle sue fresche acque, un ristoro molto atteso in mezzo a questa arida distesa. L’anno scorso, in Mongolia, ho aspettato il tramonto per vedere le pareti delle Flaming Cliffs accendersi di un rosso infuocato. Ricordo di avere sorseggiato una piccola bottiglia di vodka di latte fermentato—una bevanda che non sceglierei abitualmente, ma che in quel momento si rivelò perfetta. Qui in Kazakistan potrei assaporare dello shubat, latte di cammello fermentato, o magari aspettare il calare del sole con del kumis, il latte di giumenta fermentato, tipico del Kirghizistan. Ma oggi sono arrivato qui in pieno giorno, e tra poco riprenderò il viaggio—c’è un confine che mi attende. Per ora mi godo ancora un po’ il fresco delle acque del fiume. Fuori dal canyon, lungo la strada verso il confine con il Kirghizistan, la steppa si estende senza fine, sotto cieli grigi che rendono il paesaggio più cupo, quasi minaccioso. Le grandi pianure cedono lentamente il passo a un ambiente collinare, verde e marrone. Di tanto in tanto, lungo la strada, appaiono piccoli cimiteri in pietra, testimonianze silenziose del passato. Lungo la strada, una lunga striscia che taglia la steppa, qualche villaggio, qualche mucca al pascolo. Sono tornato nei miei amati spazi aperti, selvaggi e infiniti, ai confini del mondo. Questa è la Valle di Karkara. Il paesaggio si svela in pennellate di giallo, con rilievi sfumati dalla foschia. Sono giunto al confine tra Kazakistan e Kirghizistan, vicinissimo alla regione dello Xinjiang. Mi trovo in mezzo al nulla, pochi edifici segnano il confine, circondati dalla steppa, nel vuoto assoluto. 3. KIRGHIZISTAN Il Kirghizistan è un’anomalia in Asia Centrale. È la nazione più libera e democratica tra i vari ‘Stan’. Qui la stampa è libera, e il parlamentarismo ha limitato il potere del presidente, un contrasto netto con gli assolutismi che governano gli altri paesi confinanti. In questo Paese la libertà si percepisce soprattutto nell’assenza di paura nel poter esprimere le proprie idee. Dal 1991 ben tre presidenti sono stati deposti a seguito di proteste popolari o colpi di stato, un fatto unico in questa parte del mondo; il Kirghizistan è riuscito a evitare le derive autoritarie che invece hanno segnato i suoi vicini. E proprio in questa sorta di libertà si riflette il paesaggio che mi circonda. Il confine tra Kazakistan e Kirghizistan è segnato da un paio di edifici modesti e bassi, situati in mezzo a uno spazio vasto e desolato; qui la steppa si estende all’infinito. Il fascino di questi luoghi è palpabile, se non altro per me. Se non fossimo esseri umani e non avessimo interiorizzato il concetto di confine, non avremmo alcuna percezione di cosa possa significare e perché susciti in noi (o in me) una certa emozione travalicare luoghi come questi. Ci sono trenta metri di cammino tra i due posti di controllo per passare da un paese all’altro. Esibisco il passaporto e ottengo il timbro da una parte e dall’altra, sempre sotto lo sguardo scrupoloso di soldati poco più che ventenni, obbedienti ai loro comandi e calati in una routine che sembra scolpita nel tempo. Mentre saluto il Kazakistan e mi accingo a entrare in Kirghizistan, un cane, probabilmente addestrato per fiutare la droga, gioca spensierato con un militare. La sua cuccia si trova proprio accanto alle sbarre del posto di controllo, e oltre quella barriera, un pò umana e un pò canina, un nuovo stato si svela: il Kirghizistan. Attraversare i confini via terra in queste regioni remote è un’esperienza che sfida la nostra percezione del mondo. Questi sono i luoghi dove i due colossi dell’Asia, l’URSS e la Cina, una volta si fronteggiavano, e dove l’immensità e la solitudine sembrano aver sospeso il tempo. Chilometri di filo spinato e distese di terra di nessuno raccontavano storie di tensioni e di conflitti passati. Pur non più esistenti, questi fili spinati, ora immaginari, hanno lasciato un’impronta indelebile nella memoria di chi attraversa questi luoghi dimenticati. Mi immergo nella vastità e nel silenzio del nulla che mi circonda. Giungo al campo di yurte dove passerò la notte. Il fiume scorre poco distante e le montagne si alzano maestose intorno a me. Con un grande respiro accolgo questa dimensione di pace e solitudine, un angolo di mondo dove il tempo sembra rallentare. Lascio lo zaino nella yurta e mi avventuro lungo un sentiero tra colline abitate da cavalli e mucche. Mi sento ai confini del mondo, eppure c’è qualcosa di stranamente familiare in questo luogo remoto. Anche se sono entrato in Kirghizistan dal Kazakistan, questi luoghi potrebbero benissimo trovarsi in Mongolia, o in Siberia. Sono paesaggi che mi riportano a viaggi passati attraverso l’Asia e il Centro Asia. Mi affascinano questi luoghi dimenticati e isolati, dove il suono del fiume si fonde con il vento e la natura parla con una chiarezza primitiva. Il mondo qui sembra lontano e indisturbato, ed è come se avessi trovato un angolo in cui la bellezza selvaggia e il silenzio della natura regnano sovrani, senza essere soffocati dall’irruenza della modernità. È questo che cerco, ed è forse proprio per questo che mi sento attratto da questi luoghi, che, sebbene così lontani e dimenticati, sono poi anche tra i più complessi e ricchi di storia, segnati da una varietà umana intricata e complicata. Mi avvolgo nel piumino e cerco conforto nel suo tepore. Sono a 2200 metri di altitudine, e dopo giorni di caldo intenso, questa improvvisa aria fresca mi dona sollievo ma sembra pure quasi surreale. Mi sveglio presto e il cielo è come una vasta coperta grigia, le nuvole dense galleggiano sopra di me. Immerso nella natura e circondato dalle montagne, ritrovo il mio equilibrio, come se questo fosse il mio vero habitat. La bellezza selvaggia di questo posto, con la sua quiete e la sua semplicità mi rigenera e mi riconnette a una forma di vita essenziale e autentica. In questo angolo di mondo, lontano dal frastuono della civiltà, ritrovo un senso di pace e di appartenenza che è raro e prezioso; lo assorbo e lo porto con me. Oltre questa valle, non distante da dove mi trovo, incastonato tra le pareti delle Montagne Celesti, si trova il ghiacciaio del Khan Tengri, “Signore del Cielo”. Lo immagino, non lo vedo. In questi luoghi remoti dell’Asia centrale i confini sembrano quasi sfumare, modellati più dalle circostanze storiche che da una logica geografica precisa. Durante il periodo sovietico le frontiere furono tracciate in modo spesso arbitrario collocando città kirghize in territorio tagiko, e insediamenti uzbeki in quello kirghizo, creando una mappa disegnata più per esigenze amministrative che per il rispetto delle reali identità etniche e culturali. Questa disposizione forzata ha inevitabilmente alimentato tensioni locali. Il confine tra Kirghizistan e Tagikistan recentemente è stato chiuso per un paio di anni a causa di dispute territoriali e conflitti interetnici. Solo quest’anno è stato riaperto, ma le cicatrici di questa complessità geopolitica rimangono evidenti e probabilmente le vedrò. Una manifestazione di questa realtà è la città di Osh, situata nel Kirghizistan meridionale, dove la popolazione è in gran parte di etnia uzbeka. Questa complessità di identità e culture all’interno di confini spesso poco chiari è un riflesso delle sfide storiche e politiche di queste regioni. Mi ritrovo a riflettere su queste questioni mentre risalgo il sentiero che ho percorso ieri sera, accompagnato dal cane del campo, un compagno arruffato come queste terre. Attraverso una fila di edifici bassi e di piccole fattorie improvvisate e mi fermo su una pietra per osservare il paesaggio che mi circonda. Ogni fattoria sembra avere il suo cane e osservo il mio compagno a quattro zampe tornare al campo con un’aria che suggerisce una conoscenza intuitiva dei confini invisibili di questo territorio, da non oltrepassare. Rifletto su come tutti siamo vincolati da queste logiche di delimitazione, dove ogni spazio è rivendicato e marcato, un ‘qui è mio’ e ‘là è tuo’. “Bau!” dice uno dei cani, a suggerire un concetto molto chiaro “questo è il mio territorio”. È come se fossimo condannati a vivere in un perpetuo gioco di confini e territori, una necessità che sembra innata e inevitabile in tutti noi. La pioggia battente, che improvvisamente inizia a scrosciare, mi costringe a tornare alla mia yurta, la mia dimora temporanea per questo giorno. Anche la yurta è racchiusa entro un grande cancello, un piccolo regno privato in cui ritrovo un senso di appartenenza e protezione. Rientro così nel mio spazio delimitato, e osservo la mia temporanea dimora in questo angolo di mondo, dove ogni territorio ha il suo valore e la sua identità. La mattina seguente lascio la mia yurta, un rifugio che ora passa ad altri viaggiatori di passaggio; i miei confini sono temporanei, e in questi giorni vesto i panni del nomade. Più avanti mi avvicino a una fattoria. All’ingresso un asino sta accanto a una Lada Niva. La Lada Niva, icona del periodo sovietico, è presente ovunque, dalle campagne alle montagne di tutta l’ex URSS. Robusta e indomita, riflette lo spirito degli abitanti di queste terre; in questo specifico caso, allevatori di cavalli e yak. Quest’anno mi trovo a un punto di svolta, sono sospeso tra l’attrazione per i paesaggi scolpiti dalla geologia e una curiosità crescente verso la geografia umana. È l’intensità del contesto, con la sua ricchezza culturale e le sue storie, che mi spinge a esplorare questi luoghi non solo con occhi attratti per i paesaggi scolpiti dalla geologia, ma con quelli di chi cerca di comprendere l’anima delle persone che li abitano. Le radici di questa terra affondano in secoli di storia antica. I popoli sciti e soldiani, entrambi di origine iranica, abitavano queste terre già prima di Cristo. Nel 500 a.C. l’impero persiano di Ciro il Grande, che si estendeva dall’Egitto all’Indo, includeva anche queste regioni. Una nuova era si aprì per queste terre con l’arrivo di Alessandro Magno. Nel IV secolo d.C. gli Uiguri si insediarono qui, seguiti dagli arabi. I Kirghizi giunsero più tardi, probabilmente dalle fredde terre della Siberia, spinti verso sud dai conflitti con gli Uiguri. Il loro leggendario eroe, Manas, non è solo un simbolo della loro unificazione, ma incarna anche il loro arrivo e radicamento in queste terre. Dopo secoli di migrazioni e conquiste, le terre in cui si insediarono i discendenti di Manas furono segnate da un nuovo capitolo, quello dell’epoca sovietica. I confini che ancora oggi delimitano queste regioni furono tracciati in questo periodo, ma non sempre riflettevano le realtà etniche o culturali. Più che rispecchiare l’identità dei popoli, questi confini furono il risultato di decisioni politiche e amministrative, tracciati con una logica distante dalle tradizioni millenarie di queste terre. Dopo il forzato processo di sedentarizzazione sotto l’epoca sovietica, il ritorno alla transumanza è avvenuto solo in parte. Oggi la pratica del ‘Jen-lo’, che rappresenta l’alpeggio estivo da giugno ad agosto, continua a essere una tradizione viva, durante la quale i pastori portano i loro pascoli in alta montagna. Durante l’inverno i nomadi si rifugiano nelle città dove possiedono delle abitazioni permanenti. Le yurte rimangono un simbolo di una tradizione di semi-nomadismo che si è parzialmente conservata. Sebbene il governo kirghiso promuova il nomadismo come attrazione turistica, nella realtà, la pratica si configura più come una forma di semi-nomadismo, piuttosto che una vera e propria vita nomade. Le questioni riguardanti il nomadismo si riflettono anche nella politica. I nomadi, con la loro indipendenza e la loro tendenza a non essere costantemente stanziali, hanno influenzato profondamente la storia del Kirghizistan. Tre rivoluzioni dopo il 1991 ne sono testimoni, mentre in Kazakistan il regime è rimasto ‘forzatamente’ stabile. Al sud propongono le leadership, mentre al nord, più popolato da nomadi, vengono scatenati i cambiamenti. Dopo secoli di cambiamenti e confini tracciati da mani poco accorte, queste terre hanno mantenuto una complessità che si rivela solo a chi le attraversa. Mentre procedo verso Karakol, a 1800 metri, il paesaggio cambia ed entro in una valle verdeggiante e ondulata, impreziosita da cieli nuvolosi. È una cavalcata tra territori immensi e sconosciuti quella che mi pare di fare. Sono un pò nomade anch’io, mi sposto di luogo in luogo, ma senza la mia yurta, le trovo strada facendo. Lungo il percorso, i rilievi si sovrappongono, una prima linea di monti di un rosso scuro, poi sfumati in tonalità di verde e grigio, fino a scomparire nelle cime lievemente avvolte dalle nuvole. Entro in un piccolo villaggio dove i tetti bassi di lamiera e le case modeste si adagiano in un ordine apparentemente casuale. Lascio questi rilievi alle spalle e proseguo lungo una strada costeggiata da pioppi, per poi immergermi in distese di campi dorati. Gli Slowdive, con ‘The Slab’ e ‘Shanty’, mi accompagnano anche quest’anno. La loro musica, già potente di per sé, acquista una dimensione quasi tangibile con questi paesaggi; mi lancia attraverso il vento, attraverso le steppe, attraverso spazi senza confini. La mia mente corre, corre, corre, e io mi sento galvanizzato e profondamente emozionato. Dopo questa corsa reale e immaginaria, arrivo a Karakol, una cittadina che porta ancora i segni del passato industriale sovietico. Fondata dai russi nel XIX secolo come secondo avamposto dopo Almaty, Karakol conserva tracce di una storia più profonda di quanto appaia a prima vista. In questa città si trova il Museo di Nikolaj Przhevalsky, un esploratore russo del XIX secolo il cui nome è quasi sconosciuto in Occidente, ma le cui imprese sono radicate in queste terre. Il museo racconta le sue spedizioni nell’Asia Centrale, in un’epoca in cui l’espansione russa iniziava a disegnare i contorni del dominio sull’Asia Centrale. Visitare questo luogo è come sfogliare le pagine di un libro di avventure, quando il cosiddetto Grande Gioco tra imperi trasformava queste terre in un campo di battaglia geopolitico. Przhevalsky, membro della Società Geografica Russa, partì per cinque spedizioni che lo condussero nel Turkestan cinese e fino alle remote altitudini del Tibet. Era un tempo in cui l’Asia Centrale era ancora un mistero per gran parte del mondo, e ogni passo di Przhevalsky su queste terre contribuiva a svelare un po’ di quel mistero. Venire qui, vedere con i propri occhi i luoghi che esplorò, rende tangibile una storia che altrimenti rimarrebbe relegata a polverosi archivi. Questi luoghi sono mondi a parte, dove la storia si svela in modi che in Occidente restano in gran parte sconosciuti. C’è una ricchezza di vicende e di scoperte che andrebbero esplorate. La città di Karakol è anche nota per la sua Moschea Dungana, costruita dai Dungani, musulmani cinesi fuggiti dalla Cina nel 1862. Questa moschea è un esempio di fusione culturale unica, con elementi architettonici islamici che si mescolano con il design tradizionale cinese. È fondamentalmente una pagoda cinese adibita a moschea. Fuori dalla moschea osservo una giostrina per bambini che sembra uscita direttamente dagli anni ’50, un segno nostalgico di tempi passati. La piazzetta circostante è circondata da edifici in stile sovietico degli anni ’60, dell’epoca di Krusciov, abitazioni residenziali pratiche e impersonali; ampi blocchi di appartamenti a più piani, con design austero e senza ornamenti. Questa sembra una città di frontiera, con un aspetto, come sempre, leggermente storto e arrugginito, dove tutto sembra fuori posto in un modo però affascinante, ai miei occhi. Qui il tempo sembra essersi fermato; è stata preservata un’identità che non è ancora stata inghiottita dall’uniformità globale. Ed è proprio questo che conferisce a questi luoghi il loro fascino. Hanno conservato i particolari che li rendono distintivi e veri, lontani dalla crescente omogeneizzazione che minaccia di cancellare le singole identità culturali. Forse però questa è una visione romantica, la realtà, probabilmente, è che queste città dell’Asia Centrale si trovano a metà strada, in un guado. Avrebbero potuto essere qualcosa di diverso, città di una grande potenza, ma quella potenza si è sgretolata. Oggi questi paesi e le loro città stanno cercando di ricostruirsi. In Kirghizistan, dove la sedentarizzazione forzata non è più legge, e il nomadismo—o il semi-nomadismo—è tornato a fiorire, il concetto di città non è lo stesso a cui sono abituato. Cosa sto cercando qui che forse non troverò mai? Forse queste città sono perfette per chi è nato e cresciuto in questi luoghi. È questa la domanda che dovrei pormi. L’elemento più importante di Karakol è quello di essere una città cosmopolita, dove uiguri, kirghizi, uzbeki, cinesi musulmani convivono senza tensioni, a differenza di altre città dove la tensione invece è palpabile, come succede ad Osh, e dove l’identità kirghiza in particolare viene manifestata con una sorta di orgoglio. Non credo sia un caso che io concluda la giornata a cena da una cuoca cinese di nome Fatima, musulmana, che parla russo. Solo qui le identità e le storie si fondono in modi così sorprendenti e affascinanti. Il Kirghizistan è una terra che forse non considererei come casa, ma che senza dubbio mi invita a riflettere e a sognare. È la terza volta che mi immergo nei suoi paesaggi e ogni volta la sua bellezza mi incanta e mi affascina sempre di più. Forse è la grandiosità delle sue montagne, che si ergono maestose come guardiani del paesaggio, a catturare la mia immaginazione. Ma anche questa città, con le sue zone periferiche ricche di casette in legno, mi riporta alla memoria le immagini di Irkutsk e della Siberia che vidi decenni fa. Allontanandomi dalla città il paesaggio rurale si svela davanti a me, illuminato dalle prime luci del mattino. Le distese fertili, illuminate dai raggi dell’alba, offrono una carezza che nutre l’anima. Mentre gli occhi si dissetano di queste meraviglie (e dopo avere fatto una scorpacciata di deliziosi fagottini di carne che sono un autentico piacere della colazione kirghisa), proseguo lungo una strada piena di filari di betulle e pioppi, alberi che sembrano essere i custodi di queste terre del Centro Asia. È una parte del mondo che ha indubbiamente toccato una corda profonda dentro di me. Tornare qui così spesso non è casuale; c’è una connessione, un richiamo che ogni volta sembra essere più forte. Ogni visita, ogni incontro, ogni panorama sembrano essere un passo verso una comprensione più profonda di questo luogo. Il Kirghizistan continua a stupirmi e a stregarmi, ma mi lascia con la sensazione che non possa mai essere veramente esplorato o compreso del tutto, che il viaggio in questo affascinante angolo del mondo sarà sempre una ricerca senza fine. Ma ogni volta che torno in questi luoghi, li osservo con uno sguardo sempre più consapevole. Non si parla mai molto di questi stati, per capirli bisogna venirci. Torno sull’intricato tema delle linee invisibili che dividono terre e popoli, qualcosa che spesso esiste solo sulle mappe e nelle menti di chi le traccia. L’Asia Centrale (così come il Caucaso, la Siberia e l’Estremo Oriente) fu un obiettivo centrale della politica coloniale russa. L’allora Impero Russo adottò una politica di russificazione in queste colonie, impose la lingua, la cultura e la religione ortodossa russa. I confini tracciati per delimitare delle colonie non vengono spesso mai disegnati con grande attenzione, e così le tensioni etniche, come già menzionato, si sono radicate. I kirghisi, con il loro retaggio turco, e i tagiki, vicini parenti dei persiani, sono separati da linee arbitrarie, ma la loro cultura e la loro storia travalicano queste frontiere. In queste terre le identità non sono mai state semplici, e le antiche tradizioni continuano a plasmare le dinamiche moderne. I copricapi sono importanti segnali identitari. I kirghizi indossano i loro cappelli di feltro, robusti e caldi, perfetti per affrontare i rigidi inverni, anche se le orecchie restano scoperte—a questo non riesco ancora a trovare una spiegazione. I turkmeni si rifugiano sotto i colbacchi di pelo, un richiamo alla vita dura del deserto. Gli uzbeki preferiscono copricapi più bassi e discreti, che rivelano un’altra sfaccettatura della ricca diversità di queste terre; mentre i kufi, cappelli lavorati a maglia, si aggiungono al quadro, senza completarlo, perché ce ne sono tantissimi di copricapi; non ne ho citato nessuno femminile ad esempio. Non intendo scrivere un trattato sui copricapi del Centro Asia; erano solo un pretesto, un tema come un altro per capire e raccontare ciò che vedo di questi popoli. In un contesto come questo viene da pensare che questi copricapi siano scelti per affermare un’identità, per distinguersi, o forse semplicemente per abitudine. La verità, però, mi sfugge; non sono nato qui. Posso solo osservare, raccogliere frammenti di informazioni, e continuare a pormi domande. Mi addentro in una valle avvolta da una luce tagliente che scolpisce con precisione i verdi prati e le colline. L’atmosfera è quella di un set cinematografico, surreale nella sua bellezza. Il profumo di artemisia, pungente e penetrante, si diffonde nell’aria e, per me, è diventato il segno distintivo di queste vastità incontaminate di una purezza rara. “The Slab” risuona nelle mie orecchie senza soluzione di continuità, e amplifica l’impressione di uno spazio infinito e senza tempo. Mentre la valle si restringe e le pareti delle colline si alzano, il loro rosso terroso si mescola con le pennellate di verde degli abeti. Le montagne, maestose e imponenti, si alzano di fronte a me.

Mi addentro nelle Gole di Djeti Oguz e mi ritrovo immerso in un paesaggio che mescola bellezza e memorie del passato. La maestosità delle formazioni rocciose crea uno scenario da fiaba, mentre segni dell’epoca sovietica si manifestano nel silenzio di un sanatorio abbandonato, un relitto di un’era trascorsa. Vicino, una piccola moschea eretta dopo il 1991 offre un contrasto affascinante. In questo angolo del Kirghizistan la natura è un’esplosione di verde lussureggiante, e l’aroma di artemisia continua a riempire l’aria. I tanti pensieri su chi vive questi luoghi, da quanto, sulle tensioni etniche, si disperde come fumo tanto è bello il paesaggio. Osservo incantato. Giungo sulle rive del lago Yssik-Kul, una distesa d’acqua che sembra un mare. Si estende per 170 chilometri in lunghezza e si allarga fino a 60 chilometri nel punto più ampio. La sua profondità raggiunge i 600 metri, facendone il secondo lago alpino più alto del mondo, a 1600 metri di altitudine. Solo il Titicaca lo supera. Proseguo lungo la riva, l’acqua, trasparente e di un azzurro intenso, si estende fino all’orizzonte, lambita dal verde degli alberi di albicocche. Solo in alcuni punti, piccoli stabilimenti interrompono il quadro immacolato. Yurte bianche e ordinatamente disposte si adagiano sulle spiagge.

È un mondo a strati, anche se l’immagine rende poco l’idea, perché dovrebbero essere strati che sprofondano gli uni negli altri, non però a formare un unico blocco, perché le differenze sono evidenti, si vedono. C’è lo strato sovietico che è onnipresente, ma poi ci sono i cimiteri kirghisi, i tratti somatici asiatici, le yurte, un lontanissimo passato invisibile che è presente come un macigno. Tutto a formare un unicum che può esistere solo qui, sulle rive di questo lago. Lascio alle mie spalle le limpide acque dell’Yssik-kul, e mi addentro verso l’interno, in direzione delle alte montagne, attraverso un paesaggio desertico. Il Kirghizistan mostra un’altra delle sue anime, che ora non mi stupisce più, dopo avere viaggiato a lungo ormai in Asia e in Centro Asia. Il binomio alte montagne e deserti, con filari di pioppi che svettano verso l’alto, è ciò che mi ha stupito in passato ma subito da me rinominato ‘paesaggio dell’armonia’, che ora mi si presenta di nuovo allo sguardo e che desideravo profondamente rivedere. Sono temporaneamente altro rispetto a un uomo dell’occidente che ha dimenticato cosa significa la parola incanto. Sono vivo, assorbo, accolgo, osservo; mi lascio stupire e meravigliare. Sono altro anche rispetto a 10 anni fa, a quando percorsi questo tratto di strada, allora per dirigermi verso il Pakistan. I corrugamenti continuano a farsi sempre più spelacchiati, la terra è brulla e marrone, arida e completamente nuda. Proseguo lungo la strada che porta verso il passo di Kalmak Asuu a 3430 metri di altitudine; il paesaggio è sempre ampio e fatto di grandi pascoli. La strada sterrata, tornante dopo tornante, sale tra morbide colline verdeggianti. Raggiungo un immenso altipiano illuminato da una calda luce serale, parte del quale ricoperto dalle acque del lago Son kul. Sono sceso a 3.016 metri. I nomadi salgono qui con i loro animali e le loro yurte dai villaggi della valle, è l’alpeggio estivo, lo ‘Jen lo’. Alloggio anch’io in una yurta, a pochi metri dal lago, circondato da rilievi e da morbidi prati. Otto anni fa sono transitato di qua e ricordo di essermi svegliato e di avere visto le punte delle montagne spruzzate di neve. Ci sono stato una sera e una mattina, esattamente come questa volta, e mi era sembrato pochissimo per un angolo di mondo così bello. Scesi a valle con il desiderio di tornarci, ‘chissà quando’, pensai. E ora eccomi qua, stupito come allora per la bellezza di questo posto, rimasto intatto, puro, inalterato; e come accadde allora, anche ora so che non mi basterà ancora, perché è raro vedere posti come questo. Nel tepore della yurta riscaldata con la stufetta a legna, mi metto sotto le coperte e mi accingo a dormire, appagato, felice. La mattina, raggiungo le rive del lago camminando su un prato pieno di stelle alpine. È una splendida giornata di sole e i cavalli pascolano placidamente. I ritmi rallentano, il tempo sembra fermarsi. Riscopro e ritrovo i tempi lenti. In questo angolo di pace, osservando l’acqua che lambisce dolcemente la riva, mi sento in perfetta armonia con la natura. Decido di entrare in acqua, che si rivela sorprendentemente fresca, non fredda, e mi immergo fino alle caviglie. In questo momento la mia mente si libera, e l’unico pensiero che mi attraversa è: ‘Dove sono esattamente? In che luogo straordinario mi trovo?’ La quiete prima del tumulto. Mentre il lago, sereno e immobile, mi culla nella sua pace, tutto cambia quando inizia una partita di buzkashi. Questo gioco, noto qui come Kok boru, dove ‘kok’ può significare blu o verde, oppure cavallo bianco, e ‘buru’ vuol dire volpe, è una frenesia di cavalli e uomini che travolge ogni traccia di calma. I tempi geologici vengono sopraffatti dal rumore di noi esseri umani, animali inquieti sempre in movimento. Seguo più o meno volontariamente la mia filosofia del ‘less is more’, e dimentico il berretto nella yurta. Mi lascio abbracciare dal sole, consapevole che questo porterà inevitabilmente a una scottatura. Il prezzo della mia scelta si farà sentire per il resto della giornata, e non solo. Riprendo il percorso verso valle, attraversando un paesaggio montano di straordinaria bellezza. Le pareti seghettate delle montagne si mescolano con un paesaggio prevalentemente desertico, e nonostante l’altitudine di 1400 metri, il caldo è implacabile. Un’aspirina mi rimette più o meno in carreggiata e mi permette di proseguire. Mi inoltro in valli solitarie mentre il sole comincia a scendere dipingendo il paesaggio con tonalità terrose di rosso e marrone. Le pareti delle valli, a strapiombo e imponenti, sono incise dal fiume Naryn, e si fanno via via più aspre e rocciose. Ogni pietra, ogni cresta, contribuisce a chiudere e stringere il passaggio, e a renderlo aspro, severo. È un paesaggio che si fa austero sotto il calore dorato del sole al tramonto; la natura ha deciso di rivelare il suo aspetto più primitivo e potente. Il fiume Naryn è un’imponente arteria che scivola fuori dalle maestose montagne del Tian Shan. Questo fiume, che attraversa la valle di Fergana e si tuffa in Uzbekistan, è uno dei più importanti dell’Asia centrale, un testimone silenzioso della storia e della geografia di questa terra. Il Naryn è arricchito dal contributo di numerosi affluenti, tra cui il Kökömeren. Mentre percorro la strada che segue le rive del fiume Naryn, osservo il suo incontro con il Kökömeren, e il paesaggio intorno a me sembra diventare un quadro in movimento. Dopo un lungo giorno di viaggio raggiungo il villaggio di Kazarman. In questa parte del Kirghizistan, lontana dalle pressioni della modernità, Kazarman rappresenta un’isola di autenticità e di calma. È un luogo dove il tempo sembra davvero sospeso. Il sole tramonta dietro le montagne. …e non ci mette molto a ricomparire all’orizzonte, mi sveglio presto e passeggio tra le vie vicino alla casa dove ho dormito questa notte. È un viaggio senza sosta, una corsa tra montagne maestose, terra, polvere, confini e popoli. Il tempo per riprendere fiato è raro; quando posso, mi fermo, osservo, e porto con me immagini e sensazioni; cerco di catturare quanto più possibile di questi luoghi. Lungo la strada sterrata che si dirige verso Osh mi trovo immerso nella polvere che si solleva ad ogni movimento del mio veicolo. La strada che attraversa la maestosa catena dei Monti Fergana si muove tra valli verdi deserte, dove la presenza umana è una rarità. Nel vasto silenzio di queste terre vedo due yurte accanto a un fiume, un angolo remoto dove potrei rifugiarmi per mesi, circondato da manti di verde che si estendono senza fine. Altre yurte ogni tanto fanno capolino, testimoni di nomadi saliti in quota per l’alpeggio estivo; il paesaggio rimane immutato, pervaso da una solitudine quasi sacra. Se cercavo luoghi isolati e silenziosi questo è senza dubbio il posto giusto. Solo due uomini a cavallo interrompono questo grandioso vuoto. Raggiungo il passo Kaldama a 3060 metri e il mio sguardo si perde sull’ampia e brulla distesa della Valle di Fergana. La strada, che scende a grandi tornanti, svela un paesaggio che si fa esteso e spoglio mentre più in basso il verde comincia a farsi strada. Alcune cime lontane sono ancora ricoperte di ghiacciai, come se si fossero conservate nel tempo per preservare un frammento di purezza. Questa via, che resta aperta solo durante l’estate, è un varco temporaneo nella severità invernale che chiude queste terre, rendendole inaccessibili e avvolte nel silenzio e nella solitudine. Il letto arido del fiume non preannuncia abbondanza, ma la vegetazione, pur lenta ad arrivare e a tratti ancora ricoperta di pietre e polvere, comincia a mostrarsi nel suo lato più rigoglioso. La strada è un’autentica sfida, quasi una ferita sulla terra, destinata probabilmente a rimanere una delle tante cicatrici di un mondo che pare dimenticato, immutabile nella sua inospitalità. Scendendo verso valle mi ritrovo immerso in distese di campi di grano che brillano sotto il sole. La Valle di Fergana, conosciuta come il granaio del Centro Asia, è una terra di abbondanza che contrasta profondamente con le montagne impervie che ho appena lasciato alle spalle. Immagino i viaggiatori delle carovane che, dopo aver lottato con le vette e le asperità di questi monti, dopo essersi arrampicati con le unghie su queste montagne severe, si trovavano finalmente di fronte a questa visione di fertilità. La valle per loro doveva apparire come un’oasi di respiro e speranza. Il panorama si apre con una grazia inaspettata tanto da ricordarmi le dolci colline toscane. È un contrasto quasi impensabile rispetto alla severità e alla grandiosità delle catene montuose che lo circondano. La strada si muove attraverso una campagna vasta e ondulata, un mare di grano che si estende all’orizzonte; mi avvicino sempre più a Jalal-Abad. I centri abitati cominciano a riapparire, segnali di un ritorno alla vita urbana. Jalal-Abad è una città che mi accoglie con un paradosso di costruzione e distruzione. Muovendomi tra i suoi quartieri mi sembra di trovarmi in un luogo in divenire, la città sembra oscillare tra il nuovo e il deteriorato. La quiete del paesaggio agreste lascia spazio a un tumulto urbano che confonde i sensi. La città mi appare come un enigma in cui il tempo sembra compiere uno strano salto, non capisco però dove vada; assisto a un’alternanza di progressi e regressi. La popolazione ora è prevalentemente uzbeka e musulmana. Per la prima volta mi imbatto in un cartello all’ingresso di un locale che proibisce il fumo e l’alcol, un segnale tangibile delle norme locali. Fuori dal locale il profumo invitante degli shashlik grigliati su un grande braciere si diffonde nell’aria, mentre all’interno le tapchab, i tradizionali letti bassi, offrono un angolo per sedersi e mangiare. La tradizione dei matrimoni combinati continua ad essere presente e le norme sociali vengono rispettate con una certa rigidità. Le giovani coppie desiderose di sottrarsi ai rigidi canoni imposti si rifugiano nei luoghi più inaspettati. Si dice che il minareto di Uzgen sia teatro di incontri furtivi, un angolo nascosto dove i giovani innamorati sfuggono alla vista di chi non deve vederli.

Jalal-Abad non è solo un baluardo di antiche tradizioni; è anche il fulcro di una realtà più complessa e contraddittoria. La città è nota per il turismo sessuale, una verità scomoda che viene spesso celata dietro un velo di ipocrisia, lontana dallo sguardo superficiale del viaggiatore distratto.

Lungo la strada un’anziana vende il kvas, una bevanda che avevo assaporato per la prima volta durante il mio viaggio in Russia e Siberia del 1988. È un’immagine che mi tocca profondamente, un piccolo frammento di quel mondo lontano, riemerso in questo angolo remoto del Kirghizistan. Forse in Russia questi contenitori sono ormai parte del passato, abbandonati a ricordo di un’epoca, mentre qui trovano una nuova vita. In Russia il kvas probabilmente ora si beve nei bar.
Riprendo la strada verso Osh lasciandomi alle spalle la città. La via si muove attraverso colline dorate, una tavolozza di colori che ricorda le pennellate di Van Gogh. Carretti carichi di grano e bambini che giocano al loro fianco, coltivazioni che si estendono a perdita d’occhio. Tutto questo sembra un quadro bucolico che contrasta con i paesaggi montani che mi attenderanno nuovamente in Tagikistan.
Lungo il percorso piccoli mercati di cocomeri e meloni sembrano spuntare spontaneamente, bancarelle improvvisate ma perfettamente inserite nel contesto rurale. È un mondo che sembra vivere in un equilibrio perfetto tra spontaneità e tradizione.
Non posso dire lo stesso di Osh, una città in cui la parola ‘spontaneità’ suona quasi fuori posto. Il mio passaggio qui è breve. Mi limito a osservarla dall’alto e a sfiorarne appena la superficie, un assaggio fugace di un luogo che forse avrebbe bisogno di più tempo per rivelarsi davvero.
Salgo sulla montagna sacra, il Trono di re Salomone, e da questa prospettiva la città di Osh si dispiega sotto di me, un mare grigio di tetti di eternit; all’orizzonte le montagne si ergono in profili irregolari, di altezze e forme diverse, a segnare i confini di questa antica città. Le leggende che narrano le origini di Osh sono molteplici, attribuite a figure come re Salomone, Alessandro Magno e Babur, il fondatore della dinastia Moghul, che fece costruire una moschea proprio qui, sulla vetta dove mi trovo, anche se di essa non resta più traccia.
Le radici di Osh affondano nel V secolo a.C., e il suo ruolo come nodo cruciale lungo la Via della Seta la distingue dalle città come Almaty, Dushanbe e Biskek, nate e cresciute solo in epoca sovietica. Da quassù mi viene fatta notare la divisione tra le due anime della città: quella uzbeka da un lato e quella kirghisa dall’altro, visibili nelle differenze architettoniche che separano gli edifici. Ciò che emerge più chiaramente, ai miei occhi, è l’impronta sovietica, ancora fortemente percepibile, e che lega queste diverse anime in una coesistenza forzata.

Mi allontano, forse troppo presto, dal caos di questa città, per immergermi nuovamente in paesaggi solitari. Le strade, prima brulicanti di traffico, si dissolvono in spazi vuoti che conducono a morbidi rilievi aridi e terrosi, e a valli attraversate da fiumi.

È qui a Osh che ha inizio la Strada del Pamir, conosciuta anche come M41 o Pamirsky Trakt. Da Osh a Dushanbe ci sono circa 1300 chilometri, e per quanto le strade che ho percorso finora siano state tutt’altro che agevoli, mi conviene approfittare del tratto kirghiso, e godermi la deviazione al Campo Base del Picco Lenin. Ricordo ancora un tratto della Strada del Pamir che percorsi sei anni fa; ma dal confine tagiko fino a Iskashim mi attende un territorio nuovo, aspro e a grandi altitudini. Sarà tutt’altro che facile. Mi accomodo e osservo il paesaggio, consapevole di ciò che mi aspetta.

Alcuni rilievi sembrano dune di sabbia, mentre altri, familiari nella loro grandezza, contrastano con forme inedite che sfidano la mia esperienza. Nonostante i numerosi viaggi che ho fatto in questa parte del mondo, ogni volta mi sorprende la varietà di colori e forme che, per essere veramente comprese, devono essere viste di persona. Io ci provo ogni volta a descrivrli, ma il mio costante stupore ogni volta che vedo questi paesaggi è significativo del fatto che ogni volta non ci riesco, ma oggi sono perfettamente cosciente che non ci riuscirò mai. Non mi resta che riempire lo sguardo di queste striature, di queste pennellate di rosso, ocra e giallo; di queste sequenze di rilievi che si inseguono e si sovrappongono in un flusso continuo senza fine.
Sono sempre più vicino al confine con il Tagikistan.
Ieri a Uzgen il caldo era insopportabile, credo avesse raggiunto quasi 40 gradi. Oggi invece la temperatura è scesa drasticamente a 6 gradi. Attraverso valli spruzzate di giallo e verde, e poi il panorama si apre su un vasto orizzonte: in lontananza si impone allo sguardo la maestosa e imponente catena del Pamir, meravigliosamente imbiancata di neve.
È un angolo di mondo che toglie il respiro, l’ampiezza è impressionante, e in questa vastità pochi nomadi sono gli unici abitanti, con i loro pascoli, puntini in un oceano. Proseguo in direzione del Picco Lenin, è l’ultimo giorno che passo in Kirghizistan. Domani entrerò in Tagikistan attraverso le imponenti catene del Pamir.

La toponomastica è spesso la prima a subire l’influenza delle ideologie. Scoperto nel 1871 da un esploratore russo, il picco fu inizialmente chiamato monte Kaufmann in onore del governatore del Turkestan. Nel 1928, in piena era sovietica, venne rinominato Picco Lenin. Nel 2006 le autorità tentarono di cambiarne il nome in Picco dell’Indipendenza, ma il tentativo non ebbe grande successo. Oggi il governo tagiko lo chiama Picco Ibn Sina, o Picco Avicenna, in un tentativo di radicarlo nella tradizione del loro paese.
Mentre rifletto su questi mutamenti, osservo, lungo il percorso, i volti degli abitanti di sporadici piccoli villaggi, volti orientali che raccontano storie di terre remote e culture estranee al mio quotidiano. Questi visi, segnati dalla vita e dal tempo, sembrano portare con sé l’essenza di luoghi così distanti e profondamente diversi dal mio piccolo mondo; sono la rappresentazione vivente di una geografia umana che non mi è del tutto riconoscibile, proprio come i nomi di queste montagne, perennemente sospesi tra l’imposizione di un’ideologia, l’omaggio a un fondatore o la memoria di un popolo, tutti in continua ricerca di un’identità che li definisca.

Abbandono temporaneamente la strada principale, la M41, e mi inoltro su una via sterrata che pare condurre verso l’infinito. Davanti a me montagne maestose emergono da un mare di nuvole dense e minacciose. Un arco di ferro arrugginito con la scritta “Campo Base Picco Lenin” segna il passaggio definitivo nel regno dei sogni e delle leggende. È come varcare una soglia che mi trasporta in un mondo di avventure epiche, dove la realtà sembra sfumare e lasciare spazio alla pura immaginazione.
Sto vivendo un lungo sogno?
Mi accendo di fronte a montagne, neve e ghiacciai; in questo angolo del Kirghizistan la natura esplode in un tripudio di elementi e spazi. Alcuni luoghi del mondo sembrano essere stati plasmati con una generosità di paesaggi che va al di là del consueto, come se la terra avesse riservato per sé una abbondanza di magnificenza. Ogni crinale, ogni manto nevoso, ogni cresta glaciale è una dichiarazione di bellezza, un richiamo potente alla vastità e alla ricchezza dei luoghi che solo pochi privilegiati possono contemplare.
Il tempo a disposizione per goderne è sempre così limitato che inevitabilmente nel tempo questi momenti acquistano una forma più simile alla dimensione del sogno.

Molteplici traversate sui fiumi (è pur sempre una strada sterrata ai piedi di grandi ghiacchiai) sono un richiamo lontano all’Islanda. Un arcobaleno, rocce rosse e montagne innevate sono il regalo dopo un guado non semplice.

Non sono spruzzate di neve sulle montagne, sono colate di neve, a rimarcare il fatto che il Kirghizistan si pone sempre più in alto nella mia personale classifica dei luoghi più straordinari che ho avuto il privilegio di visitare. I suoi paesaggi montani sono un trionfo di bellezza che supera ogni immaginazione umana. Qui la natura non si limita a sorprendere; esplode in una tale bellezza da sembrare una dichiarazione d’intenti della Terra stessa, un messaggio di grandezza che invita a fermarsi, ad ammirare e a sentirsi infinitamente piccoli di fronte a tanto splendore.
Non so dove guardare, dovrei dividere in tante parti ciò che sto vedendo e guardarle ognuna con calma, ma non si può; l’insieme mi stordisce e mi incanta. Cosa si ricorda di un sogno? Poco, frammenti. Saranno questi che mi rimarranno. Passo davanti ad un campo nomadi e rifletto sulla mia di esistenza; non so davvero più cosa pensare.
Il pensiero si dissolve quando mi trovo di fronte a una parete imponente, una distesa di ghiacciai e neve che sembra non avere confini. Qui tutto è amplificato e l’esagerazione della scena si manifesta con il passaggio di un grande gregge di pecore che attraversa la strada, accompagnato da un nomade a cavallo. Questa immagine, quasi surreale, accentua l’atmosfera onirica del luogo. È in questo scenario maestoso e quasi irreale che passerò la notte, nel campo base del Picco Lenin.
Sono commosso da tanta bellezza.
Nel rifugio ci sono solo alpinisti o esperti di alta montagna pronti ad affrontare aventure che io non affronterò mai; li osservo con estrema ammirazione.
Compro una birra e sotto una pergola in legno osservo le bianche pareti di fronte a me; un lampo anticipa tuoni minacciosi.
Molti di questi alpinisti aspetteranno almeno un giorno, suppongo, prima di proseguire verso gli altri campi, per poi salire sul picco a oltre 7000 metri.
La grande parete bianca ora è nascosta dietro nuvole colme di pioggia.
La luce del giorno cede il posto all’imbrunire e poi alla notte. Mi nutro di questo spettacolo.

Seppure il Picco Lenin sia celebrato come la vetta dei 7.000 metri più accessibile e frequentata al mondo, il suo clima severo e imprevedibile sfida le aspettative e le ambizioni di chi si avventura verso la sua cima. La sua reputazione di “facilità” è tradita da una realtà piuttosto dura: il tasso di successo per raggiungere la cima sembra essere molto basso. Leggo che ogni estate circa 15 incidenti gravi avvengono sulle sue pendici, e un terzo di questi si traduce in esiti fatali. Questo luogo è testimone silenzioso della lotta tra l’uomo e la natura.

Mi abbandono al sonno, avvolto dal severo abbraccio di queste montagne innevate.

Mi sveglio all’alba e le pareti di ghiaccio delle montagne sono finalmente libere dalle nuvole; si rivelano in tutta la loro maestosità.
Inizio il percorso di oggi e, poco più giù rispetto al campo base, vedo una famiglia nomade intenta nei suoi rituali quotidiani. All’esterno di una yurta, il latte viene trasformato in formaggio, un processo che ha radici antiche e profonde nella tradizione kirghisa. Mi accolgono con calore e mi offrono un pezzo di formaggio fresco, il cui sapore è particolarmente acido.
In cambio il mio unico dono è fare una serie di fotografie che li ritraggono nel loro ambiente, momenti che catturo e mostro con gratitudine. I loro volti si illuminano e ci salutiamo con un sorriso sincero, un breve scambio di umanità in questo angolo remoto del mondo.
Riprendo il cammino verso il Tagikistan, riprendo la M41, e i campi nomadi scompaiono lentamente dietro di me. Alcuni bambini, a cavallo o in bicicletta, si allontanano nel loro universo di gioco e libertà.

Risalgo verso il passo Kyzyl Art a 4.282 metri di altitudine e arrivo al confine tra Kirghizistan e Tagikistan, un passaggio che sembra essere un pezzo dimenticato di questo mondo. Non è un luogo facile da attraversare, principalmente a causa delle tensioni locali. Oltre il confine tagiko la popolazione rimane kirghiza, un chiaro segno di quanto arbitrariamente siano stati tracciati questi confini. La continuità culturale e l’identità condivisa tra i due lati del confine dimostrano come le linee geopolitiche sono spesso un’imposizione estranea alla realtà delle comunità locali.
Da queste parti il numero di persone in transito è davvero esiguo; solo quei ricercatori di esperienze rare e autentiche si avventurano in questa zona non molto frequentata dai turisti.
Incontro un motociclista spagnolo che ha percorso la strada da Barcellona a Ulan Bator. Ora, al rientro dal suo viaggio, si trova costretto a cambiare programma per mancanza dei documenti necessari. La guardia è inflessibile. Nonostante l’imprevisto, il suo spirito rimane intatto. I veri viaggiatori sanno gestire questo tipo di situazioni e così, invece di fermarsi, si prepara a dirigersi subito verso l’Uzbekistan, pronto a proseguire la sua avventura.

Incontro poi un ragazzo italiano in viaggio da cinque mesi, e una ragazza giapponese; hanno incrociato casualmente il loro cammino qui, alle porte di questo confine. Questi viaggiatori, che partono senza una meta fissa e si lasciano guidare dall’improvvisazione, incarnano lo spirito autentico del viaggio. Incontrarli ai confini del mondo ne amplifica l’esperienza.
L’attraversamento è un’esperienza che giustifica questo lungo viaggio. Si inizia da un lungo percorso, circa una ventina di minuti di macchina, in un ambiente di rara bellezza, naturalmente disabitato. Si raggiunge un secondo confine kirghiso, per poi proseguire attraverso una terra di nessuno, un’area desolata e sempre di una bellezza disarmante, prima di raggiungere, a oltre 4000 metri, il confine tagiko. Qui il paesaggio cambia: terra rossa, un fiume rossastro, e un ambiente arido e brullo accolgono il viaggiatore, letteralmente ai confini del mondo.
La presenza di scritte in russo sui vari cartelli testimonia l’eredità di una Russia che continua a lasciare il suo segno in queste terre.

4. TAGIKISTAN

Oltre il confine tagiko il paesaggio continua a rivelarsi in tutta la sua grandiosità: una vasta valle attraversata da un fiume, un ambiente più arido e spoglio, ma con cime innevate che emergono in ogni dove e che conferiscono al paesaggio una bellezza allo stesso tempo austera e affascinante.

Il confine con lo Xinjiang, visibile a pochi metri, e che sembra non finire mai, è segnato da filo spinato, una barriera tracciata dai Russi.
La strada che percorro mi ricorda il corridoio del Wakhan afghano: una valle desolata, che sembra fatta di cenere, delimitata da rilievi imponenti. La vegetazione qui è un miraggio; è un paesaggio arido e sterminato.

L’esperienza è surreale. Sono in mezzo ai giganti asiatici, Cina e Russia, in un’area di terre contese, dove la geologia sembra dominare il panorama. Ma è la lunga linea di confine con la Cina che parla il linguaggio di noi esseri umani e dei nostri innati tormenti, e che, a quanto pare, non saremo mai in grado di superare.
Viaggio tra queste terre indomabili e isolate, perennemente incredulo e stordito da tanta bellezza.

In prossimità del lago Qarakul, che significa “lago nero,” a quasi 4000 metri di altitudine, si apre una vista mozzafiato sulla catena del Pamir. Le montagne che mi circondano sono ricoperte da un manto di neve, il paesaggio ha un’aura di maestosa purezza.
Scendo verso il villaggio di Qarakul che sembra quasi un villaggio fantasma. Gran parte degli abitanti sono impegnati nell’alpeggio estivo.
A Qarakul le abitazioni sono tutte costruite in mattoni di fango, materiale che conferisce al villaggio un aspetto rudimentale e essenziale. In alcune case vedo accatastati gli escrementi di mucca che vengono usati come combustibile. Il paesaggio ricorda un villaggio del Far West, privo però del saloon, con una disposizione semplice degli edifici e un’architettura funzionale e spoglia. Questo angolo remoto, immerso nella vastità del Pamir, si presenta come un esempio di adattamento umano a condizioni ambientali estreme. D’inverno le temperature devono essere davvero rigide.
Pranzo in una guest house. Mi offrono una specie di rotolo di verdure da accompagnare con dello yogurt particolarmente acido. Mangio di gusto, sono sapori autentici, di casa.

Riprendo il viaggio e penso al fatto che per tutto il giorno sto attraversando paesaggi di una vastità che sfida ogni descrizione. Le distese di terreno brullo si estendono all’infinito, interrotte solo da occasionali cime solitarie e innevate che si ergono come sentinelle silenziose in questo deserto di alta quota. L’assenza di vita, decisamente palpabile, non è però opprimente; è piuttosto un vuoto che riempie lo spazio con un senso di bellezza primordiale.
Arrivo finalmente al passo Akbaital, “cavallo bianco”, o Passo Hushang, a 4655 metri di altitudine.
Il passo, con la sua altezza vertiginosa, rappresenta non solo una conquista fisica (sono piuttosto provato, non immaginavo di soffrire di mal di montagna in questo viaggio…), ma anche un viaggio interiore attraverso la vastità, un luogo dove la mente può letteralmente perdersi.
Mi fermo per la notte nel piccolo villaggio di montagna di Murghab, a 3600 metri di altitudine. Concludo la giornata definitivamente stordito, l’altitudine mi ha messo decisamente a dura prova.

Proseguo lungo la M 41 in direzione del villaggio Alichur.
La costruzione della M41 è iniziata nel 1931. Oggi è frequentata da camion che vanno in Cina, nello Xinjiang. Al confine, a 50 chilometri da Murghab, non vengono fatti controlli sul peso dei carichi dei camion, motivo per il quale entrare in Cina dal Tagikistan è spesso un’opzione vantaggiosa. Non certo per la qualità della strada.
Lascio Murghab, e mi auguro di averci lasciato mal di schiena, influenza, mal di testa, tachicardia… quest’anno, o forse meglio, in questi giorni, sono un pò il fantasma di me stesso e la cosa mi dispiace un pò.

Il paesaggio è costantemente vasto e perennemente disabitato, per lo più terroso, arido, circondato da alti rilievi, alcuni spruzzati di neve.
Alcuni ciuffi di vegetazione fanno intendere la lotta per la vita anche nei luoghi più impervi.
La strada è asfaltata ma costantemente bucata, si procede lentamente e ciò permette di rimanere concentrati sul paesaggio.
A dire il vero qualche abitante in queste terre solitarie c’è, paffute marmotte che, solitarie, si mostrano di tanto in tanto; paffute perché a breve, nel mese di settembre, andranno in letargo.
Mi sto abituando a questi rilievi che sembrano dune, con striature di ocra, giallo, rosso, e un pò di verde.
Faccio una breve sosta vicino a un piccolo laghetto di acqua gelida che scende dai ghiacciai; è di un colore blu intenso che vira verso l’azzurro. Ci sono molti pesci ma qui dicono che non vengono pescati perché sono sacri.
Sono nuovamente salito a circa 4.000 metri di altitudine. Alzo lo sguardo e osservo le cime innevate. Il malessere che ieri mi aveva schiacciato, scivola via (per poi tornarmi a fine viaggio, nota postuma).
Mangio ad Alichur (che in lingua locale significa “maledetto da Alì”), un piatto di pesce fritto e patate, suppongo non siano i pesci del laghetto. Ma non mi stupirei se lo fossero. Forse, con la maledizione di Alì che grava su di loro, gli abitanti del posto hanno deciso di sfidare il destino e consumare persino ciò che è considerato sacro. Non lo saprò mai; lascio questa piccola tavola calda con questo dubbio; e poi, in un posto maledetto da Alì, forse certe domande è meglio non farsele.

Anche questo villaggio sembra uscito dal Far West, anche qui senza il classico saloon. Le case, tutte basse e sparse, danno l’impressione di un luogo più strutturato rispetto a quello precedente, e si estendono parecchio in questa landa desolata. Spicca una bellissima moschea, quasi a voler ricordare che anche qui, tra polvere e silenzio, la vita ha trovato un suo ritmo. Vedo qualche cane, arruffato e assonnato, alla ricerca di un pò di ombra; sono parte integrante di questo paesaggio sospeso.
E in questo angolo di desolazione spunta un furgoncino UAZ Bukhanka. Nelle zone più remote dell’ex URSS sopravvivono oggetti che, secondo la nostra logica consumistica, sarebbero ormai non solo obsoleti, ma veri oggetti d’antiquariato. Qui invece il furgoncino UAZ, soprannominato Bukhanka per la sua forma che ricorda un pane in cassetta, è un classico che resiste sulle strade da decenni. Ne vidi molti l’anno scorso in Mongolia; questi mezzi vengono usati abitualmente per attraversare le sterminate lande desolate. Ricordo ancora la giovane famiglia nomade che si trasferiva con il loro carico: il loro bestiame e una ger caricata sulla loro UAZ-469.
Noi, nel nostro mondo, sembriamo incapaci di muoverci senza un modernissimo SUV, anche nelle strette vie delle nostre città medievali. Come se dovessimo essere pronti a fronteggiare l’arrivo di qualche temibile vichingo, un’orda di unni o persino i discendenti di Gengis Khan. Meglio essere prudenti, corazzati fino ai denti – io continuo a usare la mia vecchia Punto, senza timore di eventuali invasioni mongole o incursioni vichinghe -.
Qui invece il tempo sembra essersi fermato, e quel che altrove sarebbe ritenuto obsoleto, continua a servire con indomita efficienza.

Riprendo il viaggio e i vasti spazi disabitati tornano a dominare l’orizzonte, chilometro dopo chilometro, in un’infinita distesa di solitudine. Mi chiedo cosa significhi vivere a Alichur, in questo remoto frammento di mondo dove il tempo sembra dilatarsi e l’isolamento sembra essere l’unica compagnia.

Lascio temporaneamente la M41 che riprenderò più avanti, e mi avventuro nella valle del Wakhan, sul lato tagiko. Mi trovo ora nel settore settentrionale della valle, un antico tratto della Via della Seta che Marco Polo stesso attraversò. Questa deviazione, pur su strade ancora più sconnesse rispetto a quelle già sterrate della M41, mi permette di immergermi in territori che sono più simili a un’idea che alla realtà.

La strada, ormai un nastro di polvere e terra, si muove tra paesaggi desolati e aspri, e continua a riportarmi alla mente immagini del corridoio del Wakhan afghano. L’aridità è palpabile, accentuata dalle grandi chiazze di sale che indicano la presenza di un lago salato ormai scomparso. Tutto attorno solo terra e rocce, un deserto di alta montagna che sembra non avere fine.

Un lago azzurro, quasi fuori luogo in questa distesa desolata, interrompe per un istante la monotonia di un paesaggio inospitale. I suoi colori vividi, in contrasto con l’aridità circostante, portano un tocco di bellezza sorprendente e inaspettata. Anche il Pamir, con tutta la sua severità e il suo aspro deserto d’altura, ogni tanto sembra concedersi un respiro, e rivela un lato più dolce, quasi poetico, di una terra altrimenti implacabile.

La strada continua la sua ascesa, inerpicandosi tra polvere e pietre, fino a raggiungere il passo Kargoshi a 4.344 metri di altitudine.
Che bellezza.
Da quassù il Wakhan Range si svela in tutta la sua maestosità, con le cime del Pamir, alte e innevate, che sembrano toccare il cielo.
A poche miglia in linea d’aria, oltre le montagne brune che si ergono maestose davanti a me, c’è il villaggio afghano di Sarhad-e Broghil. Quel nome, per me così esotico, è inciso nella mia memoria, e occupa un posto speciale tra i miei ricordi di viaggio. Dopo Sarhad la strada diventava impraticabile per i fuoristrada; da lì in poi c’è solo un cammino a piedi che conduce ai successivi villaggi sulle sponde del fiume Wakhan, uno dei primi si chiama Langar. Questa sera sarà un altro Langar, quello tagiko, ad accogliermi per la notte. In questo curioso gioco di riflessi tra i due mondi, i ricordi e le emozioni si riflettono l’uno nell’altro, e mi permettono di vivere il presente con l’intensità del passato e di far rivivere il passato nel presente.

Ancora una volta mi sorprendo di fronte a queste imponenti catene montuose che superano i 4000 metri e si ergono dal cuore di un deserto d’alta quota. Ti fanno sentire infinitesimale, un semplice granello di polvere. E non a caso il Pamir è stato per secoli una delle regioni più inaccessibili del pianeta.
Un cartello indica ‘Zorkhul’ in una direzione opposta a quella in cui mi sto dirigendo. Questo luogo, noto come Lago Vittoria, fu un punto strategico durante il Grande Gioco, e segnava il confine tra le sfere di influenza russa e britannica. Lo lascio dietro di me, forse per un’altra volta.

Le montagne appaiono spoglie, come se un’attenta mano avesse rasato via ogni singolo albero, lasciandole nude e vulnerabili. Per chi, come me, associa la montagna a un paesaggio rigoglioso, questa visione trasmette un senso di desolazione. Mi viene spontaneo pensare: “Se un fiume dovesse esondare, qui nulla potrebbe fermarlo.” Non avrei dovuto fare questo pensiero.
Poco dopo è necessario guadare un torrente impetuoso che ha inghiottito un tornante stretto e altri tratti della strada. Il passaggio non è affatto semplice: l’acqua scorre con una furia quasi predatoria, sembra voler divorare ogni cosa. Ma con grande abilità, l’autista riesce a superare l’ostacolo, e il viaggio prosegue. A questo punto forse posso concludere che il pesce che ho mangiato non era sacro e che la maledizione di Alì, se mai è esistita, non ha avuto effetto su di me.
Di tanto in tanto, in questa distesa arida, emergono piccole oasi di vegetazione. Sono come macchie di verde che seguono la logica delle oasi. Sparse, rare, eppure vitali, segnali di resistenza in un mondo che sembra fatto solo di pietra e polvere.

In una di queste oasi si trova il villaggio tagiko di Langar, proprio alla confluenza tra i fiumi Wakhan e Pamir; qui passerò la notte. Il villaggio ha un fascino arcaico, quasi sospeso nel tempo. È il momento del rientro delle capre dal pascolo, guidate diligentemente dai bambini. L’alloggio che mi accoglie mi riporta con la mente ai giorni passati in Afghanistan: una semplice casa di campagna con il tetto basso e piatto, un cortile interno accogliente e l’immancabile albero di albicocche. All’interno tappeti ovunque – sui pavimenti, alle pareti -. L’ospitalità è davvero genuina; in questa casa lontana sento una strana ma rassicurante sensazione di appartenenza.

Dietro la casa si erge una delle tante montagne brune che hanno accompagnato il mio viaggio, aspre e imponenti, proprio come il popolo afghano che le abita. “Aspra” è la parola giusta, descrive sia il paesaggio che la natura indomita del popolo afghano. È una terra dura che non si lascia piegare, proprio come la sua gente. L’ho scritto anche nel mio diario di viaggio del 2018: molti hanno tentato di sottometterli nel corso dei secoli ma l’asperità di queste montagne spiega perché nessuno ci sia mai riuscito davvero.

Il fiume Panj traccia il confine tra Afghanistan e Tagikistan per oltre 1000 chilometri. Anche questa volta, almeno lungo il tratto percorso oggi, non vedo molti soldati, recinzioni o filo spinato. Il contrabbando tra le due sponde sembra essere una consuetudine, soprattutto quello dell’oppio. Così era, e così immagino sia ancora.

Guardo oltre il fiume, verso il lato afghano, poi ritorno con lo sguardo al lato tagiko dove il mio letto mi attende per una notte di riposo profondo. Ma prima di abbandonarmi al sonno, ceno con una zuppa di carne e verdure, molto saporita, seguita da un piatto di cereali – forse orzo bruno – e lenticchie, accompagnato da pollo.

Il Pamir è una delle regioni più inospitali al mondo, dove gli inverni sono lunghi, gelidi e carichi di neve. La terra è avara e il paesaggio severo, con la maggior parte dell’altopiano che si distende tra i tremila e i cinquemila metri di altitudine, incorniciato da alcune delle cime più imponenti del pianeta. L’aria rarefatta rende facile cadere vittima del mal di montagna. Rifletto su tutto questo dopo una notte di sonno rigenerante. Mi sento meglio rispetto ai giorni passati.

Proseguo il viaggio lungo viali alberati attraverso villaggi arcaici, dove incontro persone accovacciate, persone al lavoro, persone che cucinano.
I campi di grano e i campi di tè verde si alternano ai classici canali di scolo lungo la strada; anche torrenti più ampi attraversano questi placidi villaggi.
Bambini spuntano ovunque: nei campi, dietro i muretti di pietra, nelle stradine. Tutti mi salutano con un sorriso.
Una madre mi chiede di essere fotografata insieme al suo bambino. Scatto la foto e mi perdo a lungo nello sguardo dolce e materno di questa donna tagika. So che il suo sguardo materno sarà una delle immagini più potenti di questo viaggio; cosa può fare la dolcezza di una madre. È una foto che racchiude l’anima di questi luoghi: volti segnati dalla fatica, ma che emanano una dolcezza disarmante, e sorrisi che esprimono una profonda libertà.

Quella che immagino essere la nonna del bambino, e madre della giovane donna, indossa un bellissimo abito azzurro e un elegante copricapo nero. Mi chiedo quanto ci tengano, persino per andare a lavorare nei campi, a essere sempre in ordine, con una dignità che traspare da ogni dettaglio del loro abbigliamento. Mi fermo qui, nei pressi del villaggio di Vrang, perché ci sono i resti di uno stupa buddhista. Questo perché la Valle del Wakhan, antica Via della Seta, è stata un crocevia di culture e religioni per secoli. Questa regione ha visto passare mercanti, pellegrini e imperi che hanno lasciato dietro di sé un ricco patrimonio culturale. Durante il regno di Ashoka, nel III secolo a.C., il buddhismo iniziò a diffondersi lungo le rotte commerciali dell’Asia centrale. I Kushana, un popolo indoeuropeo proveniente dalla Cina centrale, stabilirono un vasto impero che includeva gran parte dell’attuale Pakistan, Afghanistan e parte della Cina, incluso il Gandhara, regione storica che divenne famosa per essere un importante centro culturale e religioso, soprattutto durante il periodo in cui fu parte dell’Impero Kushana. Intorno al I secolo d.C., uno dei loro re, Kanishka, abbracciò il buddhismo, trasformandolo in una delle principali religioni del regno. Fu sotto il regno dei Kushana che i monaci buddhisti iniziarono a espandere la loro influenza oltre i confini del loro territorio. Il Gandhara si configurò come un crocevia culturale e religioso, e contribuì alla diffusione del buddhismo lungo la Via della Seta. Monaci, intellettuali e artisti del Gandhara fecero uscire il buddhismo e la sua iconografia dal subcontinente indiano e lo diffusero per gran parte dell’Asia Centrale, Cina e in altri paesi dell’Estremo Oriente. Nella Valle del Wakhan è ancora possibile trovare tracce di questa antica eredità. La valle è ricca di antichi monasteri buddhisti, testimonianze di un tempo in cui questa terra era un centro spirituale e culturale. Lascio lo stupa arroccato sulla montagna, con una vista mozzafiato sulle montagne afghane, vicino alle piccole grotte incise nella roccia, dove un tempo vivevano i monaci buddhisti. Proseguo verso un altro luogo altrettanto abbarbicato: il forte di Yamchun. Con le sue molteplici mura e torri di avvistamento circolari, domina la valle da un’altitudine di circa 500 metri. Per raggiungerlo si deve affrontare una strada che si stacca dalla via principale e che va in direzione delle sorgenti di acqua termale di Bibi Fatima. Il forte risale al periodo Samanide (IX-X secolo) o Ghaznavide (XI-XII secolo), quindi ben dopo l’epoca dei Kushana, e va collegato alle dinastie persiane e centroasiatiche che dominarono la regione durante l’epoca medievale. Entrambe queste dinastie contribuirono alla diffusione dell’Islam nella zona. Il forte era parte di un sistema di difesa e controllo delle vie carovaniere che attraversavano la valle del Wakhan; rappresentava anche un simbolo di potere e prestigio per i signori locali che lo controllavano. Poco oltre il forte si trovano le sorgenti termali di Bibi Fatima, generate da antichi fenomeni vulcanici che hanno plasmato queste terre millenni fa. Qui ogni cosa sembra avere radici che affondano in un passato remoto, in una storia che si perde nei secoli, come se il tempo stesso avesse impresso la sua firma su ogni persona che vedo, su ogni pietra, e in ogni singola goccia d’acqua. L’azzurro cristallino di queste acque che sgorgano dalle profondità della terra tra le montagne del Pamir sembra quasi surreale in questo paesaggio aspro e montagnoso. Il tragitto per raggiungerle è un tratturo che serpeggia lungo un precipizio vertiginoso. La strada continua, serpeggia lungo i fianchi della montagna, per poi arrampicarsi con fatica fino a raggiungere la Fortezza dei Kushana, risalente al III secolo a.C. Da questo punto l’Afghanistan si apre davanti ai miei occhi come un quadro fatto di terre coltivate e cime montuose che sembrano nascondere storie mai raccontate. In questo luogo si avverte in modo tangibile il respiro della storia. La presenza antica dei popoli che hanno abitato queste terre è quasi palpabile. La fortezza, con le sue mura imponenti e ormai corrose dal tempo, si erge come un simbolo di quel remoto passato, sospesa tra mito e realtà. Questa fortezza è il testimone silenzioso del grande impero dei Kushana. Osservandola ora si ha la sensazione di guardare attraverso una finestra aperta su un mondo antico, in un luogo dove la storia non sembra mai davvero passata. Tra una visita e l’altra alle fortezze, riesco anche a fare tappa alla casa-museo del mistico sufi Mubarak Kadam Wakhani. Questo personaggio, vissuto nel XIX secolo, non era solo un mistico, ma anche un astronomo e musicista, un vero e proprio uomo di cultura la cui vita era dedicata alla ricerca del divino attraverso l’arte e la scienza. La visita a questa dimora, con i suoi strumenti musicali, manoscritti e strumenti astronomici, offre uno sguardo unico su un’epoca e su una figura che è sconosciuta dalle nostre parti del pianeta, ma che ha lasciato un segno indelebile su queste terre. Mubarak apparteneva alla tradizione sufi, corrente mistica dell’Islam che si concentra sulla ricerca interiore di Dio e che spesso esprime la propria devozione attraverso la musica e la poesia. Sebbene il sufismo abbia origini arabe, la Persia ha avuto un ruolo cruciale nello sviluppo e nella diffusione del sufismo. Questa regione conserva una forte impronta persiana. Storicamente il territorio che oggi viene chiamiato Afghanistan e Tajikistan è stato parte dell’impero persiano, e le influenze culturali e religiose persiane qui sono rimaste radicate. La lingua, la letteratura e le pratiche religiose hanno un profondo legame con la tradizione persiana. Le architetture e le tradizioni locali riflettono una continuità con un passato che è strettamente legato con l’eredità culturale persiana, a dimostrazione del fatto che i confini moderni non sempre coincidono con le radici storiche e culturali di un luogo. Proseguo il viaggio verso Iskashim, e la mente inizia a vagare, a percorre sentieri fatti di ricordi e riflessioni. Osservo il paesaggio che scorre e non posso fare a meno di pensare a quando vidi questi luoghi per la prima volta e al desiderio intenso che ho avuto di tornarci. La sensazione che provo è unica, un misto di nostalgia e meraviglia che mi fa quasi fluttuare; sono semplicemente felice di essere qui, in questo momento. C’è qualcosa di speciale nell’incontro tra queste alte montagne brune e i villaggi-oasi lungo la valle. In questi luoghi la vita segue ancora un ritmo antico, scandito da un codice non scritto, tipico dei nomadi, ma radicato profondamente nel DNA di queste persone. Gli incontri lungo la strada sono calorosi, spontanei; ci si ferma, ci si saluta, ci si abbraccia, poi ognuno riprende il proprio cammino. È un modo di vivere che non ha senso confrontare con la mia realtà; è un mondo a sé, con le sue regole e i suoi valori, così distanti eppure così affascinanti. Durante il tragitto, mi interrogo su cosa significhi crescere in un posto come questo. Per i bambini questi luoghi devono essere un piccolo paradiso. Ma mi chiedo anche se avranno la possibilità di scegliere il loro futuro: potranno proseguire gli studi? Avranno l’opportunità di frequentare l’università? Non ho risposte, solo domande che emergono mentre osservo questo angolo di mondo che sembra sospeso nel tempo. Quando arrivo a Iskashim, scorgo il confine con l’Afghanistan, lo stesso che attraversai sei anni fa. La vista di quel luogo mi riempie di emozione, e mi riporta alla mente le esperienze e le persone incontrate allora. Fu un viaggio importante, e il ricordo di quelle giornate rimane vivo in me, legato indissolubilmente con il paesaggio che mi circonda ora. Mi fermo a Iskashim e mi concedo un piatto semplice ma gustoso di manzo e patate. Mentre mangio rifletto sulla giornata appena trascorsa. Ho visto cose nuove e ho rivisitato luoghi che avevo a lungo desiderato rivedere. Ogni viaggio porta con sé suggestioni uniche, e questo non fa eccezione. Riprendo il cammino verso Khorog, e lungo la strada noto un maggior numero di soldati. È un dettaglio che non posso ignorare, segno forse di un cambiamento e di una maggiore tensione nella zona, o semplicemente i ricordi, col passare del tempo, sfumano. Arrivo a Khorog con il buio della sera, e so che questa volta non avrò occasione di vedere la città come in passato. Però i due viaggi si completano a vicenda, come parti di un quadro che solo ora si compone del tutto. Alcuni momenti si sovrappongono, ma è proprio in questa continuità che trovo il senso del mio andare. Mi sveglio presto, consapevole che il viaggio verso Khalaikhum sarà lungo e impegnativo. Seguo il corso del fiume Panj, che segna il confine con l’Afghanistan, mentre mi addentro nella regione autonoma del Gorno Badakhshan. “Gorno” significa “montagnoso”, un nome che descrive perfettamente il territorio aspro che sto attraversando. La strada si muove tra montagne maestose, e a 2200 metri di altitudine, le vette rocciose si alzano minacciose, come giganti sul punto di franare da un momento all’altro. Le acque scure del Panj, che a tratti scorrono placide, offrono un raro senso di quiete in questo paesaggio severo. Mentre proseguo, mi sento come un’infinitesima parte di questo immenso quadro naturale, una formica che si muove tra colossi di pietra che sembrano osservare e giudicare il mio passaggio. Strati su strati di pareti rocciose si alzano intorno a me, e le vette più alte sono spruzzate di neve. Percorro quella che è la strada principale per Dushanbe, sempre la M41, eppure è solo una pista sterrata, priva di guard rail, nonostante il fiume Panj scorra minacciosamente sotto di me. Man mano che procedo i campi coltivati iniziano a comparire, e il paesaggio si fa più dolce; filari di pioppi accompagnano la strada in modo da creare piccole oasi di verde che si affacciano sempre più spesso lungo il percorso. Ma presto le rocce ritornano, le montagne imponenti riprendono il loro dominio. Quelle oasi non sono che brevi interruzioni; in questi luoghi è la geologia che regna sovrana. La vallata si stringe in una gola e io mi ritrovo schiacciato tra le titaniche masse rocciose dell’Afghanistan e del Tagikistan. Sono questi paesaggi tormentati, carichi di una bellezza aspra e primordiale, che avevo assaporato tempo fa e che mi hanno spinto a tornare. Qui il tempo sembra essersi fermato, e la natura domina, indifferente e impassibile. Verso le due e mezza, superato un check point interno nella regione autonoma del Gorno-Badakhshan, mi trovo costretto a fermarmi. La strada è bloccata per lavori e non potrò riprendere il cammino verso Khalaikhum prima delle sei di sera. Mi siedo su una roccia, di fronte a una maestosa montagna afghana. Non era forse uno dei miei desideri rivedere queste montagne? Desiderio esaudito. Ho molte ore davanti a me per imprimere nella memoria questi paesaggi. Mi metto a osservare, a leggere, a riflettere, e a scrivere i miei appunti di viaggio, mentre l’immensità di queste terre mi avvolge. Attraversando i villaggi ieri ho visto molti bambini in divisa scolastica. Le bambine, in particolare, portavano con orgoglio due fiocchi che sembravano grandi pon pon, attorcigliati ai capelli ai lati della testa. Sorridenti e curiosi, questi bambini sembrano essere nati dal lato giusto del fiume. Qui possono andare a scuola, istruirsi, confrontarsi liberamente. Dall’altra parte del fiume, invece, la situazione è ben diversa. Ci sono stato, e non credo che le cose siano migliorate, tutt’altro: con i talebani ora stabiliti anche nel corridoio del Wakhan, la vita quotidiana sarà sicuramente peggiorata. Già prima il numero di scuole era esiguo, e molti bambini, soprattutto bambine, venivano mandati a pascolare il bestiame invece di frequentare la scuola. Non so se alle bambine sia ancora concesso di andare a scuola, e dubito che possano esibire con orgoglio quei fiocchi nei capelli. A Iskashim, una distanza di soli trenta metri segna la differenza tra due mondi: la vita, se nasci da un lato o dall’altro del fiume, è completamente diversa. Alzo lo sguardo verso queste montagne così belle e impervie, e mi chiedo: perché? Perché in un luogo così maestoso, dietro queste vette il tempo sembra essersi fermato a un secolo fa? Non è nella mia natura giudicare o imporre il mio punto di vista; preferisco osservare. Ogni popolo ha le sue tradizioni, e non sempre ci capiamo. Spesso noi occidentali partiamo dal presupposto che il nostro modo di vivere sia il migliore, o peggio, abbiamo la presunzione che debba esserlo. Viaggio, come ho già detto, per scalfire il vetro attraverso il quale siamo abituati a guardare il mondo. Però ci sono cose che, quando portate all’estremo, non riesco né a comprendere né a giustificare. E non voglio neppure provarci. Penso, leggo, scrivo. Mi piace chiamarlo il mio tempo sospeso. Un momento di quiete che, in fondo, desideravo, lontano dall’incessante avanzare su queste strade sterrate. I chilometri da percorrere sono ancora molti, ma il mio piacere risiede nell’osservare, sia in movimento che fermo in un luogo. Mi mancava un po’ questa seconda condizione. Ora assaporo il vento che attraversa la gola, mi siedo sulle rocce, mi lascio impolverare, e cerco di sentire veramente questo luogo. Verso sera riprendo il tragitto, una distesa di sterrato che sembra non finire mai, attraversata da grossi camion e auto, spesso costretti a contendersi lo spazio in uno scontro costante con la polvere. A tratti la visibilità è così ridotta che sembra di avanzare nella nebbia. Sebbene la distanza sia di circa 250 chilometri, il viaggio di oggi si prolunga oltre ogni previsione. Partito alle sette e mezza del mattino, mi ritrovo alle sette di sera con ancora 60 chilometri da percorrere. Gli imprevisti e le condizioni della strada rendono difficile qualsiasi calcolo sul tempo di percorrenza. Dal lato opposto, quello afghano, la strada, per quanto probabilmente più stretta e accidentata, appare vuota, quasi a sfidarmi. “Di qua ci sono meno sorprese di quanto pensi”, sembra sussurrarmi. A rendere più amaro il confronto, i villaggi sul lato afghano sono immersi nella vegetazione, mentre questo lato è brullo e arido. Da queste parti, in termini di infrastrutture, la differenza tra i due paesi confinanti è a dir poco sottile. Nonostante le difficoltà e la fatica di questo tratto di strada, con la sua ruvidità, la sua imprevedibilità, e la sua natura aspra e difficile, non posso fare a meno di esserne stregato. C’è qualcosa di magnetico in questa terra, qualcosa che va oltre la mera bellezza paesaggistica. Ci sono senza dubbio luoghi più incantevoli al mondo, ma sfido chiunque a trovare un posto più autentico, più genuino, più visceralmente reale di questo. È un luogo che si sottrae a ogni coordinata conosciuta, che non si piega alle logiche dell’omologazione; è rimasto orgogliosamente sé stesso, distante da qualsiasi tentativo di riduzione a uno schema predefinito. In questa terra aspra e indomita, si percepisce la verità della vita, cruda e inalterata. Riparto in direzione di Kulob, con Dushanbe come meta conclusiva. La strada ora è asfaltata e offre sollievo rispetto ai percorsi accidentati affrontati nei giorni scorsi. Le imponenti pareti afghane, che mi hanno accompagnato per gran parte del viaggio, rimangono sulla sinistra, ma ora mi sto dirigendo verso ovest, e lentamente mi allontano dal fiume Panj e anche dalle montagne afghane che tanto avevo desiderato rivedere. Mi torna in mente il diario che scrissi nel 2018, e rifletto su come questa volta la parte tagika del viaggio sia stata più rapida, quasi a voler bilanciare l’esperienza complessiva dei due viaggi. Unisco mentalmente i due viaggi e mi accorgo di come, insieme, formino un bellissimo racconto che si completa perfettamente. Sono stanco ma felice. In prossimità del Passo Shurabad, a 2200 metri, c’è un altro check point, questa volta con controllo del passaporto. Mi lascio alle spalle le zone di confine con l’Afghanistan e comincio a scendere di altitudine. Il paesaggio si trasforma: i colori si fanno più caldi, un giallo ocra che si estende fino all’orizzonte. Entro nella città di Kulob, circondata da colline che si dissolvono nella foschia. L’aria è calda, un contrasto netto con le montagne innevate e i ghiacciai che ormai sono dietro di me. Questo è un altro mondo, popolato da volti con altre fattezze. Il caldo è davvero soffocante, un segno inequivocabile che l’aria fresca delle alte montagne è ormai un ricordo lontano. Attraverso un paese color sabbia, con i classici tetti in lamiera e colline gialle che si perdono nella foschia all’orizzonte. Giungo al palazzo-fortezza di Hulbuk, ormai quasi interamente ricostruito. Ne feci cenno nel precedente diario, ricordo perfettamente che il nome significa “profumo di menta”, un nome mi aiuta a distendere i pensieri, dopo tanta asperità. Il percorso prosegue verso la diga di Nurek, imponente costruzione sul fiume Vahš, uno dei due rami sorgentiferi dell’Amu Darya. L’altro ramo, il fiume Panj, appartiene ormai al mio passato. In lontananza si profila la diga di Rogun Dam, una nuova opera destinata a produrre quell’energia che Nurek, da sola, non è in grado di generare. Ma nella realtà questa energia prodotta è in quantità si sufficiente per essere venduta ai paesi limitrofi, ma non così tanta da creare la ricchezza necessaria per questo paese che è il più povero tra gli Stan dell’Asia Centrale. Il mercato sul punto panoramico della diga di Nurek, con i suoi isolotti che affiorano nel lago artificiale, è rimasto esattamente come lo ricordavo. Nulla sembra essere cambiato, anche questo paese, il Tagikistan, sembra immutato nel tempo. Per un viaggiatore questo è quasi un sollievo: non ci sono stati stravolgimenti o interventi che abbiano alterato la sua autenticità. Mentre passeggio tra le bancarelle, immerso nei suoni e nei colori tipici di un mercato dell’Asia Centrale, mi rendo conto di quanto sia raro trovare luoghi che resistano all’usura del tempo, e che conservino intatto il loro spirito originario. Asia Centrale… quante volte ho percorso queste terre, molte più rispetto alle fredde lande del Nord che pure amo tanto. Assisto a un tramonto polveroso, immerso in un contesto urbano che poco ricorda le grandiose visioni del Pamir e delle montagne afghane, ormai diventate nuovamente solo ricordi. Mi chiedo se mai tornerò a vedere quei paesaggi maestosi. Il desiderio di ritornare è forte, eppure sono ancora qui, immerso nel cuore dell’Asia. È evidente: questi luoghi mi hanno catturato profondamente e ogni volta mi lasciano con una profonda voglia di tornare a scoprire ciò che resta da vedere. Il viaggio giunge al suo capolinea. Iniziato ad Almaty, sono infine giunto a Dushanbe, altra città da scoprire. Anche qui non cercherò la bellezza, inseguo un mio semplice desiderio di esplorare e comprendere questi luoghi così lontani eppure così ricchi di significato. Dushanbe è una città in continua evoluzione, dove nuovi edifici spuntano come funghi e modificano il profilo della capitale. Tra questi, il nuovo Parlamento si erge con un’imponenza che testimonia l’ambizione del Tagikistan moderno. Il Palazzo Navruz, originariamente progettato come una casa da tè, è un luogo simbolico, un centro di potere e prestigio. Questo edificio, con le sue sale di rappresentanza, è un capolavoro di artigianato, dove ogni dettaglio è meticolosamente decorato a mano. È qui dove capi di stato come Putin ed Erdogan si incontrano, per discutere questioni che riguardano l’Asia Centrale – che poi finiscono per riguardare gli equilibri geopolitici del mondo intero? Anche il resto della città sembra essere stato plasmato dalla mano di un presidente megalomane. E qui ne esiste davvero uno, è il presidente Rahmon. La sua figura compare ovunque: dai grattacieli della grande città fino ai più remoti tuguri dei villaggi sperduti tra le montagne del Pamir. È come se ogni angolo di questo luogo fosse un riflesso della sua autorità, una testimonianza della sua visione e della sua presenza costante, che sembra pervadere ogni aspetto della vita pubblica e privata. Il Presidente governa ininterrottamente dal 1994, mentre suo figlio, oltre a essere il sindaco di Dushanbe, è anche a capo della Camera alta del Parlamento. Il potere qui è una questione di famiglia, con tutte le ombre che ne derivano. Ognuno ha le sue croci da portare, ovunque nel mondo. Il Monumento Nazionale del Tagikistan è uno dei simboli più rappresentativi della capitale tagika e dell’intero Paese. Questo monumento, noto come “Ismoili Somoni Monument,” celebra Ismoili Somoni, il fondatore della dinastia Samanide; lui è una figura storica chiave nella formazione dell’identità nazionale tagika. Il monumento, eretto nel 1999, si trova nel cuore di Dushanbe. È una struttura imponente, caratterizzata da un grande arco dorato sotto il quale si erge la statua di Ismoili Somoni. L’arco simboleggia la grandezza e l’importanza della storia e della cultura tagika. La statua di Somoni è stata progettata per ritrarre il fondatore in una posa maestosa, con la corona reale, a rappresentare la sua autorità e il suo ruolo di unificatore del popolo tagiko. Ai piedi della statua si trova una placca con iscrizioni che raccontano la storia del periodo Samanide, un’epoca considerata d’oro per la cultura, l’arte, e la scienza nel mondo persiano. Il monumento include simboli importanti che rappresentano la cultura e l’identità del Tagikistan, tra cui il sole, le montagne e il grano. La realtà tuttavia è ben diversa dalle narrazioni ufficiali. I confini tracciati da Stalin nel 1924, che hanno unito sotto un’unica bandiera popolazioni etnicamente e culturalmente diverse, hanno segnato il Tagikistan con una storia travagliata. Guerre civili, colpi di stato, tensioni etniche, e purghe hanno lasciato un’eredità di profughi e migliaia di morti. A nord, nella Valle di Fergana, vive una popolazione di origine uzbeka, alcuni dei quali hanno abbracciato l’islamismo radicale. A sud-est, la regione autonoma del Gorno-Badakhshan, con le sue province montane del Pamir, appare come un mondo a parte. Qui la popolazione è composta in gran parte da sciiti ismailiti, una minoranza religiosa in un paese in parte a maggioranza sunnita. Il confine con l’Afghanistan corre per centinaia di chilometri, facendo di questa terra il cuore di una delle rotte più trafficate della droga che arriva dall’Afghanistan. È una zona remota, le cui diverse sfaccettature compongono un quadro complesso e pericoloso, lontano dall’attenzione del potere centrale. E poi c’è la capitale, Dushanbe, che domina il paese come un centro di potere isolato, distante dalle periferie montane e dai loro problemi. Questi confini arbitrari hanno creato un paese fragile, dove ogni zona porta con sé un carico di tensioni e identità che coesistono solo per imposizione. L’importanza di trovare un’identità che unifichi il paese, un Ismoili Somoni, è sicuramente fondamentale, ma credo che spesso questa ricerca sembri sfumare nell’attuale contesto politico e culturale; credo sia difficile trovare una chiara e coesa identità nazionale per il Tagikistan moderno. Ma questa è una mia personalissima riflessione. La Moschea di Haji Yakub, inaugurata nel 2011, è dedicata alla memoria di un influente leader religioso locale. È uno dei luoghi di culto più importanti della città, costruita principalmente con fondi arrivati dal Qatar. Un’altra opera colossale voluta dal Presidente. Nonostante le sue dimensioni imponenti e il finanziamento ricevuto, la moschea ha finiture che lasciano a desiderare; i soldi generosamente donati sembra siano stati in parte usati diversamente. Quest’opera riflette un desiderio di grandezza che non corrisponde alla realtà circostante. Dushanbe è in continuo fermento, ma appena ci si allontana dalle sue luci, il resto del paese sembra essersi congelato nel tempo. Sei anni fa, quando mi diressi al confine con l’Afghanistan, trovai strade che erano veri e propri inferni danteschi: sterrati popolati da camion e auto, spesso a quote elevate e a strapiombo su fiumi impetuosi. Oggi onestamente poco è cambiato. Il contrasto tra l’ambizione della capitale e le condizioni del resto del paese è netto e palpabile. C’è un evidente squilibrio, e la mancanza di risorse è tangibile ovunque, tranne che nella città. L’imponenza di Dushanbe non rispecchia la realtà più ampia del Tagikistan. Camminando per le vie della capitale sento già la distanza dai paesaggi aspri e rocciosi che ho attraversato. Il viaggio è finito, lo so, eppure mi ero adattato al richiamo della polvere e delle montagne. Ora, tra l’asfalto e le luci della città, avverto un senso di estraneità, quasi come se fossi già un viaggiatore fuori posto, lontano da quell’Asia remota che mi ha accolto in questi giorni. Ormai il ritmo era diventato una consuetudine: sveglia all’alba, ore di guida su strade sterrate e polverose, piccoli imprevisti, una pausa per uno shashlik, una notte in una yurta, in una guest house o in un albergo. Ma oggi è diverso, perché oggi sono arrivato. È finita. La destinazione finale è stata raggiunta. Mentre Istanbul emerge lentamente sotto di me, rifletto su quanto i confini siano sia reali che illusori. Sono le storie che attraversano questi confini, e le persone che vivono ai margini di essi, a rivelare la vera natura del nostro mondo. La scoperta e la riflessione continuano, e ogni viaggio, anche quello che si conclude, è solo l’inizio di un altro cammino di esplorazione e comprensione.

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«Il viaggio può salvarci (…) per non isolarci nell’afasia, schiacciati fra localismi zoppi e pestilenze globali, chiusura nelle piccole patrie e nostalgie di imperi impossibili». Paolo Rumiz, È Oriente, Milano, Feltrinelli Editore, 2005, p. 58

17. DJABAL AL-ASUN “LA MONTAGNA DELLE LINGUE” (CONFINI SOSPESI)
SHKHSRA, LAILA. PIETRE.
Ghiaccio vigile, silenzio trattenuto, inquieto
TRANSCAUCASIA (AZERBAIJAN, GEORGIA, ARMENIA) 2025

Quanti morti, quanto sangue, quanto dolore sono legati alle frontiere. Infiniti sono i cimiteri per tutte le vittime che hanno difeso un confine… RYSZARD KAPUŠIŃSKI

PREMESSA

Non so quando ho cominciato davvero a cercarlo. Forse nei deserti di ghiaccio della Groenlandia, forse nei monasteri dell’Asia, o più semplicemente sul Carso, nella casa di famiglia. Ma il motivo ricorrente è sempre stato quello: il silenzio.

Non quello assoluto, che non esiste, ma quello che emerge nei vuoti tra i rumori, negli spazi lasciati liberi. È il silenzio interiore; ma è anche quello delle terre che si attraversano, che ci parlano a modo loro. Il silenzio che ci consente di guardare più a fondo, di ascoltare con maggiore attenzione. In questi anni ho capito che ci sono diversi silenzi. Quello che descrive Eugenio Turri non è quiete, ma una condizione necessaria per leggere il paesaggio, per scoprire i segni. Ed è proprio questo il silenzio che cercherò in questo viaggio. Non sarà solo un silenzio introspettivo, ma un silenzio che affiorerà tra le rovine, tra le voci di popoli che si sono susseguiti, nei segni di guerre non lontane e di culture che si sovrappongono. Un silenzio che permette di avvicinarsi al mondo con maggiore consapevolezza, in punta di piedi.

Scrivere di viaggi per me non è mai stato soltanto descrivere luoghi. È un esercizio di ascolto. Nei ghiacciai come nelle steppe, nei solitari altipiani asiatici come nella verticalità delle montagne, il silenzio ha avuto forme diverse ma la stessa forza dirompente. Ho scritto tante pagine nell’arco di molti anni. Appunti presi sul campo, ricordi che si sono sedimentati, riflessioni che a volte sono arrivate in ritardo, quando il viaggio era già finito. Non c’è una mappa, non c’è un itinerario lineare. C’è piuttosto una lunga serie di luoghi e momenti legati da una stessa idea: capire come il silenzio può diventare guida, compagno di strada. Il silenzio che cerco è la lingua più antica che ci resta, e forse l’unica che ancora sappia metterci in contatto con ciò che abbiamo perso; e con noi stessi. Fin dall’inizio scrivere è stato un modo per fermare ciò che altrimenti sarebbe scivolato via, un paesaggio, un volto, un dettaglio qualsiasi che improvvisamente diventava essenziale. Ho sempre sentito il bisogno di capire cosa restava dentro dopo ogni ritorno. Col tempo mi sono accorto che questi appunti parlavano non solo di terre lontane, ma anche della mia. Ogni ghiacciaio, ogni deserto, ogni villaggio sperduto mi restituiva in controluce il Carso e le frontiere che ho addosso da sempre. Forse scrivo per questo, per ritrovare casa viaggiando lontano. Per scoprire che le domande che porto con me, sulla fragilità, sul tempo, sulle comunità, sono le stesse che appartengono a chiunque, ovunque.

1. PARTENZA Sono in volo per Francoforte. Le nuvole scorrono come pensieri; c’è un pò di turbolenza, proprio come nei miei pensieri. Sono in attesa di partire per Baku. Il nome già basta a evocare storie in lingue a me sconosciute. C’è sempre un momento, prima di ogni viaggio, nel quale il mondo che lasci dietro comincia a scolorire, e quello che ti attende non ha ancora preso nessuna forma. Mi trovo nel solito spazio sospeso, un non-luogo, fatto di sale d’attesa, aeroporti, voci in lingue sconosciute. Ed è proprio qui che torna a nascere la curiosità e la voglia di lasciarsi sorprendere. Guardo gli altri passeggeri. C’è chi sonnecchia, chi guarda il cellulare, come se tutto fosse normale. Ma è così davvero per tutti? Io so che da ora comincerò a cambiare lo sguardo. Che il mio passo si farà più lento, il mio sguardo più attento. Che ogni dettaglio, un volto, una strada, un cibo nuovo, sarà un appiglio per capire meglio dove sono. Sono in volo, ma la Transcaucasia già mi parla. Immagino montagne e monasteri, musiche arcane e antichi popoli. Sarà un viaggio tra i confini, certo, ma anche dentro di me, come è sempre stato; tra ciò che credo di sapere e ciò che il mondo ogni volta mi ricorda di non aver ancora capito. Perché ogni volta che parto non è solo per vedere un posto nuovo. È per ritrovare una direzione che nella quotidianità perdo senza nemmeno accorgermene. Travolto dalle cose da fare, dai pensieri ripetuti, dai gesti sempre uguali. Semplicemente travolto dai fatti della vita. E invece il viaggio mi costringe a cambiare passo. A guardare, ad ascoltare. Mi ricorda che non so tutto, che c’è ancora così tanto da capire. Del mondo. Ma anche di me stesso. E quindi quest’anno il Caucaso, quel corridoio tra Asia ed Europa dove tutto si mescola. Le pietre raccontano i monasteri nella roccia, le chiese e le torri solitarie. Io che ho viaggiato in alto, tra le vette asiatiche, tra ghiacciai e deserti, ora cerco qualcosa che non sia solo vasto, ma denso. Cerco una narrazione. Desidero camminare tra le storie. Desidero vedere le maestose montagne che per lunghi chilometri fanno da barriera tra le immense steppe asiatiche e gli aridi altipiani dell’Anatolia e dell’Iran, dove si incontrano Europa, Russia e Oriente.

L’anno scorso scrissi questa frase: “Quest’anno mi trovo a un punto di svolta, sono sospeso tra l’attrazione per i paesaggi scolpiti dalla geologia e una curiosità crescente verso la geografia umana. È l’intensità del contesto, con la sua ricchezza culturale e le sue storie, che mi spinge a esplorare questi luoghi non solo con occhi attratti per i paesaggi scolpiti dalla geologia, ma con quelli di chi cerca di comprendere l’anima delle persone che li abitano“.

È un cammino che accade da sé, paesaggi e persone insieme, dentro la mia ricerca del silenzio.

L’ho scoperto leggendo un libro, il georgiano non è imparentato con nessun’altra lingua al mondo. Non con il turco, non con il russo, né con l’armeno dei vicini. Nemmeno con le lingue del Caucaso settentrionale, che pure stanno lì a pochi passi. Ho riletto due volte. Una lingua che non ha famiglia, né padri, né cugini. Una lingua che cammina da sola, da millenni, su quelle montagne. Non serviva altro per farmi sentire già altrove. È strano come certe frasi brevi riescano a muoverti. Vedo la Georgia con occhi un pò diversi ora, rispetto a come me l’ero immaginata. La osservo come qualcosa che resiste, ostinata. Una lingua che non ha bisogno di somigliare a nulla per esistere. Sembra così facile sognare, lasciarsi andare a nuove esperienze. Eppure non lo è. Non è facile ritrovare il filo che ogni anno lascio alla fine dei miei viaggi. Ogni anno sono un pò diverso rispetto all’anno precedente. Questo lungo diario iniziato nel 2011 mi fotografa in diverse fasi della mia esistenza. C’è un filo conduttore certamente, ma poi ci sono tante variabili, nuovi sogni, nuove riflessioni, un modo un pò diverso di vedere il mondo e di vivere queste esperienze di viaggio. Quest’anno parto con sensazioni contrastanti. Parto con grande curiosità come sempre, ma con un anno alle spalle che mi ha un pò provato. Sento una leggera stanchezza; vorrei ritrovare la freschezza dei primi viaggi, ma per il momento è come se fossi in attesa. Sono sempre più cosciente del fatto che queste esperienze iniziano mentre si fanno e poi procedono nei mesi e negli anni a seguire. Non chiedo tutto subito, mi lascio lentamente trasportare dagli eventi; vivo il momento, assorbo, e poi lascio che i miei viaggi germoglino e fioriscano in me nel tempo. Ormai lo so, e sono solo i momenti più belli a emergere e a crescere. Quando le emozioni sono troppe e non riesco a contenerle nel momento in cui le vivo, trovano comunque un modo per emergere, lentamente, nel tempo. Quante sensazioni contrastanti si vivono il giorno della partenza. Si immaginano luoghi lontani, inesplorati, ma con la testa ancorata al presente, alla vita di sempre. Per ‘disarcionarmi’ ho bisogno di tempo e quest’anno forse ce ne vorrà di più. Un viaggio di nuovo vicino al paese più grande e controverso del mondo, la grande Russia, che oggi inevitabilmente mi fa provare sensazioni contrastanti. Rimane il fascino di un passato importante, di un enorme paese che visitai per la prima volta nel 1988. Chi l’avrebbe mai detto che col passare degli anni avrei attraversato così tanti paesi che un tempo appartenevano a quell’immenso territorio, l’ex Unione Sovietica. Anche quest’anno ne sfiorerò i confini, per ammirare quelle alte montagne, il Caucaso, confine di pietra, barriera naturale che indica dove dovrebbe finire un mondo e dove ne dovrebbe cominciare un altro. Le lunghe attese negli aeroporti servono a riflettere, a transitare verso il mio io viaggiatore. Oggi è il cibo a portarmi altrove, un paio di würstel mi raccontano di lontani viaggi in Germania, mi riportano indietro alla mia infanzia. In volo verso Baku è la cena a staccarmi lentamente dalla mia quotidianità. Un involtino con foglie di vite, dei chicchi di melograno e un dolce ricoperto di miele mi parlano di Grecia, di Turchia, mi traghettano verso l’Azerbaijan. Riscopro il piacere del viaggio da questi piccoli particolari. Due bicchieri di vino accelerano il passaggio al mio io viaggiatore. Oggi questi pochi elementi mi bastano per viaggiare lontano, verso le sponde del Mar Caspio. L’ho visto più volte dal finestrino dell’aereo, in volo verso l’Asia. Anche l’anno scorso l’ho sorvolato, una semplice macchia sotto di me, prima di proseguire verso Almaty. Qualcosa dentro di me si sta muovendo, inaspettatamente. Solo viaggiando riscopro il piacere di conoscere. È così facile spegnersi, limitarsi, accontentarsi senza accorgersene. Mentre scrivo sento che qualcosa cambia davvero. Mi sto disarcionando da abitudini strette, da un equilibrio che con un pò di amarezza non riesco a definire libertà. Il numero di parole che ho scritto in questo primo giorno dice molto; è la misura delle emozioni vissute, del passaggio dalla fatica a lasciarsi andare, fino al piacere ritrovato di conoscere e viaggiare. 2. AZERBAIJAN Svegliarsi in Azerbaijan ha qualcosa di irreale. Non ci sono effetti speciali, né immagini esotiche da cartolina. È qualcosa di più sottile. Sono lontano dal mio solito mondo. Questa semplice constatazione, il trovarsi altrove, è già di per sé una forma di magia. In città, a Baku, si parla azero, ma anche russo, e pure turco. Lingue che si sovrappongono e si rincorrono. Le strade larghe, i prospekty, portano il segno evidente della mano russa. I palazzi del primo Novecento, costruiti nel tempo del primo boom petrolifero, mostrano una ricchezza che ai miei occhi sembra sobria, elegante. Niente ostentazione, una misura che quasi mi sorprende, in una città che pur galleggia sul petrolio. Ma sarà così?

Mi colpisce il contrasto. E sento già da ora che sarà un viaggio di contrasti, di sfumature da cogliere una per una. Oggi vedo la grande città, le architetture imponenti, il volto moderno e raffinato. Come sempre il viaggio comincia nel centro, dove arrivano gli aerei e tutto sembra ordinato. Ma so che dietro c’è dell’altro. Mi incuriosisce tutto. Non solo le montagne che mi hanno spinto a partire, ma anche ciò che non cercavo. I dettagli, i racconti. Mi piace ascoltare, farmi raccontare un luogo.

La città vecchia racconta il passato a fatica, come se la voce le si fosse rotta a forza di demolizioni e ricostruzioni. Qui si parla ancora di hammam, di bazar, di caravanserragli, di darvishi. Ma bisogna immaginarseli perché i grattacieli e le nuove facciate hanno preso il sopravvento tutto attorno. Eppure è proprio questa mescolanza che definirei irrisolta che dà senso al tutto.

Nel cuore della città antica, nel Palazzo degli Shirvanshah, trovo una tomba attribuita a Seyid Yahya Bakuvi, un importante filosofo sufi e mistico del XV secolo, e ciò dice qualcosa sulla profondità che questo luogo nasconde. Sarà un viaggio di contrasti. Lo sento già. Come il popolo che abita queste terre, fatto di incroci, di strati su strati, di passaggi. Qui nulla è netto, tutto si è mescolato nel tempo, lingue, fedi, architetture, abitudini. Ho la sensazione che non riuscirò a capire tutto subito. Ci sono luoghi che si lasciano afferrare al primo sguardo. Questo no. Qui le cose si mostrano a frammenti. Servirà pazienza. Camminare. Ascoltare. Forse all’inizio sarà troppo; troppa bellezza, troppa storia, troppe domande. Ma so che quelle impressioni torneranno, a distanza. Sedimenteranno dentro di me e riemergeranno lentamente con chiarezza. Per ora non cerco di capire. Mi lascio attraversare e spostare come succede qui, quando soffia il vento del Caspio. Saranno appunti disordinati, che si ripetono, dettati dall’impulso del momento. Non un inventario di nozioni, ma piuttosto una raccolta di emozioni. Come è sempre stato. E come spesso mi accade, lascio che sia il mio sguardo, e non l’intelletto, a prendere parola davanti a ciò che vedo. Credo che sia proprio l’essere estranei a un luogo che ci rende osservatori più attenti. All’inizio si mettono a confronto le cose: “da me sono in un modo, qui in un altro”. Poi qualcosa cambia. Si smette di paragonare e si comincia semplicemente a dire: “com’è interessante qui”. Ed è in quel momento che forse ci si sente liberi. Quando il bisogno di misurare svanisce e resta solo la voglia di capire. Scrivo questo perché Baku non si lascia definire. Non la colgo subito. È insieme Europa e Asia, ma anche nessuna delle due. Le sue larghe strade parlano sovietico. Eppure, appena svolti un angolo, si alza il profumo del tè, della carne, e si sente il ritmo del Caucaso, e perchè no, della steppa. È una città stratificata; il moderno la avvolge, la illumina, la sovrasta. Ma basta abbassare lo sguardo per trovare un portone scolorito, un palazzo antico, una pietra consumata. È un luogo che non si lascia spiegare subito, ma che bisogna guardare a lungo; poi qualcosa, lentamente, si rivela. La sera racconta un’altra Baku. Di giorno, in questa domenica d’estate, le strade erano quasi vuote, sospese in uno stranissimo silenzio, era come se la città si fosse presa una pausa. Ma con il calare della notte tutto cambia. I grattacieli si accendono, si colorano di immagini e luci in movimento. Motori accesi, musica dai finestrini. L’ostentazione emerge, quasi teatrale. Ma non stona. È solo un altro pezzo delle varie sfaccettature che ho cominciato a vedere oggi. Accanto alle grandi catene, gli antichi negozi di tappeti. Accanto ai vetri dei grattacieli, le pietre dei vecchi palazzi. C’è di tutto. C’è davvero un mix. E più che confondere, affascina. Perché in fondo è questo il senso del viaggio, accorgersi che le cose coesistono, anche quando sembrano opposte. E che la città vera spesso si rivela proprio nei contrasti. Certe volte è anche il cibo a spiegarti dove sei. Lo fa con semplicità. Ho iniziato con un piatto chiamato Shah Plov. Un involucro dorato, sottile e croccante che racchiude riso, albicocche, uvetta, castagne. E alla fine della cena il tè. Sempre il tè. Non si chiude un pasto senza. Arriva con piccoli frutti conservati nello zucchero, quasi marmellate solide da sciogliere in bocca. Il mattino è già caldo quando lascio Baku; la città scompare presto dietro una cortina di ciminiere e geometrie industriali. La strada si infila tra cantieri navali, impianti di estrazione, pozzi petroliferi. Sono tanti. Troppi. Sembrano torri arrugginite che presidiano il paesaggio. Ma non alte tanto quanto la bandiera posta sul porto della città, ben 162 metri. Quella che vidi l’anno scorso a Dushanbe in Tagikistan è più alta, 165 metri; in questi luoghi si contendono questo primato. La strada verso Qobustan prosegue e taglia un paesaggio piatto, arido, senza un filo d’ombra. È un tratto di mondo che un tempo stava sotto il mare; il Caspio arrivava fin qui, prima di ritirarsi lasciandosi dietro sale, calore e una superficie screpolata. La terra è ricca. Ricchissima. Di gas, di petrolio. E proprio per questo oggetto di conquista e sfruttamento. L’uomo arriva, trivella, prende. Conquista, sfrutta, dimentica. Tutta questa ricchezza… Eppure così poco per chi qui ci vive. Un’economia sbilanciata, per un numero ridotto di persone, e una salute svenduta; alta è l’incidenza di malattie importanti. Quando scoppiò la Seconda guerra mondiale, Baku forniva da sola l’ottanta per cento della produzione totale del petrolio dell’Unione Sovietica. La Germania pure dispiegò forze ingenti nel tentativo di conquistarla. Terra contesa e martoriata. La Riserva di Qobustan è un salto indietro nel tempo. In questo luogo più di 6.000 petroglifi raccontano una presenza umana che risale a migliaia di anni fa. Al museo dei petroglifi una mappa racconta l’espansione dell’uomo. L’immagine parte da un punto nel cuore dell’Africa, per poi ramificarsi verso nord, verso est, verso tutto. Come una macchia che si allarga sulla carta. L’ho guardata a lungo. Non è solo la storia di un cammino, ma anche di un’invasione. Ovunque arriviamo, lasciamo un segno; scaviamo, tagliamo, bruciamo, costruiamo. Abbiamo attraversato il mondo come se ci appartenesse, e abbiamo dimenticato che siamo solo ospiti. Quei petroglifi antichi, incisi da uomini che camminavano nel tempo senza lacerarlo, mi sembrano quasi un ammonimento. Loro segnavano la pietra per ricordare. Noi la segniamo per consumare. Attenzione uomo… Cammino in silenzio. Il sole è alto. Alla base del monte Boyuk Dash c’è un’altra sorpresa, un’iscrizione latina del I secolo dopo Cristo. Opera di un centurione romano. È la testimonianza più orientale dell’Impero romano, persa tra queste rocce del Caucaso. Non era un mondo innocente, anche i romani tagliavano, scavavano, sfruttavano. Ma i segni restavano locali, la natura li assorbiva. Oggi non più. Oggi noi incidiamo ferite globali che la terra non riesce a rimarginare. Mi fermo. Respiro. La vastità qui è totale. Uno spazio vuoto che non concede appigli. Qui non si visita, si ascolta. Mi addentro nel complesso di Palçiq, un mondo lunare dove il suolo ribolle piano. Gas sotterranei spingono verso l’alto, danno forma a vulcani di fango che sputano bolle grigie. Sbuffi lenti, grigi, che sembrano respirare. È il paesaggio più straniante che abbia visto finora. Nessun villaggio, nessun rumore. Solo distanze. Qui si apre un orizzonte davvero vastissimo, che si perde a vista d’occhio. Eccolo il primo paesaggio senza confini di quest’anno. Un luogo dove i miei pensieri cominciano a correre liberi. Ma prima ancora del petrolio e dei tubi, questa era la terra del fuoco sacro. Dal VI secolo i fedeli zoroastriani venivano qui attirati dalle fiamme che uscivano dal terreno. Edificarono il tempio di Ateshgah costruito sopra una sorgente naturale di gas. Il fuoco non si spegneva mai. Era eterno. E per loro divino. Letteralmente la terra dei fuochi. Non quelli della cronaca, ma quelli che bruciano da millenni, sotto la sottile crosta della terra. E che ancora oggi ricordano che qui tutto, ancora, arde. Lascio Qobustan e gli altri luoghi che ho visto oggi con la sensazione di aver solo sfiorato qualcosa. Qui il tempo si stratifica, scorre tra petroglifi e pozzi, tra vulcani di fango e centrali di estrazione, tra fuochi sacri e fiamme industriali. È un luogo che non si lascia decifrare in fretta. Ora che torno verso la città, ho la sensazione che qui ogni cosa — terra, fuoco, pietra — racconti qualcosa. Lascio le sponde del Mar Caspio. Il viaggio riprende verso ovest, in direzione del Caucaso. La prima tappa sarà Shamakhi. Baku mi scorre accanto per l’ultima volta e solo oggi capisco quanto sia vasta. Le sue colline sono un susseguirsi di case basse, ordinate, quasi identiche. Una periferia senza fine, dove l’urbanizzazione ha preso ogni spazio rimasto. Da giorni mi colpisce l’omogeneità, nei materiali, nelle forme, nei colori. È una città che si distende, si replica, si moltiplica. Poi finalmente arriva lo stacco. Il paesaggio si apre e l’asfalto della strada taglia territori che sembrano dimenticati. La vegetazione scompare, le già poche macchie di verde lasciano il posto a un’ampia varietà di toni color terra. Comincia la steppa, uno spazio nudo, arido, vasto. La strada serpeggia tra collinette brulle che si rincorrono. Qualche casa isolata, qualche pastore; una ruota panoramica abbandonata nel nulla, come uno scherzo, assolutamente surreale. È un paesaggio che si offre in silenzio. Eppure questi territori, svuotati di vita vegetale, sono – e sono sempre stati – contesi. Percorrere la Transcaucasia significa anche imparare a leggere le stratificazioni di potere, le tensioni tra mondi diversi. Iran, Turchia, Russia, Europa. Qui tutto convive, tutto si fronteggia, tutto influenza. Lo si percepisce nelle architetture, nelle lingue, nei volti. Osservo, e imparo. Shamakhi appare come una città di passaggio, segnata. Un tempo fu capitale degli Shirvan-Shah, per quasi novecento anni. Ma oggi ben poco rimane del suo glorioso passato. Terremoti, incendi, invasioni hanno cancellato le tracce. La Moschea del Venerdì, ricostruita da poco, porta dentro le cicatrici del tempo; danneggiata durante la guerra civile del 1918, mostra ancora le basi della moschea originale del X secolo. È un edificio sobrio, senza eccessi, come il paesaggio che lo circonda. Il mercato cittadino dice più di mille monumenti. È lì che si capisce davvero dove si è. Frutta, formaggi, profumi, i colori dell’orto. Visi scavati, denti d’oro, mani segnate. Alcune donne vendono quel che coltivano, con sguardo basso. Uomini seduti all’ombra, intorno a tavoli sghembi, giocano a carte. Lada parcheggiate in ogni angolo. Mi siedo anch’io, prendo un caffè, e resto a guardare. Ora faccio parte anch’io di questa realtà. Riparto. Le montagne mi chiamano. Salgo tra i tornanti. Il paesaggio cambia di nuovo. Ricompaiono i colori, gli alberi, un’aria diversa. Il verde torna, si distende sui versanti, accarezza i crinali. Le montagne appaiono in fondo, lontane. Lungo questa linea, dove finisce la steppa e comincia l’altopiano, si incontrano mondi diversi. L’Azerbaigian più profondo, quello delle alture. In questa parte del mondo la montagna è vista come remota, inospitale, luogo di antiche paure. I popoli delle valli guardano verso l’alto con diffidenza. L’alpinismo non è nato qui, è stato importato da noi europei. Ma per me, che nelle montagne trovo sempre un rifugio, sono un punto d’arrivo. Anche se non sono quelle alpine che conosco, sono le montagne del Caucaso. Case in pietra, tetti in lamiera, moschee al posto delle cappelle, e il canto del muezzin. Faccio tappa a Nij. Villaggio minuscolo, quasi dimenticato, ospita una delle comunità più antiche del Caucaso, gli Udi. Ne rimangono pochi, circa diecimila, tra qui e la Georgia. Sono i discendenti diretti degli abitanti dell’antica Albania Caucasica (nulla a che vedere con l’attuale Albania balcanica). Sono cristiani, ma divisi. Alcuni seguono la chiesa armena, altri quella georgiana o quella russa. Parlano un dialetto proprio. Nel 2006 hanno restaurato la chiesa albana del paese, sobria, come tutto in questi luoghi. Sotto un pergolato mi offrono tè e marmellata. Il tempo si ferma. Ciliegie e bucce d’anguria immerse nello sciroppo; rituali che raccontano ospitalità e lentezza. Nel tardo pomeriggio arrivo a Sheki. Città elegante, circondata dalle montagne, verde e discreta. Un tempo si chiamava Nukha. Era un centro importante della Via della Seta, piena di caravanserragli e botteghe. Tessitori di seta, artigiani, mercanti; qui si incontravano vite e rotte commerciali. Il palazzo del Khan è ricco di affreschi, legni intagliati, vetri colorati. Un piccolo capolavoro. Racconta storie di potere, di bellezza, di mondi passati. Sheki mi piace. Le case basse, i mattoni rossi, il verde ovunque. C’è un po’ di vento questa sera. Mi fermo all’aperto a sorseggiare un bicchiere di cognac. “Il cognac invecchiato contiene molto calore, molto sole. Va alla testa con calma, senza fretta. Tanto il suo effetto lo raggiunge lo stesso” scrive Kapuscinski nel suo libro Imperium. Un duo intona melodie lente e avvolgenti. I suoni si muovono dentro le scale del maqam, irregolari, piene di sfumature; è una musica che ondeggia. Domani mi aspetta un confine, con tanto di valico, controlli e strada da fare a piedi, zaino in spalla. Circa ottocento metri di terra di nessuno, tra Azerbaijan e Georgia. È una delle curiosità di questo viaggio. Vedere cosa succede lungo i confini. Camminare — non volare — per capire. Perché per capire serve terra sotto i piedi. Serve tempo. 3. GEORGIA C’è quiete stamattina. Prima di partire mi prendo qualche minuto. Resto in silenzio a guardare le montagne verdi che circondano la città. Hanno forme morbide, linee distese che mettono tranquillità. È un momento breve, ma basta a farmi ricordare questo posto. Riparto in direzione della Georgia e prima di arrivare al confine mi fermo in un piccolo autogrill. Davanti a me si alzano due cime. Apro la mappa, potrebbero essere dalle parti del Dagestan. Le montagne disegnano confini che si intuiscono; è la geografia spesso a decidere dove finisce un mondo e ne comincia un altro. Sposto lo sguardo e davanti a me vedo un pulmino bianco, un mezzo di trasporto pubblico. Nessuna fermata segnata, nessun orario; basta un cenno e il mezzo si ferma. Raccoglie persone lungo la strada, una dopo l’altra; abitudini lontane dalla mia quotidianità. Sono quei dettagli che all’apparenza non significano nulla, ma che ti ricordano che sei un ospite. Un osservatore. Il mio sguardo è sempre in allerta, sempre curioso. Soprattutto quando mi avvicino a un confine. Intorno a me vedo piccoli chioschi che vendono pane fresco. Case basse, alberi da frutta nei cortili, e ovunque un color verde riposante. La strada è stretta, una sola corsia che taglia la campagna senza fretta. A una quindicina di chilometri dal confine cominciano i primi posti di blocco. Militari immobili sotto il sole, più simbolici che operativi. È come se volessero solo ricordarti che il confine è vicino. Quasi senza accorgersene compare la fila dei camion. Lunga e paziente. Sono fermi ai lati della strada, in attesa. Un grande cancello si apre davanti a me. Inizia così la breve traversata della terra di nessuno. Lagodekhi è un valico che evoca tempi andati; attraverso questa terra di nessuno, il vuoto fisico tra due mondi. Il tratto è in lieve salita. Avanzo a piedi, zaino in spalla, scalino dopo scalino, fino a un secondo posto di controllo, ancora sotto giurisdizione azera. Niente ombra. Solo cemento, sole e breve attesa. Poi proseguo, ancora a piedi, lungo un altro tratto scoperto, ancora gradini, ancora calore. Il corridoio che collega le due dogane è fatiscente, pare uscito da un altro secolo. Ferro arrugginito, muri scrostati. Un confine come se ne vedevano davvero una volta, quando il passaggio tra due mondi era anche fisico, concreto. Oggi in Europa non esiste più nulla di simile. Poi lo sguardo si apre. C’è una valle fluviale ampia e luminosa incorniciata da alte montagne. L’aria cambia. Il lato georgiano del confine è diverso. L’edificio è nuovo, pulito, ordinato. Devo dire un altro mondo, a pochi metri di distanza. Ora quindi finisce definitivamente l’Azerbaijan, con le sue moschee e le ampie aree aride, e comincia un’altra storia, cristiana e contadina, fatta di chiese e infiniti vigneti. La Georgia inizia così, con un cambio netto di paesaggio. Superato il confine, il Kakheti apre la strada. Ogni villaggio ha la sua uva, ogni famiglia il suo vino. Qui il vino non è solo una bevanda, è memoria, identità, rito antico. Il vino è un collante identitario in un tempo in cui la Georgia, che oscilla tra influenze russe e aspirazioni europee, cerca di ritrovare sé stessa. E lo fa partendo dalle sue radici, dalla terra, dai qvevri, le anfore di terracotta dove il vino riposa sotto terra. Alla mia destra compare il maestoso Caucaso. Per pranzo mi ospita una famiglia del posto. Sono in mezzo alle montagne, immerse in una vegetazione che sembra esplodere da ogni lato. Tutto è verde. Mi fanno accomodare all’ombra sotto una pergola di kiwi. La tavola è già imbandita, i bicchieri colmi, i volti sorridenti. Ci sono dolma, involtini di melanzane, carne alla griglia, e tante altre bontà locali. Alla fine arriva un caffè turco denso, nero, aromatico, tanto atteso, che chiude il pasto. È la vita di campagna. Quella dove il tempo ha un andamento diverso e ogni pasto è davvero un rito. Quest’anno, oltre alla sete di luoghi mai visti, oltre alla ricerca di montagne lontane e di spazi aperti nei quali perdersi, c’è anche questo, il cibo. Non solo però come piacere, ma come strumento per entrare davvero in contatto. Per capire. Proseguo verso Signagi, arrampicata su una collina a ottocento metri d’altitudine. Il nome, di origine turca, significa “riparo”. E riparo fu davvero, secoli fa, quando diversi popoli scendevano dal Caucaso del Nord per fare saccheggi. La cinta muraria circonda e protegge ancora la città con tante torri; ciascuna era un rifugio. Tutto attorno la vegetazione è rigogliosa. Camminando per le strade della città vedo due Volga della VAZ. Relitti di un tempo lontano, vestigia di un mondo russo che qui ha lasciato le sue tracce. Le osservo un momento, poi riprendo a camminare. Nel pomeriggio, prima di lasciare il Kakheti, visito una cantina. Scendo in un ambiente ricco di qvevri interrati dove il vino fermenta e riposa. Degustare qui non è bere, è ascoltare. Ogni sorso racconta una stagione, un vitigno, una famiglia. Riparto verso Tbilisi, la capitale mi aspetta, ma prima che il moderno torni ai miei occhi, lascio che questa campagna mi resti un po’ dentro. La osservo al tramonto e mi chiedo se la mia ricerca del silenzio non necessiti anche di momenti come questo, di convivialità, di calore. Un fronte glaciale o un paese ricco di storia, che racconta come siamo noi esseri umani? Non scelgo l’uno o l’altro; ho bisogno di entrambi. Ho bisogno di vita, e insieme di introspezione. Le immagini di uomini seduti sul ciglio della strada, all’ombra di un albero, intenti a raccontarsi piccole cose di ogni giorno, è poesia, è vita. Come ho scritto, lascio che sia il mio sguardo e non l’intelletto a guidarmi; o almeno, non solo. Come sempre desidero lasciarmi attraversare dalle emozioni. Arrivo informato, ascolto con estremo interesse ciò che riguarda i luoghi che visito, riporto parzialmente alcuni dati, ma poi cerco di fermare i miei stati d’animo, ciò che provo. Questi giornali di viaggio non nascono per spiegare, né per insegnare. Non sono trattati, non sono reportage. Sono appunti vaganti per ritrovare me stesso fuori dal mio piccolo perimetro. Oggi mi sento vivo. È giusto scriverlo. È giusto ricordarlo. E forse è questo il senso più profondo del viaggio: sentirsi di nuovo presenti, continuare a provare stupore. Tbilisi è un punto d’incontro tra Oriente e Occidente, tra il mondo cristiano e quello islamico, tra lingue e alfabeti. Si estende lungo le sponde del Mtkvari; tutto attorno colline verdi. In lontananza si scorgono le montagne del Caucaso. Tbilisi è passata per molte mani, arabi, mongoli, turchi, persiani, russi. Quattro secoli d’emirato, poi la riscossa georgiana con Davit il Costruttore. E ancora invasioni, rivolte, annessioni. Ogni dominazione ha lasciato il segno. La città ha assorbito tutto e lo ha reso proprio. Lo si vede nella sua geografia religiosa: una moschea accanto a una sinagoga; chiese ortodosse, cattoliche, luterane, georgiane, tracce zoroastriane. Tutto in pochi isolati. Questa è convivenza sedimentata nel tempo. Le case della città vecchia hanno balconi in legno intagliato che guardano giù verso le strade acciottolate. Le terme sulfuree, persiane, fumano ancora, come mille anni fa; insieme alle più recenti terme del periodo zarista. Ci sono fortezze, statue e chiese arrampicate sulle rocce del fiume. Da Narikala si domina la città vecchia, dalla statua del re Gorgasali si guarda verso il futuro, verso le nuove funivie che salgono sulle colline. Sul viale Rustaveli, il cuore ottocentesco della capitale, la città si fa più imperiale; ci sono teatri, palazzi, musei, il parlamento. Tutto parla di stratificazioni, di un’identità costruita nei secoli, ma mai completamente definita (così a me appare). Tbilisi appare come una città dove la vita scorre più lieve che altrove. Una capitale che sembra sfuggire alle tensioni del suo stesso contesto geografico, quasi un’isola quieta nel cuore di un Caucaso irrequieto. Si avverte un benessere diffuso, una certa ricchezza che affiora nei caffè, nei palazzi, nei parchi, nei vicoli. Accoglie con naturalezza; armeni, azeri, russi, ebrei, persiani, arabi di passaggio trovano posto senza attriti apparenti. Una città che metabolizza le differenze e le restituisce in forma di convivenza. Ma questa vocazione all’apertura ha un rovescio. Tbilisi a tratti sembra rifugiarsi in una vivacità mondana che attenua il peso della sua memoria e del suo passato. È viva, certo, ma in alcuni quartieri pare cercare soprattutto il proprio riflesso più gradevole. Questa leggerezza, se da un lato la rende ospitale, dall’altro le toglie un pò di quella durezza che dà spessore alle città di frontiera. È come se si fosse guadagnata il diritto a una tregua, ma ne pagasse in cambio un certo distacco dalla verità più profonda; dalla sua vera natura. Più mi addentro in questa terra, più mi rendo conto di quanto la storia qui non sia stratificata, ma forse è meglio dire compressa. Spinge idealmente con forza verso la superficie. Tutti sono passati da qui, e tutti hanno lasciato qualcosa. La Georgia orientale fu assorbita dall’Impero russo nel 1801, quando lo zar Paolo decise che era tempo di mettere ordine nei territori caucasici. Da lì in poi la mappa si ridisegnò in fretta. Nel 1828 anche le regioni persiane a sud del Caucaso, tra le quali l’attuale Azerbaigian, finirono sotto l’orbita di San Pietroburgo. Fu l’inizio di un secolo di ridefinizioni. Imperi che si allargavano senza una reale solidità. E infatti nel 1918 l’Impero russo crollò di colpo e le schegge si sparpagliarono cercando di diventare stati. Tre repubbliche, Georgia, Armenia e Azerbaigian, si proclamarono indipendenti. Durò poco. Nel 1922 Stalin, georgiano di nascita, le unì dentro un’unica cornice, la Repubblica Federativa Transcaucasica. Una struttura fragile che sopravvisse fino al 1936. Tbilisi nel frattempo crebbe. C’erano più armeni che georgiani sotto gli zar. Gli armeni gestivano commerci, botteghe, librerie. Le vie erano un miscuglio di accenti, si parlava russo, georgiano, persiano. O tutto insieme. Fu solo dagli anni Trenta che la città cambiò fisionomia; i georgiani divennero maggioranza, e con loro cambiò la lingua e la memoria urbana. I balconi in legno intagliato non sono solo folclore, raccontano un’estetica venuta da Sud. Sono frutto di una commistione orientale. Persia, innanzitutto. Nel tessuto urbano convivono chiese di ogni confessione, come già scritto. C’è quella luterana, costruita dai tedeschi del Volga arrivati nel 1817, che fondarono un intero quartiere chiamato Neu-Tiflis. Case solide, cortili ordinati, un pezzo di Germania incastonato tra il Caucaso e l’Asia. C’è quella cattolica, di rito latino e armeno. E poi l’ortodossia georgiana, millenaria. Oriente e Occidente si mescolano e si confondono. Meno di cinquecento chilometri separano l’El´brus dall’Ararat. Due colossi che non si vedono mai, ma che delimitano questo mondo conteso e tormentato. Dentro questo spazio la storia non si è mai fermata. Riprendo la strada attraverso la provincia di Kartli, sono nel cuore della Georgia. È una terra molto fertile dove sorgono le due capitali, quella moderna, Tbilisi, e quella antica, Mtskheta, non distanti tra loro. Dall’alto del Monastero di Jvari, della Santa Croce, si vede la città, Mtskheta, abbracciata dai fiumi Mtkvari e Aragvi che qui confluiscono. Le colline sono coperte di boschi e il paesaggio è vasto, ricco di vegetazione. Scendo verso la Cattedrale di Svetitskhoveli dove, si dice, giaccia la tunica di Cristo. Il viaggio procede, sono calato in ambienti rurali e collinari, e la mia mente spazia, osservo i paesaggi e leggo articoli che raccontano della vita in Georgia. È un giorno particolare per questo paese. Ricorre l’anniversario della guerra lampo del 2008, scoppiata proprio in questi giorni d’agosto. Diciassette anni fa. Una ferita ancora viva. Cinque giorni di combattimenti con la Russia che lasciarono segni profondi nelle regioni di confine, soprattutto a Gori che fu colpita in pieno. La guerra del 2008 non fu solo l’ennesima prova di forza russa. Nacque anche da una scelta azzardata del governo georgiano che cercò di piegare con le armi l’Ossezia del Sud e finì per offrire a Mosca il pretesto che aspettava. A Gori questo si sente ancora. La città ricorda le bombe, e soprattutto l’imprudenza. Neil MacGregor, parlando di Bisanzio, scrive che gli imperi in crisi spesso si salvano inventando miti, racconti che li facciano sembrare invincibili. Forse anche qui, nel 2008, si è inseguito un mito, quello di poter resistere a un gigante, aggrappandosi all’orgoglio nazionale. Ma i miti hanno un costo, e qui il costo sono state le case bruciate e i profughi sulle strade.

Osservo i piccoli villaggi, ogni casa ha i suoi alberi da frutta, la vita ora sembra tranquilla, ma qui i conflitti ci sono stati; e ancora oggi non sono risolti. Incrocio una mandria di mucche lungo la strada con il suo pastore, un mondo antico che sembra vivere oltre i conflitti, in un mondo a parte. Più a ovest risalgo la piana fino a Uplistsikhe, città scavata nella roccia, nascosta tra gli anfratti della storia, risalente al terzo millennio avanti cristo. Strade antiche, templi dimenticati, cantine per il vino. Un mondo incastonato nella pietra che osserva il presente, inquieto, dal suo passato (altrettanto inquieto?).

Arrivo a Gori, città natale di Stalin, e visito il museo a lui dedicato. Mi interrogo sul fatto che sia una meta turistica. Milioni di morti, deportazioni, repressione sistematica. Eppure fuori, nel piazzale, vedo bambini nei passeggini, turisti in infradito, gelati, zaini colorati. Il contrasto è netto. Cammino per le sale cercando di tenere le distanze. Più che un’esperienza è un’osservazione. Mi sorprende come in Georgia le epoche si sovrappongano continuamente. L’antico, il sovietico, il post-sovietico, il globale. Tutto in uno stesso sguardo. E noi esseri umani ci muoviamo dentro questa stratificazione; ci scontriamo, ci difendiamo, ci imponiamo. Si parla di geopolitica, ma la verità è più semplice, quasi brutale. Siamo animali territoriali. Predatori con mappe in mano. Guardando a ciò che succede nel Caucaso, fatico a credere che ci saranno lunghe tregue. I conflitti non sono un’eccezione; sono piuttosto una condizione di fondo. Sfollati, confini armati, minoranze sotto pressione. È la normalità di questa regione, ed è per questo che la convivenza interetnica sembra restare un’utopia. Sono nei pressi del Surami Pass, nella catena del Likhi, a 950 metri di altitudine. Comincia il tunnel di Rikoti, 1750 metri di galleria che separano — o uniscono — l’antica Iberia alla Colchide. Est e Ovest della Georgia. È un confine naturale, ma anche simbolico. Da qui in poi cambia tutto, luce, vegetazione, inflessioni linguistiche. Attraversare il tunnel è come varcare una soglia. La montagna, ancora una volta, divide. Crea barriere. Protegge e isola. Non è un caso se qui sono nati così tanti gruppi, identità, dialetti. Il Caucaso è uno dei mosaici etnici più complessi del pianeta. Ossezia del Nord, Ossezia del Sud, Abchazia, Nagornyj Karabach; nomi che non sono solo geografia, ma problemi irrisolti. Le tensioni qui non sono semplici eredità sovietiche. Il passato sovietico è solo una parte. Il resto lo fa la montagna, uno spazio difficile da attraversare, che invece di unire, accentua separazioni, radica le differenze, irrigidisce le appartenenze. Mi accorgo che è anche per questo che sono venuto. Per capire se la montagna (che amo, che cerco sempre) è davvero un rifugio o se invece è una fucina di conflitti. Forse è entrambe le cose. Il cielo si è fatto scuro. Nuvole compatte cariche di umidità si muovono sulle creste.

Sotto di me scorre la ferrovia transcaucasica, costruita nel 1883, la prima ad attraversare da Est a Ovest. Un’opera d’ingegneria, ma anche un tentativo di collegare mondi che hanno sempre preferito restare separati. Guardo la mappa e vedo il nome di un piccolo villaggio qui vicino, Grigalati. La coincidenza mi colpisce.

Ho appena concluso un disco, Drift, con un caro amico, Francis Gri, un lavoro che parla di questo tempo instabile, di un presente che vive costantemente in bilico tra ciò che eravamo e ciò che non riusciamo più a essere. Un disco che si lascia trascinare dai cambiamenti, dalle crepe che si aprono sotto i nostri piedi, da un mondo che sembra vacillare. Uscirà a nome Gri Galati. Parla della stessa instabilità che vedo in questi luoghi, dove i confini non trovano un posto sicuro dove ancorarsi… Mi lascio portare dalla corrente del viaggio…

Arrivo a Kutaisi per la notte. La seconda città del paese, ex capitale della Colchide. I quartieri centrali hanno facciate in stile zarista e retaggi Belle Époque. Nella prima periferia tutto cambia. Blocchi sovietici e file di palazzi grigi. Poco lontano, a Bagdadi, è nato Majakovskij, figlio di questa terra tagliata in più parti. Visito la cattedrale di Bagrati dove raccolgo un pò di suoni che mi catturano, ed esco da Kutaisi che resta alle mie spalle, sotto la pioggia, sotto cieli grigi, e temporali. Nelle città vedo cani che vagano senza padroni. Camminano piano, come in attesa di qualcosa che non arriva, o restano distesi al lato della strada, immobili, annoiati. Anche oggi ne incrocio, frugano tra i rifiuti, seguono un passante, cercano compagnia. Ne ho visti anche in Azerbaijan. Mi sto abituando alla loro presenza, a vederli raminghi per le strade. Dipendono da noi, animali territoriali e predatori che tracciano confini. Ci amano senza riserve. Non so se ci meritiamo un amore così cieco. Visito il monastero di Motsameta, costruito in una valle verde. La nebbia e il vapore che sale dalle colline donano al luogo una luce sospesa. Dalla strada si intravede il Caucaso minore, la catena che scende verso la Turchia. Io continuo a nord, verso il Caucaso maggiore. Attraverso Zugdidi, in Mingrelia; poco distante da qui c’è il confine con l’Abchazia. Le scritte in alfabeto georgiano ormai non mi sorprendono più, ma restano indecifrabili. Questo mi tiene in una posizione di estraneità; osservo, ma inevitabilmente resto fuori. Mi chiedo come doveva essere qui nel 1991. All’epoca, da casa mia, che percezione ho avuto? Forse nulla di proporzionato all’evento. Qui dev’essere stato più di un terremoto, un cambio d’epoca netto, violento. Le case hanno tutte un giardino. Le tubature gialle del gas corrono all’esterno, visibili, un filo costante che mi accompagna da giorni. Non sto solo andando verso la meta di oggi. Sto cercando di capire questi paesi di montagna, questo mondo post-sovietico nel quale l’eredità dell’URSS è ancora nei palazzi, negli arredi urbani, nella mentalità. Ma questa città, con le sue villette ordinate, sembra già altrove.

Mangio cibo locale prima della salita verso lo Svaneti. Fino a pochi decenni fa non esisteva una strada; i russi hanno aperto il collegamento, prima erano valli isolate. Ed ecco il momento che aspettavo, le montagne del Caucaso. È solo un assaggio, lo so, ma ci arrivo come volevo, con un’idea più chiara del contesto. Case in pietra, poi sempre più boschi. Le montagne si avvicinano, alte, fitte di vegetazione. Salgo, la valle si stringe, sotto di me un vuoto profondo. Dalle terre aride dell’Azerbaijan alle cime del Caucaso, tra Asia ed Europa; difficile non pensare a un sogno. La strada si fa stretta e si infila nel canyon dell’Enguri. È l’unico passaggio verso lo Svaneti, una specie di corridoio naturale che obbliga a rallentare e a pensare. Quanta bellezza. Sono nel cuore del viaggio, davanti alle montagne alte del Caucaso. Era questo il punto che aspettavo di raggiungere. Qui le cime non sono solo uno sfondo, sono confini naturali, rifugi per chi scappa, o barriere per chi vuole passare. Hanno deciso la storia di chi vive da queste parti, nel bene e nel male. Non puoi guardarle senza pensare a ciò che hanno protetto e a ciò che hanno isolato. Ora che ne capisco il peso posso anche permettermi di godermele per quello che sono, montagne imponenti. Seguo il canyon scavato dal fiume Enguri, l’unico varco verso una regione che è rimasta a lungo separata dal resto del mondo. Qui vive il popolo svano, con una lingua che il resto dei georgiani non capisce. Osservo incantato il grande ghiacciaio Laila, alto quasi 4000 metri. Mestia appare nel tardo pomeriggio, circondata da montagne che sfiorano i cinquemila metri. Ogni villaggio ha le sue torri di pietra, costruite tra il IX e il XIII secolo. Non sono rovine, sono parte del paesaggio e della memoria. Servivano a difendersi e a comunicare tra villaggi. La gente qui dice di non essere mai stata conquistata. Vero o leggenda, queste torri spiegano bene il carattere di chi vive in cima al Caucaso. Il sole scivola dietro le creste. La luce accarezza i tetti e le torri. Il paesaggio cambia volto. Per un attimo sembra fiaba. La durezza resta, ma nascosta. Proseguo oltre Mestia, la strada sale tra le curve e Ushguli appare dopo un paio d’ore. Qui si può arrivare in macchina o con dei fuoristrada; altrimenti, volendo, si può salire in bicicletta, ma ci vuole fiato. Sono a 2.200 metri, nel cuore della regione dello Svaneti, davanti al massiccio dello Shkhara che incombe con i suoi 5.201 metri di ghiaccio e roccia. Il ghiacciaio è davvero imponente; sarà lui il simbolo, per me, di questo viaggio. La grandezza di fronte alla nostra fragilità. Noi esseri piccoli, fragili. Lui fiero, bianco, grande, prima coperto dalle nuvole e poi visibile in tutto il suo splendore. Il versante che osservo scende con pareti verticali, incise da canaloni dove il ghiaccio si spezza in seracchi. Più in basso i pendii sono fatti di detriti e pietraia, come se questo colosso avesse progressivamente lasciato cadere frammenti di sé. Questa enorme montagna marca un confine fisico tra Georgia e Russia. Mi fermo. Respiro. Assorbo.

Eccolo, il silenzio.

Il villaggio sembra un presepe medievale, torri di pietra piantate nei prati alpini, fiori gialli e viola ai piedi delle case, il profilo del monte sempre dietro, come un guardiano. Più in alto, la chiesa di Lamaria del XII secolo custodisce antichi affreschi che hanno attraversato secoli di neve e di vento. A Ushguli il mondo sembra davvero finire. La strada, di fango, pietra e neve per otto mesi l’anno, finisce sotto l’imponente montagna di ghiaccio; e lì si ferma. Qui Mariam Khatchvani ha girato Dede. Nata e cresciuta in questo minuscolo villaggio, questa regista ha trovato la forza di raccontare la sua gente, le sue leggi antiche, il peso e la bellezza di vivere letteralmente ai margini. Dal nulla, da un villaggio dimenticato, ha tirato fuori un piccolo miracolo, un film che ha fatto il giro dei festival, applaudito dalla critica. A Ushguli viene proposto in due piccoli cinema. Che incredibile forza di volontà. Lungo la strada vedo altri villaggi con case in pietra e ardesia. In una di queste un uomo è a terra, circondato da vicini e parenti. Qualcuno cerca di rianimarlo. Lo scuotono. Muovono questo corpo senza più vita come fosse un sacco. Un uomo accanto a me piange. Vado oltre, con una sensazione di tristezza. In quel cortile una vita che si spegne. Intorno turisti che continuano le loro visite, scattano foto alle torri, bambini corrono nei vicoli, una donna stende la biancheria. La scena è davvero un paradosso. La morte immobile in mezzo al lento ritmo del villaggio, sotto la montagna eterna. Riparto con un senso di vuoto. L’ultimo sguardo al ghiacciaio, bianco, immenso, indifferente; sotto di lui la comunità radunata attorno all’uomo. Nel momento di maggiore fragilità, è stata proprio la sua comunità a stringersi intorno a lui, a tentare di salvarlo. Da noi, invece, la morte è spesso un fatto isolato, relegato negli ospedali, allontanato da noi come qualcosa di estraneo. Se un infarto dovesse colpire qualcuno in mezzo a una strada delle nostre città, la reazione probabilmente sarebbe di paura, disagio; o di morbosa curiosità. Ma quel contatto diretto, quell’essere soccorsi dalla propria comunità, è qualcosa che oggi fatico a immaginare. Non è questione di giusto o sbagliato, viviamo semplicemente in mondi diversi. In quei momenti assolutamente normali, fatti di gesti quotidiani, di bambini che giocano, c’è forse una diversa misura della morte; non nascosta, non esclusa, ma parte di un’esistenza che continua, nella sua crudezza e nel suo realismo. Una morte meno solitaria, più radicata nel contesto sociale, anche se il dolore resta immutato. Quest’anno la montagna mi ha parlato in modo diverso. Non solo immensità, non solo il bianco dei ghiacci. Ai piedi del grande monte ho visto la fragilità nuda della vita. La morte che irrompe in un cortile; mentre intorno scorre la quotidianità; mentre sopra incombe il ghiacciaio, indifferente. È come se il monte, eterno e muto, fosse lo sfondo necessario per capire quanto siamo piccoli, quanto basta poco a spezzare un respiro. Non mi ha parlato di conquista o di fatica, di immensità, ma della condizione umana, un filo molto, molto sottile che si spezza senza preavviso. Il silenzio eterno. 16.00 Noi abbiamo perso quasi del tutto questa dimensione collettiva; qui forse la vivono fino in fondo, con tutte le sue contraddizioni. E forse la verità sta nel mezzo, tra la solitudine che ci separa e la tradizione che ci stringe.

All’inizio del viaggio avevo un’immagine un pò indistinta di questi luoghi, montagne e monasteri, musiche arcane, popoli antichi. Era una specie di sogno a tinte chiare. Ora, a metà strada, quel disegno iniziale non è scomparso, ma si è trasformato. Alle linee armoniose si sono aggiunti tratti più decisi, a volte spigolosi. Ho incontrato la bellezza che immaginavo, ma vedo anche il peso della storia, le tensioni che corrono non proprio invisibili lungo i confini, le ferite ancora aperte. La Transcaucasia è un territorio difficile che non si lascia ridurre a un’immagine univoca. Il mio sguardo, giorno dopo giorno, si fa più vigile, più consapevole. Parto verso Batumi e ripercorro un tratto della strada dell’andata. L’Ushba si staglia nel cielo, quasi quattromilacinquecento metri di roccia e neve. La valle è un corridoio grandioso, chiuso da catene che sembrano muri infiniti. Ampia, aperta, luminosa. I boschi sono un mare verde, sono fitti. Questa è la parte del viaggio che resterà impressa, la porterò nei pensieri. Il Caucaso è frontiera di tutto, tra Europa e Asia, tra oriente e occidente, tra cristianesimo e islam, tra il mar Nero e il Caspio. Qui si sono sfiorati e scontrati russi, persiani e turchi. Gli arabi lo chiamavano djabal al-asun, “la montagna delle lingue”. In nessun altro luogo al mondo, in uno spazio così ristretto, si parlano così tante lingue. Lascio la Georgia delle montagne, dove la lingua è unica e antica, e scendo verso la provincia di Samtskhe-Javakheti, foreste alte e pianure d’erba che ondeggiano al vento. Visito velocemente da fuori il palazzo Dadiani, dimora ottocentesca dell’ultima dinastia che governò il principato di Samegrelo. Poi di nuovo in viaggio. Le cime bianche del Caucaso svaniscono alle spalle e all’orizzonte appare il mare. Stavolta è il Nero, con una vegetazione ricca di palme, oleandri, fichi; smisurata, esplosiva. Entro nell’orto botanico e mi sembra di passare una soglia. Batumi è un’altra versione della Georgia; ci sono torri di vetro accanto a viali ottocenteschi, traffico, una piccola piazza che replica le piazze italiane. È lontana anni luce dai paesi di montagna che ho visto, ma ha un suo, diverso, fascino. Batumi e Trieste avevano un collegamento via mare, in tempi lontani, quando entrambe le città coprivano una posizione centrale ed erano nodi importanti, collegati tra loro. Lo si può evincere dai tanti edifici di culto; entrambe le città erano porti di mare che mettevano in contatto uomini di diverse terre e fedi. A Batumi vedo dall’esterno la sinagoga, la moschea, la chiesa cattolica, quella armena, quella greco-ortodossa; una varietà simile a Tbilisi. Parto verso est, lungo la grande piana che si stende tra il muro del Grande Caucaso e quello più basso, ma non meno severo, del Caucaso Minore. Questa seconda catena non ha la verticalità di quella settentrionale. Parte dalla costa tra Turchia e Georgia, piega verso sud e attraversa tutta l’Armenia. Nel tratto che percorro vedo colline, pascoli, boschi. Un paesaggio bucolico, soprattutto in prossimità di Borgiomi, dove ci sono sorgenti termali, dimore zariste, e una mescolanza di architetture, case georgiane con balconi in legno e vetrate accanto a edifici d’impronta russa. Qui nacque una delle prime località di villeggiatura del Caucaso. Il viaggio è lungo. Lo spezzo con un pranzo in una trattoria lungo la strada; mangio pane caldo, verdure, carne, e i loro ravioli ripieni di brodo e carne. Poi ancora chilometri, è un giorno dedicato a un lungo spostamento, mi perdo in letture, sono calato ormai nel viaggio e in questi territori. Questi sono giorni che servono per assimilare ed elaborare ciò che si è visto, per calarsi nel viaggio, per prendere tempo, per rallentare un pò. È il tempo in cui si comincia a capire, a unire tutte le parti. Viaggiare è anche questo, è imparare a non riempire ogni momento, a lasciare che il percorso faccia il suo lavoro. Con la luce che scivola verso il tramonto attraverso una zona di colline e ampi spazi verdi, il paesaggio si accende di una tonalità calda, sembra quasi dorata a quest’ora del giorno. La giornata scorre lenta e i pensieri vagano, penso a chi lavora questi campi, a chi abita nelle case sparse, alle strade che si perdono oltre l’orizzonte. È un ritmo diverso, più lento, nel quale hai assoluta consapevolezza del fatto che il viaggio non è fatto di partenze e arrivi, ma esclusivamente di lunghi attraversamenti. Leggo Borders di Erika Fatland mentre proseguo verso sud. Il suo racconto, lungo il perimetro della Russia, è una continua serie di confini, linee che sono veri e propri strappi che dividono famiglie, che cambiano lingue. Alcuni li attraversano ogni giorno senza pensarci, altri non li hanno mai varcati, o non li possono varcare; la loro vita è plasmata da ciò che separa. In Transcaucasia i confini sono più radicati che altrove. Le montagne li hanno tracciati prima delle mappe. Hanno guidato eserciti, isolato villaggi. Le guerre e i trattati li hanno spostati, allargati, ristretti, ma non cancellati. Mentre il paesaggio si apre su queste meravigliose colline e vallate, penso che il viaggio in questi luoghi sia anche confrontarsi con cicatrici, molte, che sono ancora aperte, e provare a capire come si vive quando la propria vita sembra appartenere anche ad altri e non solo a sé stessi.

Arrivo a Akhaltsikhe in serata, per poi ripartire, la mattina dopo, verso sud, verso Vardzia. Il paesaggio cambia, si aprono colline larghe coperte da una vegetazione rada. La strada scivola tra colline che si allargano e si distendono; mi preparano a un nuovo capitolo del viaggio. Il fiume Kura taglia la valle che alterna prati verdi e distese gialle con alture morbide, riposanti. A Khertvisi la fortezza del XVII secolo veglia ancora sul fiume. Da lì scendo verso Gulsunda e Tmogvistsikhe, finché non appare Vardzia. La città rupestre sembra un alveare scavato nella montagna, affacciata su una valle del Mtkvari sorprendentemente rigogliosa. È un colosso di pietra che per un breve momento fu il cuore di un regno. Fu la regina Tamar, figlia di Giorgi III, a volere questo insediamento intorno al 1180. Fu prima fortezza, poi città. In pochi decenni ospitò decine di migliaia di persone. Un terremoto avvenuto nel 1282 e il saccheggio persiano del 1551 ne lasciarono in piedi solo una parte. Oggi restano un centinaio di abitazioni, alcune chiese, e soprattutto la Chiesa dell’Assunzione, affrescata nel 1185. Un gioiello incastonato nella roccia, custodito da pochi monaci. Forse è uno dei momenti più belli di questo viaggio, insieme alla vista della montagna di ghiaccio di Ushguli e a una serata a Tbilisi, al Fabrika, in compagnia di Mikheil Aidinov, giornalista e guida di un itinerario tra i luoghi di culto della città. Riprendo la strada verso Akhalkalaki, sull’altopiano di Javakheti, a pochi chilometri dall’Armenia. Qui si parla armeno. L’altopiano è nudo e vasto. Lo chiamano la “Siberia del Caucaso” per gli inverni durissimi, quando la neve copre tutto quello che oggi vedo giallo e aperto. A Gorelovka incontro i discendenti dei Doukhobors, “guerrieri dello spirito” fuggiti dalla Russia nel 1841 per non piegarsi né allo zar né al clero. Vivono ancora in case che ricordano le isbe, con stufe centrali, tetti di pietra ed erba, tessuti con antiche simbologie slave. Un mondo sospeso, davvero fuori dal tempo. Questi spazi di confine tra Georgia e Armenia sono vasti e solitari. Trasmettono freddo e desolazione, ma al tempo stesso mi riempiono, come se avessero una forza che scalda da dentro. Attraverso il valico, a duemila metri di quota, e entro in Armenia. Terra antica, segnata da molte, moltissime ferite. Il paesaggio resta ampio e arido, ocra e ondulato. Ma la vegetazione lussureggiante della Georgia ora è solo un ricordo. Gyumri mi accoglie come la prima città di un nuovo capitolo. 4. ARMENIA Questa mattina ho l’occasione di incontrare Antonio Montalto, un console che da trent’anni vive in Armenia. Trent’anni nei quali ha visto passare governi, crisi, rinascite, e nei quali ha imparato a leggere questo Paese dall’interno. La sua esperienza non è solo un racconto di vita professionale, è una breve e ricca esperienza di vita che mi fa riconsiderare punti fermi e certezze. Viaggiare, il viaggio vero intendo, non è collezionare tappe o immagini. È lasciare che un incontro, una storia, una prospettiva diversa continuino a interrogarti molto dopo. È imparare a guardare oltre i confini, qualsiasi confine, geografico, culturale, mentale. Da qui, e da giorni ormai, l’Europa mi appare diversa. La vedo avvitarsi su se stessa, smarrire il ruolo centrale che ha avuto per secoli. Non si muove in salita, non cerca una vetta, rotola per inerzia verso una presunta centralità che non sa più sostenere con un vero contenuto. Avanza senza veri obiettivi, ripiegata su se stessa, incapace di alzare lo sguardo oltre i propri dibattiti interni. Quest’anno osservare il mondo da altre prospettive per me è un esercizio più ricco del solito. Mi costringe a rimettere in discussione le mie mappe mentali, a capire che il centro non è mai dove crediamo. Gyumri è una città scura, come se fosse emersa da un’eruzione e fosse rimasta lì a raffreddarsi per secoli. Così mi piace ricordarla e immaginarla. È tutta in basalto. Le case, le chiese, tutto porta il segno della lava solidificata. Ma qui la pietra non è solo memoria di un’eruzione lontana, è il simbolo di un’energia che non si è spenta.

Camminando per queste città, a partire da Baku, sembra di stare su un letto di lava non ancora rappresa, sopra un calore ancora vivo. Il territorio sobbolle, è aperto come una fessura che non si chiude mai del tutto. Qui la stabilità è un’illusione; le tensioni restano sotto, pronte a riemergere. Il Museo Dzitoghtsyan occupa una casa signorile dell’Ottocento fatta costruire da una famiglia di mercanti che si arricchì con il commercio tra il Caucaso e l’Impero russo. Oggi è un museo in un palazzo di pietra scura e legno. Vedo mobili europei accanto a tappeti persiani, fotografie di uomini con abiti di taglio russo. Un secolo e mezzo fa la città era un crocevia, c’erano viaggiatori, artigiani, soldati, profughi. Scendo verso sud, verso Erevan. Il paesaggio si apre in distese brulle, segnate solo da colline appuntite che emergono dall’altopiano come tante isole. In lontananza appare l’Ararat. Si alza di quattro chilometri dalla piana, a settanta chilometri da qui, oltre il confine, in Turchia. È immenso, visibile in tutta la sua mole, anche se la cima si perde tra nubi e un velo di foschia. Non ha nulla delle nostre Alpi, non è incastonato in una catena, ma domina un paesaggio arido, quasi senza vegetazione, che lo rende ancora più solitario e assoluto. A dire il vero l’Armenia è tutta una montagna. Dorsali che si rincorrono, coni vulcanici spenti e cime che sfiorano i quattromila. L’Aragats domina con le sue punte, poi l’Azhdahak, il Kaputjugh, e decine di vette dai nomi altrettanto spigolosi che vedo nella mia mappa: Spitakasar, Vardenis, Tsghuk. È un paese nato dal fuoco, ancora scosso da terremoti e vulcani silenti che sembrano dormire. “Impossibile visitare l’odierna Erevan, con il leggendario Monte Ararat che la sorveglia dall’altra parte del conteso confine tra Armenia e Turchia, senza percepire la funzione che questo paesaggio, la memoria e la morte continuano a esercitare nella coscienza nazionale armena”, scrive Charles King.

Guardare quel monte da Erevan, vederlo in un altro stato, al di là di un confine che separa due nazioni, ti fa riflettere sulla potenza di quel simbolo, che in qualche modo sembra sfidare l’idea stessa di appartenenza. Almeno è così che voglio immaginarlo. Non appartiene a nessuno, solo a sé stesso.

Arrivo a Hovhannavank dove c’è una chiesa cruciforme con un’alta cupola. Ai lati dell’atrio i soliti khachkar, le croci di pietra. Oggi è un giorno di festa, si celebrano dei matrimoni; più coppie si alternano davanti all’altare. Il monastero di Saghmosavank sorge sul bordo di un canyon, lungo, lunghissimo. È lo stesso canyon che si vedeva già prima a Hovhannavank. Sotto il canyon, sopra l’Ararat. Un’immagine che spiega il luogo più delle parole, una lunga ferita nella terra e una montagna altissima che si erge sull’altopiano. Il Parco delle Lettere appare in questo paesaggio vuoto. Blocchi di tufo scolpiti; ognuno è una lettera dell’alfabeto armeno. In mezzo il monumento a Mesrop Mashtots, il monaco che nel V secolo inventò l’alfabeto, e con esso mise in salvo l’identità di un popolo circondato da grandi imperi. La strada per Erevan scende lenta, attraversa villaggi e campi. Il sole cala dietro l’Ararat. Ervan, città dove visse Paradžanov. È un paesaggio al quale devo abituarmi. Siamo a mille metri di altitudine, ma l’altitudine da sola non lo racconta, non basta per definirlo. Ho attraversato tre paesi, diversi tra loro in tutto. Qui il protagonista è il Monte Ararat, alto, regale, maestoso, pur appartenendo alla Turchia. Entro a Erevan, terza capitale dopo Baku e Tbilisi. Cosa mi racconterà questa città? I pensieri si fanno più densi. Continuo a descrivere ciò che vedo, ma intanto mi lascio assorbire da questi territori difficili e complessi, dove ogni confine porta il segno di ferite antiche e recenti. Erevan cresce veloce; cantieri di grattacieli, quartieri che si allungano verso le montagne. Le cime restano a guardare, immobili, mentre noi esseri umani sottraiamo spazio alla terra. Il canyon, profondo, taglia la città. Il centro ha piazze ampie e monumentali; sembrano fatte per impressionare.

Per Eugenio Turri il silenzio è la chiave di lettura del paesaggio. Non è semplice quiete contemplativa, e (forse) non lo è nemmeno in questo viaggio. Il silenzio è la condizione per riconoscere nei luoghi le stratificazioni del tempo, i detriti della storia, e la presenza immutata della natura. È ciò che ci riporta alla misura delle cose e a un senso di verità, al di là del rumore del presente che tende a cancellare ogni traccia.

Qui in Transcaucasia lo vedo con i miei occhi. Ogni epoca ha lasciato un segno, i petroglifi, i khachkar, i balconi in legno di Tbilisi, i condomini sovietici, questi grattacieli nuovi. Tutto si accumula, nulla scompare del tutto.

Capisco allora che, almeno quest’anno, la mia ricerca del silenzio non è fuga. È un modo per leggere i segni, per sentire sotto i miei piedi il deposito del tempo, e provare a dare un senso al nostro (al mio) stare nel mondo.

Il silenzio è questo, è ascoltare ciò che resta. È ascoltare.

Erevan. Capitale dal 1918, città che sorprende per l’ampiezza dei viali e il tufo rosa che colora i palazzi. Al mattino salgo verso la Madre Armenia, un colosso di metallo che ha preso il posto di una statua di Stalin e che ora osserva la città. Davanti a lei il Monte Ararat, non proprio nitido, ma imponente, quasi irreale. Scendo verso l’ampia Piazza della Repubblica, cuore della città, impreziosita da fontane e grandi palazzi. Passo accanto al Teatro dell’Opera e risalgo i gradoni della Cascade, enorme scalinata che lega la città bassa al Parco della Vittoria. Sempre lei, la Madre Armenia, ritorna a guardarmi dall’alto. Al Matenadaran mi perdo tra manoscritti miniati, pigmenti che sembrano appena stesi sulle pergamene. Questi colori raccontano un’altra Armenia, fatta di memoria e di carta sopravvissuta alle intemperie dei secoli. Nel Museo di Storia Nazionale cerco di decifrare la mappa di un paese che nel tempo si è allargato e ristretto; ora è rimasto davvero un frammento, al termine di infinite divisioni. Il Museo di Storia condivide l’edificio con la Galleria Nazionale; salendo ai piani alti si entra letteralmente in un altro mondo. Le sale custodiscono tesori che non ci si aspetterebbe di trovare a Erevan. Ci sono tele italiane, riconosco un Tintoretto, un Guardi, raccontano Venezia sotto un’altra luce. Ci sono i fiamminghi, Rubens e Van Goyen, con i loro paesaggi che sanno di mari del Nord. Ma poi ci sono sale che ospitano l’anima artistica armena, e in altre ancora compaiono pittori russi, soprattutto Aivazovsky, con le sue maree di luce, e i tramonti infuocati.

È uno di quei luoghi dove il viaggio ti sorprende, perché ti accorgi che la storia dell’Armenia non si legge solo nelle pietre antiche o nei monasteri sperduti, ma anche in queste collezioni, frutto di relazioni che hanno portato l’Europa fino al Caucaso. Esco con la sensazione che Erevan non sia solo periferia di un impero scomparso, ma crocevia capace di trattenere memorie che vengono da lontano. Poi il memoriale di Tsitsernakaberd. Qui la città si ferma. Le pietre disposte in cerchio, la fiamma al centro, e intorno un silenzio che non ha bisogno di essere spiegato. Non c’è guida né libro che possa prepararti. Lo senti nello stomaco, è un vuoto che resta. La città corre veloce, sembra non fermarsi mai. I cantieri sono ovunque, i grattacieli spuntano dal nulla e ridefiniscono lo skyline. Non è solo voglia di modernità. A spingere c’è anche un mercato che negli ultimi anni si è spostato qui, quello dei gioielli. Oro e diamanti che un tempo passavano da Mosca oggi trovano a Erevan una nuova via, un corridoio che porta fino a Dubai, e fino all’Asia. È uno dei tanti fili invisibili che spiegano questo fermento che si respira per strada. Erevan cresce in fretta, ma ha un’energia diversa da quella di Baku, città del petrolio e dei contrasti. Diversa anche da Tbilisi, che vive di leggerezza e apertura, ponte tra Oriente e Occidente. Erevan ha una sua durezza che non nega il dolore del passato, ma che ora si veste di grattacieli e viali larghi, come a dire che il futuro non si può più rinviare. È forse la più compatta delle tre capitali caucasiche, la più legata a un’identità precisa; è armena fino in fondo, è orgogliosa di esserlo. Ho l’impressione che ogni città del Caucaso sia lo specchio fedele del suo Paese. Ognuna racconta la propria storia con i segni che porta addosso. Erevan con la sua forza ostinata, Baku con il suo petrolio, Tbilisi e il suo essere ponte tra mondi. Tre città, tre racconti, nonostante i confini che le hanno sempre ferite. La strada scava tra le montagne e in lontananza compare Geghard. Non è costruito ma scavato, è un monastero che sembra far parte dalla roccia stessa. Cappelle come grotte, acque che sgorgano dall’interno della montagna. Fuori ci sono le croci di pietra, i khachkar, allineate come un piccolo esercito immobile. Pochi chilometri più avanti la scena cambia. A Garni ci sono colonne ioniche; un rettangolo di pietra, intatto, che ricorda la Grecia, è l’unico tempio ‘pagano’ sopravvissuto in Armenia. Tutto attorno ci sono i resti di palazzi e mosaici romani. In questo posto il Caucaso si concede un pò di ellenismo, un angolo che pare a metà fra Roma e la Persia. A una trentina di chilometri da Erevan la strada corre nella pianura, tra villaggi e campi bruciati dal sole e porta a Etchmiadzin, la “cattedrale delle cattedrali”, il cuore spirituale del Paese. L’architettura è severa, fatta di mattoni rossi e scuri. È la memoria di un popolo che per primo abbracciò il cristianesimo. All’interno le decorazioni sembrano un giardino eterno con fiori e tralci, simboli che rimandano al paradiso.

Poco distante ci sono le rovine di Zvartnots. Cerchi di colonne, archi crollati, pietre enormi adagiate al suolo come ossa di un gigante. Fu costruita quando Bisanzio e Armenia parlavano la stessa lingua. Oggi resta solo lo scheletro, ma basta a evocare la grandezza che fu un tempo. Una giornata intera e sembra di aver attraversato secoli, dal ‘paganesimo’ ellenistico ai primi passi del cristianesimo, fino alle rovine che ricordano quanto fragile sia la vita delle pietre. Le pietre parlano se sai ascoltarle. Alcune resistono, altre crollano. Le pietre portano i segni del tempo, dei terremoti, degli uomini; le guardo pensando a quanto poco dura ciò che noi crediamo eterno. Cammino tra cupole antiche, khachkar intricati e colonne cadute.

In un disco che devo far uscire, Dust, tutto è partito dalla solidità che a un certo punto comincia a cedere. Ho cercato suoni che potessero dare la sensazione della bellezza che crolla, della materia che si trasforma. Le pietre sono l’elemento centrale di quel lavoro proprio per la loro apparente solidità, per la ruvidità, la bellezza, i colori, le forme che assumono. Ma come ogni cosa, anche loro sono destinate a disgregarsi, a svanire nel nulla. Come noi anche le pietre sembrano raccontare come tutto ciò che esiste sia destinato a finire, ma anche come, per un attimo, sembri eterno.

_________________ Camminando in questi paesaggi, osservando le persone e ascoltando i loro racconti, si percepisce un senso di precarietà. Un equilibrio fragile che sembra poter crollare da un momento all’altro, ma che allo stesso tempo resiste, giorno dopo giorno. È difficile immaginare una pace stabile in un contesto dove la storia ha insegnato soprattutto a difendersi dal prossimo. Ma è proprio in questo particolare intrico di fragilità e tenacia che si misura la realtà di questa terra.

Dalle spiagge del Mar Nero o dalle dune del Caspio, l’Europa sembra lontanissima. Nel Caucaso la realtà è fatta di guerriglia, dispute secessionistiche, autoritarismo e democrazia traballante. Non sembrano esserci governi solidi. La recente storia dell’Europa insegna qualcosa; dalle macerie della guerra è nata un’Europa capace di reinventarsi, di tenere insieme popoli diversi, di costruire istituzioni che hanno protetto e migliorato la vita di milioni di cittadini.

Anche in questi territori complicati si lotta contro gli stessi demoni che hanno tormentato l’Europa. Conflitti etnici, fragilità istituzionali. Tra le montagne e i fiumi di queste terre non sono solo i paesaggi a restare impressi, è il presente, che cerca di orientarsi tra passato e futuro. Forse il futuro del nostro continente dipende anche da questa periferia che periferia non è, da questi confini che confini non vogliono essere.

5. TRIESTE. Pietra, mare, silenzio di casa

Alla fine torno sempre qui, a Trieste, nella casa sul Carso. Un altipiano meno remoto, ma non meno tormentato. Trieste non è solo la città della mia famiglia, è un pò un centro invisibile della mia vita. Camminando sul Carso vedo i passi di chi è venuto prima di me, mio padre, mia madre, i nonni, gli zii.

Trieste è una città che conosce bene l’inquietudine dei confini. Ogni pietra del porto, ogni casa del centro porta ancora addosso il peso di guerre, esodi, cambi di bandiera. È una città che ha imparato a convivere con le lingue che si mescolano nei caffè e con il vento che spazza via ogni certezza.

Tornare qui dopo i villaggi del Caucaso (ma lo è sempre stato, anche dopo i ghiacciai della Groenlandia, le montagne del Pamir, il deserto del Gobi, per citarne alcuni) fa capire che le storie lontane non sono poi così diverse da quelle di casa. Anche qui ci sono state divisioni, ferite, comunità spezzate. Ma anche qui, come là, la vita ha trovato un modo per continuare, ostinata.

Forse il mio viaggio è sempre stato un modo per capire meglio queste terre di confine dalle quali provengo. E ogni volta che torno mi accorgo che i paesaggi lontani non fanno che rimandarmi all’immagine di questa città sospesa tra mare e pietra.

Trieste non è solo il punto d’arrivo, forse è la chiave che dà senso a tutto il cammino, che tiene insieme tutti i viaggi; forse è la lente attraverso la quale guardo il mondo.

Un giorno mi consegnarono un foglio. C’era scritto “esonerato dalla leva”. Motivo: profugo. Io, che non ho mai visto un campo profughi, che non ho mai attraversato con paura un confine. Quella parola mi era caduta addosso, un’eredità da capire, arrivata da un tempo che non era il mio. Mio nonno abitava a Rovigno; mio padre nacque lì, ma non ebbe il tempo di ricordare molto, era troppo piccolo quando la famiglia fu spostata, prima a Grado, poi a Trieste. Ufficialmente erano profughi. Così porto anch’io un’etichetta che per me era ed è un semplice timbro su un foglio di carta. Queste frontiere, pur non vissute, mi abitano. Sono tra le pietre carsiche che tagliano il paesaggio. Sono negli sguardi di chi divide il mondo in “di qua” e “di là”. Forse sono anche nella mia ricerca del silenzio, che è anche ricerca di un confine interiore, di un modo per dare voce a un’eredità che non ho vissuto ma che mi scorre dentro.

__________________ [1] E Turri, Il paesaggio e il silenzio, Marsilio, Venezia, 2010, p. 196 [2] Ibid, p. 140, pp.225-226 [3] M. Onfray, Estetica del Polo Nord, Adriano Salani Editore, Milano, 2011, p. 37 [4] qaleralik in lingua groenlandese è il nome di un pesce, l’halibut groenlandese [5] M. Onfray, Estetica del Polo Nord, Adriano Salani Editore, Milano, 2011, pp. 34-35 [6] E. Turri, Il paesaggio e il silenzio, Marsilio, Venezia, 2010, p. 76 [7] M. Onfray, Estetica del Polo Nord, Adriano Salani Editore, Milano, 2011, p. 34 [8] M. Maggiari, Dalle terre del nord. Alla ricerca dell’anima artica, Torino, Cda & Vivalda, 2008 [9] E. Turri, Il paesaggio e il silenzio, Marsilio, Venezia, 2010, p. 118 [10] M. Onfray, Estetica del Polo Nord, Adriano Salani Editore, Milano, 2011, p. 38 [11] J. Ruskin,Viaggio in ltalia, Mondadori, Milano, 2002 [12] E. Turri, Il paesaggio e il silenzio, Marsilio, Venezia, 2010, p. 77 [13] Ibid, p. 209 [14] M. Onfray, Estetica del Polo Nord, Adriano Salani Editore, Milano, 2011, p. 37-38 [15] M. Onfray, Estetica del Polo Nord, Adriano Salani Editore, Milano, 2011, p. 46 [16] E. O’Carroll, M. Elliott, Greenland and The Arctic, Footscray, Australia, Lonely Planet, 2005, p. 82 [17] E. O’Carroll, M. Elliott, Greenland and The Arctic, Footscray, Australia, Lonely Planet, 2005, p. 111 [18] Ibid, p. 83 [19] M. Onfray, Estetica del Polo Nord, Adriano Salani Editore, Milano, 2011, p. 134 [20] E. J. Leed, La mente del viaggiatore. Dall’Odissea al turismo globale, Bologna, il Mulino, 1992, p. 349 [21] E. Turri, Antropologia del paesaggio, Venezia, Marsilio Editori, 2008, p. 112 [22] Thich Nhat Hanh, Vita di Siddhartha il Buddha, Roma, Ubaldini Editore, 1992 [23] Omero, Iliade, VIII, 47-52 [24] E. Turri, Il paesaggio e il silenzio, Venezia, Marsilio, 2010, pp. 56-57 [25] M. Onfray, Estetica del Polo Nord, Adriano Salani Editore, Milano, 2011, p. 40 [26] E Turri, Il paesaggio e il silenzio, Marsilio, Venezia, 2010, p. 196 [27] E Turri, Il paesaggio e il silenzio, Marsilio, Venezia, 2010, p. 76 [28] M. Onfray, Estetica del Polo Nord, Adriano Salani Editore, Milano, 2011, p. 100 [29] G. E. Valori, La via della Cina: Passato, presente e futuro di un gigante della storia, Milano, Rizzoli, 2010, p. 103 [30] M. Onfray, Estetica del Polo Nord, Adriano Salani Editore, Milano, 2011, p. 14 [31] C. Rovelli, Sette brevi lezioni di fisica, Adelphi Edizioni, Milano, 2014, p. 41 [32] M. Onfray, Estetica del Polo Nord, Adriano Salani Editore, Milano, 2011, p. 41 [33] P. Rumiz, La leggenda dei monti naviganti, Milano, Feltrinelli, 2007 [34] A. Arciuolo, (S)montaggio critico. 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